Tra le candidature notevoli al nostro premio per lavori editi Un libro in vetrina 2021 si è imposto alla nostra attenzione Un futuro luminoso. Cresciuto in Transilvania all’ombra del comunismo (A Luminous Future. Growing up in Transylvania in the shadow of communism), Amazon 2021, il libro autobiografico di Teodor Flonta, uscito in versione italiana, inglese e rumena.

Abbiamo contattato l’autore nella sua attuale residenza di Taroona (Hobart), Tasmania, Australia, per fargli qualche domanda su questa inusuale rappresentazione della propria esistenza e sulla sua preziosa testimonianza critica di una fase del recente passato europeo – quella inquietante e tremenda del socialismo reale in Romania – che risulta ancora oggi ai più praticamente sconosciuta.

Incominciamo dalla fine: da quella ricerca della felicità durata una vita e oggi finalmente conclusa, di cui leggiamo in coda al volume:

“Ora vivo in quella parte del mondo che mia madre aveva visto alla mia nascita, ove sono circondato da bambini con begli occhi luminosi e visi entusiasti – che pronunciano parole che lei non aveva mai sentito – eppure hanno tratti simili a quelli del bisnonno Pavelea e della sua Măriutza, dei nonni Teodorea e Maria, Toderea e Saveta, di mio padre e di lei stessa. Mi sento così a mio agio con loro intorno e, mentre conto le mie benedizioni, finalmente mi rendo conto quanto lontano ero dovuto andare e quanto tempo avevo dovuto aspettare per trovare un briciolo di felicità” (pag. 381).

È questo dunque il vero tema del libro? La fuga dai tristi giorni di allora, in cui l’unico futuro al quale poter anelare era tutt’altro da quello gabellato come “luminoso” dal regime, mentre gli anni inesorabilmente passavano alla disperata ricerca di un altrove in cui poter vivere invece che dover sopravvivere?

Penso che Lei abbia estrapolato un bellissimo tema dal mio libro. Io mi sono proposto di raccontare la storia di un bambino vero, della sua famiglia, del suo villaggio e del suo Paese durante i tempi bui dello stalinismo. Ho fatto questo per lasciare una testimonianza ai miei nipotini, nati in un mondo così diverso dal mio, e per un senso di giustizia nei confronti dei miei genitori e di tutti quelli che come loro ho visto soffrire terribilmente durante il comunismo.

«Nel mio libro cerco di offrire uno stralcio di vita vissuta e di descrivere particolarmente il rapporto che la mia famiglia aveva con le autorità in quel periodo.»

Vivevamo in una gabbia, isolati dal mondo e, anche all’interno della comunità a cui appartenevamo, la mia famiglia era additata dal regime come diversa dalle altre. Chi vive in gabbia cerca generalmente di evadere, di crearsi uno spazio più confortevole. Mio padre, dichiarato “nemico del popolo” a 29 anni, riusciva qualche volta ad evitare le persecuzioni, scomparendo di casa e nascondendosi nei villaggi vicini da parenti e conoscenti. Così io sono vissuto per i primi anni senza di lui mentre mia madre era costantemente vittima di abusi da parte della Milizia comunista. Ho passato la mia infanzia con l’incubo che i comunisti mi avrebbero ucciso tutt’e due i genitori; a scuola, ero anch’io umiliato, nel senso che i miei meriti venivano ignorati, diminuiti o attribuiti ad altri. Trovavo rifugio nella fantasia, cercavo di viaggiare lontano da quel luogo e da quella situazione. Mi ricordo il senso di speranza, quasi di salvezza, che ho provato ascoltando per la prima volta le trasmissioni de La Voce dell’America in rumeno, che ci arrivavano attraverso una radio a galena; essendo queste trasmissioni proibite, le ascoltavo con mio padre nella stalla, dove si era più sicuri. Così, all’età di 7-8 anni, mi era venuta una gran voglia di andare in America e portare via la mia famiglia dall’inferno comunista.

Ho riavuto quella sensazione di speranza anche con la scoperta delle lingue. La prima lingua, che studiavamo obbligatoriamente a partire dalla quarta elementare, era il russo. A me piaceva, solo che qui non mi è andata molto bene, perché mio padre odiava i russi, che erano la causa per cui lui veniva considerato “nemico del popolo” dal regime. Perché il comunismo, per chi non lo sapesse, è stato imposto ai rumeni dall’Armata Rossa, quell’Armata che ancora oggi, con l’invasione dell’Ucraina, dimostra di essere un pericolo per l’Europa e per il mondo. Tengo a precisare che il Partito Comunista Rumeno annoverava solo un migliaio di membri nel 1946, quando, con il sostegno dell’Unione Sovietica, aveva vinto le elezioni con l’inganno, appropriandosi dei voti degli altri partiti.

