“Un modello per la sicurezza dei dati personali nell’era digitale”, intervista agli autori

L’imminente pubblicazione per la Tab edizioni del volume a quattro mani, Un modello per la sicurezza dei dati personali nell’era digitale, scritto da Massimo e da Flavia Montanile, ci rassicura in qualche modo e ci consente di orientarci nel labirinto delle questioni che coinvolgono, in epoca di lockdown, e in quella successiva che stiamo vivendo, la sfera della sanità digitale, della privacy, e soprattutto quella delle nuove tecnologie necessarie per gestire in assoluta sicurezza il cambiamento. In realtà è emersa, in maniera sempre più chiara ed evidente la necessità di considerare con assoluta priorità questo aspetto cui si collega parallelamente, quello della salvaguardia delle libertà individuali, seriamente compromesse dall’emergenza pandemica. E non a caso i trattamenti progettati per attuare le misure di lockdown, e quelle successive di contenimento della diffusione del virus, hanno richiesto azioni specifiche orientate proprio in questa direzione. E tuttavia il dispiegarsi di nuovi scenari nel mondo dell’organizzazione del lavoro, con l’introduzione del cosiddetto ‘lavoro agile’, se da una parte ha spinto a rivedere radicalmente schemi operativi del tutto improponibili in epoca di emergenza pandemica, dall’altra ha finito per portare allo scoperto gravi disparità e gravi contraddizioni sociali. Sappiamo che oltre il 60% della popolazione mondiale è online: quasi 300 milioni di persone hanno avuto accesso ad internet per la prima volta nel corso del 2019, e oltre due terzi della popolazione globale possiede un dispositivo mobile. In tale contesto la mancanza di un quadro di governance globale della tecnologia rappresenta un rischio rilevante che rende necessario un approccio olistico per governare la sicurezza dei dati, soprattutto quelli personali.

    imageIl libro in questione è uno strumento metodologico che fornisce un quadro generale chiaro, utile a pianificare gli interventi necessari, l’adeguamento, la revisione e l’innovazione dei processi operativi. Nel libro convergono anche le riflessioni ispirate dai quesiti posti dagli studenti nel corso delle lezioni universitarie e delle attività di formazione aziendali, tenute dagli autori, che conferiscono alla ricerca ulteriore concretezza e operatività. Difatti use-case reali supportano l’aspetto didattico e consentono di valutare il livello di apprendimento della materia.

    A rendere più fruttuoso l’impegno profuso dagli autori nell’allestire questa singolare guida operativa è indubbiamente la potenzialità diffusiva a livello internazionale della ricerca, che abbatte confini geografici e differenze di genere. E sotto questo aspetto ci piace immaginare un’affinità genetica tra lo spessore e la qualità scientifica dei due ricercatori, padre e figlia, il primo Massimo Montanile, Data Protection Officer di Elettronica S.p.A., fondatore dell’Associazione Privacy Safe, delegato Federprivacy Roma e Fellow dell’Istituto Italiano per la Privacy, membro del comitato scientifico dell’Associazione Scientifica per la Sanità Digitale. Da oltre trent’anni si occupa di Information Technology e di sicurezza delle informazioni; ha maturato significative esperienze in diverse aziende multinazionali. Direttore della collana Cyber | Security | Defence, una collana che spazia tra tecnologie e contesti coinvolti nel complesso mondo della cybersecurity; autore di numerosi studi sul tema della privacy e della sanità digitale, e ha al suo attivo anche esperienze di docenza presso varie Università italiane.

   Non di meno Flavia Montanile, specialista terapeuta nell’ambito della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, vanta un percorso formativo in ambito sanitario, esteso anche al campo della diagnostica e della riabilitazione delle sindromi autistiche e di altre patologie comunicative. Dal 2017 specifica i propri interessi nell’ambito della privacy e dei processi aziendali, che si affiancano all’attività di famiglia con una costante ricerca in ambito tecnologico; significativa la sua partecipazione, con contributi importanti e innovativi, a diversi progetti di compliance normativa, di progettazione e implementazione di sistemi di gestione ISO e di formazione. Già consulente per la gestione processi per HQ Target, consegue successivamente le qualifiche di Lead Auditor per gli schemi ISO9001 e ISO27001, mettendo a frutto tutta l’esperienza realizzata negli ultimi anni sul campo. Particolarmente versata per la multidisciplinarità, determinata e flessibile, mostra un’apertura che le consente di coniugare in maniera proficua i suoi due mondi professionali, arricchendoli vicendevolmente. Ad attestare la particolare  ricchezza e  versatilità del suo impegno di ricercatrice si aggiunge il recente riconoscimento, ottenuto a livello internazionale, con l’iscrizione del suo nome nel registro europeo Women4Cyber, di fresca istituzione, un riconoscimento sicuramente di prestigio, in un’iniziativa nata dalla necessità di dar voce e spazio a quelle donne che operano nel campo della cybersecurity, nell’intento di accrescere l’equilibrio di genere nella forza-lavoro di un settore, tradizionalmente retaggio esclusivo dell’universo maschile. Margrethe Vestager (Vicepresidente esecutiva dell’Associazione Per un’Europa pronta per l’era digitale) ha sottolineato con forza come la cibersicurezza debba oltrepassare i confini di genere, avvalendosi del contributo insostituibile del femminile: «le donne portano esperienza, punti di vista e valori nello sviluppo delle soluzioni digitali». E non a caso tra gli obiettivi primari di questa iniziativa è proprio quello di promuovere la cultura della sicurezza informatica tra tutti gli Stati membri dell’Unione, superando preconcette esclusioni e agevolando il collegamento tra i vari gruppi di esperti del settore, le imprese, le associazioni e le Istituzioni nazionali.

   Rivolgiamo ora alcune domande agli autori nell’intento di entrare nel laboratorio della loro ricerca, ricostruendo genesi, finalità e obiettivi di questo libro.

  • Come nasce l’idea del libro?

Flavia: Un modello per la sicurezza dei dati personali nell’era digitale è il risultato della mia crescente curiosità in ambito privacy. Affascinata dalla rapidità con cui in questi anni si è modificata la realtà che ci circonda e dalla continua ricerca innovativa in ambito tecnologico, ha per me giocato un ruolo chiave il GDPR, strumento tramite il quale oggi si cerca di regolamentare e proteggere la circolazione dei dati personali. I suggerimenti di mio padre, i dibattiti durante le cene, e la mia voglia di partecipare alla trasformazione in corso, mi hanno spinta ad intraprendere la scrittura di questo libro che mi ha permesso di confrontarmi con il mio interlocutore, non soltanto in qualità di figlia, ma anche come professionista, abituata a lavorare sul campo, in realtà a collaborare e a condividere il raggiungimento di un obiettivo. Il modello proposto in questo libro, oltre a proporsi come guida pratica, utile a pianificare i singoli interventi necessari, e a implementare un sistema di gestione per la privacy, consente di valutare, autonomamente, il proprio livello di apprendimento della materia attraverso use-case reali. Il risultato conseguito con questo lavoro rappresenta per me un traguardo importantissimo, che testimonia la determinazione con cui io e mio padre ci dedichiamo alle nostre passioni, e ci ha fatto scoprire, con il piacere del confronto, solide affinità intellettuali oltre che affettive.

