Intervista a Pietro RAINERO, autore di LOGICA STRINGENTE – Nove storie obbedienti alle ferree leggi della ragione (Il Convivio Editore 2016), opera che ha ricevuto menzione di interesse al concorso “Un libro in vetrina”.

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LOGICA STRINGENTE

di Pietro Rainero

 

Il momento che noi di Riscontri attendevamo da tempo è giunto: il professor Pietro Rainero, arguta e vecchia conoscenza della casa editrice per essere stato più volte gradito ospite di varie nostre antologie con diversi dei suoi brillanti racconti, ha finalmente accettato di lasciarsi mettere all’angolo dall’altra parte della scrivania, sottoponendosi lui, stavolta, al fuoco di fila delle nostre domande. Chiaramente non affascinanti e geniali come quelle che lui pone al suo pubblico nei suoi libri. Ma capirete, l’occasione per noi è ghiotta; di rado capita di poter dialogare con un autore dalla personalità tanto forte e spiccata, dall’approccio così originale ed eclettico. Perciò procediamo subito a bombardarlo con le nostre tante curiosità: su di lui, sul suo libro, sul suo lavoro, modo di essere, stile di vita.

  • Pietro, prima di tutto, e addirittura prima di incominciare, perché è ovvio che chiunque ti legga da subito se lo chiede: ma i tuoi mille enigmi, quesiti, indovinelli, quiz… da dove li tiri fuori? Sei tu che li inventi e componi di sana pianta o, magari, li mutui, li prendi in prestito altrove, adattandoli e personalizzandoli a seconda del caso?

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    Pietro Rainero

Beh… cominciamo col dire che solo circa la metà dei racconti che ho scritto prende spunto da argomenti scientifici, e questo sicuramente a causa della mia formazione. A me piace molto inventare e do largo spazio alla fantasia. Einstein diceva: «la logica vi porterà da A a B, la fantasia vi porterà dappertutto». Molti dei miei indovinelli si basano su articoli apparsi nella rubrica di giochi matematici del mensile “Le Scienze” o su riviste di matematica, generalmente francesi. Poi naturalmente li elaboro e li inserisco in contesti adeguati. Qualche volta invece li invento di sana pianta; ad esempio in una delle ultime storie scritte ho escogitato un modello di universo nel quale si può viaggiare nel passato ma risulta impossibile causare paradossi temporali, tipo uccidere la propria nonna. È un racconto di cui vado fiero e che mi piace molto (naturalmente questo non significa nulla: bisognerà vedere se piacerà anche agli altri!)

  • Dicci la verità, dai: cosa pensano di te i tuoi studenti? Sono tuoi complici di scorribande logiche o piuttosto tuoi avversari di tornei all’ultimo calcolo?

A dire il vero, a scuola si è sempre un po’ a corto di tempo, presi tra la necessità di completare lo svolgimento del programma e le incombenze quali verifiche e interrogazioni varie. Comunque qualche volta, specie in occasioni di supplenze in classi non mie, ho presentato ai ragazzi giochi quali “Non mangiate la cioccolata verde” oppure il più famoso “Hex”, inventato dal matematico statunitense John Nash, premio Nobel per l’economia e protagonista del noto film A beautiful mind.

Alcuni alunni si sono cimentati in sfide tra di loro alla lavagna ma in generale non è che l’interesse per questi giochi si sia rivelato entusiasmante. Invece ho trovato collaborazione e complicità, se così vogliamo chiamarla, nella creazione delle illustrazioni per qualche lavoro. In particolare, due anni or sono alcune alunne hanno eseguito bellissimi disegni (io attualmente insegno in un liceo artistico) per guarnire una mia favola, che ha come protagonista un piccolo ragno.

  • La gran mole di riferimenti geografici ed etnoantropologici che maneggi con disinvoltura nelle tue storie lascia supporre che tu abbia viaggiato un bel po’, e allora lo chiedo a te che sicuramente lo sai: quale paese al mondo è il paradiso della matematica, e perché?

La colpevole di avermi contagiato con la malattia dei viaggi è mia moglie. Dopo il matrimonio abbiamo fatto molte vacanze tanto che nostra figlia Sara, che ha 24 anni, è già stata in una trentina di stati esteri.

Non so se riuscirò mai a visitare quello che per me è il paradiso terrestre, cioè la Polinesia francese, ma posso provare a trovare i candidati per il paradiso della matematica. Oggi si stanno affacciando alla ribalta paesi come la Cina o l’India (gli orientali sembrano molto portati per le scienze della logica), ma sicuramente le nazioni con le più grandi tradizioni nel recente passato sono gli Stati Uniti, la Francia e la Russia. E proprio russo è il giovane matematico protagonista di otto delle mie storie: Ivan Melenovski. Ho fatto questa scelta non solo per la tradizione di questa nazione, ma anche perché sono un estimatore delle fiabe popolari russe, in particolare quelle di Afanasjev. Francese (di padre americano) è invece l’ispettore Clews, che di stanza a Cannes si sposta per le indagini ora a Ventimiglia, ora a Lisbona e anche, in una circostanza, a Parigi, dove fornisce un concreto aiuto nientemeno che al collega Maigret. Abita a New York, invece, Anelia De Bruyn, olandese di nascita, ricca di famiglia, che partecipa settimanalmente al quiz televisivo “Capre e cavoli” dove invariabilmente sbaraglia gli avversari con le sue ferree capacità logiche. Non penso che si possa parlare di un unico paradiso della matematica, così come non esiste il più grande musicista (o scrittore, o atleta) del mondo.