Poi, quando avevo tredici anni, mio padre mi comprò una radio a batteria (abbastanza grande – 30 cm per 20 cm all’incirca), che diventò la mia inseparabile compagna sui campi, quando portavo a pascolare le nostre mucche. Allora ho scoperto l’italiano, che mi ha aperto nuovi orizzonti e mi ha fornito nuovi spunti per evadere dalla propaganda che il regime ci obbligava a sorbire ogni momento. In seguito venni a sapere che membri della mia famiglia avevano incontrato italiani nella loro vita. Un vicino, che era stato prigioniero in Italia durante la prima guerra mondiale con il mio nonno paterno, mi ha raccontato la loro storia in Italia; come transilvani erano arruolati nell’esercito austro-ungarico. Mio padre, prima della seconda guerra, aveva lavorato a Bucarest, come semplice manovale, al servizio di architetti italiani ed era rimasto molto ben impressionato. Per me si è poi venuta a innescare una serie di eventi che mi hanno avvicinato sempre più all’italiano. Dato che il regime non mi ha permesso di accedere a una facoltà di mia scelta, per via dell’etichetta che avevano affibbiato a mio padre (“nemico del popolo”), sono riuscito a studiare l’italiano all’università, poi, cosa straordinaria, ho cominciato a lavorare nella stessa stazione radio che mi aveva fatto scoprire la bellissima lingua italiana mentre portavo le mucche al pascolo; di lì a poco un altro evento ancora più speciale, che solo un benevolo destino poteva combinare, sarà l’incontro con la ragazza italiana che sarebbe poi diventata mia moglie.

Teodor Flonta

A giudicare dal mio itinerario di vita, cominciato all’insegna di quel “futuro luminoso” propagandato dai comunisti, seguito da un periodo di permanenza in Italia e poi risoltosi nella lontana Australia, posso finalmente concludere che ho raggiunto la normalità, una conquista che per me equivale a un esito felice. Mi vengono in mente le parole di un mio professore di italiano all’università di Bucarest. Un giorno camminavamo insieme da una sede staccata verso la sede centrale dell’università e mi disse: “Ti piace l’italiano, Flonta!”, “Sì, molto,” gli risposi. “Continua così e andrai lontano!” E sono davvero finito lontano!

La narrazione biografica abbraccia l’arco temporale che va dal 1946 –la Sua data di nascita – fino al 1972 – il momento in cui Lei lascia il paese –, con ulteriori passaggi dedicati al Suo breve rientro nel 1990 per la morte di Suo padre e alla Sua attuale vita in Australia del 2005, con la nascita di suo nipote. Sessant’anni di storia magistralmente ripercorsi attraverso cinque generazioni, con pathos e ironia, nei quali i paesaggi da fiaba dei Carpazi e la sventurata gente rumena fanno senz’altro da grandi protagonisti, con il piccolo comunismo sullo sfondo, quasi fosse una maldestra, sgradita e passeggera parentesi, se rapportata alla grandezza dello spirito fiero di un popolo. Ma la domanda è un’altra: visto che Sua moglie è italiana –come italiana del resto è la nostra casa editrice, che è di un’Italia per giunta periferica e minore –, quanto c’è di comune o di simile fra le tradizioni e i valori della Romania rurale e quelli della nostra Italia del Sud?

Siccome Lei menziona mia moglie, Le dirò che nelle sue prime visite a Lupoaia, il mio villaggio in Romania, si è sentita molto a suo agio. Ha apprezzato subito la cura con cui le donne locali tessevano i tessuti di canapa al telaio, la destrezza con cui facevano ricami, pizzi e merletti bellissimi con un’abilità artistica straordinaria. È diventata amica loro e non potevamo uscire a passeggiare per il villaggio senza che lei fosse presa per mano e accompagnata in casa, dove la padrona tirava fuori dalla cassapanca il meglio del corredo di famiglia. Poi dovevamo provare i dolci e le altre leccornie che aveva preparato. E questo si ripeteva di casa in casa. Penso che questo tipo di calore umano sia diffuso anche nell’Italia del Sud. Lo sperimento anch’io qui in Tasmania dove ho un paio di amici straordinari che provengono dalla Basilicata.