Massimo: L’idea di proporre una guida operativa sulla privacy nasce dalla convinzione che la necessità di una simile azione di adeguamento debba avvalersi di uno strumento metodologico in grado di supportare una visione olistica utile a pianificare i singoli interventi necessari, avendo però chiaro il quadro d’insieme. Il libro propone dunque un modello teorico di implementazione di un sistema di gestione per la privacy, accompagnato da applicazioni pratiche di immediato utilizzo, con template e tool pronti all’uso e facilmente adattabili per qualsiasi specifica necessità.

  • Il libro, com’è ormai ben chiaro, offre alla riflessione una vision della sicurezza e della privacy a livello di prassi operativa con uno sguardo ai processi visti nella loro realizzazione pratica. Ma come siete arrivati alla necessaria verifica sul campo?

Massimo: L’applicazione pratica di alcuni modelli teorici utilizzati nel libro è stata possibile grazie all’ampia disponibilità del Gruppo Elettronica, che ci ha consentito di sperimentare sul campo e di verificare l’applicazione concreta dei principi privacy, intervenendo direttamente sui processi aziendali.

Flavia: A vantaggio dell’aspetto didattico del lavoro sono proposti anche use-case tratti da casi reali, utili per valutare il livello di apprendimento della materia, nell’intento di fornire un ulteriore contributo alla finalità, anche didattica, del testo. Gli scenari proposti e gli argomenti trattati sono tutti affrontati in prima persona dagli autori, nei numerosi progetti cui hanno avuto l’opportunità di partecipare, in qualità di DPO o di esperti di Data Protection, di consulenti tecnici o organizzativi, ma tanto più efficaci in quanto per gran parte sollecitati dai quesiti posti dagli studenti nel corso di lezioni universitarie o nell’ambito dei corsi di formazione aziendali tenuti.

  • La trasformazione tecnologica spinge l’innovazione ma pone anche problemi sociali e di sicurezza. Quale sfida attende le moderne organizzazioni?

Flavia: Dinamicità associata a celerità rendono il nostro paese, ancorato a vecchie tradizioni, ben distante da quella che oggi è una realtà incontrovertibile, cioè l’essere noi già in piena “rivoluzione”. Ne consegue che bisogna navigare sull’onda del cambiamento per non venirne travolti e lasciati indietro, come un relitto sul fondale marino, sfuggendo ad ogni tentazione neoluddista di opposizione all’innovazione. Concepire questo cambiamento come se fosse un fiume in piena ci permette di comprenderne la potenza e la profondità, e quanto queste trasformazioni mirino a sradicare antiche convinzioni e vecchi concetti, per portare una linfa che dall’interno rinnovi il modo di interpretare la sicurezza in ottica privacy. Dunque, ciò che possiamo definire uno dei ‘fattori contro’ è sicuramente la lentezza dei processi burocratici che penalizzano ormai da tempo i cittadini, e costituiscono da sempre una delle criticità del “Bel Paese”, sempre più incapace di soddisfare bisogni e necessità del singolo. Inadeguatezze rese ancor più evidenti dall’avanzare di proposte e richieste sempre più esigenti, sempre più tecnologiche, sempre più sicure… Insomma, si tratta di una vera e propria sfida, quella di spezzare il binomio ossimorico di lentezza e velocità, intimamente congiunte nella danza del progresso.

a cura di Sara Cataudella

IN LIBRERIA # 7

a cura di Carlo Crescitelli

Ben ritrovati a questo nuovo esordio autunnale della nostra rubrica: nella quale, come già sapete, segnaliamo periodicamente autori, autrici ed i loro lavori. Come già in passato, anche stavolta abbiamo raggruppato le nostre proposte per grandi aree tematiche, puramente indicative, mai esaustive; e come sempre, gli estremi completi di tutti i volumi cennati, le copertine e i link alla rete li trovate tutti in fondo. Buone letture!

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EMARGINAZIONE/CONFLITTI SOCIALI

  • Francesco AMORUSO, nelle sue dolenti cronache da una immaginaria Napoli catastrofizzata prossima futura, ne pone in luce i drammi e le tensioni dell’oggi 
  • Giuseppe FRANZA ci mostra la miseria morale di un immaginario paese del Sud, della quale il calcio dilettantistico è specchio, ma anche chance di riscatto.
  • Domenico IPPOLITO ci svela inquietudini e tumulti interni di una adolescenza vissuta nella Puglia del 1993 toccata dalla vicina guerra nei Balcani.

ROMANZO STORICO/STORIA DELLA LETTERATURA     

  • Chiara BABELI ci racconta storie di campagna, di povertà e di guerra, dall’Emilia al fronte, fino alle grandi temperie sociali di seconda metà ‘900.
  • Miette MINEO ci proietta nell’algida Catania del 1700, tra il tormento di un amore proibito, e le tribolazioni di una chiusura in convento imposta.
  • Isabella PUGLIESE ci presenta Gian Pietro Lucini: autore futurista anomalo, le cui sperimentazioni anticipano diverse delle tendenze letterarie che seguiranno.

INDAGINE PSICOLOGICA

  • Paolo DAL CANTO ci accompagna nelle vite stralunate dei protagonisti dei suoi racconti, a loro modo orgogliosi di essere dei perdenti dalla forte identità.
  • Amleto DE SILVA ci immerge nell’esilarante abbrutimento di una Salerno violenta e selvaggia, dove il paradosso è la regola, e il rischio il pane quotidiano.
  • Laura FACOLLO ci conduce per mano in un viaggio fantastico e onirico, dove dominano curiosità e confronto, e la vera meta è la ricerca del sé interiore.
  • Franco FESTA tratteggia il quadro a fosche tinte di una Avellino pugnalata da corruzione ed ipocrisia, in cui pochi idealisti si battono per un difficile futuro.
  • Aldo VIANO va per noi all’esplorazione della ricca fauna umana di un Grand Hotel: fiabesco non-luogo per eccellenza di vanesie esistenze votate all’effimero.