  • Parlaci dei tuoi interessi, dei tuoi hobbies, dei tuoi ritmi e riti quotidiani: da uno come te c’è sempre da imparare molto, anche e soprattutto nella vita pratica.

Il mio primo hobby, in gioventù, sono stati gli scacchi, ai quali ho dovuto rinunciare perché inevitabilmente, ogni volta che mi recavo in un’altra città per un torneo, ero tormentato dal mal di testa. Poi è venuto il tennis, che ho praticato sino al matrimonio (dopo le nozze molte cose cambiano…). Attualmente non ho un vero e proprio passatempo, se si esclude l’appuntamento quasi quotidiano con il Sudoku del “Corriere della sera”, anche se io preferisco il Kendoku. Un altro appuntamento quasi quotidiano è in giardino: con l’erba che nei mesi caldi non la smette di crescere! Mi piace tanto lo sport e adoro letteralmente l’atletica leggera. Non riesco a scrivere molto: in venti anni ho buttato giù circa 120 racconti, quindi in media sei all’anno. Da giovane ero un accanito lettore di saggi scientifici, dei gialli di Rex Stout e dei racconti di Asimov. I romanzi non sono in genere di mio gradimento, in quanto quasi tutti incentrati su storie vere o verosimili e sulla psicologia dei personaggi, laddove io amo invece viaggiare con l’immaginazione tra mille mondi e argomenti diversi. La lettrice in famiglia è mia moglie, patita in particolare di Grisham, Ken Follett e Camilleri, dei quali le regalo, ormai è consuetudine, le ultime creazioni. Non significa però che io legga pochissimo: durante l’estate mi sorbisco (con piacere, per carità!) i 230-250 racconti che annualmente partecipano alla sezione narrativa del premio “Guido Gozzano”, di cui faccio parte della Giuria dal 2013.

  • Una domanda ancora più personale, se ce lo consenti. Ti viene sempre naturale essere così spumeggiante, spiritoso e allegro, Pietro? O la tua verve è piuttosto un intelligente rifugio, un’astuta difesa dall’intollerabile irrazionalità della vita?

Mi viene assolutamente naturale fare associazioni di idee o di parole e cercare di essere spiritoso, ottimista nonostante tutto, di metterla sulla “leggerezza”. Un critico, recensendo un mio libro, ha affermato una volta: “l’autore gioca con la storia, con la mitologia, con la scienza, ma gioca soprattutto con le parole. Adora i calembours, indugia sugli equivoci, si trastulla con le paranomasie, scherza con i palindromi, si diletta con il plurilinguismo”. Penso abbia ragione. Inoltre il carattere delle mie storie è di tipo surreale ed esse si fondano spesso sul paradosso, non solo quello che è, o sembra, un indovinello logico, ma anche quello che nasce dall’arbitrio inventivo della fantasia, da presupposti in partenza arbitrari che solo il patto narrativo rende accettabili. Se il mio modo di concepire la scrittura sia poi anche una sorta di difesa nei confronti della cruda realtà, beh, questo non lo so ma è certamente possibile: forse la fantasia è una comoda carrozza che ci porta in cieli azzurri a guardare l’umanità dall’alto e ci trascina nel suo mondo dimostrandoci che ridendo e scherzando si possono combattere gli affanni della vita.

  • Per chiudere in bellezza, adesso vogliamo da te un pezzettino di futuro. Una previsione, un’illuminazione, una risoluzione quale che sia: a chi altri rivolgersi, se non a te? Frattanto, grazie del tempo che hai voluto dedicarci, del tuo delizioso saper stare al gioco, della tua grande simpatia!

Sto al gioco: volete una previsione? Ringraziate per il tempo? Bene: cercherò di fornire le mie… previsioni del tempo! (Anche se predire il futuro lascia sempre un po’ il tempo che trova, cioè se piove continua a piovere). Cerchiamo di predire dunque quando finirà il tempo. Richard Gott (un fisico che, tra l’altro, si è interessato ai viaggi nel tempo) si trovava a Berlino nel 1969 con un amico. Gott previde che il famoso muro non sarebbe durato più di 24 anni. Dopo vent’anni, nel 1989, i berlinesi abbatterono il muro. Egli era partito dall’ipotesi che quando si osserva un evento si può supporre di non trovarsi in nessun momento di osservazione privilegiato. In particolare, con il 50 per cento di probabilità, si può supporre di trovarsi nell’intervallo che va tra un quarto dagli inizi e un quarto dalla fine. Nel caso del muro si poteva immaginare a un estremo di essere a un quarto della sua durata: poiché era stato eretto otto anni prima, nel 1961, sarebbe durato ancora altri tre periodi uguali, cioè 24 anni. All’altro estremo di essere invece a tre quarti della durata, cioè che il muro sarebbe durato ancora due anni e otto mesi. Si poteva prevedere, con il 50 per cento di probabilità di azzeccarci, che il muro sarebbe caduto nel periodo compreso tra i prossimi due anni e otto mesi e 24 anni. Bene, a quanto pare il tempo è incominciato 13 miliardi e ottocento milioni di anni fa (anche se sono un fisico non mi convince tanto questo poter iniziare e finire del tempo, infatti ci sono altre ipotesi. Comunque…). Per varie ragioni è solo un gioco ma, se state al gioco seguendo il ragionamento di prima, il giorno del giudizio universale, con il 50 per cento di probabilità, cadrà in un intervallo futuro compreso tra 4 miliardi e 600 milioni di anni e 41 miliardi e 400 milioni di anni.

Ecco il pezzettino di futuro.

Sono io che ringrazio voi dell’intervista: le domande erano veramente simpatiche!

a cura di Carlo Crescitelli

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