Il dolore come cura dell’anima. Eleonora Nucciarelli indaga per noi la condizione esistenziale umana tra sofferenza e consapevolezza

SPECIALE “UN LIBRO IN VETRINA 2021”

 intervista a cura di Carlo Crescitelli

Abbiamo fatto la conoscenza di ELEONORA NUCCIARELLI, l’autrice di LO SQUISITO DOLORE (MIDGARD 2021), l’eclettico testo estetico/filosofico sul senso del dolore che si è aggiudicato la vittoria, per la sezione saggistica, della seconda edizione della nostra rassegna per volumi editi “Un libro in vetrina”.  Ecco che cosa ci ha raccontato di questo suo lavoro, nel corso del nostro rilassato colloquio.

  • Eleonora, congratulazioni per la tua bella affermazione, e spieghiamo subito una cosa importante ai nostri lettori e lettrici: il tuo è un saggio di… filosofia? Psicologia? Pedagogia? Letteratura? Storia dell’arte? Psicoterapia e psicoanalisi? Tutte queste cose insieme, nessuna di queste? Facci capire come bisogna approcciare le tue pagine.

Domanda interessante,  grazie Carlo. Girovagando per gli scaffali delle librerie ho trovato il mio saggio catalogato tra le proposte di critica letteraria. Il libro, in realtà, affronta il dolore da tutti i punti di vista che hai elencato e li attraversa, ma io non amo i compartimenti stagni; preferisco dunque definire questa mia opera come un seme al vento, con la speranza possa far sbocciare germogli e fiori.

  • C’è anche un sottotitolo: “Una prospettiva filantropica”. Che cosa vuol dire?
foto Nucciarelli
Eleonora Nucciarelli

Il sottotitolo “Una prospettiva filantropica” è legato allo scopo per il quale ho deciso di pubblicare questo libro: offrire una prospettiva fatta di spunti di riflessione dai quali partire per entrare in contatto con se stessi, ispirata da un sentimento di benevolenza nei confronti delle nostre ferite interiori.

  • Una domanda da un milione di dollari: fra la molteplicità di temi caldi da te affrontati, qual è secondo te oggi quello più importante e urgente? Lo so che è difficile, ma per favore scegliamone uno solo, proprio per evidenziarne la forza: chi soffre, non dico di più degli altri, ma anche soltanto davvero molto, oggi?

Sono fortemente convinta che il dolore sia talmente personale e che la sospensione di giudizio sia necessaria, in questo caso. Il tema che ritengo più urgente è quello del dolore come fonte di ispirazione che, se canalizzato nella giusta direzione, può contribuire a generare energia creatrice. Non a caso tutti i riferimenti agli autori, alle correnti, alle opere e a tutto ciò che rimanda alla cultura sono fortemente voluti e si augurano di essere catalizzatori di ulteriori approfondimenti personali.

  • Eleonora, una curiosità ti tipo tecnico: com’è stato, per te, dover compendiare ai tuoi fini espositivi una bella fetta di pensiero e di civiltà dell’uomo in un numero relativamente ristretto di pagine? Hai avuto dei momenti di ansia nel dover riassumere secoli e secoli di storia dall’antichità a oggi? Che metodo di lavoro hai utilizzato, per individuare e passare così velocemente ed efficacemente in rassegna i tanti singoli autori e le tante singole opere citate?

Non è stato semplice. Ho dovuto fare delle scelte, in alcuni casi ardue. Per compensare ho inserito un apparato bibliografico massiccio, così che chi fosse interessato agli approfondimenti del caso potesse meglio orientarsi.

  • Ci sono tre opere cinematografiche – ebbene sì, hai incluso anche quelle! – la cui apparizione nel tuo discorso mi ha particolarmente colpito: “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, “A dangerous method” di David Cronenberg, e “Dead Poets Society (L’attimo fuggente)” di Peter Weir. Perché sono così importanti? Ci parli brevemente di tutte e tre come hai fatto nel tuo saggio?