FANTASTICO (NARRATIVA E SAGGI)    

  • Ida DANERI ci catapulta nel magico Ottocento irlandese, sulle tracce –rigorosamente oltre il tempo e lo spazio – di un singolare, perplesso stregone.
  • Raffaele FIORILLO ci offre una vicenda fantascientifica dal sapore classico, ambientata in una Napoli devastata da una truce invasione aliena.
  • Piervittorio FORMICHETTI analizza per noi allegorie e suggestioni dantesche de La casa sull’abisso di William Hope Hodgson.
  • Francesco TORREGGIANI ci porta nella cupa cittadina texana di Burn City, dove un detective dell’occulto indaga su delitti con radici nel remoto passato.

LETTERATURA PER L’INFANZIA  

  • Nadia CERCHI regala ai bimbi la favola dolcissima di un cucciolo di delfino, che si affaccia alla vita nel misterioso e magico mondo sottomarino.

VIAGGI E TURISMO    

  • Marilena D’ASDIA ci guida alla scoperta di una inedita Palermo tutta al femminile, con l’aiuto di autorevoli voci di donne che l’hanno vissuta e la vivono.


in libreria


SAGGI

NARRATIVA

TEMPI CHE FERISCONO, SCRITTURA CHE PUÒ GUARIRE. La Avellino che non si arrende nell’ultimo romanzo di Franco Festa

Le due enigmatiche creature letterarie di Franco Festa, l’oggi anziano commissario Mario Melillo, ed il suo giovane successore Gabriele Matarazzo, hanno attraversato con costanza – recentemente talvolta anche insieme – gli ultimi decenni della storia alternativa di una città, quella di Avellino, presentata e descritta dall’autore come talmente possibile dall’aver assunto ormai un ruolo di primo piano nell’immaginario di noi lettori. E intanto, con all’attivo ben otto romanzi delle loro indagini, le ultime delle quali condotte in coppia, più altre apparizioni su stampa e antologie, questo anomalo duo di detective è diventato una familiare ed irrinunciabile consuetudine anche per il pubblico di fuori provincia e del resto d’Italia. Oggi parliamo con Franco di La ferita del tempo, il suo ultimo volume uscito per Robin Edizioni, collana “I luoghi del delitto”.

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  • Franco, tu e i tuoi due magici commissari siete davvero una sorta di icona in città. Come te lo vivi, questo grande affetto locale? Immagino possa crearti talvolta qualche imbarazzo, come lo superi quando succede?

Ecco, tu hai usato un termine che mi piace: affetto. È una parola forte e importante e soprattutto richiede impegno per meritarlo e costanza per non perderlo. È un affetto che si è consolidato nel corso degli anni, e che ultimamente avverto in modo molto diretto. Anche se io, misantropo per natura, non sono solito frequentare luoghi e trattenermi spesso con persone. Ho però la percezione, tramite mail, telefonate, che questo legame c’è. E sinceramente non provo imbarazzo, anzi accade una cosa diversa. C’è una domanda che un poco mi tormenta: riuscirai ad essere sempre te stesso, a non inseguire ad ogni costo l’evanescente flusso di essere ad ogni costo in primo piano? Ciò che so di certo è che non riesco a scrivere su ordinazione, o su spinta di altri. La gestazione di ogni storia è lenta, perché è una ricerca dentro di sé, dentro il proprio mondo interiore. Ho sempre detto che al posto di andare da un analista mi sono messo a scrivere. Dunque chi mi legge deve pazientare, e l’affetto è perciò continuamente messo in discussione dalle mie debolezze, dalla sfiducia che spesso mi assale, dal mio “cattivo” carattere.

  • Cardine fondamentale delle vite e delle vicende dei tuoi protagonisti e dei loro comprimari è il loro rapporto, ora sereno ora deviante ora conflittuale, con l’urgenza dell’impegno civile: sono davvero così, per te, gli avellinesi e gli irpini?

    Franco Festa
    Franco Festa

Mi fai una domanda a cui non so rispondere, perché usi un termine, l’urgenza, ormai ai più sconosciuto. In città, in provincia, salvo rari avamposti, l’impegno civile non esiste. Prevale una visione miope, utilitaristica, mediocre, del vivere, che trova poi espressione nel livello infimo della classe politica sulla scena, che è lo specchio della società civile. Io non sono un nostalgico dei tempi andati, anche se qualche frettoloso lettore ogni tanto mi appioppa questo termine. Ho anzi provato, nei miei romanzi, a mettere in luce gli errori, i misfatti, le tragedie che hanno caratterizzato la città dal dopoguerra ad oggi. Ma è indubbio che ci sono stati periodi, anche se brevi, penso al ’68, penso agli anni di Di Nunno, in cui si è provato a sperimentare una via diversa, fondata su una partecipazione collettiva e su una scelta di onestà e di disinteresse. Ma sono stati momenti brevi, che alla fine non hanno lasciato segni, se non nel cuore di pochi. La città si è in fondo sempre caratterizzata per una capacità di acclamare i potenti, di acconciarsi in un familismo amorale, di far finta di non vedere, di non sapere. La viltà civile è il suo segno. Certo, esistono minoranze che resistono, che indicano alternative possibili, ma la loro è una flebile voce.

  • E il resto del mondo, com’è? Uguale ad Avellino? Fino a che punto?

Lo è almeno tanta parte del Mezzogiorno, che sembra ormai abbandonato al suo destino di emarginazione, di rincorsa disperata di prebende che non porteranno sviluppo, in cui gli elementi criminali, la mafia, la camorra la ’ndrangheta sono i veri padroni del futuro, in un legame non più conflittuale, ma organico, con la politica che conta. È un quadro triste, lo so, ma al quale non bisogna arrendersi. Ci sono anche tante energie positive, tanti elementi di modernità, tanti che cercano di collegarsi alle novità del mondo, ma sono spesso bloccati in una morsa “medioevale” dalla quale spesso sono soffocati.

  • A parziale dispetto della generazione cui appartieni, tu sei uno di quegli autori molto a loro agio sui social: ti sei infatti saputo conquistare, con il tuo quotidiano e garbato storytelling, risultati importanti ed estesi nella promozione e nella comunicazione dei tuoi lavori. Una operazione che oggi tutti intraprendono, ma che a conti fatti riesce a pochi: dunque, qual è il tuo segreto?

La risposta è semplice. La mia formazione scientifica – sono sempre e innanzitutto un prof. di matematica e fisica – e la mia curiosità mi sono state molto di aiuto. Tratto di pc e annessi dai tempi del Commodore 64, e mi è sempre piaciuto capire. Oggi, con l’avvento dei social, tutto naturalmente è diverso. Però non sono innamorato di questa svolta. La uso, con garbo – grazie del bel termine che hai usato – perché so che non se ne può fare a meno, specie se sei uno scrittore. E dunque è un modo non dico di fare “pubblicità” a ciò che produci, ma di comunicare agli altri le tue emozioni e quelle dei tuoi lettori. La condizione è essere sinceri, non esagerare, non sommergere gli altri con fiumi di post. Vedo incredibili cose intorno a me. Scrittori e poeti che confondono Facebook con la realtà, che comunicano sette volte al giorno le loro pene, scambiando i fiumi di like che li sommergono con la realtà, inventando una letteratura che deve essere “agile, veloce, diretta”. Patetici. Una cosa è utilizzare uno strumento, altra è farlo diventare il fine del tuo agire, che invece è sempre fondato su un lavoro lento e attento, sul rispetto delle parole che utilizzi e dei personaggi che crei.

