Morte alla fine dei social (AltroMondo 2021) è il thriller di Marco Venturi che si è imposto alla nostra attenzione fra le candidature pervenute alla passata edizione del nostro premio Un libro in vetrina.

Siamo andati a parlarne con l’autore, qui di seguito l’intervista che ne è venuta fuori.

Venturi, grazie della disponibilità mostrata a Riscontri e, visto che troppi dettagli della trama non possiamo spoilerarli per non togliere ai nostri lettori il gusto di scoprirli man mano avventurandosi nella vicenda da soli come è giusto, incominciamo con il tratteggiare il contesto in cui la storia si svolge.

Il governo italiano, allo scopo di frenare il degrado e il disagio generato da macchine del fango e fake news, ha limitato la fruizione individuale dei social a un massimo di sessanta minuti al giorno. Con tutto quel che ne consegue, anche dal punto di vista pubblicitario ed economico.

Eppure, nonostante ciò, nel libro questa situazione non sembra dispiacere più di tanto quasi a nessuno. Forse perché è proprio lui, l’autore, a nutrire pregiudizi nei confronti dell’intero universo social? Alla luce di ciò, il disclaimer pubblicato in coda al volume potrebbe non apparire del tutto convincente… accolga questa nostra piccola provocazione e sciolga anche qui per noi questo dubbio, cogliendo contemporaneamente l’occasione di introdurci alle tese atmosfere del romanzo.

Per rispondere a questa prima domanda voglio partire dallo spunto iniziale che mi ha ispirato nella stesura di Morte alla fine dei social. Durante una vacanza estiva al mare mi accorsi che intorno a me tutti i presenti, grandi e piccini, se ne stavano sotto l’ombrellone con il loro smartphone in mano come fossero in preda a una sorta di raptus, disinteressandosi di tutto ciò che accadeva intorno a loro. Fu in quel momento che mi sovvenne alla mente un’ipotesi su cui sviluppare una storia da raccontare: “Come reagirebbero le persone se venisse imposto un severo limite all’uso dei social?” Da quella domanda sono scaturite le numerose riflessioni e reazioni che costellano il romanzo.

Marco Venturi

Siamo talmente assuefatti all’esistenza di questo mondo virtuale che lo diamo oramai per scontato. Eppure chi ha varcato la soglia dei trent’anni si ricorda bene che nella vita di ognuno, prima dell’avvento dei cellulari, vi erano tante opportunità di divertimento, confronto e socializzazione.

Nel romanzo, gli omicidi, i furti, le misteriose sparizioni che si susseguono capitolo dopo capitolo tengono desta l’attenzione del lettore fino alle battute conclusive; non deve essere dato nulla per scontato, i colpi di scena non mancano. Proprio per questa ragione protagonisti e comprimari non hanno il tempo e il modo di testare sulla loro pelle, salvo alcune doverose eccezioni, le implicazioni derivanti dalla legge blocca-social. È il microuniverso che li circonda a dare forma alla paura, alla rabbia e all’incredulità che permea la società dopo la promulgazione del decreto. Il lavoro svolto dal protagonista rappresenta il gancio ideale per collegare la trama “gialla” a quella di stampo distopico. Il lettore ha l’opportunità di conoscere anche il personaggio considerato a tutti gli effetti padre putativo della norma per certi versi liberticida. Non vi sono in realtà reali pregiudizi nei confronti dei social network; nello sguardo d’insieme proposto dal romanzo la tecnologia non viene demonizzata, bensì analizzata attraverso l’utilizzo di ogni singolo utente all’interno di una società sempre più globalizzata.

Questo quadro futuribile dei social a tempo, e delle loro numerose implicazioni, è davvero molto realistico: complimenti per averlo immaginato, analizzato e sapientemente descritto. Ma pensa che sarebbe in qualche modo davvero possibile?

Grazie, ci ho riflettuto parecchio per dare all’intera vicenda la massima verosimiglianza. Sappiamo bene che in alcune nazioni l’utilizzo di internet è già regolamentato se non addirittura proibito. Credo, quindi, che non ci sarebbero particolari ostacoli nel caso in cui un governo decida di imporre eventuali “lacci e lacciuoli” con lo scopo di limitare la libertà, solo tecnologica se mi passate il termine, di un popolo. Nel romanzo spiego come questo decreto finisca con l’essere approvato quasi per caso, generando una sorta di “corto circuito” tra le varie forze politiche. Nella realtà credo che nessun partito abbia reale interesse a imporre una sorta di bavaglio informatico. La rete è diventata il canale prediletto per i cosiddetti “opinion makers”; sfruttando le sue infinite potenzialità, questi ultimi riescono a fomentare nelle comunità le più disparate reazioni: indignazione, commozione, solidarietà e, purtroppo, tanto odio. Una legge blocca-social assumerebbe quindi i contorni di un clamoroso autogol. Le possibilità di realizzazione di uno scenario simile potrebbero aumentare nel malauguratissimo caso in cui la democrazia cedesse il passo a forme di governo totalitario; finiremmo dritti in un incubo come quello descritto da George Orwell nel capolavoro 1984.

Veniamo adesso alle opinioni personali di Marco Venturi: che cosa Le piace e che cosa proprio non Le piace dei social?

