Per una nuova identità di Alcesti. Valentina Motta e il suo recupero del mito nel presente

Tra tutti quelli pervenuti al nostro recente concorso per lavori editi “Un libro in vetrina”, il bel saggio di Valentina Motta, Alcesti illustrata. Fortuna di un mito (Edizioni & MyBook, 2019), è uno di quelli che meglio interpreta l’approccio culturale trasversale che ci piace: le tesi in esso contenute spaziano infatti dal barocco al contemporaneo, dalle arti figurative alla tragedia, dalla scultura alla danza, all’eros all’estetica alla psicanalisi alla politica. Andiamo subito a capire come e perché, facendocelo spiegare direttamente dall’autrice.

 

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Alcesti Illustrata. Fortuna di un mito 

di Valentina Motta

 

  • Valentina, di fronte alla varietà e all’ampiezza delle tue analisi, viene spontaneo chiedersi: lavori sempre così sui tuoi oggetti di studio? O invece è stata una tecnica, una metodologia in qualche modo imposta dall’argomento?

Il metodo di indagine adottato per la figura di Alcesti da un lato rivela la pluralità dei miei interessi, che spaziano dalla letteratura all’arte, passando per il cinema, la danza e il teatro, dall’altro corrisponde alla necessità di rendere più efficace il messaggio trasmesso in rapporto all’attualità con esempi concreti e diretti tratti dalla realtà e dalle diverse forme di espressione artistica che la contraddistinguono. Si tratta di una metodologia ricorrente, che si trova anche nel mio ultimo lavoro, incentrato sulla figura di Medea, in cui ho affrontato anche la questione sociologica connessa al personaggio, oltre che gli aspetti culturali in genere; inoltre, essa ha orientato – in parte – anche il mio primo saggio, dedicato alla figura di Antigone, in cui però questo approccio non si era ancora espresso pienamente.

  • La figura tragica di Alcesti – con tutto il complesso immaginario che a vari livelli ne scaturisce e deriva, e che tu hai così efficacemente analizzato ed espresso – rappresenta ancora oggi un qualche valore iconico, per la nostra dimensione sociale odierna? O parliamo di materia per addetti ai lavori, di puri riferimenti di estetica e storia dell’arte?

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    Valentina Motta

Credo che il mito possa ancora fornire spunti e stimoli di riflessione che vadano oltre l’ambito degli “addetti ai lavori”, in virtù dei significati archetipici e, quindi, universali ad esso sottesi. Lo dimostra la figura di Alcesti, che ha rappresentato per lungo tempo un modello comportamentale e un punto di riferimento per scrittori e artisti in quanto emblema di valori quali la fedeltà coniugale, lo spirito di sacrificio e il coraggio. Fino alla rivoluzione femminista Alcesti è stata, dunque, un simbolo di virtù ed eroismo che ha suggestionato, ispirato e animato il dibattito culturale europeo. Soprattutto nell’epoca attuale, in cui la fedeltà è considerata un «tabú decrepito dalle armi desolatamente spuntate […] un ferro vecchio che non serve più a niente» (M. Recalcati), figure come quella di Alcesti potrebbero essere “riscoperte” e fornire “nuovi” ideali per il suo valore esemplare.

  • Alcesti e l’Italia: essenzialmente quella del neoclassicismo, dei grandi protagonisti del Gran Tour, della affascinante e misteriosa Roma britannizzata di fine diciottesimo/inizio diciannovesimo secolo. Ma sorprendentemente anche quella della temperie neorealista, della nostra arte concettuale e d’avanguardia… nelle tue pagine parli molto, di questo rapporto, come di un destino forse già scritto, in qualche maniera inevitabile… ma è davvero una interconnessione così importante? Perché?

L’Italia rappresenta ancora oggi la culla della classicità e la sede di un’antica tradizione fortemente radicata nell’immaginario e nei sogni degli individui, patria della cultura e teatro della Bellezza. Il mito si afferma nel territorio italiano, per effetto dell’influenza greca, diventandone parte essenziale e integrante, tanto da attirare estimatori da tutto il mondo. In particolare, gli esponenti del mondo culturale tra fine Settecento ed età contemporanea hanno riconosciuto nel Bel Paese la sintesi di ideali e valori del passato, che hanno voluto ricordare e far rivivere nelle loro opere, letterarie o artistiche.  Credo che il recupero e la sopravvivenza delle nostre radici sia, soprattutto nell’età attuale, un fondamentale elemento di comprensione, conservazione e valorizzazione della nostra identità.

  • Torniamo per un attimo alle dinamiche della tragedia originale: in apertura di intervista ci hai detto che in passato avevi già svolto una indagine simile su di un’altra famosa eroina euripidea, magari più nota al grande pubblico, sicuramente più facilmente accostabile a degli archetipi precisi: Antigone. E ci hai detto anche che più recentemente lo hai rifatto di nuovo, nel tuo ultimo lavoro, che affronta stavolta ancora un’altra delle creature di Euripide, anch’essa dal potente immaginario: Medea. In questo tuo libro su Alcesti, però, non troviamo molti riferimenti alle altre due… vuol dire che le tre vicende sono tra di loro poco collegabili?  

I due saggi, dedicati rispettivamente alle figure di Antigone e Alcesti, hanno dato il via a una serie di studi proseguiti con il mio terzo scritto, dedicato a Medea. Ognuna di queste donne possiede delle caratteristiche specifiche che le rendono archetipi mitici, protagoniste di battaglie condotte in nome del proprio credo o dei propri sentimenti. Le loro identità, così fortemente caratterizzate, non sono prive di punti di tangenza, ravvisabili – ad esempio – nel sentimento di pietas, che collega Antigone ad Alcesti; tuttavia, ho voluto che le personalità delle eroine emergessero con forza, dando vita a dei ritratti molto precisi e, spero, efficaci, tralasciando – almeno per il momento – ulteriori approfondimenti circa i rapporti che intercorrono tra di loro, argomento sicuramente molto interessante ma molto articolato e impegnativo.

