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L’Italia nella tv. Roberto Robert racconta sessant’anni di storia patria, visti da dentro e da dietro il televisore

intervista a cura di Carlo Crescitelli

VOLUME VINCITORE DEL 1° PREMIO DEL CONCORSO, SEZIONE NARRATIVA


Siamo andati a conoscere ROBERTO ROBERT, autore di FINCHÉ SUONA LA CAMPANA (SILELE 2016), il brillante romanzo sull’epopea dell’emittenza televisiva che si è aggiudicato la vittoria, per la sezione narrativa, della seconda edizione della nostra rassegna per volumi editi “Un libro in vetrina.  Questa la nostra informale chiacchierata sul suo libro.

Roberto Robert

Buongiorno e grazie per questa opportunità che mi viene offerta dal vostro concorso. In effetti, la vicenda narrata nel mio libro rappresenta una parte essenziale delle mie esperienze giovanili, quando – ahimè, ormai 40 anni fa – ho svolto l’attività di giornalista presso una piccola emittente bergamasca, ora scomparsa come la quasi totalità delle tv locali. Io sono nato pochi anni dopo l’avvento della prima Rai in bianco e nero, e come tutti quelli della mia generazione sono cresciuto con la televisione; ma le differenze tra allora e oggi sono moltissime. Quando all’inizio degli anni ‘80, microfono in mano e tecnico con telecamera a spalla al seguito, fermavo le persone per strada per un’intervista, molte scappavano via o adducevano scuse per non farsi riprendere, mentre oggi è tutto il contrario: c’è gente che combinerebbe qualsiasi nefandezza pur di apparire in tv.

Come predisse Andy Warhol più di mezzo secolo fa, “ognuno al mondo sarà famoso per 15 minuti grazie alla televisione.” Giorgio Gori, che ha scritto la prefazione del libro, in quegli anni svolgeva la stessa professione, era giornalista di un’emittente locale. Come si scherzava allora, per quel mestiere ci “consumavamo le scarpe”

I temi che emergono dalla filigrana di questo romanzo sono indubbiamente molti e complessi e in gran parte derivano dal vissuto personale: studi, giornalismo, lavoro, passione per la politica e per i fenomeni sociali. Tutto ciò ha influito nella stesura del libro: si è trattato di una gran fatica, soprattutto nell’amalgamare argomenti attuali e del passato all’interno di una narrazione che, comunque, doveva rimanere letteraria sia pure con qualche sconfinamento nella saggistica. Poi, quando l’ho consegnato all’editore, mi sono accorto che avevo superato le cinquecento pagine e mi son detto: è troppo corposo, non me lo pubblicherà mai. Invece è andata bene, è stata una scommessa vinta per entrambi.

La mia, in questo e negli altri miei romanzi, è una particolare cifra narrativa un po’ provocatoria. Mi piace mettere in evidenza i nostri difetti, le nostre ossessioni, talvolta in modo divertente o addirittura grottesco. Credo che tra i compiti della narrativa ci sia anche questo, far riflettere il lettore sulle realtà meno piacevoli che tentiamo di mascherare per primi a noi stessi. Sotto questo aspetto, il genere giallo/noir è quello ideale per esprimersi, permette di affondare i colpi con maggior facilità.

Da ragazzo, quando trasmettevano in tv gli incontri di boxe, stavo sveglio fino a tardi con mio papà. Parliamo di Benvenuti, Mazzinghi, Arcari, Loi, di grandissimi campioni del passato ancora oggi molto amati. La passione è nata allora, anche se adesso sembra preistoria e questo sport è poco seguito.

Premesso questo, il libro è stato tra l’altro ispirato dalla lettura di un breve saggio di Omar Calabrese da titolo “Come nella boxe. Lo spettacolo della politica in tv”, uscito ormai da più di vent’anni ma di grande attualità ancora oggi. Una riflessione sui talk show, modellati fin dall’inizio come fossero veri e propri combattimenti catodici, compresi arbitro, allenatori e secondi, che hanno influenzato tutta la produzione televisiva. Oggi si azzuffano perfino nei programmi di cucina, per capirci.

In merito al titolo, infine – sono stato un po’ ruffiano, lo ammetto – la citazione della campana richiama un famosissimo libro di Hemingway, che era a sua volta appassionato di pugilato e lo aveva anche praticato in gioventù. Come vedi, tutto si tiene, anche se la sua campana era ben diversa dalla mia.

Io a Milano ho studiato all’università e ho lavorato per una ventina d’anni, come molti bergamaschi. E come bergamasco, ho sempre patito il peso dell’essere “provinciale”, come il topino di campagna che si reca in città. Pensa che un secolo fa, alle coppie di sposi delle nostre vallate che andavano a fare il viaggio di nozze a Milano, sembrava di essere stati chissà dove.

Tra Bergamo e Milano, seppure distino tra loro solo cinquanta chilometri, c’è un abisso. Eppure il bergamasco, che alla sera torna sempre volentieri a casa sua e mai si trasferirebbe nella metropoli, a Milano è comunque legato e si trova bene. Io non so se questa città sia dannata, ma credo che non sia mai andata davvero al tappeto, nemmeno nei momenti più bui. E di certo a molti ha offerto opportunità che in altri posti nemmeno esistevano.

Sono sincero: con questo libro, il terzo dei cinque che ho scritto, ho iniziato a sentirmi davvero un autentico scrittore. Sarà per le dimensioni, ben 560 pagine; sarà per il suo respiro temporale, la vicenda narrata dura sessant’anni; sarà per l’immane lavoro di ricerca che mi è costato, per gli oltre cento personaggi che ne popolano le pagine, per il sottile filo noir che lega i protagonisti…

Diversi amici e lettori mi hanno confessato di essere stati svegli fino a notte fonda per terminarlo, rapiti dall’intreccio. Per questo, credo non a caso, è un romanzo che ha ricevuto diversi riconoscimenti: due premi nazionali, questo organizzato da voi e un secondo in Lombardia, un premio speciale, tre volte in finale e due diplomi di merito. Questo significa che alle giurie, composte da scrittori, giornalisti, professori, critici, è piaciuto molto.

Io penso che il televisore ci terrà avvinti davanti allo schermo ancora per molti anni. Certo in modo diverso: saremo noi a creare i nostri palinsesti destreggiandoci tra satellite, pay tv, web, streaming, programmi tradizionali e chissà che altro ancora. Perché la tv è uno strumento che si evolve, combatte, cade e si rialza.

Credo che capiterà alla tv ciò che si pronosticava per il libro stampato, cioè che con l’avvento degli ebook le edizioni di carta sarebbero scomparse. Invece non è accaduto, e secondo me non accadrà per decenni. Più in là nelle previsioni però non mi spingo, non credo che riuscirò a vedere chi o cosa soppianterà il televisore nelle nostre case.

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