Gian Pietro Lucini, alias l’ardire sfrontato della leggerezza. Intervista a Isabella Pugliese

Isabella Pugliese oggi ci propone un saggio davvero unico nel suo genere, che illustra il lungo e complesso lavoro di critica letteraria di un artista sconosciuto ai più, ma che invece molto più di quel che ci si attenderebbe ha influenzato la storia e l’evoluzione della nostra letteratura: Gian Pietro Lucini.

Andiamo a farne la conoscenza e facciamolo proprio alla maniera sarcastica e provocatoria che di certo sarebbe piaciuta a lui, attraverso le risposte alle nostre volutamente svagate domande che, armandosi della giusta e sana dose di umorismo luciniano, ci ha gentilmente dato l’autrice di questo bel lavoro.

  • Isabella, ma chi era davvero Gian Pietro Lucini? Per chi all’epoca lo conosceva bene e ossequiosamente gli si riferiva, ma anche per chi oggi, e sono tanti, io in primis, non ne avesse mai sentito parlare prima… presentacelo in breve. E, già che ci sei, dicci anche perché e come mai le vostre strade si sono incontrate.

Per presentarvi e tentare una rapida ma efficace caratterizzazione di Lucini vorrei partire da due aggettivi: “appartato” e “caustico”, che a mio avviso rappresentano bene sia il Lucini intellettuale che il Lucini uomo comune. Partiamo dal primo: per me nessuno più di lui può essere definito “intellettuale appartato”, se con questa formula intendiamo chiunque volutamente e ostinatamente resti fuori dai circoli ufficiali, dalle etichette letterarie omnicomprensive, dai proclami sensazionalistici e propagandistici tanto presenti nei primi anni del Novecento. Lucini infatti è sempre in profonda distonia con il suo tempo e con i suoi contemporanei, potremmo dire che egli remi sempre “in direzione ostinata e contraria”, lanciando arroccato dall’alto della sua villa di Breglia sopra Menaggio, senza remora alcuna, stoccate affilate a chiunque provi anche lontanamente a limitare la sua indipendenza in campo artistico. Bisogna aggiungere che la separatezza luciniana è anche frutto di una particolare condizione fisica che gli impediva materialmente grossi spostamenti e quindi anche la partecipazione diretta a quegli ambienti letterari e artistici di cui abbiamo parlato prima. Lucini era infatti affetto fin dall’età di nove anni da una grave forma di tubercolosi ossea che lo porterà dapprima all’amputazione di una gamba e poi a una morte precoce. Probabilmente anche l’esperienza di una vita così dolorosa e “diversa” fin dall’infanzia ha contribuito alla definizione del suo carattere così particolare, sempre caustico appunto, ma anche intransigente ed esigente verso se stesso e gli altri, diretto, spesso cinico e per nulla incline a compromessi, capace di rara dolcezza solo verso l’amatissima moglie e “infermiera”, come lui stesso la definisce, Giuditta Cattaneo.

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«Poeta e ribelle»: Gian Pietro Lucini teorico e critico della letteratura (Franco Cesati Editore)

Per questi e altri motivi, l’incontro tra me e Lucini non può certo definirsi un amore a prima vista… Dopo la laurea specialistica in Filologia Moderna presso l’Università Federico II di Napoli ho deciso di continuare la mia formazione nello stesso ambito, vincendo il concorso di Dottorato di Ricerca e scegliendo di dedicare le mie ricerche alla Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea, divenendo anche per qualche anno cultrice della materia presso l’Ateneo Fridericiano. Lo sconosciuto per me (all’epoca) Lucini è stato l’autore su cui si sono quindi concentrati i miei studi e le mie ricerche per il triennio di dottorato e il primo incontro con la sua opera è stato tutt’altro che felice. La mole dei suoi scritti, esauriti e in parte ancora inediti, è assai ingente e complessa, direi spigolosa e caustica proprio come il suo autore. A prima vista io e Lucini non ci siamo piaciuti ma, come accade spesso nelle grandi storie d’amore, mano a mano che mi perdevo nel suo smisurato archivio conservato presso la Biblioteca Comunale di Como e potevo toccare davvero con mano la sua singolare e personale vicenda di letterato e di uomo ho cominciato ad apprezzare il suo acume critico, il suo sempre inedito punto di vista sulle cose e la forza eversiva delle sue idee. Alla fine, questa storia d’amore ha avuto un lieto fine.

  • Come in ogni ricerca che si rispetti, e soprattutto in una ricerca come la tua che si è mossa con grande perizia e destrezza tra fonti e canali inediti o poco convenzionali, molti sono sempre i dietro le quinte da poter svelare. Dài, facci entrare nei panni di chi fa questo lavoro: raccontacene qualcuno dei tuoi.

La mia ricerca si è mossa prevalentemente tra i faldoni dell’Archivio Lucini conservato, come detto prima, presso la Biblioteca Comunale di Como. Per circa tre anni ho ripetutamente e minuziosamente interrogato quelle carte, trascrivendo moltissimi materiali inediti di cui rendo conto nella monografia. Le sorprese letterarie non sono state poche: una volta mi sono ritrovata tra le mani un biglietto autografo di Pirandello, frutto di una inaspettata corrispondenza e vicenda editoriale condivisa con Lucini. Più spesso, invece, mi si sono parate davanti agli occhi intere raccolte di fotografie private della famiglia Lucini, a partire dalla primissima infanzia del nostro scrittore. Vedere Lucini bambino, sua madre e suo padre, gli scatti rubati alla loro vita privata di famiglia e più tardi quelli più intimi in compagnia della moglie mi ha fatto molta tenerezza e, anche se spesso in Archivio ero da sola, mi sono sentita quasi in imbarazzo e non del tutto a mio agio ad accedere a un aspetto così privato di una persona in fin dei conti a me estranea a sconosciuta. Ecco, sicuramente questo è un dietro le quinte molto interessante e appassionante del lavoro di ricerca.

  • E adesso dicci la verità: ma tu, tutte le ruvidezze, per non dire malignità, del tuo critico preferito, le tante che ci fai leggere nel tuo libro, alla fine le condividi o no? Secondo te, era lui che era troppo cattivo o siamo noi a essere troppo blandi e indulgenti?
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Isabella Pugliese

Direi che una risposta secca e univoca a questa domanda non è possibile… Per l’epoca Lucini rappresentava sicuramente una voce dissonante e parecchio fuori dal coro, basti solo pensare alla feroce ironia (a volte, perché no, anche cattiveria) esercitata contro l’acclamatissimo Vate D’Annunzio (e i suoi presunti tacchi all’interno delle scarpe) oppure contro Antonio Fogazzaro (e le sue alterne vicende matrimoniali). Celeberrime anche le stroncature letterarie luciniane, perpetrate senza alcuno scrupolo e senza eufemismi di sorta: Lucini o ama o odia, le vie di mezzo non sono ammesse nel suo universo esistenziale, il suo “sincerismo critico”, così come lo definisce lui stesso, è assolutamente disarmante.