51PuIXi4y0LLe tre opere cinematografiche citate hanno pari rilevanza in relazione a dei punti fondamentali affrontati nella trattazione. Nello specifico: “L’attimo fuggente” contiene un’esortazione a cambiare postazione favorita di osservazione per scorgere nuovi punti di vista; per quanto concerne “La grande bellezza”, le parole di Jep Gambardella mi sono sembrate perfette per calare il sipario, così le ho prese in prestito; infine, mi sono servita del film “A dangerous method” per il rimando, imprescindibile, a Sabina Spielrein e alla vicenda che la lega a Freud e Jung. L’ispirazione, in quest’ultimo caso, è nata dinanzi alla scena in cui Sabina prova intenso godimento nel momento in cui viene violentemente frustata. “Il piacere ci serve esattamente come ci serve il dolore”: da qui il mio nuovo saggio in uscita questi giorni, “Lo stridente piacere”.

  • Eleonora, grazie di aver parlato con noi, e scomodiamo ancora Peter Weir, Walt Whitman e Robin Williams per salutarci: che effetto ti piacerebbe raggiungesse la lettura del tuo libro? Vorresti chi ti legge diverso, dopo la lettura, un po’ come i ragazzi del film? In che cosa vorresti cambiati i tuoi lettori e lettrici? 

Il film rappresenta alla perfezione ciò che mi piacerebbe provocare: un desiderio di ricerca incessante del bello, stimolare curiosità, desiderio di approfondimento e amore per la conoscenza, per raggiungere obiettivi fondamentali come l’esercizio della libera espressione e della creatività, soprattutto nei più giovani.


scheda

FISICA E POLITICA DEL PENSIERO DANTESCO NEL NUOVO NUMERO DI “RISCONTRI”

riscontri_copertina n. 2È pronto il nuovo numero di “Riscontri”, la Rivista fondata ad Avellino nel 1979 da Mario Gabriele Giordano e ora diretta da Ettore Barra. Il secondo numero dell’anno dedica ancora spazio alla figura di Dante Alighieri nel settimo centenario della sua morte. La Rivista ospita infatti due saggi a tema dantesco.

Il primo, a firma di Antonio Feoli e intitolato “L’iperspazio di Dante”, è dedicato alla cosmologia dantesca. Il Paradiso della Divina Commedia potrebbe infatti essere concepito come uno spazio a quattro dimensioni e descritto col linguaggio della fisica relativistica. Molti studiosi hanno nel tempo riconosciuto nella struttura dell’universo di Dante la forma geometrica dell’ipersfera di Einstein, rendendo così la cosmologia dantesca un interessante oggetto di studio anche per i cosmologi moderni.

Il secondo articolo, a firma di Dario Rivarossa e intitolato “Il re non è nudo, è ben nascosto. Misteri nella Monarchia di Dante”, è invece dedicato al pensiero politico dell’autore. La Monarchia fu un’opera aspramente attaccata dalle autorità ecclesiastiche fin dalla sua pubblicazione.  Non a caso fu anche uno dei primi testi a essere inserito nellʼIndice dei libri proibiti, non appena questi venne istituito. Nel saggio l’autore avanza un’interpretazione alternativa che potrebbe spiegare anche le ambiguità e gli errori logici del trattato politico, già da tempo evidenziati dai commentatori che hanno esaminato l’opera alla luce del pensiero filosofico medievale.

Tra gli altri contenuti, il secondo numero 2021 della Rivista – oltre all’Editoriale del Direttore sui temi della libertà e della tirannia alla luce del pensiero di Étienne de La Boétie – presenta anche articoli dedicati al cinema (col pezzo di Lorenzo Crescitelli sulla filmografia di King Kong) e alla letteratura italiana, con i saggi dedicati a Giacomo Leopardi, a Italo Svevo e a Andrea Zanzotto. Ai versi di quest’ultimo è dedicato il saggio di Paolo Saggese e alla sua rilettura inedita dei classici, tale da far loro acquistare nuova e inattesa “vita”.

Infine, il numero presenta anche un articolo (a firma di Giovanni M. Buglione) sul poeta filosofo irpino Domenico Giella (1821-1899), originario di Aiello del Sabato e tra i protagonisti del dibattito risorgimentale sulla pena capitale.