Questo sentimento di ospitalità era molto naturale tra i contadini: quando ero piccolo, nessuno lasciava casa nostra senza che gli venisse offerto qualcosa; gli anziani, sapendo che mio padre aveva sempre della pălinca (grappa di prugne) in casa, aprivano il portone e venivano a sedersi nel cortile; mia madre, che aveva un cuore grande, offriva a tutti un bicchierino, qualche volta di più.

Un altro aspetto che la Romania rurale dei miei tempi e l’Italia del Sud potrebbero avere in comune era il modo in cui avveniva la trasmissione della cultura e delle tradizioni popolari. Ricordo che nel tardo pomeriggio, verso l’imbrunire, era il momento in cui noi bambini ci radunavamo sulle panche davanti alla casa intorno ad anziani, con baffi lunghi e l’inseparabile pipa, che ci raccontavano, nella parlata locale, storie della loro vita, storie di guerre, storie di fantasmi. Molti di loro non sapevano né leggere né scrivere ma sapevano raccontare. Era un modo di educare i giovani e tramandare loro la storia e i valori della comunità. A differenza dell’Italia, bisogna tener presente che tutte le altre informazioni intorno a noi erano propaganda comunista che distorceva la realtà.

Vorrei menzionare anche l’attaccamento alla terra. Essendo zone in cui si viveva con poco, questo attaccamento era non solo di tipo sentimentale ma anche di tipo pratico, in quanto la terra provvedeva gli unici mezzi di sussistenza. Questo sentimento era così radicato nelle loro coscienze che i contadini si aiutavano spesso tra di loro; al tempo del raccolto, mezzo villaggio veniva a lavorare gratis per i miei e loro facevano lo stesso. Era una sentita comunione che diventava anche una festa, in quanto mia mamma e la nonna preparavano cibo per tutti, che poi portavamo alla gente sui campi; il cibo veniva messo su grandi tovaglie tessute a mano, distese sul prato, e tutti si sedevano intorno a mangiare. Il comunismo ha cambiato tutto questo perché la collettivizzazione forzata dell’agricoltura in Romania ha fatto sì che la terra diventasse “di tutti”, questa era la teoria ma, in realtà, non era più di nessuno. Inoltre, privando il contadino della terra dei suoi avi, si privava il mondo rurale anche delle sue memorie e delle sue tradizioni secolari. Ho in mente un’immagine terribile del periodo successivo alla collettivizzazione: alcuni contadini di Lupoaia con pompe a spalla che spruzzavano gli alberi da frutto con insetticidi industriali e alla fine della giornata erano ricoperti loro stessi, dalla testa ai piedi, di quella sostanza tossica. Spruzzavano questi insetticidi all’impazzata e man mano gli alberi inaridivano ma loro dovevano seguire “il piano” tracciato dal Partito.

Anche i sacrifici che si facevano per allevare i figli nel modo migliore e dar loro un’educazione si notano di più nelle zone più povere; i miei genitori hanno vissuto la loro vita in funzione della mia, per farmi studiare e uscire dalla loro condizione, proprio come succede in molti casi nell’Italia meridionale.

La realizzazione e il compimento di un’opera complessa, trilingue e di spessore internazionale come la Sua ha vistoil decisivo apporto di diverse qualificate collaborazioni, da Lei più volte citate nei crediti. Ci parli del lavoro di questo staff e di come si è nel tempo venuto a creare e consolidare – attraverso il progetto delle varie edizioni del libro – questo bel ponte ideale con l’Italia e il mondo.

Devo precisare due cose importanti: a) quando sono arrivato in Australia, sebbene avessi familiarità con 3-4 lingue romanze, non sapevo l’inglese e b) prima di Un futuro luminoso non avevo pubblicato libri di letteratura.

Mi sono proposto di scrivere in inglese nella speranza che un giorno il mio libro venisse letto dai miei nipotini, tutti nati in Australia, e poi come sfida a me stesso.

Quando ebbi un manoscritto accettabile, una mia carissima collega, di origine est-europea ma educata in Australia sin da bambina, si è offerta di leggerlo. Il suo giudizio positivo mi ha incoraggiato a continuare. Ho scritto più bozze e ogni bozza che mi pareva buona l’ho fatta leggere ad uno scrittore affermato per critiche e consigli e così, per l’originale inglese, si è creato un “ponte” (per usare la sua parola) tra tre continenti: l’Australia, Gli Stati Uniti e l’Europa.