Il gusto critico degli addetti ai lavori contemporanei è sicuramente più benevolo e maggiormente disposto ad accogliere bonariamente tali prese di posizione, anche se spesso ancora oggi mi imbatto in colleghi che continuano a considerare Lucini un vero e proprio monstrum della letteratura contemporanea, nonostante le recenti acquisizioni critiche iniziate da Sanguineti e dalla Neoavanguardia, a cui la mia monografia pure si raccorda.

  • Torniamo seri con una domanda questa volta da addetti ai lavori: prima che tu ti dedicassi alla realizzazione di questo volume, che cosa avevano già detto i posteri, di Lucini? E che cosa, a tuo avviso, è venuto fuori di particolarmente interessante e nuovo ora, dal tuo saggio?

In realtà i posteri di Lucini non si erano granché interessati a lui, condannandolo a un lungo oblio e abbandono critico per buona parte del secolo ventesimo. Il pubblico di Lucini era già stato poco numeroso mentre era in vita; dopo la morte diminuì notevolmente. La progressiva dimenticanza a cui l’autore lombardo è stato condannato può essere ricondotta a due motivi fondamentali: uno di ordine politico e un altro di tipo storico-culturale. In un primo momento lo scoppio della prima guerra mondiale, avvenuto quasi contemporaneamente alla scomparsa dello scrittore, non poteva certo essere favorevole a un autore spesso così antimonarchico e anarchico, e dunque in netto contrasto con le esigenze di propaganda a favore del conflitto bellico. Successivamente l’ascesa del Fascismo aggravò la situazione: uno scrittore come Lucini non poteva offrire nulla al regime, impregnate come erano le sue opere di motivi antiborghesi, anticolonialistici e antimilitaristici. La dimenticanza storico-culturale, invece, sarebbe da ascrivere alla condanna che tanta critica del Novecento, a partire da Croce, ha eseguito sul Decadentismo e sulla letteratura milanese di fine Ottocento. Del resto, se il gusto dominante del nuovo secolo è stato prima rondista e poi ermetico, appare evidente come Lucini non potesse essere apprezzato.

Come ho già detto, la riscoperta novecentesca di Lucini si deve in modo particolare a Edoardo Sanguineti che ha fortemente rivalutato la personalità dello scrittore lariano, facendone il primo sperimentatore europeo di tutte le tendenze decisive della cultura del suo tempo, e cioè di quelle che poi decideranno del Novecento in quanto tale. La mia ricerca prende sicuramente spunto da questo assunto e si propone di completarlo con qualcosa di nuovo: nella monografia si vuole dimostrare come la rivoluzione operata da Lucini nel mondo delle lettere contemporanee fosse più teorica che pratica. In questo senso a mio avviso appare più corretto affermare che Lucini non apre esattamente il Novecento, quanto piuttosto gli offre alcuni degli strumenti più importanti con cui sarà possibile operare in seguito. Le sue anticipazioni e innovazioni, le sue rivolte e le sue conquiste sono lasciate in preziosa eredità a personalità successive che hanno portato a compimento nella reale prassi letteraria ciò che Lucini aveva solo teorizzato. Lucini seppe offrire ossigeno in abbondanza alla letteratura italiana, certamente molto di più di quello che i suoi contemporanei vollero riconoscergli. Tuttavia l’ossigeno era contenuto più nella forza eversiva della sua idea di letteratura che nella concretezza delle sue opere letterarie. A ben altri, sicuramente più dotati di lui, spettava il compito di respirare appieno quell’ossigeno e di creare il Novecento letterario così come noi oggi lo conosciamo.

  • Facciamo ancora un gioco: abbiamo parlato di cosa avevano già detto di lui, di quello che hai aggiunto tu con il tuo libro, e adesso la domanda è: che cosa gli diresti tu, tu che lo hai conosciuto così bene per motivi di studio, cosa gli diresti se per magia potessi oggi incontrarlo in persona?

Poiché, come ho detto scherzosamente in precedenza, la storia d’amore (filologico e letterario) tra me e Lucini ha avuto un lieto fine, altrettanto scherzosamente (ma non troppo) sono assolutamente certa di cosa gli direi se potessi incontrarlo oggi di persona: gli direi di non cambiare mai, di restare sempre così fedele a se stesso, così sicuro del proprio valore e dell’esempio con il quale egli ha sentito di aver onorato la propria generazione e la Patria. La sua lungimiranza artistica e la sua onestà intellettuale, così spietata da essere perseguita spesso a qualunque prezzo, costituirebbero sicuramente l’argomento principale di una nostra ipotetica, e non credo del tutto pacifica, conversazione. D’altra parte, anche Lucini stesso, o lo si ama, o lo si odia. E per me, come nelle migliori delle storie d’amore, egli resta sempre un irrisolto odi et amo.

  • Grazie, Isabella, di questa tua bella e spiritosa disponibilità e voglia di dialogare con noi in leggerezza, alla maniera luciniana appunto; sono sicuro che i lettori di Riscontri l’hanno molto apprezzata. Ma adesso rivolgiti direttamente a loro salutandoli, e lascia loro un tuo ultimo messaggio: perché leggere Lucini oggi?

Oggi ritengo che la lettura di un autore così dissonante e così distonico come Lucini sia un’esperienza da consigliare vivamente. In un mondo così omologato e così serializzato come è quello odierno, la lucida prosa critica luciniana può insegnare una virtù a mio avviso tanto preziosa quanto rara, quella della sublime arte della disobbedienza, se così possiamo definirla, del pensiero critico e del pensiero differente. Solo così anche noi potremo essere poeti, come Lucini forse no ma ribelli sicuramente.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

Vivere con la guerra alle porte, vivere con la guerra dentro. Intervista a Domenico Ippolito

L’ultima primavera del secolo, Aporema Edizioni, è il sorprendente romanzo d’esordio dell’autore pugliese Domenico Ippolito. Gli abbiamo chiesto di illustrarci il senso e le motivazioni di questo suo interessante primo lavoro.