  • Adottando per l’occasione il tuo stesso linguaggio poliziesco, l’identikit del tuo lettore ideale ce lo consegna piuttosto giovane: eppure, i temi che affronti non sono sempre di stretta attualità, anzi. Da che cosa dipende, allora, questo singolare appeal che tu eserciti su un pubblico così lontano da te dal punto di vista anagrafico?

Io penso dipenda dal tentativo che faccio di raccontare sempre la verità, di non indorare la pillola, di non scegliere strade false o consolatorie. Soprattutto di dare spessore umano a tutti i personaggi, colpevoli o vittime che siano. E infine di non dimenticare mai l’adolescente inquieto che sono stato. Penso che dipenda da questa miscela. L’autenticità e il rispetto sono i veri legami con generazioni così lontane.

  • Il tuo stile ed il tuo linguaggio sono decisamente assai personali, in questo abbastanza lontani da quelli dei grandi classici del genere: e allora quali sono, da dove provengono i tuoi riferimenti letterari?

Io non ho mai amato né frequentato la letteratura gialla. Non lo dico perché la considero “minore”, semplicemente è andata così. Mi sono nutrito dei grandi classici del ’900 della letteratura italiana (Pavese, Calvino, Vittorini), ho adorato Pascoli, ma una luce è stata più forte di ogni altra: l’opera di Pier Paolo Pasolini, il cui stile, la cui parola e la cui vita sono stati il faro costante del mio agire. E poi naturalmente tutto l’800 francese e russo, e il ’900 americano, e Emily Dickinson, e… tanti, tanti libri, di cui ora maledettamente ricordo poco, che però mi hanno costruito come persona e come (modesto) scrittore. Ecco, fammelo dire. Io non credo di scrivere gialli. Credo di scrivere romanzi che utilizzano questo strumento. Sembra una piccola differenza, ma non lo è. Se scrivessi gialli potrei sfornarne con facilità uno ogni sei mesi. Così non è, perché il mio processo creativo è completamente diverso. Ma, ovviamente, il giudizio finale spetta a chi ti legge.

  • E veniamo alla colonna sonora degli eventi. Nell’ultimo libro ci sono i Clash e Bob Dylan, e gira voce che ti piacciano persino i Nirvana. Rock internazionale quindi, come mai, perché?

È la curiosità e la voglia di tenere aperta la mente, a tutte le novità la chiave. Per anni sono stato un divoratore di musica classica e autoriale, Bob Dylan su ogni cosa, e ho capito tardi che mi sono perso tanto. E non mi vergogno di dirti che ho scoperto i Nirvana da poco, e che ho voglia di conoscere e esplorare nuovi mondi. Odio quelli della mia età che dicono “ai miei tempi”. Il mio tempo è quello di ieri e quello di oggi, e dunque il bello non è fermo in un periodo, è diffuso, e scoprirlo è sempre una gioia.

  • Avviandoci alla conclusione di questa chiacchierata: tu in sostanza racconti una città come è, o potrebbe (essere stata). Ma, nel mentre lo fai, ci fai capire come dovrebbe (essere). Ci dici adesso invece come secondo te sarà?

Sono molto pessimista. È una città che ha perduto la sua centralità rispetto all’Irpinia, che non ha un’idea di sé per prossimi 10-20 anni, che vive delle carcasse del pubblico denaro, che si acconcia a piccole nefandezze. Non so se uscirà da questo stato. So però che non bisogna mai desistere.

  • Franco, grazie del tuo tempo e dell’empatia nelle tue risposte, e chiudiamo con la classica domanda da fan molesto: che cosa succederà adesso, nella Avellino di Melillo e Matarazzo? Cos’hai in pentola per loro e per noi? Puoi darci qualche anticipazione?

Mi trovi in una situazione complessa. È come se il lockdown avesse congelato ogni mia idea, mi avesse chiuso nella difesa sterile del presente, avesse fatto accrescere la mia sfiducia nella possibilità di scrivere ancora. Però poi scopro, sempre più frequentemente, che tanti, avellinesi e non solo, hanno riscoperto il cuore antico della propria città, cercano quelle strade, se ne innamorano. Tanti mi inviano le loro foto sulla Salita dell’Orologio, dove vivono i miei due commissari. Sono fatti che mi turbano nel profondo, che mi emozionano tanto. E allora capisci che non puoi fermarti, perché è come mi si fosse affidato un compito, di resistenza civile e di difesa di quella parte della propria città così svilita e dimenticata. Ma neppure il senso del dovere può essere l’unica molla del processo creativo. Sono sempre creature fragili e delicate quelle che chiedono di avere vita nelle pagine. Ed è materia da trattare con rispetto. Non so come finirà questa storia. Spero solo che non finisca.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

Con il bisturi a fondo nell’anima. Le straordinarie storie di ordinaria follia di Ilaria Caserini

Autopsia di un’emozione di Ilaria Caserini, PubMe 2019, era tra i romanzi che hanno concorso, distinguendosi, al nostro premio della scorsa primavera, “Un libro in vetrina”. L’autrice ha gentilmente acconsentito alla nostra richiesta di rispondere, a favore dei nostri lettori, a qualche domanda su questo suo coinvolgente lavoro.

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  • Innanzitutto: “autopsia” nel titolo, “incisione a y” nell’incipit… tu sei un medico, Maria Ilaria? Considerato anche il tono puntuale e impeccabile delle numerose argomentazioni scientifiche presenti nella storia, tutto lo lascerebbe supporre… o è forse la tua scrittura ad essere terapeutica, come di certo curativi e salvifici sono i percorsi dei tuoi personaggi?

Ilaria Caserini
Ilaria Caserini

No, non sono né un medico, né una psicoterapeuta; sono semplicemente una persona che ha toccato con mano la depressione, avendone sofferto io stessa e avendone sofferto persone a me molto vicine. Ho acquisito nozioni scientifiche e approfondimenti documentandomi, parlando a lungo con esperti del settore. E, sì, per me la scrittura è stata ed è tuttora terapeutica come spesso lo è l’arte, in ogni sua forma. Creare, esprimersi, dare vita a progetti partoriti con passione e dedizione sono preziosi mezzi per rielaborare traumi, incassare colpi, raggiungere consapevolezza ed equilibrio, trovare e preservare serenità.

