M. Colella, Il barocco sabaudo tra mecenatismo e retorica, 2019, XII + 180

L’anfisbena, il mitico serpente con una testa a ciascuna estremità del corpo: era questa l’“impresa” – oggi diremmo il logo – dell’Accademia Reale Letteraria di Torino, fondata nel 1678 dall’allora reggente del Ducato di Savoia, Maria Giovanna Battista. Ognuna delle due teste rappresentava una lingua, rispettivamente l’italiano e il francese. Il plurilinguismo è una ricchezza, si sa, ma quell’anfisbena araldica nasconde anche un problema: il fatto che il Ducato (poi Regno) di Savoia non possedesse una “sua” lingua, come ancora un secolo dopo si accorgerà sulla propria pelle Vittorio Alfieri. Quella di Maria Giovanna Battista di Savoia si rivela in ogni caso «una sovranità tanto assolutistica quanto illuminata, che – per spiccata sensibilità, raffinata educazione e lungimirante visione politica e, comunque, nell’ambito di un percorso dinastico di longue durée – comprende che per “comparire al mondo nell’assemblea primiera delle potenze” non basta l’esclusivo esercizio politico-amministrativo-militare», scrive Colella. Solo che l’esperimento sarà destinato a durare poco, perché la reggente si troverà a combattere contro un fiero oppositore: l’erede designato. Suo figlio.


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