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  • Domenico, il caso ha voluto che chi ti sta intervistando oggi abbia lavorato e vissuto nella tua area appena qualche anno prima del periodo in cui è ambientata la vicenda che tu racconti, e dunque comprendi come la prima cosa che mi ha colpito della tua storia sia stata proprio la tua perfetta resa della luce, dei colori, dei profumi, degli odori, dei tipi umani descritti. Hai tratteggiato in maniera vivida e iperrealistica la società e i microconflitti sociali nella tua regione com’erano a fine anni Novanta del secolo scorso: non mi ha per nulla stupito, quindi, il titolo che hai poi adottato per il tuo romanzo. Perché è questo che volevi raccontare, vero, un intero microverso prima ancora che una somma di singole vicende: ho ragione o mi sbaglio?

Non sbagli, perché per raccontare questa storia sono partito proprio dal territorio, dagli elementi forti che lo costituiscono, come quelli che hai citato tu, e ovviamente dal racconto delle persone che lo vivono, che lo calpestano. Ho voluto fotografare, in maniera dinamica, un paesaggio vivido, per alcuni anche feroce, quasi opprimente. Difatti la “primavera” del titolo, che coincide con la guerra del Kosovo del marzo-giugno 1999, durata lo spazio di una stagione, rappresenta anche il tentativo di una rinascita, la ricerca disperata di un mutamento. Il protagonista del mio romanzo, Fabio, un adolescente, vive un conflitto dell’anima, cerca di non venirne schiacciato, segue le sue aspirazioni o almeno ci prova. L’ho immaginato come un combattente che lotta per trovare il suo posto nel mondo.

  • Insieme alla società e al paesaggio, un altro attore fondamentale che mi è parso tu abbia ben messo in campo è la munnezza. La spazzatura, sì, a quel che ricordo si chiama così anche da voi. Non a caso, nella tua storia la troviamo tragicamente ovunque: a ogni angolo di strada, a ornare e infestare qualunque attraversamento, dentro e fuori ogni casa abbandonata. Come purtroppo è nella realtà, in quella realtà. Io in questa così marcata evidenza ci ho vista una sorta di potente metafora dell’oppressione malavitosa e omertosa, della caducità di qualunque ideale, della sporcizia morale all’intorno, della bellezza tramontata e sconfitta: dimmi anche qui se ho ragione oppure no.

Sì, nella narrazione ho provato a rendere il territorio mutevole, funzionale ai sentimenti che agitano i personaggi. Gli spazi, nel libro, vengono attraversati come se fossero dei luoghi personali, sono cangianti, prismatici. Ad esempio, quando appaiono gli ambienti reali, come quelli intorno all’aeroporto di Gioia del Colle, oppure le strade della provincia, il paesaggio diventa a volte ostile, aspro, perché chi lo attraversa, in quel momento, si sente così. Dunque la spazzatura di cui dicevi, il degrado, l’asfalto che mangia la terra, la puzza, il rumore assordante dei caccia sulle piste di decollo, sono fermacarte di uno scadimento morale, di un allarme che pulsa fin dentro le vene dei protagonisti.

  • Di contro, però, so che tu non ami presentare il tuo bel lavoro soltanto come la denuncia di un dramma sociale, ma anche, e forse soprattutto, come una storia di formazione, di un percorso esistenziale affrontato nella difficoltà e nel travaglio del dover crescere in un posto duro, dove le cose non sono per nulla semplici, dove il bianco non è mai tutto bianco, né il nero tutto nero. Com’è essere giovani dalle tue parti? Lo sei stato anche tu…

È impossibile non mettersi in gioco quando si è giovani, fa parte del percorso di crescita scoprire la propria identità, che va formandosi durante la scoperta stessa. Ai ragazzi vengono costantemente proposti, e imposti, dei modelli di comportamento, non tutti necessariamente ideali, anzi, la trasgressione finisce col diventare anch’essa una norma, viene bollato come strano tutto ciò che si sottrae alle “leggi” della devianza. In un passaggio del libro, Fabio ricorda che rubava, giovanissimo, i fumetti nelle edicole: una cosa che facevano tutti i ragazzini della sua età e che lui smette di fare per noia, poiché «la vera trasgressione,» dice, «sarebbe stata quella di pagarli». L’adolescenza rappresenta un passaggio, una linea d’ombra, e lì in mezzo non è molto semplice separare nettamente il buono dal cattivo, o riconoscere i propri errori. Martina, la ragazza di cui Fabio è innamorato, vive un grande momento di spaesamento e a un certo punto ammette: «Non so più quello che sto facendo. Prima mi domandavo “Questo è giusto?” e sapevo darmi una risposta. Adesso non ci riesco più. Ora mi chiedo: “Questo, cos’è?”»

  • E veniamo adesso a un altro imbarazzante comprimario, quello che mi è sembrato l’altro tuo grande, enigmatico convitato di pietra: la guerra. La guerra che non c’è, perché sta dall’altra parte del mare ma riesce comunque a impregnare tutto del suo terribile fattore ansiogeno. Forse perché la Puglia di fine ventesimo secolo era in qualche modo essa stessa una zona di guerra permanente tra le sue stesse contraddizioni, un misterioso campo di battaglia occulto e totale?    
foto Domenico Ippolito
Domenico Ippolito (foto di Maria Montenegro)

Sì, se pensiamo che il capoluogo, Bari, e a cascata la maggior parte dei paesi e delle piccole città della provincia erano luoghi un po’ diversi da ora, contenevano dei posti inaccessibili, malsani, da cui si tenevano alla larga persino gli stessi cittadini, penso ai vicoli della Città Vecchia barese ma anche ad alcune zone dei centri più piccoli. Un film come La Capagira di Alessandro Piva, girato a Bari proprio nel 1999, è diventato un cult perché raffigurava molto bene lo stato opprimente in cui versava parte della città, in balìa di pesci grandi e piccoli della criminalità organizzata, di un senso di insicurezza permanente, quasi patologico. Nel mio libro ho cercato di rappresentare questa minaccia estesa, che si giustappone alla guerra in Kosovo, in corso dall’altra parte dell’Adriatico, in cui la Puglia era coinvolta in prima linea col suo apparato logistico-militare. Ora le città sono mutate, ad esempio il centro storico di Bari è diventato un punto di attrazione per turisti, insieme alle altre bellezze regionali, e nel contempo i baresi e gli abitanti della provincia si sono riappropriati di alcuni luoghi che prima negavano la socialità.

  • Visto che sembri avere davvero ben pochi peli sulla lingua, allora te la butto giù lì così, Domenico: in due parole due, qual è il vero grande problema del Sud? Uno, uno solo, se no è troppo facile.