  • La tua protagonista – anzi i tuoi due protagonisti – tirano entrambi le fila delle loro esistenze tristemente accomunate, a più di cinquant’anni di distanza l’una dall’altro, dallo stesso dolore antico legato al disagio psicologico, e alla dura battaglia per uscirne… quali sono state invece le tue motivazioni di autrice, nel voler affrontare, in questa specialissima e personalissima forma narrativa, un tema tanto delicato e difficile?

Di base sono presenti passione e buona predisposizione alla scrittura. Ho sempre amato creare storie e mi riesce bene farlo, ma ciò che, più di tutto, mi ha spinto a scrivere “Autopsia di un’emozione” sono stati il desiderio e la presunzione di tentare di aiutare chi, come me, conosce da vicino questo terribile male.

  • Psicofarmaci e psicoterapia: sono davvero due strade così dibattute come leggiamo nella storia che racconti?

Se aprissimo un dibattito a riguardo, potremmo parlarne per ore e ore. Psicofarmaci sì? Psicofarmaci no? Psicoterapia utile? Esistono molte correnti di pensiero, alcune basate su evidenze scientifiche, altre forse un po’ troppo “campate per aria”. Ciò che mi sento di dire io, che, ribadisco, non sono né medico, né psicoterapeuta, è che il mio vissuto e la mia personale esperienza mi hanno fornito ottimi motivi per pensare che è tutta questione di sinergia. Vale per molti aspetti della vita, quasi tutti, direi: non è un solo fattore che determina un risultato, ma è la sinergia fra determinati fattori. Se parliamo di ansia, attacchi di panico, depressione, gli psicofarmaci giusti, associati a una valida psicoterapia e a un determinato stile di vita, possono essere la chiave vincente per ritrovare serenità.

  • Parlavo del tuo libro con un’amica terapeuta – sai, noi altri recensori e intervistatori ci documentiamo sempre, prima di affrontare voi autori – e lei a un certo punto mi fa: “è un mandato generazionale”. E allora mi si accende una lampadina… ecco una bella chiave di lettura di quel che accade attraverso i decenni, chissà se era un obiettivo consapevole: ecco, guarda, te lo chiedo.

“Mandato generazionale”, interessante spunto di riflessione. Più che un mandato generazionale, il mio libro ha avuto (ha tuttora), tra gli altri, anche l’obiettivo di delineare un confronto tra la depressione ieri e la depressione oggi. La depressione non era compresa e accettata ieri come spesso non viene capita e accettata oggi, ma la situazione è di certo migliorata. Cinquanta anni fa, se soffrivi di depressione venivi considerato folle e rinchiuso in manicomio, torturato, privato della tua dignità; oggi, grazie al cielo, i manicomi non esistono più e, piano piano, certe problematiche vengono comprese sempre di più anche se la strada da percorrere è ancora lunga.

  • Beh, a dirtela tutta, la mia amica ha anche fatto delle considerazioni apparentemente un pochino più ciniche, circa il buon numero di fidanzamenti che, durante e dopo le terapie, finiscono spesso rottamati in un baule virtuale di ricordi, e chissà perché pure questo mi ha ricordato qualcosa… ne parliamo magari, senza spoilerare troppo?

L’obiettivo principale di una psicoterapia è fornire al paziente gli strumenti per imparare a conoscersi, in modo che possa raggiungere consapevolezza e trovare equilibrio e serenità. Quindi è probabile, anzi, auspicabile, che, durante e dopo la terapia, un paziente arrivi a tagliare i rami secchi che impediscono la sana evoluzione della sua esistenza. Rapporti amorosi, presunte amicizie, frequentazioni di vario tipo, una volta analizzata a dovere la propria vita, possono rivelarsi la causa (o la concausa) del malessere oppure, magari, non ne sono la causa, ma possono rappresentare, invece, un malsano appiglio al quale ci si aggrappa per cercare di stare a galla, un anestetico per il dolore che ostacola il cammino verso la serenità.

  • Divertiamoci adesso un po’ con qualcosa di molto meno grave, che anch’io ho in comune con la tua protagonista Anna, e forse anche con altre nostre lettrici o lettori: il tedio domenicale. Ne soffri anche tu? Qual è il rimedio?

Ne soffrivo anni fa; adesso per fortuna sono uscita dal tunnel J. Personalmente, credo che tale tedio sia dovuto alla mancanza di stimoli, alla prevaricazione dell’insoddisfazione e quindi, per ovviare al problema, sarebbe opportuno regalare al nostro corpo e al nostro spirito momenti all’insegna di ciò che più piace fare, scelti con accuratezza in base ai gusti personali.

  • E veniamo ora ai luoghi del tuo romanzo. Bondo Basso, Cangino, Viero, il fiume Pregnolo, la casa di cura psichiatrica Sant’Emilio di Milano: io li ho cercati su Google, ma non ho trovato mai nulla. Sappiamo però che gli eventi si svolgono in Lombardia, e che tu sei nata e vissuta a Casalpusterlengo: e allora, fino a che punto si tratta di geografia immaginaria?

I nomi geografici presenti nel romanzo sono tutti inventati, sono frutti della mia fervida immaginazione; così come sono nomi di fantasia quelli dei personaggi del libro anche se, ammetto, un lettore attento, che mi conosce di persona, potrebbe cogliere delle somiglianze fra luoghi inventati e luoghi reali del mio vissuto; idem per i personaggi.

  • Il tuo nuovo libro nel cassetto. Storie simili, o tutt’altro?

Nel cassetto, così come in testa, ho tanti progetti, ma poco tempo libero per poterli attuare. Sono mamma, pseudo-moglie, lavoratrice a tempo pieno, figlia, zia e anche prozia, ho una vita intensa e poco tempo, ahimè e sottolineo mille volte ahimè, da dedicare alla mia grande passione. Non ho smesso di scrivere e in cantiere ci sono due libri: uno strettamente collegato al primo e l’altro è una raccolta di racconti; quando vedranno la luce non ne ho idea. Inoltre, sarà pubblicata a breve una raccolta di racconti, tra cui anche uno fantasy scritto da me, nell’ambito di un progetto ideato dalla mia casa editrice.

  • Maria Ilaria, grazie del tempo dedicatoci e della tua bella apertura al dialogo. Proprio per questo, concludendo, mi viene da chiederti a chi consiglieresti maggiormente la lettura di “Autopsia di un’emozione”. Più a chi sia stato/a sia suo malgrado toccato/a da esperienze e drammi del genere, o viceversa più a chi abbia sinora goduto della fortuna di non esserlo? In altre parole, per la tua missione di autrice, è più importante la razionale consapevolezza o l’umana empatia?