L’edizione rumena si è realizzata grazie ad un atto d’amore da parte di un mio compagno d’università. Ha letto il libro in inglese e gli è piaciuto molto, tant’è vero che ha cominciato a tradurlo senza dirmelo. Sempre lui ha mandato il libro ad una casa editrice rumena. La co-fondatrice, con un dottorato di ricerca ottenuto in Italia, non solo l’ha pubblicato in rumeno ma ha insistito che lo traducessimo in italiano per la pubblicazione da parte della sua casa editrice. Così la prima edizione italiana del libro è apparsa in Romania presso i tipi della Ratio et Revelatio di Oradea, il capoluogo della contea dove sono nato.

Anche al di là di Un futuro luminoso, dove l’aneddotica etnoantropologica è pur sempre molto presente, Lei è un grande appassionato di proverbi di ogni origine e luogo, con diverse altre pubblicazioni in materia all’attivo: da dove arriva questo interesse così spiccato e specialistico?

Dicevo prima degli anziani di Lupoaia, che raccontavano storie a noi bambini; ebbene, la loro lingua era abbastanza pittoresca perché inserivano qua e là nei loro racconti sia proverbi che frasi idiomatiche che captavano la mia attenzione.

Mi ricordo, però, un episodio ben preciso che potrebbe, in parte, spiegare meglio il mio interesse per l’aspetto idiomatico della lingua. Avevo 5-6 anni e mio padre era continuamente perseguitato dal regime comunista. Quando non era in galera, veniva obbligato dalla Milizia comunista a fare dei lavori, spesso inutili, con l’intento di portarlo alla disperazione e annientarlo fisicamente e psichicamente. Un giorno ho visto mia madre piangere e lamentarsi con la Nonna che “questi criminali non lo lasciano mai in pace, continuano a mandarlo da Ana a Caifa finché lo distruggeranno” (in italiano: “mandare qualcuno da Erode a Pilato”). Ho chiesto più tardi alla mamma il significato di quest’espressione. Mi ha detto che erano personaggi biblici ma non sapeva molto di più.

Poi, durante una vacanza estiva, quando all’università studiavamo I promessi sposi di Manzoni, ho estratto tutte le frasi idiomatiche e i proverbi e li ho trascritti in un quaderno con i loro equivalenti rumeni (o la traduzione dove non c’erano equivalenti) per impararli a memoria.

Dopo l’arrivo in Italia ho comprato l’Arthaber – il Dizionario comparato di proverbi e modi proverbiali italiani, in sette lingue, pubblicato dalla Hoepli, che mi sono addirittura portato in Australia e qui, dopo qualche anno, ho conseguito il dottorato di ricerca (PhD) con una tesi sui proverbi comparati inglesi-italiani.

Sono rimasto affascinato dai proverbi, forse perché ogni proverbio racconta una storia; anche quando la storia che sta dietro al proverbio si è perduta, il sapore vi rimane.

Così come l’italiano mi è stato un fedele compagno per la maggior parte della vita, anche i proverbi in varie lingue me l’hanno resa più accettabile nei momenti difficili, tenendomi ancorato alle mie radici.

E adesso… le canzoni italiane! Un futuro luminoso ne è pieno, sono la colonna sonora costante dell’educazione sentimentale del giovane Teodor, di tutti i suoi più struggenti momenti di crescita: ma erano davvero tanto diffuse la musica e la cultura popolare italiana in Romania? Perché?

Devo premettere che tutto quello che era straniero, soprattutto occidentale, era ufficialmente proibito sotto il comunismo. Ma, qualche volta, la radio nazionale trasmetteva canzoni molto in voga nei paesi così detti capitalisti. Poi, alla radio rumena c’erano le trasmissioni di propaganda in varie lingue. Le trasmissioni in italiano avevano segmenti musicali in cui gli emigrati italiani nel mondo potevano dedicare una canzone ai familiari, alla fidanzata, ad amici rimasti in patria. Faccio una parentesi: quando io lavoravo nella redazione italiana di Radio Bucarest, ho dedicato alla mia futura moglie, con la complicità del capo redattore, canzoni di Domenico Modugno, Gianni Morandi e Sergio Endrigo ma, siccome non potevo usare il mio nome, ho detto che gliele dedicava il “fidanzato lontano”.

Da adolescente vivevo nella parte occidentale della Romania e sentivo trasmissioni alla radio ungherese e a quella jugoslava. Anche lì si trasmettevano canzoni italiane. Quando ero già al liceo, le parole delle canzoni italiane venivano trascritte direttamente dalla radio, soprattutto dalle ragazze, e ci passavamo l’un l’altro il testo. Insomma, facevamo di necessità virtù.