Credo che i problemi, le difficoltà, le storture di un luogo derivino dalla propria storia, che ha una sua evoluzione, e per questo credo anche che esista sempre la possibilità di un cambiamento, perché fenomeni come la criminalità organizzata, o la corruzione, tanto per fare due esempi, non sono castighi divini ma fenomeni umani – lo diceva anche Giovanni Falcone quando parlava di Cosa Nostra – destinati a mutare, a cessare. La rassegnazione, invece, credere che non si possa fare nulla, che tutto debba restare così com’è, immutabile, è pregna di fatalismo e blocca sul nascere ogni tentativo di soluzione, di riscatto. Partirei da lì, a provare a non essere più rassegnati; a pensare che un’auto impantanata possa venir fuori dal fango e tornare sulla strada, se la spingiamo.

  • L’ultima primavera del secolo è stata la tua prima fatica letteraria. Ah però. Conosco e mi vengono in mente un po’ di grasse, colorite espressioni nella tua lingua per commentare la piacevolissima sorpresa di una scrittura così ben concepita e matura. Complimenti davvero, e non capita spesso. A questo punto sono ancora più curioso di sapere cos’hai in progetto per il futuro.

Intanto vorrei continuare a occuparmi del mio libro, poiché mi aspetto che il bello debba ancora venire. Quest’anno così problematico per tutti ci ha tolto gli spazi, letteralmente, e ha ridotto le possibilità di incontrarsi, di parlare, di promuovere i propri lavori, anche se grazie al web e ai social si è riusciti, in parte, a sopperire. Il mercato del libro ha però sofferto terribilmente, e dunque spero che il 2021 sia diverso, che si riaprano degli spiragli, anche per i nuovi autori. In quest’ottica, mi piacerebbe lanciare una rivista letteraria: nel web, i magazine online vivono un momento di grande fermento, possono veicolare forme di scrittura diverse, interessanti. Accanto a questo, c’è il progetto di scrivere per il teatro e un secondo romanzo.

  • Da parte mia non ho altro, grazie di essere stato con noi, è stato piacevolissimo parlare con te, salutiamo i lettori di Riscontri, magari fallo anche tu, rivolgendoti direttamente a loro se ti va di dir loro qualcosa, e in bocca al lupo per tutto!    

Ti ringrazio anch’io per aver dato spazio al mio libro, mando un affettuoso saluto ai lettori della vostra interessante rivista. Viva il lupo!

intervista a cura di Carlo Crescitelli

“Un modello per la sicurezza dei dati personali nell’era digitale”, intervista agli autori

L’imminente pubblicazione per la Tab edizioni del volume a quattro mani, Un modello per la sicurezza dei dati personali nell’era digitale, scritto da Massimo e da Flavia Montanile, ci rassicura in qualche modo e ci consente di orientarci nel labirinto delle questioni che coinvolgono, in epoca di lockdown, e in quella successiva che stiamo vivendo, la sfera della sanità digitale, della privacy, e soprattutto quella delle nuove tecnologie necessarie per gestire in assoluta sicurezza il cambiamento. In realtà è emersa, in maniera sempre più chiara ed evidente la necessità di considerare con assoluta priorità questo aspetto cui si collega parallelamente, quello della salvaguardia delle libertà individuali, seriamente compromesse dall’emergenza pandemica. E non a caso i trattamenti progettati per attuare le misure di lockdown, e quelle successive di contenimento della diffusione del virus, hanno richiesto azioni specifiche orientate proprio in questa direzione. E tuttavia il dispiegarsi di nuovi scenari nel mondo dell’organizzazione del lavoro, con l’introduzione del cosiddetto ‘lavoro agile’, se da una parte ha spinto a rivedere radicalmente schemi operativi del tutto improponibili in epoca di emergenza pandemica, dall’altra ha finito per portare allo scoperto gravi disparità e gravi contraddizioni sociali. Sappiamo che oltre il 60% della popolazione mondiale è online: quasi 300 milioni di persone hanno avuto accesso ad internet per la prima volta nel corso del 2019, e oltre due terzi della popolazione globale possiede un dispositivo mobile. In tale contesto la mancanza di un quadro di governance globale della tecnologia rappresenta un rischio rilevante che rende necessario un approccio olistico per governare la sicurezza dei dati, soprattutto quelli personali.

    imageIl libro in questione è uno strumento metodologico che fornisce un quadro generale chiaro, utile a pianificare gli interventi necessari, l’adeguamento, la revisione e l’innovazione dei processi operativi. Nel libro convergono anche le riflessioni ispirate dai quesiti posti dagli studenti nel corso delle lezioni universitarie e delle attività di formazione aziendali, tenute dagli autori, che conferiscono alla ricerca ulteriore concretezza e operatività. Difatti use-case reali supportano l’aspetto didattico e consentono di valutare il livello di apprendimento della materia.

    A rendere più fruttuoso l’impegno profuso dagli autori nell’allestire questa singolare guida operativa è indubbiamente la potenzialità diffusiva a livello internazionale della ricerca, che abbatte confini geografici e differenze di genere. E sotto questo aspetto ci piace immaginare un’affinità genetica tra lo spessore e la qualità scientifica dei due ricercatori, padre e figlia, il primo Massimo Montanile, Data Protection Officer di Elettronica S.p.A., fondatore dell’Associazione Privacy Safe, delegato Federprivacy Roma e Fellow dell’Istituto Italiano per la Privacy, membro del comitato scientifico dell’Associazione Scientifica per la Sanità Digitale. Da oltre trent’anni si occupa di Information Technology e di sicurezza delle informazioni; ha maturato significative esperienze in diverse aziende multinazionali. Direttore della collana Cyber | Security | Defence, una collana che spazia tra tecnologie e contesti coinvolti nel complesso mondo della cybersecurity; autore di numerosi studi sul tema della privacy e della sanità digitale, e ha al suo attivo anche esperienze di docenza presso varie Università italiane.