Una cosa non esclude l’altra. Consiglio il mio libro sia a chi soffre, o ha sofferto, di depressione, sia a quelli che hanno la fortuna di non aver mai incontrato sul proprio cammino tale piega. Ai primi lo consiglio e li esorto a non arrendersi mai, una rinascita è possibile, anche se difficile. Inoltre, un pensiero speciale va a coloro i quali vivono il male oscuro in silenzio, nell’ombra, incapaci di chiedere aiuto perché troppo impauriti, bloccati dalla vergogna o dal timore di non essere capiti perché spesso è la depressione stessa a non essere capita, a essere sottovalutata e, quindi, è proprio per questo che consiglio questo romanzo anche a chi la depressione non l’ha mai provata sulla propria pelle. È un male invisibile, ma spietato, è qualcosa che non si vede, non si tocca, ma c’è ed è devastante. Spesso la depressione viene scambiata per pigrizia, per scarsa forza di volontà, per sciatteria, ma queste possono essere una conseguenza del male oscuro, un male che esiste, è reale e che deve essere compreso, accettato e combattuto come tale.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

Incenso, Parola, preghiera ed opere del cristiano di oggi. La dialettica Chiesa/società nel pensiero di Silvio Barbata

L’interessante testo Un simbolo “in-vita”. L’incenso di Silvio Barbata, edizioni Jouvence 2018 – candidato, per la sezione saggistica, al nostro premio “Un libro in vetrina” della scorsa primavera – ci è parso spesso voler oltrepassare i propri stessi intenti di divulgazione teologica per affrontare e sviscerare anche, volentieri e appassionatamente, tematiche e problematiche di controversa attualità sociale. Il suo autore ha gentilmente acconsentito ad illustrarci questa apparente doppia finalizzazione del suo lavoro, e a parlarci della sua personale idea di universo della cristianità. Qui gli esiti della nostra conversazione al riguardo.

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  • Silvio, grazie di questa tua bella disponibilità ad introdurre i nostri lettori ad argomenti così complessi e importanti. E incominciamo subito: anzitutto, perché questo titolo? Nel tuo libro si parla di simbologia delle Sacre Scritture, di esegesi di riti liturgici, di vita quotidiana, di dibattito sociopolitico, di cos’altro?

L’intuizione fondamentale, che mi ha condotto durante tutto il lavoro di scrittura del libro, ha messo in luce la necessità di ricomprendere il concetto di simbolo (il termine spesso viene usato in modo improprio e riduttivo deprivandolo del suo contenuto semantico che è tra i più complessi, estesi e profondi) in quanto tutta la realtà è simbolica e l’uomo è un essere simbolico, – è interessante citare Karl Gustav Jung che ha molto esplorato il valore del simbolo – l’unico essere dotato di coscienza riflessa e dunque chiamato a interpretare simbolicamente la realtà. Egli stesso è la coscienza del mondo, la natura non ha alcuna consapevolezza di sé stessa: questo ci dovrebbe far riflettere molto sul concetto di reale e sulla responsabilità dell’uomo rispetto alla vita. Anche il libro, dunque, l’ho concepito come una composizione simbolica e questo credo possa essere una caratteristica di originalità nel panorama letterario. L’intento consiste nell’offrire al lettore occasioni di meditazione attraverso il metodo induttivo che sprona a esercitare la logica inferenziale e trovare i punti di connessione e “interazione” in tutto ciò che facciamo. La fisica quantistica sta scoprendo questa dimensione unitaria e di corrispondenza pur nell’infinita distinzione dei vari elementi! Ho pensato all’incenso che è molto usato nella liturgia di rito bizantino-greco e per la sua valenza olistica; la dicitura virgolettata “in-vita” contiene un triplice significato: se letta come verbo (unica parola) indica che “chiama/accoglie”, se letta distinguendo la preposizione “in” e il sostantivo “vita” indica sia che il simbolo è “vivo/vivente” sia che “è nella vita/gli appartiene”. Credo che oggi la deriva più triste e pericolosa che stiamo subendo è quella della separazione, dell’isolamento individualistico e meccanicistico che appare dia-bolico (come prima istanza uso il termine in senso letterale) cioè si oppone a simbolico. Nulla è escluso all’attenzione del cristiano e ciò è radicalmente biblico; la presenza del cristiano nel mondo si rivela in forza dello spirito profetico. Il testo, a un approccio superficiale, può apparire eterogeneo invece corrisponde coerentemente con l’intento per il quale è stato composto; si può leggere, infatti, anche in modo non sequenziale e che sia corredato di immagini rafforza, appunto, la consistenza simbolica perché anche le immagini vanno “lette”. Per tali motivi consiglio di leggere con particolare attenzione sia la mia premessa sia la presentazione del sacerdote (papàs) Nicolò Cuccia.

  • Dal punto di vista più strettamente teologico/filologico, mi ha molto colpito la tua espressione del concetto di “metànoia” come superamento della condizione di “cattività” dell’uomo. Dicci di più.

Nella tradizione patristica della Chiesa Cristiana Orientale Ortodossa, il concetto di “metànoia” è di fondamentale importanza. Il termine viene dal greco: “meta” (preposizione indicante cambiamento/trasformazione) e “noùs” (mente/intelletto), rimanda all’ascesi e alla mistica. Indica il radicale cambiamento della mentalità intesa però come sintesi – non, dunque, in senso ideologico – di una trasformazione ontologica. In altre parole è il risultato, il frutto della vera conversione (cambiare l’indirizzo, la direzione). La vera conversione, infatti, nella prospettiva evangelica, non consiste nell’adesione a una morale normativa o a un convincimento intellettualistico autoreferenziale che valuta come “validi e buoni” gli insegnamenti cristiani facendone spesso una elaborazione socio-ideologica, vedi il fenomeno ad es. dei catto-comunisti; la vera conversione, ancora, non va confusa con l’accoglienza emotiva e psicologica del cristianesimo, i cui contenuti sono percepiti in modo superficiale e approssimativo dalla persona che vive una tale condizione. Purtroppo oggi la chiesa latina/romana sta attraversando una crisi che è soprattutto catechetica, lo si constata analizzando il fenomeno, a partire soprattutto dal Concilio Vaticano II, della nascita e diffusione di svariati movimenti e gruppi ecclesiali che assumono spesso le caratteristiche sopra descritte, rispetto, ovviamente, alle persone che li compongono. Si osserva, infatti, una sconnessione, appunto simbolica, tra queste “comunità” che si qualificano per meccanismi di identificazione per cui gli individui assorbono una sorta di “forma mentis” comune ma specifica secondo lo “stile” o la “spiritualità” o il “metodo” o gli schemi interni propri e caratteristici dei vari movimenti o gruppi. Il risultato è una contraddittoria frammentazione all’interno della Chiesa cattolica dove tutte queste “realtà” che potrei specificamente nominare ma mi astengo, appaiono quasi in “concorrenza antagonistica” tra di loro. «Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri». (Gv. 13, 34-35). Ecco che la tradizione orientale cristiana propone il recupero del significato profondo contenuto nell’idea di “metànoia” come sempre attuale e necessario affinché i cristiani possano riconoscersi come tali e convergere nella diffusione del Regno di Dio, pur mantenendo le proprie specifiche identità (diverso da identificazione) e diversi percorsi ma con la consapevolezza che essi sono relativi e non “recinti costringenti” come se il “mezzo” fosse il “fine” e questo solo un pretesto a quello. Quando ciò si verifica significa che non è avvenuta la “metànoia” e si potrebbe parlare di una forma di perversione mentale, per quanto in genere non consapevole e dunque non colpevole, la quale rivela una diffusa ignoranza dogmatica. L’episcopato italiano dovrebbe porsi seriamente questa problematica relativa alla ricomposizione simbolica delle “particolarità” ecclesiali che presentano complessi aspetti teologici, pastorali, morali, psicologici, sociologici.

