Il risveglio etico della cultura

La Scuola Empatica – Empatismo (Movimento Letterario-Artistico-Filosofico e Culturale sorto in Italia nel 2020)

L’uomo è misura di tutte le cose (Protagora)

La Scienza è inutile, se non serve a mettere in valore l’umanità. Agisci in modo da trattare l’uomo così in te come negli altri sempre come fine, mai come mezzo (Kant)

L’Etica ha un contenuto stabile (Hegel)

Secondo una visione ontologica, ogni essere ha una determinata natura, un intimo principio d’azione e pertanto uno speciale fine da perseguire.

Tutti gli esseri viventi hanno assicurata la sopravvivenza nel rispetto continuo di un progetto fisso e preordinato da sempre. Tutti, tranne l’uomo.

In maniera singolare, l’essere umano è sottratto all’immediatezza del vivere e lasciato libero di autoprogettarsi in un’esistenza, autenticamente “umana”, che non è un mero e semplice percorso biologico. La dinamica della volontà progettiva è il farsi stesso dell’uomo, la sua “vocazione”. L’esistenza diventa la sua impresa.

Ogni individuo, progetto singolare, ha il dovere di attuare quel progetto universale che è l’Umanità, e pertanto è chiamato a incontrarsi e a immedesimarsi nell’altro. Il progetto di sopravvivenza è un tutt’uno con il progetto di convivenza. E la Cultura è mediazione, in un nesso solido e solidale, tra il dentro e il fuori di sé.

Si può con certezza rilevare come l’approccio scientifico alla conoscenza della realtà, tipico del paradigma occidentale, abbia conferito all’uomo la dignità di “creato creatore”. La tecnica poi ha senza dubbio ampliato la libertà di raggiungere obiettivi un tempo neppure immaginabili, unificando il mondo attraverso la specificità di concetti, metodi e linguaggi comuni, ma ha finito per diventare una “titanica divinità” che si è imposta sull’uomo stesso, non avendo altro scopo se non il proprio autopotenziamento, in un’estensione smisurata di crescita fine a se stessa. Nella nostra visione logico-razionale, l’imperativo categorico è diventato l’incessante aumento del fare tecnico e della conseguente produttività economica.

Ormai, direbbe Galimberti, “è l’etica a dover rincorrere la tecnica, in un’impotenza prescrittiva”. I puri oggetti sono soggetti dinamici nell’apparato tecnocratico, e ogni uomo appare un semplice “funzionario”, “mezzo tra gli altri mezzi”, costretto a procedere come un grande calcolatore, privo di emozioni e passioni, nell’indifferenza sistematica dell’altro uomo. La comunicabilità  dell’esperienza è resa possibile soltanto a chi sia dotato degli strumenti necessari, e viene rimosso ogni senso attinente alla sfera interiore e sociale dell’uomo, che è un agente di secondo grado in un meccanismo di estraneità ai suoi stessi prodotti. La reificazione-mercificazione è la nostra  Weltanschauung, in ogni aspetto di vita! Il market system è il nuovo absolutum, e non c’è ambito del sapere che non sia incapsulato in tale logica. La Cultura de-eticizzata e dis-umanizzata dà origine a quella “insocievole socievolezza” in cui è annullato ogni nesso comunitario stabile e solidale.

Di qui, la portata rivoluzionaria e innovatrice del Movimento della Scuola Empatica, che dalla periferia del “Triangolo culturale del Cilento antico” invita i creatori di civiltà e cultura, da Nord a Sud, a unire le forze per riflettere insieme sull’effettiva condizione intellettuale e conoscitiva del tempo in cui operano, al fine di alimentare un cambio di prospettiva. Occorre risvegliarsi dallo stato ipnotico di stupefatta e supina adorazione dello specialismo egoistico e dell’individualismo autoritario. Contributi culturali incapsulati conducono a conoscenze e modi di vivere parziali. E l’agire soggettivo condanna immancabilmente a un immobile isolamento.

L’Artista totale, delineato nel “Nuovo Manifesto sulle Arti”, è l’Uomo artifex del proprio destino di “essere umano”, nella sua interezza e autenticità.

Oggi, abbiamo un sapere in eccesso e un eccessivo potere di fare, ma soffriamo di “analfabetismo emotivo” (Goleman), siamo in difetto nel “comunicare” noi stessi agli altri, nel costruire legami (cum-munire).