   Non di meno Flavia Montanile, specialista terapeuta nell’ambito della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, vanta un percorso formativo in ambito sanitario, esteso anche al campo della diagnostica e della riabilitazione delle sindromi autistiche e di altre patologie comunicative. Dal 2017 specifica i propri interessi nell’ambito della privacy e dei processi aziendali, che si affiancano all’attività di famiglia con una costante ricerca in ambito tecnologico; significativa la sua partecipazione, con contributi importanti e innovativi, a diversi progetti di compliance normativa, di progettazione e implementazione di sistemi di gestione ISO e di formazione. Già consulente per la gestione processi per HQ Target, consegue successivamente le qualifiche di Lead Auditor per gli schemi ISO9001 e ISO27001, mettendo a frutto tutta l’esperienza realizzata negli ultimi anni sul campo. Particolarmente versata per la multidisciplinarità, determinata e flessibile, mostra un’apertura che le consente di coniugare in maniera proficua i suoi due mondi professionali, arricchendoli vicendevolmente. Ad attestare la particolare  ricchezza e  versatilità del suo impegno di ricercatrice si aggiunge il recente riconoscimento, ottenuto a livello internazionale, con l’iscrizione del suo nome nel registro europeo Women4Cyber, di fresca istituzione, un riconoscimento sicuramente di prestigio, in un’iniziativa nata dalla necessità di dar voce e spazio a quelle donne che operano nel campo della cybersecurity, nell’intento di accrescere l’equilibrio di genere nella forza-lavoro di un settore, tradizionalmente retaggio esclusivo dell’universo maschile. Margrethe Vestager (Vicepresidente esecutiva dell’Associazione Per un’Europa pronta per l’era digitale) ha sottolineato con forza come la cibersicurezza debba oltrepassare i confini di genere, avvalendosi del contributo insostituibile del femminile: «le donne portano esperienza, punti di vista e valori nello sviluppo delle soluzioni digitali». E non a caso tra gli obiettivi primari di questa iniziativa è proprio quello di promuovere la cultura della sicurezza informatica tra tutti gli Stati membri dell’Unione, superando preconcette esclusioni e agevolando il collegamento tra i vari gruppi di esperti del settore, le imprese, le associazioni e le Istituzioni nazionali.

   Rivolgiamo ora alcune domande agli autori nell’intento di entrare nel laboratorio della loro ricerca, ricostruendo genesi, finalità e obiettivi di questo libro.

  • Come nasce l’idea del libro?

Flavia: Un modello per la sicurezza dei dati personali nell’era digitale è il risultato della mia crescente curiosità in ambito privacy. Affascinata dalla rapidità con cui in questi anni si è modificata la realtà che ci circonda e dalla continua ricerca innovativa in ambito tecnologico, ha per me giocato un ruolo chiave il GDPR, strumento tramite il quale oggi si cerca di regolamentare e proteggere la circolazione dei dati personali. I suggerimenti di mio padre, i dibattiti durante le cene, e la mia voglia di partecipare alla trasformazione in corso, mi hanno spinta ad intraprendere la scrittura di questo libro che mi ha permesso di confrontarmi con il mio interlocutore, non soltanto in qualità di figlia, ma anche come professionista, abituata a lavorare sul campo, in realtà a collaborare e a condividere il raggiungimento di un obiettivo. Il modello proposto in questo libro, oltre a proporsi come guida pratica, utile a pianificare i singoli interventi necessari, e a implementare un sistema di gestione per la privacy, consente di valutare, autonomamente, il proprio livello di apprendimento della materia attraverso use-case reali. Il risultato conseguito con questo lavoro rappresenta per me un traguardo importantissimo, che testimonia la determinazione con cui io e mio padre ci dedichiamo alle nostre passioni, e ci ha fatto scoprire, con il piacere del confronto, solide affinità intellettuali oltre che affettive.

Massimo: L’idea di proporre una guida operativa sulla privacy nasce dalla convinzione che la necessità di una simile azione di adeguamento debba avvalersi di uno strumento metodologico in grado di supportare una visione olistica utile a pianificare i singoli interventi necessari, avendo però chiaro il quadro d’insieme. Il libro propone dunque un modello teorico di implementazione di un sistema di gestione per la privacy, accompagnato da applicazioni pratiche di immediato utilizzo, con template e tool pronti all’uso e facilmente adattabili per qualsiasi specifica necessità.

  • Il libro, com’è ormai ben chiaro, offre alla riflessione una vision della sicurezza e della privacy a livello di prassi operativa con uno sguardo ai processi visti nella loro realizzazione pratica. Ma come siete arrivati alla necessaria verifica sul campo?

Massimo: L’applicazione pratica di alcuni modelli teorici utilizzati nel libro è stata possibile grazie all’ampia disponibilità del Gruppo Elettronica, che ci ha consentito di sperimentare sul campo e di verificare l’applicazione concreta dei principi privacy, intervenendo direttamente sui processi aziendali.

Flavia: A vantaggio dell’aspetto didattico del lavoro sono proposti anche use-case tratti da casi reali, utili per valutare il livello di apprendimento della materia, nell’intento di fornire un ulteriore contributo alla finalità, anche didattica, del testo. Gli scenari proposti e gli argomenti trattati sono tutti affrontati in prima persona dagli autori, nei numerosi progetti cui hanno avuto l’opportunità di partecipare, in qualità di DPO o di esperti di Data Protection, di consulenti tecnici o organizzativi, ma tanto più efficaci in quanto per gran parte sollecitati dai quesiti posti dagli studenti nel corso di lezioni universitarie o nell’ambito dei corsi di formazione aziendali tenuti.

  • La trasformazione tecnologica spinge l’innovazione ma pone anche problemi sociali e di sicurezza. Quale sfida attende le moderne organizzazioni?

Flavia: Dinamicità associata a celerità rendono il nostro paese, ancorato a vecchie tradizioni, ben distante da quella che oggi è una realtà incontrovertibile, cioè l’essere noi già in piena “rivoluzione”. Ne consegue che bisogna navigare sull’onda del cambiamento per non venirne travolti e lasciati indietro, come un relitto sul fondale marino, sfuggendo ad ogni tentazione neoluddista di opposizione all’innovazione. Concepire questo cambiamento come se fosse un fiume in piena ci permette di comprenderne la potenza e la profondità, e quanto queste trasformazioni mirino a sradicare antiche convinzioni e vecchi concetti, per portare una linfa che dall’interno rinnovi il modo di interpretare la sicurezza in ottica privacy. Dunque, ciò che possiamo definire uno dei ‘fattori contro’ è sicuramente la lentezza dei processi burocratici che penalizzano ormai da tempo i cittadini, e costituiscono da sempre una delle criticità del “Bel Paese”, sempre più incapace di soddisfare bisogni e necessità del singolo. Inadeguatezze rese ancor più evidenti dall’avanzare di proposte e richieste sempre più esigenti, sempre più tecnologiche, sempre più sicure… Insomma, si tratta di una vera e propria sfida, quella di spezzare il binomio ossimorico di lentezza e velocità, intimamente congiunte nella danza del progresso.

a cura di Sara Cataudella

TEMPI CHE FERISCONO, SCRITTURA CHE PUÒ GUARIRE. La Avellino che non si arrende nell’ultimo romanzo di Franco Festa

Le due enigmatiche creature letterarie di Franco Festa, l’oggi anziano commissario Mario Melillo, ed il suo giovane successore Gabriele Matarazzo, hanno attraversato con costanza – recentemente talvolta anche insieme – gli ultimi decenni della storia alternativa di una città, quella di Avellino, presentata e descritta dall’autore come talmente possibile dall’aver assunto ormai un ruolo di primo piano nell’immaginario di noi lettori. E intanto, con all’attivo ben otto romanzi delle loro indagini, le ultime delle quali condotte in coppia, più altre apparizioni su stampa e antologie, questo anomalo duo di detective è diventato una familiare ed irrinunciabile consuetudine anche per il pubblico di fuori provincia e del resto d’Italia. Oggi parliamo con Franco di La ferita del tempo, il suo ultimo volume uscito per Robin Edizioni, collana “I luoghi del delitto”.