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ALAN LOMAX. Il passaggio a Montecalvo Irpino – segnalazione

Autori: Antonio Cardillo, Francesco Cardinale

Collana: Terre e Genti d’Irpinia, n. 7

Pagine: 128

Formato: 17×24 cm

Anno: 2021

Prezzo di copertina: 15,00

ISBN: 9788831340366


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Era il 1954 quando Alan Lomax arrivava in Italia con l’intento di raccogliere, attraverso registrazioni audio e scatti fotografici, la straordinaria molteplicità delle musiche della tradizione popolare italiana. Il risultato di questo importantissimo viaggio, in compagnia di Diego Carpitella, si tradusse in oltre duemila registrazioni e numerose fotografie. Il libro nasce dalla necessità di collocare correttamente alcuni scatti fotografici effettuati a Montecalvo Irpino nel gennaio 1955, ed erroneamente attribuiti ad altre località. Con un meticoloso lavoro di ricerca sul campo si è provveduto a dare un nome ad ogni persona immortalata nelle foto, per poi ricostruire la sessione di registrazione durante la quale furono effettuati gli scatti e registrati due canti, almeno secondo la catalogazione ufficiale. In realtà gli autori hanno scoperto che i canti registrati a Montecalvo Irpino furono più di due. La permanenza in Irpinia dell’etnomusicologo americano appare, per certi versi, il lasso temporale più intrigante dell’intero viaggio italiano.

Entrambi appassionati di etnomusicologia, Antonio Cardillo e Francesco Cardinale hanno registrato, nel corso dell’ultimo ventennio, centinaia di canti di tradizione orale e diversi contenuti etnografici nella propria area di appartenenza. Hanno fondato l’Associazione “Lomax & Carpitella”. Sono collezionisti di materiali editoriali (libri, riviste, musicassette, cd e vinili) incentrati sulle tradizioni musicali orali, attualmente a disposizione dell’archivio associativo. Collaborano da tempo con le maggiori istituzioni etnomusicologhe italiane e sono in continuo contatto con scrittori e docenti della disciplina.

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Intervista a Elisabetta Sancino, vincitrice del Concorso “Riscontri Poetici”, sez. B, con “Il pomeriggio della tigre”

Elisabetta Sancino è la vincitrice della sezione B del Concorso “Riscontri Poetici”, edizione 2020, con la raccolta Il pomeriggio della tigre (Terra d’Ulivi, 2018, pp. 112, € 11.00). Abbiamo intervistato l’autrice per scoprire di più sulla sua inquieta e profonda poesia.

  • Il pomeriggio della tigre: carismatico e intrigante il titolo della silloge poetica che, nell’energia impetuosa e nella trama appassionante dei versi, rievoca il fascino indomito e selvaggio della potente fiera. La tigre che è in lei esprime potentemente la sua forza narrativa e si aggira inquieta nel recinto delle emozioni. Nello sguardo profondo dell’iconico felino si cela il primo mio quesito: da cosa hanno origine la forza, l’inquietudine e il meraviglioso flusso vitale della sua poesia?
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Elisabetta Sancino

Il titolo della mia raccolta deve sicuramente molto alla Tyger di Blake, un autore che ha avuto su di me una grande influenza, sia per la potenza dei suoi versi che per l’originalità della sua produzione pittorica, fortemente visionaria. Come dice Blake, «il mondo dell’immaginazione è il mondo dell’eternità, che è la vera realtà»: la mia poesia è il risultato di un continuo scambio tra ciò che vedo intorno a me e ciò che succede dentro di me. Tutto il visibile,  il vissuto, passa attraverso il mio occhio interiore e viene rielaborato dalla forza dell’immaginazione che si nutre anche di tutti i potenti stimoli che mi arrivano dalle più svariate letture e dal contatto costante con le opere d’arte. Forse in questa mia peculiare formazione letteraria e artistica sta l’elaborazione di un linguaggio che molti definiscono “multisensoriale».

  • “La poesia è anche sangue in punta di lama” sussurri in una lirica, ricordando, con versi toccanti, il tragico evento dell’incendio alla Grenfell Tower di Londra. La poesia, la tua poesia in particolare, riesce, con grande empatia, a rievocare la sofferenza di eventi drammatici, salvandoli dall’oblio del tempo. Oltre all’importante patrimonio di conservazione della memoria e alla emozionante funzione del compianto, credi che la Poesia possa assolvere altri validi ruoli e possa rendere utili contributi nei drammi esistenziali dell’individuo e della collettività?