  • Parliamo del tuo ruolo di autrice che scrive di donne del mito; quindi, di modelli di genere. Quanto ha pesato, la tua motivazione femminile, nell’affrontare questa tua impresa di rischiaramento dalle nebbie e dai luoghi comuni della storia scritta dagli uomini?

Sicuramente la motivazione femminile, oltre agli studi classici e alla passione per l’arte e la letteratura, ha giocato un ruolo fondamentale nella scelta del soggetto. Le indagini, condotte mediante uno studio filologico e oggettivo delle fonti, vogliono prendere le distanze sia da una certa letteratura “maschile” fatta di uomini, eroi e vincitori sia dall’apologia femminista, che – a mio avviso – ha allontanato personaggi come Antigone dalla loro intrinseca verità con strumentalizzazioni a fini ideologici e politici o, addirittura, ha annullato certe figure (penso proprio ad Alcesti, “cancellata” o trasfigurata dall’arte e dalla letteratura contemporanee).

  • In sintesi, e per concludere: come spiegheresti e motiveresti la “fortuna” nominata nel tuo titolo, quella goduta negli anni dal mito di Alcesti e dalle sue molteplici e variegate rappresentazioni? Ha a che fare con una sua insita modernità, o piuttosto con una classica, sempreverde valenza?

Personaggi come Alcesti vivono oggi e sempre in virtù della loro diversità ed eccezionalità. Tali caratteri si fondano sicuramente su valori della tradizione che sono, appunto, classici in quanto superano le epoche e le mode. Nello stesso tempo però, questa figura di eroina, oggi così apparentemente anacronistica, può costituire un’alternativa valida alle derive narcisistiche della società attuale e, quindi, assumere – per contrasto – caratteri di modernità e novità. La fortuna di cui ha goduto il personaggio, almeno fino alla seconda metà del Novecento, viene documentata nel saggio mediante numerosi esempi selezionati tratti dalla pittura, dalla scultura, dalla letteratura e dal cinema a dimostrazione della sopravvivenza del mito nel tempo, anche in contesti geografici differenti.

a cura di Carlo Crescitelli

Divertirsi col noir. La Sardegna contraddittoria e interrotta di Massimo Torsani 

Massimo Torsani si è conquistato il posto di finalista al popolare concorso per inediti “1 Giallo x 1000”, che ha fruttato al suo Il Pastore la pubblicazione per i tipi di 0111 Edizioni. Con la sua Opera si è poi portato all’attenzione di noi di “Riscontri”, partecipando al nostro concorso per volumi editi “Un libro in vetrina”. Siamo molto curiosi di saperne di più sul suo libro e anche su di lui, e quindi partiamo subito con le domande.

 

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IL PASTORE

di Massimo Torsani

 

 

  • Ci sono storie che mettono in campo protagonisti… non umani, ed è decisamente il caso della tua: che cosa mi dici di questa Sardegna fascinosa ed enigmatica presente in ogni tua pagina, e dalla quale non si può mai prescindere? Ce l’hai voluta, al centro di tutto? O è stata lei a prenderti la mano, mentre scrivevi? Com’è andata davvero?

Ti ringrazio Carlo. Rispondo volentieri ai tuoi quesiti. Colgo l’occasione per informarti, ed informare i lettori, che questo romanzo fa parte di una serie, composta da libri che si leggono indipendentemente ma hanno in comune protagonista e ambientazione. Il secondo, dal titolo La sauna, sarà pubblicato prima di Natale ed il terzo sta per essere ultimato.

Semplicemente la Sardegna è parte della mia vita: da più di quarant’anni la frequento, vi ho trovato l’amore, ci ho vissuto per cinque anni e da più di trent’anni lavoro qui, trascorrendoci quasi metà dell’anno. Mi considero romano ma la Sardegna è ormai parte di me.

  • Leggendoti, si intuisce che, più che delitti, tu ami raccontare emozioni: e ti piace soffermarti su mille altre cose che vanno oltre gli accadimenti in senso stretto. Ti senti a tuo agio nei panni di autore noir? O preferiresti magari essere annoverato e spaziare altrove, letterariamente parlando? Che rapporto c’è, nella tua scrittura, tra gli aspetti squisitamente crime, e quelli più ampiamente psicologici?

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    Massimo Torsani

Posso dire innanzitutto che scrivere di noir è divertente. A mio avviso presenta poi altri vantaggi: permette facilmente di costruire una serie in cui le personalità, e le vicende individuali, dei personaggi possono essere approfondite, un volume dopo l’altro; tecnicamente poi, realizzata la trama della vicenda gialla, rimane la possibilità, nella stesura dell’ordito narrativo, di concentrarsi sulle vite dei personaggi. Uso volutamente il termine vite perché questi, a volte, sembrano davvero avere una vita propria, indipendente dall’autore, che raccontano tramite la mia scrittura quasi a prescindere dalla mia volontà. Così è capitato che personaggi concepiti come minori, come Sally, abbiano acquisito quasi mio malgrado spessore e rilevanza. Gli aspetti crime, come tu li definisci, costituiscono un banco di prova per i personaggi attraverso cui si delinea la loro complessità psicologica.

  • Un tema che ti appassiona, e si vede da come lo ribadisci costantemente attraverso i tuoi personaggi, è quello del rapporto tra le varie età della vita e le sensibilità ad ognuna di esse corrispondenti. Di questo sono in molti a scriverne, certo; ma tu, a differenza di tanti altri, non concludi mai il discorso in termini divisivi… non ci credi, quindi, ai conflitti generazionali insanabili? Sei sempre ottimista che possano comporsi nel confronto e nel dialogo?

Non credo nell’insanabilità di qualsiasi tipo di conflitto, a meno che ad esso non sia sotteso un interesse egoistico più o meno mascherato. In presenza di disinteresse, buona volontà, e della necessaria intelligenza atta a realizzare una reale introspezione, i conflitti generazionali possono, a mio avviso, essere, anche se non sempre facilmente, non dico ricomposti ma almeno condotti ad un livello di consapevolezza che permetta di realizzare una reciproca cognizione delle reali motivazioni che guidano noi stessi e gli altri.

