Il “mestiere della conoscenza” di Antonio Famiglietti

Antonio Famiglietti è un professionista che si occupa da sempre di ricerca sociale, con focus iniziale sulle tematiche del lavoro e sindacali. Vanta origini familiari miste avellinesi e napoletane, ma ha vissuto gli anni della sua prima formazione ad Avellino, a cui è sempre rimasto legato, anche sul piano delle relazioni di amicizia. Ha quindi vissuto la sua vita di “lavoratore della conoscenza”, come ama autodefinirsi, fuori dalla sua regione di nascita: ha avuto esperienze di studio e di insegnamento accademico nel Regno Unito, in Sudafrica e a Roma, dove tuttora risiede e opera, e dove siamo andati a intervistarlo.

 

1) Antonio, grazie della tua adesione al nostro invito, e io direi di incominciare ad illustrare ai nostri lettori i vari temi dei quali ti sei occupato nel corso degli anni.

Ti racconto il mio percorso da ricercatore. Mi laureo in Scienze Politiche a metà degli anni Ottanta, a Roma, e mi sembra che la cosa più interessante da studiare sia la sociologia. Ero allora un marxista abbastanza schematico, mi interessava capire la fabbrica, allora si parlava di rivoluzione microelettronica, di modello giapponese, ecc. Inizio quindi ad occuparmi di relazioni industriali. Poi incontro il pensiero di Tourain. Alain Touraine era il teorico della società postindustriale. La tesi che avanzava era che il conflitto di lavoro avesse perduto la sua centralità. Aveva lanciato in Francia un programma di ricerche su quelli che allora chiamavano i nuovi movimenti sociali, come gli ambientalisti, le donne e il femminismo, i regionalisti, etc. E quindi fui coinvolto in ricerche sul consumo etico o alternativo e sul movimento che chiamavamo alterglobal. Negli anni Novanta e nei primi 2000 ho svolto anche studi di tipo storico sul movimento operaio in Gran Bretagna e sul sindacalismo italiano.

 

2) Su che cosa vertono oggi le tue ricerche e indagini? Che cosa per te è importante sapere, capire adesso?

La parabola del movimento alterglobal è stata per me significativa. Il suo repentino dissolversi mi ha spinto a un abbandono della prospettiva di ricerca di alternative. Ma non si tratta di una visione soltanto negativa, perché libera lo sguardo su altre questioni che prima non vedevo, a partire anche da una riconsiderazione del significato assunto negli anni dalla globalizzazione.

 

3) Il millennio da poco incominciato ci ha già ahimè abituato a parecchie infauste disillusioni storiche: a tuo avviso, come si svilupperà, nel corso dei prossimi anni, questo attrito tra progresso tecnologico e controspinte politiche conservatrici che appare caratterizzare particolarmente questo nostro presente? 

È innegabile oggi un declino relativo in tutti i paesi che, quando ho iniziato la mia carriera, dominavano economicamente il mondo, inclusa l’Italia. Certamente da noi le circostanze esterne attualmente non aiutano lo sviluppo. Hai notato che il triangolo industriale non è più, da tempo, Torino-Genova-Milano, ma si è spostato ad Est: Milano-Bologna-Treviso? Ciò anche per la capacità di attrazione della potenza manifatturiera tedesca. Quindi, la questione diventa come contrastare il declino, con le sue conseguenze, mentre mi sembra inadeguata la risposta sovranista/populista che negli ultimi dieci anni è emersa in tutto l’Occidente e non solo. Pertanto, in questi tempi più recenti, mi sono dedicato nelle mie ricerche a due questioni: da un lato, ho iniziato a studiare la letteratura politologica sul populismo, avendo in mente la domanda: il populismo rappresenta un superamento del cleavage destra/sinistra tradizionale? Poi, mi sto occupando del mio quartiere a Roma, il quartiere di San Lorenzo, conducendo delle inchieste sulle sue attività economiche, perlopiù manifatture tradizionali che provano a evolversi, e sul suo associazionismo.

Antonio Famiglietti

4) Il Sud visto da fuori, dal tuo angolo di osservazione di studioso non residente.

Mi sono occupato di Sud in due occasioni. Ci ho fatto la tesi di laurea e poi ho tenuto un corso a Sociologia a Roma intorno al 2010 sulle questioni dello sviluppo. Fino agli anni Settanta del Novecento la questione era chiara. L’industria avrebbe modernizzato la società: avrebbe sostituito le relazioni orizzontali proprie della solidarietà operaia e del sindacalismo a quelle verticali della campagna e a quelle semiarretrate del clientelismo in ambiente urbano. Quella prospettiva tramonta, per un verso, per le trasformazioni dell’economia mondiale; ma per l’altro, l’industria perde quelle capacità di modernizzazione etico-sociale, se si può dire così. Quindi, fuori dalla tematica arretratezza/modernità, il Mezzogiorno non è più oggetto di una questione specifica, ma è parte delle problematiche dell’Italia, anche se in una forma sensibilmente più macroscopica: se l’Italia declina, il Sud declina di più; se l’Italia ha il problema di trovare una sua collocazione all’interno di una mutata e sempre mutevole divisione globale del lavoro, il Sud ha questo problema in misura moltiplicata; se l’Italia soffre di uno Stato debole e di una pubblica amministrazione relativamente inefficace ed inefficiente, tale problema si presenta in forme più gravi nel Mezzogiorno. Aggiungi che il Sud è fortemente svantaggiato dalle drammatiche situazioni e, comunque, dal mancato dinamismo economico della sponda Sud del Mediterraneo.

 

5) E nel Sud, l’Irpinia, le sue specifiche valenze territoriali?

Ciò di cui mi sono convinto nel tempo è che trovo controproducente l’ossessione per le radici e per l’idea che lo sviluppo debba rispettare assolutamente la vocazione del territorio. Che le tradizioni locali vadano valorizzate, purché traghettate ovviamente nel mondo moderno, è sacrosanto. Ma è mai possibile che un ingegnere, formato in una università meridionale magari eccellente, debba inevitabilmente trasferirsi al Nord o all’estero? L’emigrazione delle risorse umane di pregio è un classico elemento del circolo vizioso del sottosviluppo.

 

Grazie Antonio, di aver parlato con noi, e di queste tue interessanti tracce di riflessione sulla società contemporanea.

Grazie a voi.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

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