  • Nel corso delle tue argomentazioni più contigenti, invece, tu inquadri risolutamente alcuni fra gli schemi e le prassi della società contemporanea (scuola e riforma scolastica, organizzazione e scelte del lavoro e del tempo libero, business dello sport etc) come impianti da combattere e capovolgere. Il tutto anche alla luce di alcuni chiarimenti che fornisci circa il senso e le vere finalità della regola benedettina. E allora ti chiedo: ma esiste una società ideale del cristiano? Com’è o dovrebbe essere?

In verità non si potrebbe parlare di una società cristiana “ideale”; il rapporto tra cristianesimo e mondo è sempre sul binario di una tensione escatologica. Nella prospettiva della fede il cristiano è vocato ad esercitare il triplice munus battesimale: profetico, regale, sacerdotale. Ciò significa essere impensabile una comunità cristiana “adattata” al mondo. È fondamentale, in questa prospettiva, distinguere tra mondo in quanto creato e mentalità mondana. La comunità cristiana che testimonia l’Evangelo al mondo, la salvezza portata da Gesù Cristo morto e risorto, non può che essere in opposizione alla forma mentis mondana “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15, 19). Il cristiano non è prigioniero di chronos e della storia come nel pensiero di Hegel. Il cristiano vive nel kairòs: il tempo di Dio, è dunque già nella “pienezza del tempo”; la “pienezza del tempo”, infatti, è data dall’Incarnazione del Verbo, “o Logos sarx eghéneto” perché la Parola creatrice si è fatta carne. Da questa base kerigmatica il cristiano si impegna per costruire una società più giusta che è tale se corrisponde all’annuncio del Regno di Dio. Il momento storico che stiamo attraversando è caratterizzato da forte decadenza ed è dominato dalla forma merce, in tutti gli ambiti il profitto sembra l’unico obiettivo da perseguire. L’opera di san Benedetto in tutto il medioevo ha testimoniato e realizzato l’essenza dell’essere umano che è liturgica, l’uomo è liturgicamente aperto alla trascendenza, pur vivendo nell’immanenza e contingenza storica, attraverso il lavoro pienamente umanizzato; ecco il senso del motto benedettino: “ora et labora”. Sono convinto che se vogliamo uscire dalla tremenda crisi che ci attanaglia la chiesa dovrebbe riconsiderare attentamente il tema del lavoro alla luce della tradizione benedettina e cercare vie per attualizzare quell’esperienza.

  • Tra i tuoi numerosi ed eclettici riferimenti, citi più volte i classici della letteratura russa: perché proprio quelli? Benedetto Croce, invece, lo nomini come modello da cui divergere: come mai?

La grande tradizione spirituale russa è sempre stata incentrata attorno alla Divina Liturgia e al culto delle iconi. Essa possiamo dire che è arrivata fino a noi pura attraversano i secoli e tutte le vicende storiche spesso tragiche che hanno segnato la storia; pensiamo fino a tempi recenti alla rivoluzione d’ottobre (1917) con il diffondersi nel mondo del bolscevismo sovietico. In quegli anni la Chiesa Ortodossa russa rimase come in uno stato letargico ma i sacerdoti continuavano a celebrare se pur di nascosto la Divina Liturgia. Ciò che caratterizza la teologia della chiesa ortodossa è la mistagogia che ha impregnato la sensibilità dell’anima russa e la sua cultura. Questa particolare attitudine si è espressa nei grandi autori del XIX sec, cito Gogol, Dostoevsky, Tolstoj che, pur differenziandosi per sfumature diverse nel rapporto con la chiesa ortodossa e con il mondo, sono accomunati dalla fede in Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo e dalla interpretazione simbolica dell’esistenza, infatti, al centro della loro attenzione narrativa c’è sempre la persona e ogni dettaglio può essere lo spunto per una elaborazione induttiva significativa e valoriale. Solo la singola persona è concreta, con la sua esistenza e le vicissitudini che l’attraversano; nelle pieghe anche le più drammatiche o tragiche della vita si fa presente misteriosamente l’amore di Cristo. Essi sono lontani da ogni razionalismo e idealismo che in occidente ha condizionato pesantemente la cultura sia attraverso la scolastica con San Tommaso D’Aquino poi con la filosofia di Cartesio e l’illuminismo; il “cogito ergo sum” cartesiano è il punto di partenza di questa astrazione esistenziale invece cristianamente si dovrebbe affermare “sono, dunque penso”. Nella storia non ci sono “pure casualità”, i totalitarismi del XX sec. hanno come radice il razionalismo e l’idealismo. Benedetto Croce ha, per usare un’immagine, apparato una trappola ben congegnata al cattolicesimo, soprattutto italiano, quella dell’adulazione tramite la cultura, il “non possiamo non dirci cristiani” ha “culturalizzato” il cristianesimo riducendolo appunto al suo pensiero, all’idealismo a un’espressione storico-artistica e all’etica della forma, in sostanza con il risultato di renderlo sterile e inerte. Nel mio libro per rendere più percepibile questo sottile inganno ho fatto riferimento alla fiaba di Biancaneve e i sette nani dove la strega offre a Biancaneve la mela avvelenata che alla vista sembra succosa e desiderabile. Gli ultimi papi hanno più volte citato Benedetto Croce in modo compiaciuto richiamando il suo: “non possiamo non dirci cristiani” mostrando così una superficialità teologica rispetto alla trascendenza e una sensibilità più incline a una visione immanentistica. Il risultato attuale di questo processo vede un cattolicesimo che esprime o un idealismo istintivo ritualistico e devozionistico o un ideologismo sociologico con connotazioni demagogiche.

  • Descrivi come non corretta la fruizione isolata ed esclusiva dell’atto e del momento liturgico vissuti come una sorta di rappresentazione drammatica del percorso personale ed intimo di conversione: si tratta di aspetti, di atteggiamenti da limitare a tuo avviso?

