Kandinsky e l’esperienza estetica dell’arte

di Valentina Certo

prima di copertina3L’articolo prende in esame l’arte di Vassily Kandinsky ed il suo rapporto con l’esperienza estetica. La ricerca sulla forma ed il colore iniziata dal pittore e musicista russo nel 1896, anno del suo trasferimento a Monaco, culmina nel 1910 con la creazione del primo acquerello astratto e con la pubblicazione del saggio Lo Spirituale nell’arte dove sottolinea che «la nostra anima si sta risvegliando da un lungo periodo di materialismo» e auspica un’arte che si faccia non solo riflesso della società del suo tempo ma che aiuti a trasformarla. L’arte di Kandinsky, definita astratta, è capace di veicolare contenuti spirituali che prescindono dalla figurazione e che attraverso i sensi e le correlazioni tra il materiale e l’immateriale, portano alla vera e pura essenza. Per questo, come sottolinea sempre il pittore, “astrazione” non significa distaccarsi dalla concretezza e dall’oggetto ma creare un’immagine che sia incontro tangibile  tra visibile e invisibile e che porti lo spettatore ad immergersi totalmente nell’opera. Il richiamo alla realtà si fa più marcato negli ultimi anni tanto da dichiarare la sua arte “reale” dal momento che rende riconoscibile un mondo spirituale e nascosto di cui non abbiamo conoscenza ma che scopriamo una volta che si è realizzato. Attraverso gli scritti teorici di Kandinsky si cercherà di ricostruire il suo pensiero artistico, l’influenza della musica sui quadri che ha prodotto ed il rapporto con la filosofia di Alexandre Kojève, fino a prendere in esame il legame estetico che le sue opere hanno su chi le osserva e quindi le emozioni che suscitano.

L’articolo completo è disponibile sul numero 2 (2020) di “Riscontri”

Valentina Certo (1989), professore universitario a contratto di Tecniche Espressive ed Educazione all’immagine e del Laboratorio di Educazione Artistica e all’Immagine per il corso di laurea magistrale in Scienze della Formazione Primaria dell’Università Lumsa di Palermo, ha conseguito la laurea in Beni Culturali, indirizzo storico-artistico (Università degli Studi di Messina) con una tesi di storia dell’arte medievale e la magistrale in Storia dell’arte e beni culturali, con una tesi di arte e storia moderna (Università degli Studi di Catania). Nel 2019 è stata due volte borsista presso l’Istituto Italiano degli Studi Filosofici di Napoli. Ha svolto vari corsi di perfezionamento universitari tra cui un master di I livello, in corso, in metodologie didattiche. Tra le sue pubblicazioni, numerosi articoli in rivista, prefazioni, recensioni e le monografie (“Caravaggio a Messina” Giambra 2017 e “Il tesoro di Federico II” Giambra 2019).

Il Professore risponde. Conversazione con Pietro Rainero

Intervista a Pietro RAINERO, autore di LOGICA STRINGENTE – Nove storie obbedienti alle ferree leggi della ragione (Il Convivio Editore 2016), opera che ha ricevuto menzione di interesse al concorso “Un libro in vetrina”.

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LOGICA STRINGENTE

di Pietro Rainero

 

Il momento che noi di Riscontri attendevamo da tempo è giunto: il professor Pietro Rainero, arguta e vecchia conoscenza della casa editrice per essere stato più volte gradito ospite di varie nostre antologie con diversi dei suoi brillanti racconti, ha finalmente accettato di lasciarsi mettere all’angolo dall’altra parte della scrivania, sottoponendosi lui, stavolta, al fuoco di fila delle nostre domande. Chiaramente non affascinanti e geniali come quelle che lui pone al suo pubblico nei suoi libri. Ma capirete, l’occasione per noi è ghiotta; di rado capita di poter dialogare con un autore dalla personalità tanto forte e spiccata, dall’approccio così originale ed eclettico. Perciò procediamo subito a bombardarlo con le nostre tante curiosità: su di lui, sul suo libro, sul suo lavoro, modo di essere, stile di vita.

  • Pietro, prima di tutto, e addirittura prima di incominciare, perché è ovvio che chiunque ti legga da subito se lo chiede: ma i tuoi mille enigmi, quesiti, indovinelli, quiz… da dove li tiri fuori? Sei tu che li inventi e componi di sana pianta o, magari, li mutui, li prendi in prestito altrove, adattandoli e personalizzandoli a seconda del caso?