Nella mia produzione poetica in realtà ci sono pochi testi che appartengono alla cosiddetta “poesia sociale” e ciascuno di essi fotografa un momento molto preciso della cronaca che per me ha avuto un significato particolare. L’opera in questione è scaturita da un’emozione sconvolgente, da un bisogno di esprimere la mia vicinanza alle vittime di un dramma da me ancora più sentito perché conosco bene la zona di Londra in cui questa tragedia è avvenuta.  Senza dubbio uno dei compiti della poesia è anche quello di denunciare i mali o i drammi che ogni giorno passano sotto i nostri occhi: compito non facile, perché il rischio di cadere nell’enfasi, nella retorica o nella banalità linguistica è sempre dietro l’angolo. Un’autrice straordinaria che coniuga la poesia di denuncia con l’attenzione profonda al valore della parola è quella della poetessa americana Adrienne Rich, da noi purtroppo ancora poco conosciuta e letta.

  • Tra le tante, intense e toccanti liriche, una mi ha particolarmente affascinato. È la lirica “Lingua assolta”, nei cui versi si assiste a un inquieto gioco di specchi tra chi assolve e chi è assolto dal peccato di vivere e di scrivere. Nel riflesso velato delle due opache figure, l’assolutore e l’assolto, traspare il tuo profilo. Quale degli specchi rivela la verità ? Quale riflette di più la tua anima inquieta ? O sono sinceri entrambi?

La dicotomia presente in questo testo è una caratteristica che non sempre emerge nei miei scritti e vuole mettere in evidenza il lato oscuro, inquieto e fragile della scrittura, quello che solo il vuoto della stanza conosce. Un lato di me che spesso non viene a galla perché la mia poesia, così come il mio modo di vivere la vita, è fondamentalmente caratterizzata da un’energia incontenibile, da un fuoco che riesce quasi sempre a prevalere sul buio. Non è mai stato facile per me far convivere queste due polarità così opposte ma credo che sia proprio la complessità insita nel mio modo di essere a fornirmi un nutrimento spirituale ed emotivo costante.

  • Milano “magnifica”, con “le sue costole di marmo” è una città che tu apprezzi e ammiri. È “la città che sale”. Qui, nel rumore della metropoli frenetica e vitale, risuonano i tuoi  passi solitari. Qui la tua  voce profonda diviene flebile sussurro, rivelando, in un impeto sincero, “ho mani buone (per)impastare il pane / che nessuno avrà il tempo di mangiare”. Milano, città icona dell’efficienza e  del progresso, “non è più sorgiva / ha perso anche il sapore della nebbia”, dici in una bellissima immagine poetica. E allora ti chiedo: cosa ha perso realmente Milano? Quali principi, quali valori, quale parte della sua identità ha dovuto barattare questa tua amata città  nella corsa frenetica al progresso?  E, più in generale, cosa hanno perso le tentacolari città moderne e cosa sacrifichiamo noi tutti, figli dell’era digitale e della globalizzazione, sull’altare del benessere?

519xnRx1B-LIo abito a 25 km dalla metropoli ma considero Milano la mia città d’adozione perché qui ho studiato  e qui lavoro da molti anni lavoro come guida turistica. Il mio sguardo su Milano è quindi particolare e coglie aspetti che forse a coloro che vi abitano sfuggono: il pendolare arriva in città dalla periferia e ha sotto gli occhi costantemente il contrasto tra le due anime della città, quella patinata del centro e quella più complessa e contraddittoria dei sobborghi. Io sono in mezzo a questi due mondi e trovo il mio punto d’osservazione stimolante ed estremamente interessante. Ci sono quartieri di Milano che ho visto cambiare completamente, apparentemente in meglio, ma che forse hanno perso l’autenticità di un tempo. Da questo punto di vista concordo con Alda Merini che tornando in città dopo molti anni trova il quartiere dei Navigli completamente diverso e  in un suo celebre testo scrive: “Milano è diventata una belva/non è più la nostra città/adesso è una grassa signora/piena di inutili orpelli”.