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  • Franco, tu e i tuoi due magici commissari siete davvero una sorta di icona in città. Come te lo vivi, questo grande affetto locale? Immagino possa crearti talvolta qualche imbarazzo, come lo superi quando succede?

Ecco, tu hai usato un termine che mi piace: affetto. È una parola forte e importante e soprattutto richiede impegno per meritarlo e costanza per non perderlo. È un affetto che si è consolidato nel corso degli anni, e che ultimamente avverto in modo molto diretto. Anche se io, misantropo per natura, non sono solito frequentare luoghi e trattenermi spesso con persone. Ho però la percezione, tramite mail, telefonate, che questo legame c’è. E sinceramente non provo imbarazzo, anzi accade una cosa diversa. C’è una domanda che un poco mi tormenta: riuscirai ad essere sempre te stesso, a non inseguire ad ogni costo l’evanescente flusso di essere ad ogni costo in primo piano? Ciò che so di certo è che non riesco a scrivere su ordinazione, o su spinta di altri. La gestazione di ogni storia è lenta, perché è una ricerca dentro di sé, dentro il proprio mondo interiore. Ho sempre detto che al posto di andare da un analista mi sono messo a scrivere. Dunque chi mi legge deve pazientare, e l’affetto è perciò continuamente messo in discussione dalle mie debolezze, dalla sfiducia che spesso mi assale, dal mio “cattivo” carattere.

  • Cardine fondamentale delle vite e delle vicende dei tuoi protagonisti e dei loro comprimari è il loro rapporto, ora sereno ora deviante ora conflittuale, con l’urgenza dell’impegno civile: sono davvero così, per te, gli avellinesi e gli irpini?

    Franco Festa
    Franco Festa

Mi fai una domanda a cui non so rispondere, perché usi un termine, l’urgenza, ormai ai più sconosciuto. In città, in provincia, salvo rari avamposti, l’impegno civile non esiste. Prevale una visione miope, utilitaristica, mediocre, del vivere, che trova poi espressione nel livello infimo della classe politica sulla scena, che è lo specchio della società civile. Io non sono un nostalgico dei tempi andati, anche se qualche frettoloso lettore ogni tanto mi appioppa questo termine. Ho anzi provato, nei miei romanzi, a mettere in luce gli errori, i misfatti, le tragedie che hanno caratterizzato la città dal dopoguerra ad oggi. Ma è indubbio che ci sono stati periodi, anche se brevi, penso al ’68, penso agli anni di Di Nunno, in cui si è provato a sperimentare una via diversa, fondata su una partecipazione collettiva e su una scelta di onestà e di disinteresse. Ma sono stati momenti brevi, che alla fine non hanno lasciato segni, se non nel cuore di pochi. La città si è in fondo sempre caratterizzata per una capacità di acclamare i potenti, di acconciarsi in un familismo amorale, di far finta di non vedere, di non sapere. La viltà civile è il suo segno. Certo, esistono minoranze che resistono, che indicano alternative possibili, ma la loro è una flebile voce.

  • E il resto del mondo, com’è? Uguale ad Avellino? Fino a che punto?

Lo è almeno tanta parte del Mezzogiorno, che sembra ormai abbandonato al suo destino di emarginazione, di rincorsa disperata di prebende che non porteranno sviluppo, in cui gli elementi criminali, la mafia, la camorra la ’ndrangheta sono i veri padroni del futuro, in un legame non più conflittuale, ma organico, con la politica che conta. È un quadro triste, lo so, ma al quale non bisogna arrendersi. Ci sono anche tante energie positive, tanti elementi di modernità, tanti che cercano di collegarsi alle novità del mondo, ma sono spesso bloccati in una morsa “medioevale” dalla quale spesso sono soffocati.

  • A parziale dispetto della generazione cui appartieni, tu sei uno di quegli autori molto a loro agio sui social: ti sei infatti saputo conquistare, con il tuo quotidiano e garbato storytelling, risultati importanti ed estesi nella promozione e nella comunicazione dei tuoi lavori. Una operazione che oggi tutti intraprendono, ma che a conti fatti riesce a pochi: dunque, qual è il tuo segreto?

La risposta è semplice. La mia formazione scientifica – sono sempre e innanzitutto un prof. di matematica e fisica – e la mia curiosità mi sono state molto di aiuto. Tratto di pc e annessi dai tempi del Commodore 64, e mi è sempre piaciuto capire. Oggi, con l’avvento dei social, tutto naturalmente è diverso. Però non sono innamorato di questa svolta. La uso, con garbo – grazie del bel termine che hai usato – perché so che non se ne può fare a meno, specie se sei uno scrittore. E dunque è un modo non dico di fare “pubblicità” a ciò che produci, ma di comunicare agli altri le tue emozioni e quelle dei tuoi lettori. La condizione è essere sinceri, non esagerare, non sommergere gli altri con fiumi di post. Vedo incredibili cose intorno a me. Scrittori e poeti che confondono Facebook con la realtà, che comunicano sette volte al giorno le loro pene, scambiando i fiumi di like che li sommergono con la realtà, inventando una letteratura che deve essere “agile, veloce, diretta”. Patetici. Una cosa è utilizzare uno strumento, altra è farlo diventare il fine del tuo agire, che invece è sempre fondato su un lavoro lento e attento, sul rispetto delle parole che utilizzi e dei personaggi che crei.

  • Adottando per l’occasione il tuo stesso linguaggio poliziesco, l’identikit del tuo lettore ideale ce lo consegna piuttosto giovane: eppure, i temi che affronti non sono sempre di stretta attualità, anzi. Da che cosa dipende, allora, questo singolare appeal che tu eserciti su un pubblico così lontano da te dal punto di vista anagrafico?

Io penso dipenda dal tentativo che faccio di raccontare sempre la verità, di non indorare la pillola, di non scegliere strade false o consolatorie. Soprattutto di dare spessore umano a tutti i personaggi, colpevoli o vittime che siano. E infine di non dimenticare mai l’adolescente inquieto che sono stato. Penso che dipenda da questa miscela. L’autenticità e il rispetto sono i veri legami con generazioni così lontane.