Dobbiamo imparare a realizzare l’unità della Cultura, riconoscere le distinzioni ma non trasformarle in antitesi intolleranti, astrattamente e presuntuosamente chiusi ciascuno nella propria disciplina, pur se coscienti di essere accomunati dall’unico grande ideale che illumina il cammino di tutti: l’Umanità.

“Umanità” non è un termine, né un compimento raggiunto o raggiungibile una volta per tutte; piuttosto, si può considerare come lo stato che genera “ricerca”, come il desiderio di dare il senso “etico” all’esistenza, per “com-prendere” il nostro essere-nel-mondo.

Comprendere non è soltanto l’intuire per orientarsi, ma è l’amorevole e penetrante impegno di sentirsi uniti agli altri.

Assumere in sé l’emozione dell’altro, mirando a investirsi delle sue ragioni, dei suoi valori, dei suoi sentimenti è empatia, una predisposizione emozionale-relazionale innata e immediata come l’istinto di sopravvivenza. L’empatia è la grammatica dei rapporti umani. Chi “si mette nei panni dell’altro” instaura relazioni simmetriche, che sono il fondamento di proficui confronti e reciproci arricchimenti.

La Scuola Empatica promossa da Menotti Lerro è una mirabile visione che restituisce il senso “etico” alla Cultura tutta.

Diana Nese

L’insieme di più personalità e racconti

La Scuola Empatica – Empatismo (Movimento Letterario-Artistico-Filosofico e Culturale sorto in Italia nel 2020)

Da ragazzino, quando a casa mia ancora non c’era la televisione, per me, le chitarre elettriche, imbracciate dai componenti dei gruppi musicali, ammirati in foto, potevano essere di porcellana.

Alcuni anni più tardi, quando iniziai a intrufolarmi nei “pomeriggi danzanti”, avendo occhi solo per i chitarristi dei vari gruppi, posso ricordare che venivo affascinato non solo dal suono prodotto sullo strumento ma anche dalle geometrie disegnate dalle dita della mano sinistra sulla tastiera: triangolazioni, quadri scorrevoli, rincorse, a volte buffe, sulle scale più diverse.

Insomma, per me la chitarra e il chitarrista erano da sentire, ma anche da vedere! Interpreto, ora, quelle micro posture, il succedersi di quelle coreografie “digitali”, come un messaggio di empatia importante per la mia formazione artistica. L’artista, il performer, deve essere visto e, se non propriamente ammirato, quanto meno guardato e interrogato con lo sguardo.

Si può imparare a cantare anche solo indagando, a distanza ravvicinata, un bravo cantante. Si può amare la poesia anche solo sentendo parlare un poeta o presenziando a un suo silenzio. Si possono creare amicizie, connubi artistici, senza presentarsi e scambiarsi i contatti.

Ogni parola è un serpente, una scatola, un grimaldello, un insieme di sillabe molecolari esplosive.

L’architettura permette di raccontare nei secoli, per semplificare o valorizzare lo spazio, di interrogarci sulla nostra esistenza. E poi matematica, geometria, vibrazioni, colori, suoni, significati, significazioni…

Forse l’individuo è uno solo e unico, ma anche l’insieme di più personalità e racconti.

Bernardo Lanzetti

Per una nuova figura d’artista

“Per un Nuovo Manifesto sulle Arti di Menotti Lerro e Antonello Pelliccia”

(Zona editrice 2019)

Pare sempre più raro, trovare nel contesto artistico, persone che sentono l’Arte come missione per raccontarne l’essenza. Un’essenza che va oltre le forme che la contengono; che siano parole, dipinti, oggetti o suoni. Persone che cercano il nocciolo della questione artistica. Come molti, considero l’Arte una scienza umanistica, una via indagatrice e di conoscenza al pari di Scienza e Religione. Ma così come sta accadendo per la Musica, materia che abbiamo codificato noi, ma ci siamo scordati come mai, la stessa perdita di memoria sembra investire tutte le arti, esaltandone solo gli aspetti espressivi, e performativi, stimolati come sono da sempre nuove tecnologie. Ritengo che l’elemento centrale dell’Arte intesa come ricerca dell’essenziale, e la Bellezza, come tutto ciò che costituisce l’esistenza ne è parte integrante, debba essere la persona, l’artista che la rende apprezzabile a tutti.