Io sono oramai sulla soglia dei cinquant’anni, quindi mi ritengo un fruitore moderato dei social network. Interagisco prevalentemente su Facebook (il capostipite della dinastia), ho un profilo Instagram a cui accedo raramente e nient’altro. La nascita di queste comunità virtuali aveva in origine nobili scopi: tenere in contatto persone nella realtà molto distanti tra loro, permettere di ritrovare nelle pieghe della rete vecchi amici (o vecchi amori), ampliare gli orizzonti di conoscenza di ogni utente tramite pochi clic. Purtroppo con il passare degli anni il loro utilizzo è stato fin troppo strumentalizzato generando mostruosità come le fake news, l’ostentazione forsennata di se stessi alla ricerca di approvazione altrui e i cosiddetti “leoni da tastiera”, veri e propri generatori di odio. Durante le presentazioni pubbliche di Morte alla fine dei social ho tenuto sempre a sottolineare che io non ho niente contro l’uso dei social network. Ciò che fa male è in realtà l’abuso: l’utente medio oramai tende a guardare ciò che lo circonda attraverso la lente troppo spesso distorta dello smartphone, senza soffermarsi sulla vera essenza dei fatti e delle persone. Una citazione, peraltro anonima, da me posta all’inizio del romanzo è un efficace compendio di come viviamo la nostra vita da dieci anni a questa parte: “Prima avevo una vita, adesso ho un computer e una connessione wi-fi”.

I molti personaggi del libro, praticamente tutti nessuno escluso, partendo dal protagonista, giornalista in fase di riconversione professionale, sua figlia affermata modella, il triste addetto redazionale, il sanguigno e irruento maresciallo dei Carabinieri, per finire ai politici, magistrati, ai sicari e a tutta la varia e dolente umanità che va a popolare e comporre il coinvolgente mosaico noir, sembrano in realtà essere caratterizzati più da ombre che luci e le loro redenzioni sono spesso parziali e difficili: concessione e indulgenza ai cliché del noir o piuttosto conseguenza, effetto di un Suo personale pessimismo circa la vera natura umana?

Non ho mai amato particolarmente la figura del detective infallibile (o del cattivo invincibile) nella narrativa e nel cinema. Ciò che accomuna ogni personaggio del mio romanzo è il concetto di fallibilità. Protagonisti e comprimari, nessuno escluso, durante il dipanarsi della trama compiono errori, di vario genere e caratura. Trattandosi di esseri umani si trovano costretti a fare i conti con le loro debolezze, le loro paure e il loro passato doloroso. Ogni errore o vulnerabilità dei miei personaggi porta a sviluppi nella trama da cui scaturiscono cambiamenti radicali nelle loro esistenze. Pur avendo un paio di protagonisti principali, il libro può essere considerato un’opera corale. La narrazione si snoda raccontando di volta in volta le vicende dei vari personaggi; il lettore ha modo di conoscerli e immedesimarsi nelle debolezze dell’uno o dell’altro. Non sono pessimista nei confronti della natura umana. Siamo stati dotati del libero arbitrio e durante la nostra vita facciamo delle scelte. Le strade che imbocchiamo possono portarci alla felicità o alla dannazione, in molti casi abbiamo la possibilità di redimerci e cambiare direzione ma non sempre ne abbiamo la voglia o il coraggio.

Un’altra cosa che impressiona è l’uso massiccio dell’ironia che sconfina spesso in sarcasmo: quello tosto, cattivo, alla toscana. Lei la vedrebbe, questa storia, ambientata o ambientabile in altro territorio italiano?

Durante la sua stesura ho deciso di non dare un’ambientazione chiara e univoca al romanzo. Solo grazie a un paio di riferimenti geografici collocati in alcuni capitoli è possibile immaginare dove si svolga l’intera vicenda. Siamo in un piccolo comune dell’Italia centrale, non necessariamente in Toscana. In questo modo intendo dare la possibilità al lettore di poter contestualizzare la trama anche nel proprio paese. La “location” della storia non è strettamente funzionale allo sviluppo della trama principale; pochi sono i capitoli in cui vengono forniti chiari riferimenti geografici. Si è trattato di una scelta ponderata. Per quanto riguarda l’ironia ritengo che sia il migliore ingrediente per cercare di sdrammatizzare alcuni passaggi e tentare di strappare un sorriso al lettore; in fondo un libro deve essere soprattutto un mezzo di intrattenimento. Qualche frase “colorita”, senza mai scadere nella volgarità gratuita, mi è servita per tratteggiare nel dettaglio il carattere di alcuni personaggi.

La Sua passione per il fumetto a tinte dark è nota e ulteriormente dichiarata tra le Sue pagine, che vedono addirittura un episodio ambientato nel Lucca Comics & Games, e l’adozione di nicknames inconfondibili ed evocativi. Questo immaginario di riferimento caratterizzerà anche i Suoi prossimi lavori?

Credo sia inevitabile che in un’opera prima l’autore introduca piccoli frammenti delle proprie passioni ed esperienze. Sono cresciuto a “pane e fumetti” e tuttora sono un lettore e collezionista di comics italiani. Ogni anno ho frequentato, prima dell’avvento della sciagurata pandemia, la manifestazione che si tiene ogni anno a Lucca e per me è sempre stata una vera e propria festa. Nel mio prossimo romanzo, di cui ho terminato la stesura non più di un mese fa, ho accantonato il mondo dei fumetti mentre un ruolo di rilievo viene dato ai soprannomi, in tutte le loro sfaccettature. Ma questa, per ora, è un’altra storia che mi auguro di poter proporre presto.

Grazie di essere stato con noi e di averci illustrato il senso e le motivazioni del Suo libro, e in bocca al lupo da noi di Riscontri per ogni successo presente e futuro!

Grazie a voi per lo spazio che mi avete concesso. Con ogni romanzo si apre una porta su un universo parallelo ricco di emozioni e sorprese. Buon viaggio a tutti i lettori, e viva il lupo!

(intervista a cura di Carlo Crescitelli)

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