  • Il tuo stile ed il tuo linguaggio sono decisamente assai personali, in questo abbastanza lontani da quelli dei grandi classici del genere: e allora quali sono, da dove provengono i tuoi riferimenti letterari?

Io non ho mai amato né frequentato la letteratura gialla. Non lo dico perché la considero “minore”, semplicemente è andata così. Mi sono nutrito dei grandi classici del ’900 della letteratura italiana (Pavese, Calvino, Vittorini), ho adorato Pascoli, ma una luce è stata più forte di ogni altra: l’opera di Pier Paolo Pasolini, il cui stile, la cui parola e la cui vita sono stati il faro costante del mio agire. E poi naturalmente tutto l’800 francese e russo, e il ’900 americano, e Emily Dickinson, e… tanti, tanti libri, di cui ora maledettamente ricordo poco, che però mi hanno costruito come persona e come (modesto) scrittore. Ecco, fammelo dire. Io non credo di scrivere gialli. Credo di scrivere romanzi che utilizzano questo strumento. Sembra una piccola differenza, ma non lo è. Se scrivessi gialli potrei sfornarne con facilità uno ogni sei mesi. Così non è, perché il mio processo creativo è completamente diverso. Ma, ovviamente, il giudizio finale spetta a chi ti legge.

  • E veniamo alla colonna sonora degli eventi. Nell’ultimo libro ci sono i Clash e Bob Dylan, e gira voce che ti piacciano persino i Nirvana. Rock internazionale quindi, come mai, perché?

È la curiosità e la voglia di tenere aperta la mente, a tutte le novità la chiave. Per anni sono stato un divoratore di musica classica e autoriale, Bob Dylan su ogni cosa, e ho capito tardi che mi sono perso tanto. E non mi vergogno di dirti che ho scoperto i Nirvana da poco, e che ho voglia di conoscere e esplorare nuovi mondi. Odio quelli della mia età che dicono “ai miei tempi”. Il mio tempo è quello di ieri e quello di oggi, e dunque il bello non è fermo in un periodo, è diffuso, e scoprirlo è sempre una gioia.

  • Avviandoci alla conclusione di questa chiacchierata: tu in sostanza racconti una città come è, o potrebbe (essere stata). Ma, nel mentre lo fai, ci fai capire come dovrebbe (essere). Ci dici adesso invece come secondo te sarà?

Sono molto pessimista. È una città che ha perduto la sua centralità rispetto all’Irpinia, che non ha un’idea di sé per prossimi 10-20 anni, che vive delle carcasse del pubblico denaro, che si acconcia a piccole nefandezze. Non so se uscirà da questo stato. So però che non bisogna mai desistere.

  • Franco, grazie del tuo tempo e dell’empatia nelle tue risposte, e chiudiamo con la classica domanda da fan molesto: che cosa succederà adesso, nella Avellino di Melillo e Matarazzo? Cos’hai in pentola per loro e per noi? Puoi darci qualche anticipazione?

Mi trovi in una situazione complessa. È come se il lockdown avesse congelato ogni mia idea, mi avesse chiuso nella difesa sterile del presente, avesse fatto accrescere la mia sfiducia nella possibilità di scrivere ancora. Però poi scopro, sempre più frequentemente, che tanti, avellinesi e non solo, hanno riscoperto il cuore antico della propria città, cercano quelle strade, se ne innamorano. Tanti mi inviano le loro foto sulla Salita dell’Orologio, dove vivono i miei due commissari. Sono fatti che mi turbano nel profondo, che mi emozionano tanto. E allora capisci che non puoi fermarti, perché è come mi si fosse affidato un compito, di resistenza civile e di difesa di quella parte della propria città così svilita e dimenticata. Ma neppure il senso del dovere può essere l’unica molla del processo creativo. Sono sempre creature fragili e delicate quelle che chiedono di avere vita nelle pagine. Ed è materia da trattare con rispetto. Non so come finirà questa storia. Spero solo che non finisca.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

Con il bisturi a fondo nell’anima. Le straordinarie storie di ordinaria follia di Ilaria Caserini

Autopsia di un’emozione di Ilaria Caserini, PubMe 2019, era tra i romanzi che hanno concorso, distinguendosi, al nostro premio della scorsa primavera, “Un libro in vetrina”. L’autrice ha gentilmente acconsentito alla nostra richiesta di rispondere, a favore dei nostri lettori, a qualche domanda su questo suo coinvolgente lavoro.

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  • Innanzitutto: “autopsia” nel titolo, “incisione a y” nell’incipit… tu sei un medico, Maria Ilaria? Considerato anche il tono puntuale e impeccabile delle numerose argomentazioni scientifiche presenti nella storia, tutto lo lascerebbe supporre… o è forse la tua scrittura ad essere terapeutica, come di certo curativi e salvifici sono i percorsi dei tuoi personaggi?

Ilaria Caserini
Ilaria Caserini

No, non sono né un medico, né una psicoterapeuta; sono semplicemente una persona che ha toccato con mano la depressione, avendone sofferto io stessa e avendone sofferto persone a me molto vicine. Ho acquisito nozioni scientifiche e approfondimenti documentandomi, parlando a lungo con esperti del settore. E, sì, per me la scrittura è stata ed è tuttora terapeutica come spesso lo è l’arte, in ogni sua forma. Creare, esprimersi, dare vita a progetti partoriti con passione e dedizione sono preziosi mezzi per rielaborare traumi, incassare colpi, raggiungere consapevolezza ed equilibrio, trovare e preservare serenità.

  • La tua protagonista – anzi i tuoi due protagonisti – tirano entrambi le fila delle loro esistenze tristemente accomunate, a più di cinquant’anni di distanza l’una dall’altro, dallo stesso dolore antico legato al disagio psicologico, e alla dura battaglia per uscirne… quali sono state invece le tue motivazioni di autrice, nel voler affrontare, in questa specialissima e personalissima forma narrativa, un tema tanto delicato e difficile?

Di base sono presenti passione e buona predisposizione alla scrittura. Ho sempre amato creare storie e mi riesce bene farlo, ma ciò che, più di tutto, mi ha spinto a scrivere “Autopsia di un’emozione” sono stati il desiderio e la presunzione di tentare di aiutare chi, come me, conosce da vicino questo terribile male.

  • Psicofarmaci e psicoterapia: sono davvero due strade così dibattute come leggiamo nella storia che racconti?