Ma bisogna tener presente che la somiglianza tra l’italiano e il rumeno ha favorito i contatti linguistici. I rumeni sentivano l’italiano più vicino al rumeno di altre lingue neolatine. Il regime comunista stesso non faceva molto per incoraggiare i contatti tra noi e gli italiani. Per darLe un esempio, quando io studiavo l’italiano all’università di Bucarest, quello era l’unico corso di laurea in italiano di tutta la Romania. Per di più, anche lì c’erano solo 10 posti in anni alterni. Un grande contrasto con gli anni prima del comunismo e dopo. Basta gettare uno sguardo al passato. Sebbene il primo testo della lingua rumena, scritto in cirillico, risalga solo al 1521, nella prima metà dell’Ottocento ci fu la proposta dell’abolizione dell’alfabeto cirillico e la sostituzione dei termini non latini con parole italiane. Questo avveniva mentre l’influenza della cultura francese era molto forte in Romania ma la dice lunga sul fatto che l’italiano esercitava una grande influenza sulla lingua e la cultura rumena. L’autore della proposta ha persino suggerito una massiccia italianizzazione lessicale del rumeno con la creazione di una lingua italo-rumena, tentativo poi fallito.

Per rimanere in tema, visto che abbiamo parlato dell’Italia del Sud, a metà del Novecento un linguista italiano dimostra che certi termini provenienti dal latino, che si credevano conservati solo in rumeno, si trovano anche nel dialetto calabrese; uno di questi è luntre in rumeno e luntri in calabrese, che significa piccola imbarcazione.

La presenza delle canzoni italiane nel mio libro non penso rifletta tanto la loro diffusione nella Romania di quei tempi ma piuttosto il mio interesse per tutto ciò che era italiano, forse perché le canzoni mi offrivano la possibilità di crearmi uno scudo per evadere dalle ferite inflitte al mio spirito dall’incessante propaganda del regime. Forse la loro compagnia era anche un altro modo di attenuare i ricordi dei soprusi che la mia famiglia subiva costantemente.

Grazie della Sua squisita disponibilità e chiudiamo la nostra intervista con un messaggio speciale per il nostro pubblico dei lettori italiani, visto che il libro sembra in qualche maniera essere stato scritto proprio per loro: perché comprarlo, perché leggerlo proprio qui in Italia?

Quando il comunismo era al potere in Romania, l’Italia aveva il Partito Comunista più numeroso tra le democrazie occidentali. Molti italiani guardavano con ammirazione all’Unione Sovietica, avvallavano, forse in buona fede, un’ideologia basata sulla menzogna e sul crimine. Il regime comunista in Romania sostituiva il vero con il falso e commetteva crimini contro i cittadini che non la pensavano come loro. Quel comportamento è arrivato oggi sotto gli occhi di tutti con l’invasione dell’Ucraina e il ridicolo pretesto di Putin, rimasto alla vecchia mentalità dell’homo sovieticus.

Io sono cresciuto in una società in cui ci dicevano che vivevamo nel paradiso dei lavoratori, però ai lavoratori mancavano i generi di prima necessità e venivano negate le libertà elementari; ci dicevano che costruivamo un “futuro luminoso”, mentre il nostro mondo era sempre più buio e senza speranza. In questo mondo, che creava l’uomo nuovo (quell’homo sovieticus già menzionato), c’era una continua istigazione all’odio contro tutto quello che era diverso, contro tutto ciò che usciva dagli schemi ideologici del regime, attraverso una spietata propaganda che ci obbligavano non solo a sorbire ma anche a studiare e trasmettere ad altri. Una particolare attenzione era riservata agli occidentali, che al pari dei “nemici del popolo” rumeni erano considerati i nostri “nemici” esterni.

La mia prima esperienza su suolo italiano, dopo l’atterraggio a Roma nel gennaio del 1972, fu un ritardo del volo per Milano a causa di uno sciopero. Sull’aereo c’era un gruppo di italiani che ritornavano da una gita in Romania ed erano anche loro diretti a Milano. Dopo una breve conversazione, alcuni di loro, persone semplici, mi dissero che erano comunisti e avevano visitato la Romania per la prima volta con un viaggio organizzato dal loro sindacato. Alcuni, colpiti da quello che avevano visto in Romania, mi dichiararono che avrebbero strappato la tessera del Partito Comunista. Quel viaggio in Romania ha aperto gli occhi a qualcuno. Spero che il mio libro, che è una storia vera, faccia altrettanto e che un giorno l’Europa trovi il coraggio di condannare ufficialmente il comunismo, come si è fatto con il fascismo. Sono dittature e hanno causato genocidi.

(intervista a cura di Carlo Crescitelli)

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