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    Pietro Rainero

Beh… cominciamo col dire che solo circa la metà dei racconti che ho scritto prende spunto da argomenti scientifici, e questo sicuramente a causa della mia formazione. A me piace molto inventare e do largo spazio alla fantasia. Einstein diceva: «la logica vi porterà da A a B, la fantasia vi porterà dappertutto». Molti dei miei indovinelli si basano su articoli apparsi nella rubrica di giochi matematici del mensile “Le Scienze” o su riviste di matematica, generalmente francesi. Poi naturalmente li elaboro e li inserisco in contesti adeguati. Qualche volta invece li invento di sana pianta; ad esempio in una delle ultime storie scritte ho escogitato un modello di universo nel quale si può viaggiare nel passato ma risulta impossibile causare paradossi temporali, tipo uccidere la propria nonna. È un racconto di cui vado fiero e che mi piace molto (naturalmente questo non significa nulla: bisognerà vedere se piacerà anche agli altri!)

  • Dicci la verità, dai: cosa pensano di te i tuoi studenti? Sono tuoi complici di scorribande logiche o piuttosto tuoi avversari di tornei all’ultimo calcolo?

A dire il vero, a scuola si è sempre un po’ a corto di tempo, presi tra la necessità di completare lo svolgimento del programma e le incombenze quali verifiche e interrogazioni varie. Comunque qualche volta, specie in occasioni di supplenze in classi non mie, ho presentato ai ragazzi giochi quali “Non mangiate la cioccolata verde” oppure il più famoso “Hex”, inventato dal matematico statunitense John Nash, premio Nobel per l’economia e protagonista del noto film A beautiful mind.

Alcuni alunni si sono cimentati in sfide tra di loro alla lavagna ma in generale non è che l’interesse per questi giochi si sia rivelato entusiasmante. Invece ho trovato collaborazione e complicità, se così vogliamo chiamarla, nella creazione delle illustrazioni per qualche lavoro. In particolare, due anni or sono alcune alunne hanno eseguito bellissimi disegni (io attualmente insegno in un liceo artistico) per guarnire una mia favola, che ha come protagonista un piccolo ragno.

  • La gran mole di riferimenti geografici ed etnoantropologici che maneggi con disinvoltura nelle tue storie lascia supporre che tu abbia viaggiato un bel po’, e allora lo chiedo a te che sicuramente lo sai: quale paese al mondo è il paradiso della matematica, e perché?

La colpevole di avermi contagiato con la malattia dei viaggi è mia moglie. Dopo il matrimonio abbiamo fatto molte vacanze tanto che nostra figlia Sara, che ha 24 anni, è già stata in una trentina di stati esteri.

Non so se riuscirò mai a visitare quello che per me è il paradiso terrestre, cioè la Polinesia francese, ma posso provare a trovare i candidati per il paradiso della matematica. Oggi si stanno affacciando alla ribalta paesi come la Cina o l’India (gli orientali sembrano molto portati per le scienze della logica), ma sicuramente le nazioni con le più grandi tradizioni nel recente passato sono gli Stati Uniti, la Francia e la Russia. E proprio russo è il giovane matematico protagonista di otto delle mie storie: Ivan Melenovski. Ho fatto questa scelta non solo per la tradizione di questa nazione, ma anche perché sono un estimatore delle fiabe popolari russe, in particolare quelle di Afanasjev. Francese (di padre americano) è invece l’ispettore Clews, che di stanza a Cannes si sposta per le indagini ora a Ventimiglia, ora a Lisbona e anche, in una circostanza, a Parigi, dove fornisce un concreto aiuto nientemeno che al collega Maigret. Abita a New York, invece, Anelia De Bruyn, olandese di nascita, ricca di famiglia, che partecipa settimanalmente al quiz televisivo “Capre e cavoli” dove invariabilmente sbaraglia gli avversari con le sue ferree capacità logiche. Non penso che si possa parlare di un unico paradiso della matematica, così come non esiste il più grande musicista (o scrittore, o atleta) del mondo.