La Milano di oggi è senza dubbio più internazionale di venti, trent’anni fa e offre servizi d’eccellenza che ne fanno una delle metropoli più all’avanguardia d’Europa. Tuttavia, il progresso e soprattutto la globalizzazione hanno comportato cambiamenti radicali e a mio avviso non sempre positivi. Penso alla scomparsa di luoghi impossibilitati a  reggere la sfida con le nuove catene di negozi e ristoranti: sono tante  le tante librerie indipendenti che hanno chiuso, i  piccoli caffè rimpiazzati dai fast food o dai sushi bar o le storiche botteghe artigiane schiacciate dalla concorrenza dei prodotti della grande distribuzione. Milano è anche una città tentacolare, il cui urban sprawl ha ingoiato chilometri di campagna e si è spinta non molto lontano dai luoghi dove sono nata e cresciuta, ora divenuti sempre più spesso anonima periferia, dove persino la nebbia non esiste più: la progressiva riduzione degli spazi verdi e la perdita del senso di appartenenza a una piccola comunità, tipica dei paesi che fanno ormai parte della metropoli, e  il conseguente aumento della microcriminalità sono tutti  fenomeni ai quali trovo particolarmente difficile abituarmi.

  • La fretta, il vuoto, la solitudine di Milano fanno da contrappunto al canto delle “ossa danzanti, ancora vive” di Stonehenge, dove nel silenzio di pietra riecheggiano storie e voci del passato. I suoi versi raccolgono la musica del tempo e al tempo ne affidano il respiro. Sarà in grado la Poesia di rendere eterno il respiro della vita? È veramente possibile “evitare la morte imparando a scrivere”?

La poesia ha un ruolo fondamentale nella vita dell’uomo, è necessaria quanto il cibo, l’acqua o l’aria. Il suo potere salvifico non coinvolge solo chi la fa ma anche chi la legge ed è a sua volta stimolato a pensare, talvolta a scrivere, a fare un viaggio dentro di sé maturando consapevolezze che possono davvero strapparci dalla banalità del nostro quotidiano e dal nostro destino mortale. In questo senso, la poesia per me ha un ruolo molto simile alla preghiera.

  • E infine… nella potenza dell’urlo ruggente della tigre che fa eco nel cuore dei lettori… qual è l’eredità feconda che vuoi lasciare con questi tuoi preziosi versi?

Vorrei che i miei lettori potessero essere attraversati non solo spiritualmente ma anche fisicamente dai miei versi, offrire loro la possibilità di fare un viaggio che coinvolga i cinque sensi e li risvegli uno ad uno. Vedere il mondo da prospettive sempre diverse, mutevoli e anche contrastanti, rischiando di perdersi per poi ritrovare una parte inedita e nascosta di sé. Vorrei che si sentissero meno soli in questa avventura meravigliosa e imprevedibile che è la vita.

a cura di Emilia Dente

L’Italia nella tv. Roberto Robert racconta sessant’anni di storia patria, visti da dentro e da dietro il televisore

intervista a cura di Carlo Crescitelli

VOLUME VINCITORE DEL 1° PREMIO DEL CONCORSO, SEZIONE NARRATIVA


Siamo andati a conoscere ROBERTO ROBERT, autore di FINCHÉ SUONA LA CAMPANA (SILELE 2016), il brillante romanzo sull’epopea dell’emittenza televisiva che si è aggiudicato la vittoria, per la sezione narrativa, della seconda edizione della nostra rassegna per volumi editi “Un libro in vetrina.  Questa la nostra informale chiacchierata sul suo libro.

  • Innanzitutto le nostre congratulazioni Roberto, per il tuo successo nel concorso; e poi facciamo come se ci stessimo allenando su un ring di quelli che hanno ispirato il titolo del tuo romanzo, cioè partiamo subito dai fondamentali, dal primo uno/due di domande. Quando e come ti è venuta l’idea di raccontare la storia della tv e in particolare delle tv private, dell’Italia che hanno rappresentato e per certi versi ancora rappresentano? Puro desiderio di affabulazione, semplice ansia documentaria e di sintesi, o c’è anche qualche altra ragione?
profilo
Roberto Robert

Buongiorno e grazie per questa opportunità che mi viene offerta dal vostro concorso. In effetti, la vicenda narrata nel mio libro rappresenta una parte essenziale delle mie esperienze giovanili, quando – ahimè, ormai 40 anni fa – ho svolto l’attività di giornalista presso una piccola emittente bergamasca, ora scomparsa come la quasi totalità delle tv locali. Io sono nato pochi anni dopo l’avvento della prima Rai in bianco e nero, e come tutti quelli della mia generazione sono cresciuto con la televisione; ma le differenze tra allora e oggi sono moltissime. Quando all’inizio degli anni ‘80, microfono in mano e tecnico con telecamera a spalla al seguito, fermavo le persone per strada per un’intervista, molte scappavano via o adducevano scuse per non farsi riprendere, mentre oggi è tutto il contrario: c’è gente che combinerebbe qualsiasi nefandezza pur di apparire in tv.