L’artista, che per sue speciali capacità di visione e di pensiero porta a renderci più finemente conto di cosa sia davvero: l’essenziale. Credo che il vero artista sia un “disvelatore”. Una persona che opera essenzialmente con gratuità e spirito di servizio. Una persona che racchiude in sé stesso un’ingenuità adulta capace di fare scandalo. Un essere riempito, se non illuminato interiormente, non solo dal lucido intelletto, da un pensiero maturo e di sintesi, ma di ciò che di più puro rimane del nostro sentire infantile.

Di quella fine capacità di percepire il mondo, che vive nel profondo, preservata dall’erosione della continua abnorme crescita di energie intellettuali che osservando solo se stesse, oscurano il sentire visionario, trasformando persone anche di grande talento espressivo, in perfetti “Uomini di Mondo”. Accanto a questi ce ne sono altri che provano invece a meritarsi il dono di un pensiero artistico, la folgorazione di un’idea che sappia prima di tutto trasformare chi la coglie, e solo in seguito qualcosa di cui si sente l’irrefrenabile voglia di realizzare in forma di opera.

Persone del presente che guardano la dove per altri c’è il nulla, ovvero oltre la superficie dell’apparenza.

Al pensiero eticamente pulito e di speranza di Menotti Lerro, per un futuro dell’arte, un futuro ancora tutto da scoprire, introdotto da un pensiero che invita ad una osservazione meravigliata delle potenzialità offerte “dall’arcobaleno delle arti”. A quello di Antonello Pelliccia che ricorda come si debba dare spazio alla loro interdisciplinarità, alla necessità di dare attenzione anche a soggetti vicini al mondo artistico (ma che di questo ne abbiano davvero la reale percezione) aggiungerei alcuni pensieri figli della mia esperienza con la “materia invisibile” della Musica. Credo che in ambito artistico sia sempre più rilevante il bisogno di costruire insieme una nuova filiera di soggetti che si impegnino a ridiscuterne il ruolo. Un ruolo che a mio avviso andrebbe aperto a nuove capacità di pensiero; per poter raccontare visioni che portino anche, ma non esclusivamente per il tramite della materia, oltre i sensi fisici, specie quelli legati alla luce e agli occhi. Sensi questi, che mai come in questo periodo storico, fungono da elemento coprente più che illuminante. Che sono spesso d’ostacolo all’urgenza di comunicare vera “Meraviglia”, quella che sa svelare direzioni che ci avvicinano ai misteri che ci circondano; quelli che vanno intuiti e osservati con un sentire devoto, non solo con la freddezza della logica. Un approccio che non ha nulla a che vedere con lo “spettacolo delle forme”, della pervicace ricerca intellettuale del “mai visto”, del “mai fatto”, del “mai realizzato”, del “mai pensato prima”. In questo caffè storico, scelto come punto d’appoggio e di ripartenza culturale, sono riuniti alcuni nuovi visionari. Ciascuno con un mezzo capace di spedirci sperabilmente oltre l’orbita di certe banalità troppo spesso rivestite di ambizioni artistiche.

Quel vuoto della superficialità, dell’ovvietà senza profondità né poesia, che sta al presente, come i “Chiari di Luna” stavano al manifesto futurista di Marinetti. Credo fermamente che ci sia bisogno di una poesia sentita ludicamente, di un Arte sentita lucidamente. Che sia Musica, pittura, scultura o nuovi mezzi e linguaggi che verranno, è certo che abbiamo bisogno di “sentire lucidamente”. Ritengo che l’artista di oggi e di domani debba identificarsi in colui che dà senso e spazio alla visione multidimensionale della persona. Una visione che non può più riguardare solo il nostro campo visivo o uditivo fisico, ma abbraccia con una diversa coscienza l’intero essere, l’intero universo, come una sola cosa. Un artista cosciente della sua natura intellettuale, della sua natura senziente e volitiva, della sua capacità di pensare e di sentire pienamente. Un Artista-persona capace di fidarsi di entrambe le sue facoltà nello stesso modo. Il sentire consapevole è determinante per rendere pienamente valoriale il processo artistico. Del resto il sognare lucidamente è un lascito di tanti artisti profeti, ben espresso in tanti iniziati di tutte le arti, come i tanti visionari della sinestesia che hanno operato anche nel secolo scorso. Vorrei concludere dicendo che in questo quadro la Musica, in quanto “Amore Vibrante organizzato”, ha un ruolo sociale determinante in quanto risvegliatrice della coscienza del sentire.

