di Carlo Crescitelli

 

prima di copertinaLungi dal mostrarsi affascinato e rispettoso dei mondi lontani di volta in volta da lui descritti, Emilio Salgari ci appare invece spesso  ridurre ogni prospettiva di impatto con nuove terre e popoli sconosciuti a meri fini utilitaristici di sfruttamento agricolo o alimentare o boschivo o minerario,  trattando interi universi di flora e fauna esotiche alla stregua di niente più niente meno che una sorta di riserva illimitata alla quale poter liberamente e fortunosamente attingere. Logica e presupposti che poi puntualmente si traducono in scoperto, entusiastico appoggio alla ennesima espropriazione di  terra e  risorse dei nativi di turno,  frettolosamente liquidati come nulla più che “selvaggi”, bruti sventurati da rieducare.

Chiediamoci allora come definisce Salgari il senso del progresso e della pacifica convivenza tra popoli e culture, o, perlomeno, di quali valori essi debbano farsi interpreti, per poterne egli ravvisare una positività di fondo: visto che le rivendicazioni di identità e  le autodeterminazioni etniche non sono affatto, nella sua pragmatica visione del mondo, dei diritti indiscutibili da riconoscere in via automatica, ma diventano piuttosto auspicabili e praticabili solo e soltanto a seguito della compiuta dimostrazione, sul palcoscenico della cronaca e della storia, del possesso di un indispensabile patrimonio etico di base. universalmente riconosciuto e ben riconoscibile, che solo legittima ed autorizza all’opposizione al potere e al giogo coloniale. In caso contrario, schiavitù ed oppressione restano gli unici inevitabili  strumenti  di governo, l’unica chance di sopravvivenza e l’unico  tramite verso la sola crescita civile possibile.

Imperialismo? Non sempre. Perché quello di Salgari è anche il mondo della Malesia sotto il tallone di Sarawak, del Kinabalu oppresso dai principi collaborazionisti, del grido rabbioso della Tigre ferita e del sorriso beffardo del Portoghese, rinnegato per scelta di vita libera e autentica. E allora? Come trovare la chiave di tutti questi riferimenti e modelli spesso conviventi e confusi tra loro, che rendono Salgari difficilmente – o troppo facilmente! – inquadrabile in una o in un’altra casella di appartenenza ideologica?

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 2 (2019) di “Riscontri”

La rivista è distribuita nelle librerie fisiche e in quelle online

 

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Carlo Crescitelli è nato ad Avellino nel 1963, e dunque ha fatto appena in tempo a far parte dell’ultima generazione di italiani educati e cresciuti “all’antica”. Tanto che, appena ha incominciato tutto a cambiare, ha viaggiato e viaggia tuttora alla disperata ricerca del vecchio mondo che conosceva ed amava, o almeno di alcune delle logiche degli avvenuti cambiamenti… senza purtroppo essere quasi mai riuscito a ritrovare l’uno, ne tantomeno a comprendere le altre. Se foste ancora curiosi di leggere quello che scrive, allora potreste andarvi a recuperare on line i suoi ultimi lavori, “L’antiviaggiatore” e “Settanta Revisited”, o magari anche soltanto cercare e guardare su YouTube i suoi scalcagnati video di viaggio.

Un pensiero riguardo “COLONIZZATORI O EROI? La positiva sfida umana nascosta nella volontà di potenza dei profili salgariani

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