  • Parlaci dei tuoi interessi, dei tuoi hobbies, dei tuoi ritmi e riti quotidiani: da uno come te c’è sempre da imparare molto, anche e soprattutto nella vita pratica.

Il mio primo hobby, in gioventù, sono stati gli scacchi, ai quali ho dovuto rinunciare perché inevitabilmente, ogni volta che mi recavo in un’altra città per un torneo, ero tormentato dal mal di testa. Poi è venuto il tennis, che ho praticato sino al matrimonio (dopo le nozze molte cose cambiano…). Attualmente non ho un vero e proprio passatempo, se si esclude l’appuntamento quasi quotidiano con il Sudoku del “Corriere della sera”, anche se io preferisco il Kendoku. Un altro appuntamento quasi quotidiano è in giardino: con l’erba che nei mesi caldi non la smette di crescere! Mi piace tanto lo sport e adoro letteralmente l’atletica leggera. Non riesco a scrivere molto: in venti anni ho buttato giù circa 120 racconti, quindi in media sei all’anno. Da giovane ero un accanito lettore di saggi scientifici, dei gialli di Rex Stout e dei racconti di Asimov. I romanzi non sono in genere di mio gradimento, in quanto quasi tutti incentrati su storie vere o verosimili e sulla psicologia dei personaggi, laddove io amo invece viaggiare con l’immaginazione tra mille mondi e argomenti diversi. La lettrice in famiglia è mia moglie, patita in particolare di Grisham, Ken Follett e Camilleri, dei quali le regalo, ormai è consuetudine, le ultime creazioni. Non significa però che io legga pochissimo: durante l’estate mi sorbisco (con piacere, per carità!) i 230-250 racconti che annualmente partecipano alla sezione narrativa del premio “Guido Gozzano”, di cui faccio parte della Giuria dal 2013.

  • Una domanda ancora più personale, se ce lo consenti. Ti viene sempre naturale essere così spumeggiante, spiritoso e allegro, Pietro? O la tua verve è piuttosto un intelligente rifugio, un’astuta difesa dall’intollerabile irrazionalità della vita?

Mi viene assolutamente naturale fare associazioni di idee o di parole e cercare di essere spiritoso, ottimista nonostante tutto, di metterla sulla “leggerezza”. Un critico, recensendo un mio libro, ha affermato una volta: “l’autore gioca con la storia, con la mitologia, con la scienza, ma gioca soprattutto con le parole. Adora i calembours, indugia sugli equivoci, si trastulla con le paranomasie, scherza con i palindromi, si diletta con il plurilinguismo”. Penso abbia ragione. Inoltre il carattere delle mie storie è di tipo surreale ed esse si fondano spesso sul paradosso, non solo quello che è, o sembra, un indovinello logico, ma anche quello che nasce dall’arbitrio inventivo della fantasia, da presupposti in partenza arbitrari che solo il patto narrativo rende accettabili. Se il mio modo di concepire la scrittura sia poi anche una sorta di difesa nei confronti della cruda realtà, beh, questo non lo so ma è certamente possibile: forse la fantasia è una comoda carrozza che ci porta in cieli azzurri a guardare l’umanità dall’alto e ci trascina nel suo mondo dimostrandoci che ridendo e scherzando si possono combattere gli affanni della vita.

  • Per chiudere in bellezza, adesso vogliamo da te un pezzettino di futuro. Una previsione, un’illuminazione, una risoluzione quale che sia: a chi altri rivolgersi, se non a te? Frattanto, grazie del tempo che hai voluto dedicarci, del tuo delizioso saper stare al gioco, della tua grande simpatia!