  • Restando ancora nell’ambito dei ricchi profili dei tuoi personaggi, devo dirti mi ha molto colpito la figura del tuo ingegner Fabio Marella; Sardegna sullo sfondo a parte, è chiaramente lui a portare avanti e dare slancio a tutta la vicenda, che gli gira indubitabilmente intorno in ciascuna delle sue fasi. Tu lo hai voluto empatico, assertivo, riflessivo, ma anche scanzonato e a suo modo gaudente, quando non a tratti impulsivo e scapestrato… e tuttavia, visto che tu vanti invece una laurea in filosofia – oltre a dare, stando almeno al tuo stile di scrittura, la sensazione di un tipo con la testa bene sul collo – lui non sembrerebbe troppo riferibile a te e alla tua esperienza individuale. O magari mi sbaglio? E comunque dimmi: al di là della tua personale sensibilità, ti sei ispirato anche a qualcun altro, o a qualche situazione in particolare, nel tratteggiare i suoi comportamenti, le sue scelte, le sue motivazioni?

Fabio Marella è simile e contemporaneamente molto diverso da me. Svolgiamo lo stesso lavoro, viviamo entrambi a cavallo tra Sardegna e continente, ci siamo innamorati e sposati dopo aver conosciuto in quest’isola l’altra metà della nostra mela. I nostri cani stranamente si assomigliano ed anche i nostri peperoncini piccanti da compagnia. Per le tante differenze, che ne configurano una personalità ed una storia totalmente difformi, in parte mi sono ispirato a figli, conoscenti ed amici, in parte sono ricorso a quelle tante vite che non ho vissuto ma avrei potuto o voluto, a quel mondo dei se… che così frequentemente visito con la fantasia.

  • Constatata l’ampiezza e l’eclettismo del tuo approccio narrativo, non ci ha sorpreso più di tanto venire a conoscenza che tu hai nel cassetto – anche se oggi dovremmo dire: nel pc – nientemeno che un format televisivo e un soggetto cinematografico. Ma adesso vorremmo capirne di più: puoi dirci, a grandi linee, di cosa si tratta? Perché ti interessano tanto il cinema e la tv?     

  Il soggetto, ora ho anche terminato la sceneggiatura, si riferisce un film ambientato anch’esso in un campeggio, che è insieme thriller e racconto di formazione e di scoperta di un nonno ed una nipote. Il format riguarda un game show ispirato ad attività che ideo e svolgo realmente nel mio lavoro durante la stagione estiva. Il cinema per me è antica passione, come spettatore, e sogno di potervi accedere, magari proprio come soggettista o sceneggiatore. Attualmente sto cercando di promuovere entrambi, cosa non facile per chi non ha contatti con l’ambiente.

  • Massimo, grazie di aver parlato con noi, e in bocca al lupo per tutto quel che tu più desideri! Lasciamoci con una piccola sfida scherzosa, se ti va. Prova a salutare il pubblico dei lettori di “Riscontri” che ha appena fatta la tua conoscenza, ma calandoti stavolta nei panni di Barbara Piredda, pestifera nipotina dell’ingegner Marella, la quale sicuramente vorrà mettere in campo tutte le sue irresistibili doti di simpatia e persuasione per convincerli a leggere “Il pastore”. E vediamo cosa succede, quando è addirittura una delle tante creature della tua fantasia a intervenire per sostenerti… a te la parola, piccola Barbara!

Vi saluto tutti e spero leggerete le avventure di quell’imbranato di mio zio (se non lo aiutassi io…). State tranquilli: riuscirò prima o poi a trovare la donna giusta per lui, che non è capace di tenersele. Io non andrei bene: sono troppo piccola. Peccato perché è così carino. Ora scusate ma devo prepararmi per una immersione, sempre con lo zio (lo aiuto anche lì). A presto e se volete conoscermi meglio, leggetemi.

a cura di Carlo Crescitelli

Vite ad un bivio – intervista a Carlo Giannone

Carlo Crescitelli intervista Carlo Giannone, autore del romanzo La ragazza del balcone accanto. Una storia dei nostri giorni (Edizioni Scatole Parlanti, 2019)

 

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  • Carlo, peccato non poterci più incontrare di persona qui ad Avellino – come entrambi avremmo voluto – al nostro Festival “Riscontri d’Autore”. Intanto, rimediamo per ora almeno in parte, con questa chiacchierata virtuale: poi, chissà, speriamo di poterlo fare presto.

Da tuo (quasi) coetaneo, mi sono vissute con speciale partecipazione le tue lucide descrizioni del tempo della mezza età: quello in cui incominci giorno per giorno a razionalizzare che le opportunità non sono più infinite, ma anche quello in cui ti si affacciano nuove impreviste possibilità… e insidie di maldestri passi falsi. Capita a molti, di sentirsi spaesati. E non tutti ne vengono fuori nel modo migliore, da questi tristi, ultimi treni. È soprattutto di questo che parla il libro, vero?

La scoperta di nuove e inaspettate esperienze che la vita può offrirci, proprio quando meno lo crediamo possibile, è sicuramente un tema centrale del romanzo, ma non è il solo. Tra gli altri, il più immediato è quello che esplora i diversi aspetti di un’amicizia tra due persone lontane tra loro per età, valori, sentimenti e approccio alla vita. Infine, la tematica che forse più di tutte volevo proporre al lettore è quella della relatività delle cose di fronte alle quali ci poniamo. L’io narrante si trova infatti a vivere situazioni e a compiere azioni che ha sempre condannato quando altri ne erano protagonisti, ma alle quali, ora che è lui l’artefice e pur tra mille turbamenti, riesce sempre a trovare una giustificazione.

  • Da uomo a uomo: nel tuo romanzo si snoda una lunga galleria di ritratti femminili. Ci presenti, una dietro l’altra, donne molto diverse tra loro, tutte comunque alle prese con le loro personali rivincite… e quasi tutte in qualche maniera le perdono. Sono le donne stesse, a volte, ad essere artefici più o meno consapevoli delle loro stesse sconfitte? Contrariamente alle apparenze, gli uomini sanno davvero essere più opportunisti ed astuti, come molte donne sostengono? E gli uomini nel tuo libro, invece, come sono? Sotto questo aspetto, il tuo protagonista – Alberto – cos’è? Un vincente o un perdente?

