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Vite ad un bivio – intervista a Carlo Giannone

Carlo Crescitelli intervista Carlo Giannone, autore del romanzo La ragazza del balcone accanto. Una storia dei nostri giorni (Edizioni Scatole Parlanti, 2019)

 

 

Da tuo (quasi) coetaneo, mi sono vissute con speciale partecipazione le tue lucide descrizioni del tempo della mezza età: quello in cui incominci giorno per giorno a razionalizzare che le opportunità non sono più infinite, ma anche quello in cui ti si affacciano nuove impreviste possibilità… e insidie di maldestri passi falsi. Capita a molti, di sentirsi spaesati. E non tutti ne vengono fuori nel modo migliore, da questi tristi, ultimi treni. È soprattutto di questo che parla il libro, vero?

La scoperta di nuove e inaspettate esperienze che la vita può offrirci, proprio quando meno lo crediamo possibile, è sicuramente un tema centrale del romanzo, ma non è il solo. Tra gli altri, il più immediato è quello che esplora i diversi aspetti di un’amicizia tra due persone lontane tra loro per età, valori, sentimenti e approccio alla vita. Infine, la tematica che forse più di tutte volevo proporre al lettore è quella della relatività delle cose di fronte alle quali ci poniamo. L’io narrante si trova infatti a vivere situazioni e a compiere azioni che ha sempre condannato quando altri ne erano protagonisti, ma alle quali, ora che è lui l’artefice e pur tra mille turbamenti, riesce sempre a trovare una giustificazione.

Alberto è soprattutto un essere umano con i sui pregi e i suoi difetti, la sua generosità e il suo egoismo, le speranze e le paure. ma soprattutto con le sue contraddizioni. Lui è alla ricerca di quel qualcosa di cui sente il bisogno, ma si rende anche conto che per ottenerlo dovrebbe mettere a repentaglio la sicurezza e la tranquillità della propria vita, e questo spesso lo spaventa e lo frena. Gli altri personaggi del romanzo, che in fondo sono uomini e donne che potrebbero essere reali, mostrano una diversa propensione al rischio, qualcuno appare addirittura temerario tanto da essere disposto ad andare incontro a cocenti delusioni o, se preferisci, a quelle sconfitte a cui accennavi nella tua domanda.

Non so se si possa parlare di morale, ma certamente c’è più di un invito alla riflessione. Il mio intento era quello di raccontare una storia senza salire in cattedra, non volevo indottrinare il lettore, ma lasciarlo libero di interpretare la vicenda narrata alla luce del proprio bagaglio di valori, di idee e sentimenti. Non so fino a che punto ci sia riuscito, anche se i giudizi di molti lettori mi fanno propendere per l’essere riuscito ad avvicinarmi all’obiettivo.

Hai ragione, non è una domanda frivola la tua. Non è mai frivolo parlare di amore, ma anche di semplici passioni. Sì, amo le piante, ma anche gli animali e la natura in generale. E questa è, probabilmente l’unica mia peculiarità che ho trasferito all’io narrante del romanzo.

Anche su questo aspetto la tua interpretazione non fa una piega. Sì, amo molto il dialogo, lo sento mio e ne faccio un uso costante. È una scelta voluta perché la mia personale opinione è che attraverso il dialogo si possano ottenere svariati risultati. Il dialogo, rispetto a una qualsiasi descrizione, dà maggiore dinamicità alla narrazione, crea tensione quando serve, aiuta a delineare meglio i profili dei personaggi, ma soprattutto ha il potere di attrarre l’attenzione del lettore. Quel lettore, senza il quale non avrebbe senso scrivere e verso il quale ogni autore dovrebbe sforzarsi di avere il massimo riguardo.

Amo la scrittura, ma prima di tutto sono un lettore. Un lettore che ancora oggi chiede a un romanzo di dargli emozioni e non nozioni. Per queste ultime esistono i saggi, i manuali, e ogni altro tipo di testo a carattere scientifico o divulgativo. Queste mie convinzioni di lettore fanno sì che io cerchi di scrivere come mi piacerebbe leggere. A un mio ipotetico lettore direi che se cerca interminabili descrizioni, personaggi che pretendono di insegnargli a vivere, romanzi in cui non accade nulla o semplici finti diari personali camuffati da romanzi, allora non mi legga perché rimarrebbe deluso. La mia scrittura è indirizzata a chi non ama dover tornare a leggere la stessa frase perché è così contorta o infarcita di aggettivi e avverbi da non essere di immediata comprensione. La mia scrittura, che tendo sempre a rendere semplice e lineare, è la mia forma di rispetto verso il lettore che deve potersi concentrare sulla narrazione. I miei romanzi affrontano tematiche serie e complesse, ma cerco di farlo in modo lieve perché troverei insopportabile che il lettore si annoiasse sulle mie pagine.

a cura di Carlo Crescitelli

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