Come predisse Andy Warhol più di mezzo secolo fa, “ognuno al mondo sarà famoso per 15 minuti grazie alla televisione.” Giorgio Gori, che ha scritto la prefazione del libro, in quegli anni svolgeva la stessa professione, era giornalista di un’emittente locale. Come si scherzava allora, per quel mestiere ci “consumavamo le scarpe”

  • A dispetto del suo tono coinvolgente, appassionante, leggero e a più riprese esilarante, il tuo romanzo sviluppa in realtà sullo sfondo una serie di temi assai complessi, e spesso interconnessi tra loro. Come ad esempio l’etica dell’informazione, la genesi e lo sviluppo del consenso politico, la manipolazione della pubblica opinione, la tutela e il rispetto della privacy. È esattamente di queste cose che volevi parlare in partenza, e la storia d’invenzione ti è parsa un veicolo ideale per lanciare dei messaggi, o è successo piuttosto l’inverso, vale a dire sono state le singole tematiche sociopolitiche a rendersi di volta necessarie per ambientare e contestualizzare una storia che volevi di respiro sì universale, ma al tempo stesso anche molto attuale?

I temi che emergono dalla filigrana di questo romanzo sono indubbiamente molti e complessi e in gran parte derivano dal vissuto personale: studi, giornalismo, lavoro, passione per la politica e per i fenomeni sociali. Tutto ciò ha influito nella stesura del libro: si è trattato di una gran fatica, soprattutto nell’amalgamare argomenti attuali e del passato all’interno di una narrazione che, comunque, doveva rimanere letteraria sia pure con qualche sconfinamento nella saggistica. Poi, quando l’ho consegnato all’editore, mi sono accorto che avevo superato le cinquecento pagine e mi son detto: è troppo corposo, non me lo pubblicherà mai. Invece è andata bene, è stata una scommessa vinta per entrambi.

  • Nella lunga vicenda compaiono e si scontrano tra loro almeno quattro generazioni, ora ne banalizzo le definizioni perché sono sicuro che ci capiamo perfettamente: boomers, yuppies, millennials, web generation. E di tutte, nessuna esclusa, tu mostri impietosamente i limiti. Si tratta di un semplice espediente narrativo di tipo drammatico, un modo professionale di dare sale ai tuoi tanti personaggi, o invece sei davvero convinto di non poter salvare nessuno?

La mia, in questo e negli altri miei romanzi, è una particolare cifra narrativa un po’ provocatoria. Mi piace mettere in evidenza i nostri difetti, le nostre ossessioni, talvolta in modo divertente o addirittura grottesco. Credo che tra i compiti della narrativa ci sia anche questo, far riflettere il lettore sulle realtà meno piacevoli che tentiamo di mascherare per primi a noi stessi. Sotto questo aspetto, il genere giallo/noir è quello ideale per esprimersi, permette di affondare i colpi con maggior facilità.

  • Le tante pagine sulla boxe. Pura metafora della quintessenza della competizione, ingrediente romantico e bohemien, concessione a un immaginario sempre di moda, o piuttosto passione personale a prescindere?   

71Hq4lr8rpLDa ragazzo, quando trasmettevano in tv gli incontri di boxe, stavo sveglio fino a tardi con mio papà. Parliamo di Benvenuti, Mazzinghi, Arcari, Loi, di grandissimi campioni del passato ancora oggi molto amati. La passione è nata allora, anche se adesso sembra preistoria e questo sport è poco seguito.