    Carlo Giannone foto
    Carlo Giannone

Alberto è soprattutto un essere umano con i sui pregi e i suoi difetti, la sua generosità e il suo egoismo, le speranze e le paure. ma soprattutto con le sue contraddizioni. Lui è alla ricerca di quel qualcosa di cui sente il bisogno, ma si rende anche conto che per ottenerlo dovrebbe mettere a repentaglio la sicurezza e la tranquillità della propria vita, e questo spesso lo spaventa e lo frena. Gli altri personaggi del romanzo, che in fondo sono uomini e donne che potrebbero essere reali, mostrano una diversa propensione al rischio, qualcuno appare addirittura temerario tanto da essere disposto ad andare incontro a cocenti delusioni o, se preferisci, a quelle sconfitte a cui accennavi nella tua domanda.

  • Una domanda vecchio stampo, tuttavia necessaria e attuale: la “morale” della tua storia. Se c’è… ma io dico che alla fine una morale c’è sempre. E mi sa che, su questo argomento, le tue pagine hanno molto da dire fra le righe. Ho ragione?

Non so se si possa parlare di morale, ma certamente c’è più di un invito alla riflessione. Il mio intento era quello di raccontare una storia senza salire in cattedra, non volevo indottrinare il lettore, ma lasciarlo libero di interpretare la vicenda narrata alla luce del proprio bagaglio di valori, di idee e sentimenti. Non so fino a che punto ci sia riuscito, anche se i giudizi di molti lettori mi fanno propendere per l’essere riuscito ad avvicinarmi all’obiettivo.

  • E ora una domanda frivola… ma non più di tanto. Narcisi, gelsomini, begonie, bruchi… ti piacciono i fiori? O è un tuo stratagemma narrativo per porre nella giusta evidenza certe speciali sensibilità di Alberto?

Hai ragione, non è una domanda frivola la tua. Non è mai frivolo parlare di amore, ma anche di semplici passioni. Sì, amo le piante, ma anche gli animali e la natura in generale. E questa è, probabilmente l’unica mia peculiarità che ho trasferito all’io narrante del romanzo.

  • So che sei un attore, e che scrivi anche per il teatro. Anche se non lo avessi saputo, me lo sarei aspettato… perché trovo che i molti dialoghi rivelatori, quelli attraverso i quali i tuoi personaggi prendono coscienza di quello che sta cambiando dentro e fuori di loro, siano uno dei maggiori punti di forza del tuo libro. Scrivi sempre così? È una costante del tuo stile, o hai voluto farlo per questa speciale occasione?

Anche su questo aspetto la tua interpretazione non fa una piega. Sì, amo molto il dialogo, lo sento mio e ne faccio un uso costante. È una scelta voluta perché la mia personale opinione è che attraverso il dialogo si possano ottenere svariati risultati. Il dialogo, rispetto a una qualsiasi descrizione, dà maggiore dinamicità alla narrazione, crea tensione quando serve, aiuta a delineare meglio i profili dei personaggi, ma soprattutto ha il potere di attrarre l’attenzione del lettore. Quel lettore, senza il quale non avrebbe senso scrivere e verso il quale ogni autore dovrebbe sforzarsi di avere il massimo riguardo.

  • Noi lo facciamo sempre alla fine: dopo di averlo lasciato trapelare dal modo in cui ci hai parlato e da quello che ci hai detto sinora, presentati adesso ufficialmente ai lettori di Riscontri, da questo momento anche tuoi lettori potenziali. Chi sei, cosa hai da dire, perché leggerti.

Amo la scrittura, ma prima di tutto sono un lettore. Un lettore che ancora oggi chiede a un romanzo di dargli emozioni e non nozioni. Per queste ultime esistono i saggi, i manuali, e ogni altro tipo di testo a carattere scientifico o divulgativo. Queste mie convinzioni di lettore fanno sì che io cerchi di scrivere come mi piacerebbe leggere. A un mio ipotetico lettore direi che se cerca interminabili descrizioni, personaggi che pretendono di insegnargli a vivere, romanzi in cui non accade nulla o semplici finti diari personali camuffati da romanzi, allora non mi legga perché rimarrebbe deluso. La mia scrittura è indirizzata a chi non ama dover tornare a leggere la stessa frase perché è così contorta o infarcita di aggettivi e avverbi da non essere di immediata comprensione. La mia scrittura, che tendo sempre a rendere semplice e lineare, è la mia forma di rispetto verso il lettore che deve potersi concentrare sulla narrazione. I miei romanzi affrontano tematiche serie e complesse, ma cerco di farlo in modo lieve perché troverei insopportabile che il lettore si annoiasse sulle mie pagine.

a cura di Carlo Crescitelli

Camminando incontro alla paura – intervista a Nicola Monino

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Carlo Crescitelli intervista Nicola Monino, vincitore della prima edizione del nostro concorso “Un libro in vetrina”, sezione narrativa, con il suo Le paure dei lupi (L’Orto della Cultura, 2017).

 

Nicola, prima di incominciare, i nostri complimenti per la tua bella affermazione: il tuo ottimo lavoro ci ha convinti per l’eleganza, la misura, l’ispirazione e la profondità che vi si concentrano. Ma passiamo subito alle tante cose che adesso noi di Riscontri ed i nostri lettori vogliamo sapere di te.