Sono atteggiamenti, più che altro, da rieducare. C’è bisogno di una rinnovata consapevolezza che deve avere i crismi della meditazione e contemplazione di fronte all’ascolto della Parola di Dio. La crisi che la Chiesa cattolica sta attraversando può dirsi una crisi della liturgia. La liturgia comprende la celebrazione dell’Eucaristia e delle Ore. La causa principale è da ricercare nella deriva intimistica e individualistica che coinvolge la maggioranza dei fedeli praticanti. In altri termini la Chiesa cattolica, sotto l’aspetto pastorale, non riesce a recuperare la distanza tra la prassi cultuale, spesso motivata nel popolo da una prevalente sensibilità precettistica, e l’esistenza personale intesa nella sua totalità. Molti sono stati indotti a percepire la salvezza in modo intimistico e moralistico, il risultato dell’osservanza formale delle norme; una specie di “fariseismo” cristiano. La salvezza invece è ricreazione ontologica per opera dello Spirito Santo che trasforma tutta la realtà; è questa coscienza che va riagganciata alla responsabilità e libertà personale in seno alla comunità, rapportandosi profeticamente con il mondo e la società.

  • La famiglia, oggi, può essere ancora un valore assoluto per il cristiano? Se sì, entro quali limiti, a quali condizioni?

Il tema è tra i più difficili e complessi. Penso che non si possa dire, nella prospettiva di fede, che la famiglia sia un valore “assoluto”, il Regno di Dio, sì, è un valore assoluto. È importante, in prima istanza, chiarire sotto l’aspetto etico cosa indichi il termine “famiglia”; esso non rappresenta un “valore morale” ma un “valore non morale” analogamente al “lavoro”, alla “cultura”, alla “salute”, ecc. Questo richiamo alla verità, prima di tutto logica, è di fondamentale importanza per capire meglio gli aspetti etico/sociali correlati alla famiglia. Soprattutto negli ultimi trent’anni la Chiesa cattolica, a mio avviso, ha commesso un errore di prospettiva pensando di contrastare la crisi della famiglia tradizionale accentuando all’estremo un’enfasi quasi ideologica sulla famiglia inculcando, nell’immaginario collettivo, l’illusione che essa abbia un’intrinseca autonomia morale derivante ipso facto dalla “forma ecclesiastica” tramite il matrimonio sacramentale; invece non è così! “Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti». Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre»” (Mt 12, 46-50). Questo errore di valutazione ha avuto un effetto iatrogeno pesante isolando di fatto la famiglia e rendendola vulnerabile all’attacco dello Stato laicista. Lo Stato, infatti, a sua volta non può pretendere di sostituirsi alla famiglia, essa rimane il luogo primario dell’educazione. Lo Stato non è un ente metafisico sacrale per il quale la “legalità” corrisponde sempre alla giustezza né si può pensare a uno Stato etico per cui  ciò che prescrive la norma, in quanto tale, è sempre buono: purtroppo è questa la china pericolosissima in cui ultimamente stiamo vertiginosamente scivolando. Questa distorsione etico/sociologica ha portato agli aberranti episodi che di recente hanno visto strappare bambini con la forza alle famiglie solo sulla base di una relazione da parte degli assistenti sociali. La Chiesa non ha preso posizione di fronte a questi episodi dolorosissimi come se non sapesse cosa dire, appiattendosi alla forza bruta della prassi legalistica normativa del sistema statalistico e distratta, in modo quasi psicotico, dall’esclusivo interesse per il fenomeno dei cosiddetti migranti ma in realtà sistematico e organizzato commercio schiavista. La famiglia invece va sostenuta e i figli mai devono essere tolti ad essa tranne in quei casi di palese violenza fisica o psicologica. In tutti gli altri casi di disagio per ragioni economiche o ambientali lo Stato deve intervenire per sostenere direttamente la famiglia; il paradosso amministrativo è che si danno 100 € al giorno alle case famiglia per ogni minore (rappresentano una vera e propria lobby) quando dandone 30 alla famiglia si risolverebbero la maggior parte delle situazioni critiche. Un discorso analogo va fatto per le Case di Riposo – in sostanza “case di premorte” – dove l’anziano è lasciato come uno scarto sociale a consumare soltanto il residuo della propria vita biologica. Tali processi di disgregazione valoriale della famiglia sono il segno della decadenza e della disumanizzazione sociale che stiamo subendo.

  • Come vedi oggi il dibattito interno alla Chiesa cattolica? Orientato ad una unità e comunione di intenti, o viceversa teso a valorizzare e promuovere le singole varietà di vocazioni? La chiesa di Roma oggi è, o tornerà ad essere ecumenica? Tu come troveresti più giusto che fosse?

Io vedo oggi una chiesa molto frammentata al suo interno con le conferenze episcopali che non riescono a darsi una linea comune sulla base di un ritorno alla parola viva del Vangelo, al messaggio di speranza e di salvezza che da esso scaturisce e quindi con ricadute convergenti a livello delle chiese locali e di un “idem sentire et velle” del popolo di Dio. In effetti si nota una continuità d’impegno a sostenere una stantia visione per categorie vocazionali che rafforza un’impostazione moralistica e autoreferenziale, opportunistica rispetto alla “chiesa apparato”. La chiesa di Roma deve essere autenticamente ecumenica se vuole frenare la crisi in atto. Soprattutto il dialogo con la Chiesa Ortodossa è di capitale importanza per la comprensione di varie problematiche che vanno da come intendere il primato petrino, all’antropologia biblica, al rapporto uomo/cosmo, alla soteriologia, alla morale familiare, al senso del peccato, all’ascesi, alla vita sacramentale.

  • Grazie del tuo tempo e delle tue parole, Silvio. E adesso, salutiamoci con un precetto. “Si possiede ciò che si dona”. L’hai scritto tu, spiegaci.

È proprio così: si possiede veramente solo ciò che si dona. Perché è nella libertà della gratuità che noi possediamo le cose senza esserne condizionati; fuori da questo atteggiamento fondamentale rischiamo di essere “posseduti” dalle cose. La disposizione al dono apre a una comunità cristiana che è sempre solidaristica, comunità di fede animata da una gratuità libera e felice non ingabbiabile in nessuna norma e sostenuta dal respiro della vita. Una comunità così caratterizzata diventa profezia verso l’impero della tecnologia, della scienza, del commercio illimitato che è assoluto perché non lascia vivere le culture diverse da sé e pretende di spazzar via ogni opposizione identitaria. Solo attraverso la reciprocità del dono si realizza e si rende tangibile la trasformazione del mondo in adesione allo spirito di Gesù Cristo e all’essenza dell’uomo.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

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