Sto al gioco: volete una previsione? Ringraziate per il tempo? Bene: cercherò di fornire le mie… previsioni del tempo! (Anche se predire il futuro lascia sempre un po’ il tempo che trova, cioè se piove continua a piovere). Cerchiamo di predire dunque quando finirà il tempo. Richard Gott (un fisico che, tra l’altro, si è interessato ai viaggi nel tempo) si trovava a Berlino nel 1969 con un amico. Gott previde che il famoso muro non sarebbe durato più di 24 anni. Dopo vent’anni, nel 1989, i berlinesi abbatterono il muro. Egli era partito dall’ipotesi che quando si osserva un evento si può supporre di non trovarsi in nessun momento di osservazione privilegiato. In particolare, con il 50 per cento di probabilità, si può supporre di trovarsi nell’intervallo che va tra un quarto dagli inizi e un quarto dalla fine. Nel caso del muro si poteva immaginare a un estremo di essere a un quarto della sua durata: poiché era stato eretto otto anni prima, nel 1961, sarebbe durato ancora altri tre periodi uguali, cioè 24 anni. All’altro estremo di essere invece a tre quarti della durata, cioè che il muro sarebbe durato ancora due anni e otto mesi. Si poteva prevedere, con il 50 per cento di probabilità di azzeccarci, che il muro sarebbe caduto nel periodo compreso tra i prossimi due anni e otto mesi e 24 anni. Bene, a quanto pare il tempo è incominciato 13 miliardi e ottocento milioni di anni fa (anche se sono un fisico non mi convince tanto questo poter iniziare e finire del tempo, infatti ci sono altre ipotesi. Comunque…). Per varie ragioni è solo un gioco ma, se state al gioco seguendo il ragionamento di prima, il giorno del giudizio universale, con il 50 per cento di probabilità, cadrà in un intervallo futuro compreso tra 4 miliardi e 600 milioni di anni e 41 miliardi e 400 milioni di anni.

Ecco il pezzettino di futuro.

Sono io che ringrazio voi dell’intervista: le domande erano veramente simpatiche!

a cura di Carlo Crescitelli

Oltre Spinoza: Identità e intensità del corpo in Deleuze

di Federico Valgimigli

prima di copertinaScopo del presente articolo è cercare di mostrare una via alternativa (ma non per questo necessariamente meno battuta) per approcciarsi alle letture deleuziane del corpo. Piuttosto che riferirsi alle esegesi date da Deleuze dell’opera spinoziana in relazione alla potenza del corpo, si è deciso di istituire un percorso leggermente differito, il quale poggia principalmente sulle grandi opere della fine degli anni Sessanta: Differenza e ripetizione e Logica del senso.  In particolare, si cercherà di porre in luce la stretta relazione che corre, in Deleuze, tra l’istituzione di una filosofia del corpo plurale e in divenire, molteplice e la parallela critica di ogni logica classica della rappresentazione (specificatamente quella kantiana). Ovvero, vorremmo mostrare come sia un’esigenza di stampo quasi prettamente gnoseologico a istituire in Deleuze, almeno nelle sue prime battute e come “scintilla iniziale”, una originale filosofia del corpo. Nello sviluppo della nostra indagine incontreremo numerose nozioni centrali nella sua filosofia, come quelle di corpo senza organi, di quantità intensiva, dell’evento e della sua contro-effettuazione, sino a delineare i contorni di quella peculiare linea di pensiero (e di pratica) da Deleuze definita empirismo trascendentale. Il risultato sarà la definizione del corpo non come organismo (struttura già troppo organizzata e fissa, dogmatica), bensì come superficie d’iscrizione, spazio informale – senza essere informe – in cui si scontrano tra loro gradienti di intensità e linee di forza, sino all’emergere sempre differito e in divenire, dell’individuo (o meglio, alla fissazione momentanea del processo di individuazione sulla superficie neutra e striata del corpo). Autore di riferimento in questa analisi sarà allora, come vedremo, Nietzsche piuttosto che Spinoza.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2020) di “Riscontri”

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Sito dell’editore

 

Federico Valgimigli è dottore in Scienze filosofiche, laureato presso l’Università di Bologna. Ha curato la traduzione del volume di Arianna Sforzini, Michel Foucault. Un pensiero del corpo, Ombre Corte, Verona, 2019 e ha all’attivo alcuni articoli sulla filosofia di Foucault e Deleuze. Attualmente il suo interesse è concentrato nell’analisi della nozione di corpo e carne nella produzione dei due filosofi francesi, in particolare relazione con la filosofia di Merleau-Ponty e la fenomenologia del tocco di Jean-Luc Nancy.