  • Quello che più mi ha affascinato, sin dalle prime pagine della tua storia, è stato il ritrovarmi da subito catapultato in un universo di tipo più sensoriale che discorsivo, di immagini evocate più di che parole scritte, dove la fanno da padrone suoni e rumori, odori, freddo e calore, luce e buio… quindi delle due l’una, o magari anche tutte e due: o sei un uomo dei boschi tu stesso, un escursionista superesperto – come credo – o viceversa hai esperienza o talento per la scrittura di tipo cinematografico e televisivo, cosa che non si può escludere, visti i così brillanti risultati, e visto che sappiamo anche che sei un fotografo… facci capire.
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Nicola Monino

Lo scopo era quello di creare delle immagini che potessero contestualizzare l’ambiente. La fotografia ci insegna a riconoscere il dettaglio e ad adoperarlo in modo creativo e fantasioso. Ho cercato di fare questo, pescando nella memoria visiva di certi scenari e paesi visitati; rimasti dentro di me. È stato un lavoro lungo e faticoso che aveva però uno scopo nobile. Voleva essere un regalo. Un regalo per i miei due figli. Sentivo l’importanza di donare loro una parte della mia sensibilità, che trova la sua forza nel rapporto con la natura. Trasmettere l’equilibrio e la misura di questo mondo lo riconosco come un dovere. È un modo per saper discernere la propria posizione nei confronti di qualcosa che appartiene a una realtà antica e arcaica. Ho cercato di interpretare il tutto con quella parte istintuale che mi caratterizza e il risultato non poteva che essere un omaggio di luci, odori, sapori, rumori, suoni…

  • Sempre a proposito di boschi: per quanto io possa aver trovato la natura che tu hai eletto a palcoscenico della vicenda non troppo dissimile da quella dei nostri ben più modesti monti irpini, purtroppo viviamo lontani e personalmente non mi è ancora mai capitato di avere il piacere di visitare le tue zone. Tu inoltre, per delineare meglio le tue atmosfere fiabesche, fornisci volutamente pochi dettagli geografici, e così, quando sono andato a googlarli, mi sono ritrovato davanti a riferimenti scarsi, incerti e in qualche caso anche piuttosto lontani fra di loro; o almeno così mi è sembrato. Perciò te lo chiedo pedestremente: dove esattamente ci troviamo? O magari hai mescolato con la fantasia più di una specifica località?

Non volevo localizzare il racconto in un territorio preciso. Mi piaceva l’idea che questa storia potesse appartenere a tutti e che tutti potessero ambientarlo in una zona a loro conosciuta.

Ho preso come riferimento la montagna e basta. Il tutto doveva partire da un punto e girarci attorno. L’attenzione doveva concentrarsi sulla tragedia e sulla paura. Il paese rappresentava, solamente, uno dei tanti borghi che per decenni hanno animato le montagne, forgiando uomini e donne dalla tempra importante.  La fantasia poi ha fatto il resto.

  • Veniamo ai tuoi personaggi: anche qui, proprio come fossero quelli di un film, incarnano sottotrame e drammi paralleli che si incrociano, si sovrappongono e in qualche caso si antepongono alla linea di racconto principale, arricchendola e caricandola di spessore e significati ulteriori. Non c’è che dire, sei stato davvero bravo, per essere alla tua prima prova di romanzo: c’è qualche riferimento, reale o letterario, che hai preso a modello per l’architettura di storia che hai costruito?

Per quanto riguarda i personaggi non ho dovuto inventarmi niente. Sono stati loro a cercarmi e come d’incanto sono esistiti veramente dentro di me. Non so spiegare questa cosa ma forse sono il frutto di un mix di persone conosciute chissà quando e dove. Mano a mano che la storia si modellava, anche loro si arricchivano di particolari e caratteristiche, prendendo la loro forma definitiva. Due parole su Michelino è impossibile non spenderle. Volevo fosse il simbolo della forza e della caparbietà, nella sua purezza d’animo.  Per alcuni lettori è lui il protagonista, per altri è il lupo, per altri ancora è il padre. In realtà per me il ruolo principale ce l’ha la paura che tante volte è quell’emozione che ci fa fare cose straordinarie o al contrario ci paralizza, rallentandoci. Forse l’unico modo per affrontarla è proprio quel camminarle incontro che, incoscientemente, ha fatto il piccolo.

  • Dal testo traspare amore e rispetto per la cultura e le tradizioni del territorio: le più varie, dalle feste, all’osteria, alla grappa, alla zuppa di fagioli e patate, giusto per citarne alcune. Può, secondo te, una svolta di attenzione ambientale e di recupero delle identità tradizionali locali costituire una valida risposta alle crisi ed alle emergenze di questi ultimi anni? In che modo?

Apparteniamo a un mondo globalizzato e in continua evoluzione.  Quello che fino a pochi anni fa sembrava impossibile, adesso fa parte della normalità. Siamo all’interno di una Europa che sta cercando un equilibrio tra i vari stati membri per poter essere più competitiva a livello mondiale.  Eppure ci commuoviamo e ci emozioniamo ancora davanti a un profumo, un sapore, un rumore che ha caratterizzato la nostra infanzia. Questa è cultura personale che va al di là di qualsiasi logica economica o sociale. È il nostro rapporto con le radici che ci accompagnerà per tutta la vita. Penso che il nostro territorio stia affrontando una grande sfida: riuscire ad integrare il nuovo, mantenendo forte il senso della tradizione.

Se le generazioni che verranno, accompagnate dal nostro esempio, riusciranno in questa fusione il futuro sarà più giusto.

  • In un contesto naturale così mistico e suggestivo, nel quale la palma di veri interpreti tocca non solo agli umani, ma anche ad animali e piante o elementi, come il ciuffolotto o il faggio secolare, quando non addirittura i sassi, le petraie o l’acqua di sorgente, una indagine a parte merita il tuo protagonista indiscusso, non a caso neanch’esso umano: il lupo. Con noi irpini, sfondi una porta aperta, visto che per noi è addirittura il totem ancestrale, l’animale guida delle antiche tribù sannite dalle quali discendiamo… E allora, un po’ più in generale: che cos’è il lupo, nell’immaginario umano? Un nemico? Un alleato? Entrambe le cose? O forse ancora qualcosa di altro o di più?

Il lupo è il lupo. Ognuno di noi lo vede con occhi diversi. È più di un animale. Io lo immagino come un’anima antica che vaga per i boschi e ne è il titolare indiscusso. Appartenere alla sua storia è per pochi. Solo certe anime gentili possono avvicinarvisi.