Premesso questo, il libro è stato tra l’altro ispirato dalla lettura di un breve saggio di Omar Calabrese da titolo “Come nella boxe. Lo spettacolo della politica in tv”, uscito ormai da più di vent’anni ma di grande attualità ancora oggi. Una riflessione sui talk show, modellati fin dall’inizio come fossero veri e propri combattimenti catodici, compresi arbitro, allenatori e secondi, che hanno influenzato tutta la produzione televisiva. Oggi si azzuffano perfino nei programmi di cucina, per capirci.

In merito al titolo, infine – sono stato un po’ ruffiano, lo ammetto – la citazione della campana richiama un famosissimo libro di Hemingway, che era a sua volta appassionato di pugilato e lo aveva anche praticato in gioventù. Come vedi, tutto si tiene, anche se la sua campana era ben diversa dalla mia.

  • E veniamo adesso a Milano: romanzo milanesissimo, il tuo, che forse più di così non si può. Ma per te Milano è davvero la città affascinante e dannata che tutti abbiamo imparato a conoscere, sempre alle corde, sempre su un eterno viale del tramonto ma che alla fine si rialza sempre per tornare a combattere e vincere? Hai visto quante figure da pugilato ti ho infilate nella domanda? 

Io a Milano ho studiato all’università e ho lavorato per una ventina d’anni, come molti bergamaschi. E come bergamasco, ho sempre patito il peso dell’essere “provinciale”, come il topino di campagna che si reca in città. Pensa che un secolo fa, alle coppie di sposi delle nostre vallate che andavano a fare il viaggio di nozze a Milano, sembrava di essere stati chissà dove.

Tra Bergamo e Milano, seppure distino tra loro solo cinquanta chilometri, c’è un abisso. Eppure il bergamasco, che alla sera torna sempre volentieri a casa sua e mai si trasferirebbe nella metropoli, a Milano è comunque legato e si trova bene. Io non so se questa città sia dannata, ma credo che non sia mai andata davvero al tappeto, nemmeno nei momenti più bui. E di certo a molti ha offerto opportunità che in altri posti nemmeno esistevano.

  • Parliamo del percorso fatto dal libro. Come è stato accolto, dalla sua uscita a oggi, “Finché suona la campana”? Hai avuto dei riscontri che ti hanno sorpreso – magari perché provenienti dal di fuori dello stretto ambito degli addetti ai lavori di informazione/intrattenimento – o degli inattesi tributi di interesse da parte di fasce di lettori che inizialmente non avevi annoverato tra il tuo pubblico potenziale?

Sono sincero: con questo libro, il terzo dei cinque che ho scritto, ho iniziato a sentirmi davvero un autentico scrittore. Sarà per le dimensioni, ben 560 pagine; sarà per il suo respiro temporale, la vicenda narrata dura sessant’anni; sarà per l’immane lavoro di ricerca che mi è costato, per gli oltre cento personaggi che ne popolano le pagine, per il sottile filo noir che lega i protagonisti…

Diversi amici e lettori mi hanno confessato di essere stati svegli fino a notte fonda per terminarlo, rapiti dall’intreccio. Per questo, credo non a caso, è un romanzo che ha ricevuto diversi riconoscimenti: due premi nazionali, questo organizzato da voi e un secondo in Lombardia, un premio speciale, tre volte in finale e due diplomi di merito. Questo significa che alle giurie, composte da scrittori, giornalisti, professori, critici, è piaciuto molto.

  • Grazie Roberto, ancora complimenti, e salutiamoci con degli aggiornamenti e delle previsioni. Il tuo romanzo, uscito nel 2016, copre un arco temporale che va dal 1954 al 2014. Da allora, come continua la magica avventura della tv? Che cosa è successo dopo, che cosa succederà ancora in futuro? 

Io penso che il televisore ci terrà avvinti davanti allo schermo ancora per molti anni. Certo in modo diverso: saremo noi a creare i nostri palinsesti destreggiandoci tra satellite, pay tv, web, streaming, programmi tradizionali e chissà che altro ancora. Perché la tv è uno strumento che si evolve, combatte, cade e si rialza.

Credo che capiterà alla tv ciò che si pronosticava per il libro stampato, cioè che con l’avvento degli ebook le edizioni di carta sarebbero scomparse. Invece non è accaduto, e secondo me non accadrà per decenni. Più in là nelle previsioni però non mi spingo, non credo che riuscirò a vedere chi o cosa soppianterà il televisore nelle nostre case.

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