Un ruolo in grado di promuovere nella gente una vera “ecologia dei sentimenti”. Una nuova ecologia capace di rendere migliore la persona e le società, come del resto auspicato in questo manifesto.

Franco Mussida

Cernusco Sul Naviglio, 24 febbraio 2019

Le peripezie di tre illustrazioni di copertina realizzate da Carlo Levi. Il rapporto di Carlo Levi con Mario Soldati e Cesare Pavese

prima di copertinaOltre che scrittore, Carlo Levi fu pittore. Tra i quadri dipinti, alcuni figurano sulle copertine dei suoi libri ed altresì su quelle di alcuni altri scrittori. L’analisi di quello che Genette definisce “peritesto” consente non soltanto di cogliere degli aspetti essenziali dei testi, ma altresì di scoprire delle vicissitudini connesse alla loro realizzazione ed ai rapporti tra Carlo Levi (Quaderno a cancelli), Mario Soldati (America primo amore) e Cesare Pavese (Il mestiere di vivere).

Donato Sperduto ha scritto Armonie lontane. Ariosto, Croce, D’Annunzio, Pavese, Carlo Levi e Scotellaro (Arance, 2013); Il divenire dell’eterno. Su Emanuele Severino (e Dante) (Aracne, 2012); Maestri futili? Gabriele D’Annunzio, Carlo Levi, Cesare Pavese, Emanuele Severino (Aracne, 2009); Vedere senza vedere, prefazione di E. Severino (Schena, 2007); L’imitazione dell’eterno (Schena, 1998). Inoltre, ha curato i volumi Storia di una monaca di Matilde Serao (ABE, 2019), Albert Savarus (Schena-Baudry, 2012) e Carlo Levi inedito (Spes, 2002).


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L’ARTE MATEMATICA DI ESCHER

prima di copertinaPartendo dall’opera di Douglas R. Hofstadter Gödel, Escher, Bach, un’Eterna Ghirlanda Brillante, sottotitolato Una fuga metaforica su menti e macchine nello spirito di Lewis Carrol, l’autrice esplora il mondo artistico di M. C. Escher, la sua personale declinazione della nuova visione del mondo e dell’uomo, delineata dalla rivoluzione scientifica del Novecento. L’ansia dell’infinito accomuna l’artista Escher e il musicista Joann Sebastian Bach, la predilezione per la geometria, per gli anelli e i paradossi, lo collega al logico-matematico Kurt Gödel. Ritenendo la propria opera di grafico incisore non dissimile dalla composizione musicale, Escher struttura il flusso delle figure secondo modalità ritmiche, ascendenti radialmente nel sempre più piccolo, verso gli innumerevoli infinitesimi punti di una linea limite, discendenti nelle profondità di vortici attraenti come buchi neri, contrappuntistiche con inversioni nella circolarità delle metamorfosi. Lo spazio delle geometrie non-euclidee e la riflessione sulle ambiguità della percezione ispirano mondi impossibili e prospettive ribaltate; l’incompletezza di Gödel. ispira paradossi autoreferenziali come le Mani che disegnano.

Tina D’Aniello è nata il 06/07/1937 a S. Antonio Abate (NA) e risiede a Salerno; laureata in Matematica e Fisica presso l’Università Federico II di Napoli. Allieva dei professori Renato Caccioppoli ed Eduardo Caianiello, ha frequentato un ambiente scientifico stimolante interessandosi alle questioni epistemologiche con sensibilità umanistica. Ha insegnato nei licei e ha collaborato con il “Dipartimento di Scienze dell’antichità” dell’Università di Salerno. Nella maturità sono prevalsi interessi letterari radicati nella sua cultura classica. Ha pubblicato tre libri di poesie: “Il vento del tempo” (2012), “Dal giardino delle Esperidi” (2014), “Voci del silenzio” (2016). Ha vinto la prima edizione del concorso Riscontri poetici (2018) con la silloge “Nel cuore un angolo rosso”, pubblicata dalla Terebinto Edizioni nella sezione Carmina Moderna.


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