Roberta Valle che ha fatto le illustrazioni del libro, secondo me, è riuscita a rappresentarlo perfettamente nella sua nobiltà e nella sua ferocia. Le due facce della stessa medaglia.

  • Con questa domanda vado facile: i tuoi progetti per il futuro. Del resto, sei tu stesso che ti sei autoqualificato come esordiente: quindi, sogni nel cassetto e conseguenti piani operativi ne avrai sicuramente ancora molti… o no?

Sarebbe bello riuscire a dare di nuovo vita a questi personaggi, magari sotto una nuova forma e dimensione. In molti credono che la dipartita sia un modo per rinascere e affrontare una nuova esistenza. Forse Renzo, Monica, Michelino, Don Remo e gli altri stanno nascendo di nuovo. Chissà…

Certo non ti nascondo che li vedrei in un contesto cinematografico o televisivo. Sarebbe bellissimo.

  • Avrai capito che ci piace fare le cose in modo creativo, ed è per questo che ciò che avrei dovuto chiederti all’inizio – cioè di presentarti al nostro pubblico – ti chiedo invece di farlo in chiusura. Nella scheda di partecipazione al concorso sei stato singolarmente laconico; adesso, riprendendo e riassumendo quello di te il nostro pubblico ha appena scoperto leggendo questa intervista, puoi cogliere l’occasione di mandare un messaggio a cui tieni, magari non ancora emerso nei discorsi sin qui tra noi fatti.

Non sono bravo a presentarmi. Sul libro non ci sono le note sull’autore. L’editore mi ha chiesto come mai non le avessi messe. Semplicemente ho pensato non fosse una cosa importante. Vivo a Udine e sono felicemente sposato. Ho due figli che amo tanto. Questo sono io.

Riguardo al messaggio… Tiziano Terzani diceva che un uomo dovrebbe ricordarsi, sempre, di lasciare ai propri figli anche un testamento spirituale, non solo materiale. Secondo me è un’ottima idea.

Grazie per l’opportunità che mi avete dato.

 

intervista a cura di Carlo Crescitelli

 

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Maestre di ieri, scuola di oggi – intervista ad Annalisa Santi

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Carlo Crescitelli intervista Annalisa Santi, vincitrice dell’edizione di esordio del nostro concorso “Un libro in vetrina”, sezione saggistica, con il suo saggio Di gesso e cipria. Maestre di fine ottocento tra storia, letteratura e seduzione (Marco Del Bucchia Editore, 2018).

 

  • Annalisa, innanzitutto le nostre congratulazioni. Questo tuo lavoro ci ha davvero entusiasmato, originale e al tempo stesso rigoroso com’è, e non vediamo l’ora di parlarne con te, per soddisfare le nostre tante curiosità al riguardo.

Sono io che ringrazio te e Riscontri per l’opportunità di far conoscere al pubblico questo mio saggio, in parte storico, sociologico e letterario. Mi è piaciuto il titolo del concorso “Un libro in vetrina”, perché interpreta il sogno di qualsiasi autore emergente, quello di vedersi collocato, seppur idealmente, accanto ai grandi nomi della narrativa mondiale. In un mondo sempre più digitale e immateriale, il riferimento alla vetrina di una libreria vera e reale mi ha decisamente attratto. Permettimi anche di presentare brevemente il titolo Di gesso e cipria: cercavo due elementi che fossero allo stesso tempo evocativi di un’idea ma allo stesso tempo riferibili al concreto. La polvere del gesso della lavagna sta alla scuola come un segno tracciato nella società, mentre la cipria descrive la femminilità della maestra: donna, insegnante ed educatrice, ma anche elemento legato alla sfera personale della rispettabilità e della rappresentazione della propria femminilità.

  • La prima cosa che mi ha colpito leggendoti è stato il tono di impegno adottato nel riportare la discriminazione femminile. Al di là dei contenuti specifici oggetto di trattazione, mi sono sentito emotivamente catapultato in un contesto da paese in via di sviluppo africano o asiatico, e/o contemporaneamente alle prese con rivendicazioni da “me too”: questo per esemplificare quanto io abbia trovato potente il messaggio di denuncia sociale che emerge dalle tue pagine. Tu ti rivedi in questa mia sensazione? Sei stata, sei un’attivista dei diritti delle donne, o il tuo è soltanto appassionato, efficace coinvolgimento di storico?

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    Annalisa Santi

Senza dubbio entrambe le cose. Hai centrato subito il primo messaggio del libro e di tutte le cose vissute in prima persona: le prime donne che si avventurarono nel lavoro della scuola trovarono difficoltà che anche per me, insegnante a mia volta, non erano immaginabili. La figura “prestigiosa” della maestra è qualcosa di recente, che si afferma nella storia italiana a partire dal dopoguerra. Se risaliamo all’indietro nel tempo fino all’Unità d’Italia, momento in cui la scuola nazionale è nata, assieme ad un Paese ancora tutto da unificare, si scoprono realtà di disagio estremo. Le maestre, assieme alle prime impiegate delle Poste e Telegrafi, furono le prime temerarie a cimentarsi nella grande novità: ricoprire un posto di pubblico impiego, rompendo la tradizione che voleva le donne relegate al focolare domestico. Una rottura degli schemi spesso drammatica. Via via che procedevo nelle ricerche rimanevo sempre più colpita dalle situazioni di abuso, di relegamento sociale, di sfruttamento. Sì, la parola sfruttamento è forte, ma la ritengo adatta a descrivere quelle situazioni di raggiro e di prevaricazione a volte sfociate in suicidi. Quelle donne, rimaste quasi del tutto sconosciute, vittime sulla strada del progresso e dell’emancipazione, non hanno avuto targhe, convegni o giornate del ricordo o della memoria. Maestre sfruttate anche dal punto di vista salariale, se si pensa che la loro retribuzione, a carico del Comune, poteva interrompersi all’improvviso in seguito ad un licenziamento o venire modificata in qualsiasi momento in termini di baratto: legname, prodotti dell’agricoltura, dell’artigianato o altro ancora. A parità di titoli e anzianità, inoltre, la maestra donna veniva per legge pagata meno del collega uomo, secondo le tabelle della Legge Coppino. La femminilizzazione della scuola fu quindi anche un fatto economico: se si poteva risparmiare prendendo una donna, perché no?