Se aprissimo un dibattito a riguardo, potremmo parlarne per ore e ore. Psicofarmaci sì? Psicofarmaci no? Psicoterapia utile? Esistono molte correnti di pensiero, alcune basate su evidenze scientifiche, altre forse un po’ troppo “campate per aria”. Ciò che mi sento di dire io, che, ribadisco, non sono né medico, né psicoterapeuta, è che il mio vissuto e la mia personale esperienza mi hanno fornito ottimi motivi per pensare che è tutta questione di sinergia. Vale per molti aspetti della vita, quasi tutti, direi: non è un solo fattore che determina un risultato, ma è la sinergia fra determinati fattori. Se parliamo di ansia, attacchi di panico, depressione, gli psicofarmaci giusti, associati a una valida psicoterapia e a un determinato stile di vita, possono essere la chiave vincente per ritrovare serenità.

  • Parlavo del tuo libro con un’amica terapeuta – sai, noi altri recensori e intervistatori ci documentiamo sempre, prima di affrontare voi autori – e lei a un certo punto mi fa: “è un mandato generazionale”. E allora mi si accende una lampadina… ecco una bella chiave di lettura di quel che accade attraverso i decenni, chissà se era un obiettivo consapevole: ecco, guarda, te lo chiedo.

“Mandato generazionale”, interessante spunto di riflessione. Più che un mandato generazionale, il mio libro ha avuto (ha tuttora), tra gli altri, anche l’obiettivo di delineare un confronto tra la depressione ieri e la depressione oggi. La depressione non era compresa e accettata ieri come spesso non viene capita e accettata oggi, ma la situazione è di certo migliorata. Cinquanta anni fa, se soffrivi di depressione venivi considerato folle e rinchiuso in manicomio, torturato, privato della tua dignità; oggi, grazie al cielo, i manicomi non esistono più e, piano piano, certe problematiche vengono comprese sempre di più anche se la strada da percorrere è ancora lunga.

  • Beh, a dirtela tutta, la mia amica ha anche fatto delle considerazioni apparentemente un pochino più ciniche, circa il buon numero di fidanzamenti che, durante e dopo le terapie, finiscono spesso rottamati in un baule virtuale di ricordi, e chissà perché pure questo mi ha ricordato qualcosa… ne parliamo magari, senza spoilerare troppo?

L’obiettivo principale di una psicoterapia è fornire al paziente gli strumenti per imparare a conoscersi, in modo che possa raggiungere consapevolezza e trovare equilibrio e serenità. Quindi è probabile, anzi, auspicabile, che, durante e dopo la terapia, un paziente arrivi a tagliare i rami secchi che impediscono la sana evoluzione della sua esistenza. Rapporti amorosi, presunte amicizie, frequentazioni di vario tipo, una volta analizzata a dovere la propria vita, possono rivelarsi la causa (o la concausa) del malessere oppure, magari, non ne sono la causa, ma possono rappresentare, invece, un malsano appiglio al quale ci si aggrappa per cercare di stare a galla, un anestetico per il dolore che ostacola il cammino verso la serenità.

  • Divertiamoci adesso un po’ con qualcosa di molto meno grave, che anch’io ho in comune con la tua protagonista Anna, e forse anche con altre nostre lettrici o lettori: il tedio domenicale. Ne soffri anche tu? Qual è il rimedio?

Ne soffrivo anni fa; adesso per fortuna sono uscita dal tunnel J. Personalmente, credo che tale tedio sia dovuto alla mancanza di stimoli, alla prevaricazione dell’insoddisfazione e quindi, per ovviare al problema, sarebbe opportuno regalare al nostro corpo e al nostro spirito momenti all’insegna di ciò che più piace fare, scelti con accuratezza in base ai gusti personali.

  • E veniamo ora ai luoghi del tuo romanzo. Bondo Basso, Cangino, Viero, il fiume Pregnolo, la casa di cura psichiatrica Sant’Emilio di Milano: io li ho cercati su Google, ma non ho trovato mai nulla. Sappiamo però che gli eventi si svolgono in Lombardia, e che tu sei nata e vissuta a Casalpusterlengo: e allora, fino a che punto si tratta di geografia immaginaria?

I nomi geografici presenti nel romanzo sono tutti inventati, sono frutti della mia fervida immaginazione; così come sono nomi di fantasia quelli dei personaggi del libro anche se, ammetto, un lettore attento, che mi conosce di persona, potrebbe cogliere delle somiglianze fra luoghi inventati e luoghi reali del mio vissuto; idem per i personaggi.

  • Il tuo nuovo libro nel cassetto. Storie simili, o tutt’altro?

Nel cassetto, così come in testa, ho tanti progetti, ma poco tempo libero per poterli attuare. Sono mamma, pseudo-moglie, lavoratrice a tempo pieno, figlia, zia e anche prozia, ho una vita intensa e poco tempo, ahimè e sottolineo mille volte ahimè, da dedicare alla mia grande passione. Non ho smesso di scrivere e in cantiere ci sono due libri: uno strettamente collegato al primo e l’altro è una raccolta di racconti; quando vedranno la luce non ne ho idea. Inoltre, sarà pubblicata a breve una raccolta di racconti, tra cui anche uno fantasy scritto da me, nell’ambito di un progetto ideato dalla mia casa editrice.

  • Maria Ilaria, grazie del tempo dedicatoci e della tua bella apertura al dialogo. Proprio per questo, concludendo, mi viene da chiederti a chi consiglieresti maggiormente la lettura di “Autopsia di un’emozione”. Più a chi sia stato/a sia suo malgrado toccato/a da esperienze e drammi del genere, o viceversa più a chi abbia sinora goduto della fortuna di non esserlo? In altre parole, per la tua missione di autrice, è più importante la razionale consapevolezza o l’umana empatia?

Una cosa non esclude l’altra. Consiglio il mio libro sia a chi soffre, o ha sofferto, di depressione, sia a quelli che hanno la fortuna di non aver mai incontrato sul proprio cammino tale piega. Ai primi lo consiglio e li esorto a non arrendersi mai, una rinascita è possibile, anche se difficile. Inoltre, un pensiero speciale va a coloro i quali vivono il male oscuro in silenzio, nell’ombra, incapaci di chiedere aiuto perché troppo impauriti, bloccati dalla vergogna o dal timore di non essere capiti perché spesso è la depressione stessa a non essere capita, a essere sottovalutata e, quindi, è proprio per questo che consiglio questo romanzo anche a chi la depressione non l’ha mai provata sulla propria pelle. È un male invisibile, ma spietato, è qualcosa che non si vede, non si tocca, ma c’è ed è devastante. Spesso la depressione viene scambiata per pigrizia, per scarsa forza di volontà, per sciatteria, ma queste possono essere una conseguenza del male oscuro, un male che esiste, è reale e che deve essere compreso, accettato e combattuto come tale.

intervista a cura di Carlo Crescitelli