SØREN KIERKEGAARD E IL PROBLEMA DELLA INSTABILITÀ DEL POSSIBILE. Una teologia esistenziale fra paradosso e autenticità

di Fabio Squeo 

 

prima di copertinaLa vita in sé segue un solo tono. Si espleta sotto il segno di una variegata estensione di forme viventi, e il suo dinamismo naturale è visibilmente ciclico e costante. Ed è l’uomo a essere incostante, inadattabile dinnanzi a delle “possibilità” che in lui accadono. La possibilità è il luogo della sua libertà, è il luogo della sua esistenziale condanna dolceamara. Tutto ciò non è nient’altro che la sua esistenza. L’esistenza lo attraversa, lo trafigge e lo conduce al divenire delle sue possibilità. Si tratta di una “esistenza” che non appartiene alla dimensione concettuale, ma è un fatto propriamente singolare. L’esistenza è un fatto singolare. E si tratta di un’esistenza – quella del singolo, della singolarità – che va definendosi in una ricerca inesauribile e irrimediabile di stati d’indeterminabiltà. Infatti, il filosofo mostra, attraverso i suoi scritti, come, dinanzi all’uomo, si aprano possibilità di scelta. Ma chi è il singolo? Il singolo, per Kierkegaard, è la categoria essenziale attraverso cui passa il tempo, la storia e la stessa vita.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 3 (2019) di “Riscontri”

La rivista è distribuita nelle librerie fisiche e in quelle online

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Fabio Squeo (Terlizzi, 1987) Laureato in filosofia, specializzato in Scienze Filosofiche presso l’Università di Bari “Aldo Moro”. Studioso del Transumanismo, ha partecipato in qualità di conferenziere alla LX Philosophical Week, presso la Katolicki Uniwersytet Lubelski “Jana Pawła II” di Lublin. Sempre presso la medesima Università ha relazionato per XXX Aristotle Symposium on “Main concepts of Aristotle’s philosopy”, per LXI Philosophical Week, per la III Letnia Szkoła Kognitywistyki, per il XI Polish Philosophical Congress. Ha partecipato al convengno Science-Philosophy-Theology. Dialogue areas and perspectives presso la facoltà di filosofia cristiana Cardinal Stefan Wyszyński University in Warsaw. Presso l’Uniwersitet Łódźki, ha relazionato per II Interdisciplinary Conference of Young Scientists “Knowledge – Inspiration – Passion”.

Se Foucault è uno strutturalista romantico e non lo sa…

di Federico Valgimigli

 

prima di copertinaL’articolo si concentra su quattro opere foucaultiane (Microfisica del potere, Sorvegliare e punire, Illuminismo e critica e il corso Sicurezza, territorio e popolazione), uscite a stretto giro di vite l’una dall’altra, ma in grado di mettere in luce significative evoluzioni occorse nel pensiero del filosofo francese. Al contempo, uno stesso comune background strutturalista sembra non abbandonare mai del tutto l’impostazione data da Foucault alle proprie analisi. L’articolo è volto a porre in luce, quindi, tanto l’eterogeneità d’un pensiero sempre in grado di rinnovarsi, quanto un filo rosso che continuerebbe a scorrere al di sotto (e al di là) delle dichiarazioni foucaultiane di un rifiuto netto di ogni impostazione strutturalista. È in particolare l’utilizzo costante di un concetto originario, per quanto celato, che strutturerebbe l’intero disporsi dei saperi e dei poteri all’interno della società (un concetto che però muterà di opera in opera) a portarci a definire Foucault come uno strutturalista romantico. Dall’indagine micrologica allo studio delle controcondotte, dunque, sarà sempre una singola – e sempre diversa – nozione principale ad articolare le analisi foucaultiane, che queste tocchino la genealogia delle discipline umanistiche oppure  la comparsa dello Stato o ancora la nascita del sistema penale detentivo.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 3 (2019) di “Riscontri”

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Federico Valgimigli è dottore in Scienze filosofiche, laureato presso l’Università di Bologna. Ha curato la traduzione del volume di Arianna Sforzini, Michel Foucault. Un pensiero del corpo, Ombre Corte, Verona, 2019 e ha all’attivo un articolo dedicato al confronto critico tra transumanesimo e postumanesimo (Materia e corpo, soggettività e politica. Transumanesimo e postumanesimo a confronto. in Studium Ricerca n.3-115 – 2019). Attualmente il suo interesse è concentrato sulla nozione di corpo e soggetto in Foucault e Deleuze, e sul rapporto intercorso sino alla metà degli anni Settanta tra i due filosofi.