Per quanto riguarda il mio impegno personale… sì, mi dedico da anni ad attività sindacali e in difesa degli insegnanti. Sul tema del libro fui relatrice a Napoli in un prestigioso convegno che parlava proprio dell’identità storica dei docenti: come vedi la Campania è destinata ad incrociare spesso e in modo gratificante la mia vita. Oggi gli insegnanti non devono più fare i conti con sindaci despoti dediti al ricatto o al licenziamento come lo erano alcuni tra quelli dell’Ottocento, ma esiste una tirannia invisibile, non meno tentacolare, chiamata burocrazia. Paradossalmente la digitalizzazione dei processi ha aumentato il carico di lavoro delle pubbliche amministrazioni, velocizzando in maniera ossessiva processi, valutazioni e ritmi di vita scolastica un tempo molto più “umani” e, se mi permetti, “di buon senso”. La burocrazia ha logiche incontrovertibili e chi incappa in un ingranaggio inceppato ne esce con enorme fatica. Ho saputo di una supplente che l’anno scorso ha dovuto “sopravvivere” per mesi senza stipendio, a causa di inghippi del sistema di inserimento dati. L’affitto, la scuola lontana, mezzi pubblici ad orari impossibili… Per un docente precario, spesso proveniente dal Sud, le prime supplenze sono vere e proprie corse ad ostacoli. Non va meglio per i docenti in ruolo: dietro l’angolo può sempre scattare un provvedimento punitivo per interpretazioni burocratiche di situazioni sempre più difficilmente interpretabili. Storie di oggi, non del secolo scorso…

  • Un altro degli importanti sottotesti della tua opera è quello della conformazione del messaggio di disciplina scolastica postunitario, della sua evoluzione tra liberalismo postsabaudo e prime istanze trasformiste. Quanto, a tuo avviso, di questa fortissima ideologizzazione della scuola che tu tratteggi – incrociandola oltretutto con l’abito di repressione sessista del tempo – è sopravvissuta fino ad oggi, e come? Siamo davvero finalmente liberi da quel tipo di schemi educativi claustrofobici, o c’è ancora da fare?

L’evoluzione del sistema scolastico nel nostro Paese è costata drammatiche fratture e scollamenti di sistema testimoniati da osservatori anche assai autorevoli, come OCSE PISA e altri ancora. La fase attuale legata alla corsa alla Didattica a Distanza non è che lo specchio di una scuola italiana ancora molto variegata al suo interno e regionalmente diversa. Una scuola che a volte deve rincorrere schemi europei, non dico al di sopra delle sue possibilità, ma generalmente diversi dai suoi contesti di vita. Giustamente tu usi il termine “claustrofobia”, che deriva dal latino “claustrum”, luogo chiuso, in cui si è dominati dalla paura di non trovare una via di fuga, o di libertà, se vogliamo dare valore simbolico alle parole. Io credo che la claustrofobia di oggi sia pensare che l’intero sistema scolastico italiano possa essere ricondotto a geometrie, proiezioni o risultati uniformabili. Non dobbiamo vergognarci di dire che le nostre scuole sono diverse da quelle tedesche e che gli studenti che vi vivono hanno caratteristiche espressive non sempre compatibili con le statistiche. Non si può negare che esistano aree e quartieri “ad alto rischio di dispersione”, sono le realtà in cui la scuola purtroppo fallisce nel suo obiettivo formativo. Avvicinare la scuola al reale contesto territoriale a cui si riferisce è una sfida da condurre e da vincere, perché è in quel contesto che gli studenti vivono, si muovono, giocano, si scontrano e, si spera, ancora sognano.

  • Un’altra delle cose che colpisce del tuo metodo di lavoro è il suo grande eclettismo: hai utilizzato fonti normative, archivistiche, giornalistiche, letterarie traendone sintesi inedite, efficaci, a volte inquietanti. È il tuo modo usuale di lavorare questo, o l’hai adottato specificamente per questa tua ricerca?

Questo è il mio consueto metodo di lavoro, che descrive una filosofia ben precisa, per certi versi significativamente sociologica: dagli archivi, dalla memorialistica, dalle fonti locali escono le caratteristiche precise di un determinato contesto. Senza lo studio dello scenario in cui avviene un determinato processo si fa solo astrazione, deduzione, ma non ricerca. Invece, in alcune epoche passate in modo particolare, forse più di oggi, letteratura e giornalismo si sono adoperati per fornire uno specchio fedele della società. Circoscrivendo il sapere all’ambito accademico, rivolgendosi sempre di più ad un pubblico di nicchia, si finisce con lo spegnere l’interesse della massa, che, giocoforza, da determinate proposte non si sente coinvolta. Il tema stesso del mio saggio, la scuola, è volutamente popolare e familiare. Quando uscivo a presentare il libro, prima che questa pandemia ci rinchiudesse nelle nostre case, la gente voleva raccontarmi i propri ricordi scolastici, la maestra, i compagni di un tempo. Questo è bellissimo. Prima la limpidezza e la verità dei sentimenti umani, poi tutto il resto.

  • Informandomi sulla tua produzione editoriale, ho scoperto che questo saggio si collega idealmente ad un altro tuo romanzo storico sulla vita di Matilde Serao: spiegaci come, e perché.

Il collegamento è strettissimo, ben più che ideale. Il saggio Di gesso e cipria è diviso, nel suo nucleo centrale, in sezioni geografiche e così ci sono le maestre dell’avanzato Piemonte, quelle povere della pianura padana, quelle della ricca Toscana. Seguendo con realismo com’era il paese all’entrata in vigore dell’Unità d’Italia. Per il Sud un’area a sé è dedicata alle maestre campane. Non potevo non confrontarmi con la figura commovente e coinvolgente di Matilde Serao, ricercando tra le sue novelle e i suoi ricordi biografici ritratti della scuola e delle maestre di allora. Nel percorso poi mi sono lasciata affascinare dal legame a doppio filo tra Napoli e la Francia e ho provato a rimettere in scena, tra le pagine del libro Napoli e la ballerina, quel mondo culturale popolato da personaggi sorprendenti. In quel mondo lo sguardo si è focalizzato su una ballerina francese, figura fragile di emigrata, nubile, senza lavoro, che incontra il giornalista Scarfoglio, marito della Serao. Partendo dai temi scolastici sono approdata al mondo notturno dei caffè, dei teatri e delle soubrette, ricreato in Napoli e la ballerina, uscito per Del Bucchia Editore soltanto tre mesi dopo Di gesso e cipria e presentato alla Fiera del Libro di Napoli del 2018 e da cui è stato tratto anche uno spettacolo con coreografie di danza classica ed hip pop, con la collaborazione di due artiste con esperienze al Festival Areniano e in TV.

  • Un argomento da addetti al settore: alla luce delle tue esperienze di studiosa, come vedi il mercato italiano della saggistica storica? C’è secondo te la giusta sensibilità di editori e lettori?

Purtroppo la mia risposta è negativa. La presenza del dibattito storico presente nella nostra TV è proporzionale al sostegno editoriale che si può percepire, pur con le dovute eccezioni. Se la narrativa storica ha saputo ritagliarsi spazi di attenzione, anche grazie ad autori che considero modelli in assoluto, da Manfredi a Pansa, per quanto riguarda la saggistica, a mio modo di vedere, l’ambito si è ristretto con il passare dei decenni. Talvolta interpretazioni eccessivamente accademiche hanno allontanato il grande pubblico da questo genere e fatto sì che nell’opinione comune si sia affermato il binomio saggio storico uguale noia. Ed è un vero peccato perché lo scopo del saggista storico è quello di indagare e gettare luce su fatti, accadimenti del passato, conducendo riflessioni critiche e tracciando chiavi di lettura anche in relazione con il presente. Tuttavia ho fiducia nel futuro e in una generazione di giovani autori che stanno crescendo, forse meno sofisticati ma con più cuore.

  • Senti, te lo chiedo perché tu sei nata, vivi ed operi nei territori locomotiva d’Italia, e noi invece nel fumoso e bizantino Sud, che tu però dimostri proprio in questo saggio di conoscere e di capire forse addirittura meglio di tanti nostri involuti interpreti… secondo te, è ancora così come allora, due mondi lontanissimi che non si sono forse mai incontrati e forse mai si incontreranno, o c’è una vera speranza di percorso comune? E se sì, a quali condizioni?

Parentele di mio marito, amicizie personali e passione per i viaggi mi hanno portato spesso al Sud, in particolare in giro per il Sud meno noto e turistico.  Ti posso dire che, secondo me, la prima vera macro-distinzione italiana non va fatta tra Nord e Sud, ma tra città e campagna. In alcune aree sperdute della Sicilia ho rivisto schemi culturali, gesti, atteggiamenti non così lontani da quelli di certe campagne padane, seppur figli di contesti molto diversi. Ma è un dato di fatto che le nostre città si siano evolute in modo assai diverso rispetto alle aree rurali. Dalla spinta all’urbanizzazione degli anni Sessanta ad oggi, quelli che sono gli stili di vita hanno determinato differenze sostanziali negli approcci relazionali e culturali in senso antropologico. Non ne faccio una categorizzazione di merito: semplicemente la vita è finita con l’essere a tal punto diversa in base alla zona abitata che le stesse abitudini sociali ne sono risultate condizionate. Se però riflettiamo sul futuro dell’unità italiana il mio pensiero ritorna a quanto affermavo prima: l’unica strada percorribile è la valorizzazione del contesto territoriale, credendo e investendo nelle sue infinite potenzialità. Le differenze non devono spaventare, ma la loro negazione è di per sé astrattismo miope.

  • Infine, la domanda con la quale ci piace concludere alla rovescia le nostre interviste: come ti presenti e ti vedi oggi, a questo punto del tuo percorso di autrice? Partendo anche da questa iniziale conoscenza che i nostri lettori hanno adesso di te – basata sulle tue risposte a questa intervista – come ti piacerebbe che questo primo rapporto con loro si approfondisse?

In questo momento della mia vita il mio sguardo sulla narrativa ha raggiunto una maturità nuova, che non avevo prima. Vorrei dare appuntamento a tutti i lettori con l’uscita del mio nuovo romanzo, un corposo romanzo che ha come in un triangolo tre vertici posati su Stati Uniti, Cuba e Berlino. Dalla costruzione del muro, all’isola durante il passaggio dal regime di Batista all’avvento di Castro, agli intrighi della Casa Bianca, con la vicenda del presidente John Fitzgerald Kennedy, simbolo di un’epoca. Le sue vicende: quelle politiche e quelle sentimentali, viste sia dall’angolo visuale maschile, sia da quello di Jackie, first lady anticonformista e ribelle, poco incline a compiacere ruoli ed etichette. E poi la lotta mondiale per la conquista del potere, la guerra fredda, la corsa al petrolio e agli armamenti, segreti politici e pericolose relazioni in un’epoca di grandi cambiamenti. Vite sospese non soltanto dei grandi della storia ma anche di persone comunissime, che il destino farà incontrare tra di loro.

Nelle decine di racconti che ho pubblicato in antologie confluiscono moltissime storie di vita vissuta, di persone che ho incontrato e di esistenze con cui sono venuta a contatto. Chi si è rivisto nei vari personaggi è in un certo senso felice di rivivere tra le pagine di un libro. Mi fa piacere pensare che anche quelle maestre di un tempo, oggi quasi del tutto dimenticate, siano importanti nella scuola che siamo e che diventeremo, quasi come se nulla dei loro sacrifici fosse andato perduto. Aveva davvero ragione Oscar Wilde quando affermava: Se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta. Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla. E chi tra i lettori vorrà parlarmene potrà scrivermi a santiannalisactp@libero.it

Ad Maiora!

 

intervista a cura di Carlo Crescitelli

 

 

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