Cronache del reale e realtà immaginate

I mondi interconnessi di Crescenzo Fabrizio

Giornalista di esperienza e mestiere per importanti testate regionali e nazionali, personaggio pubblico attento all’impegno civile e alle dinamiche del sociale, e al tempo stesso fantasioso e visionario romanziere: spinti dalla curiosità di capire le possibili dinamiche di coesistenza di queste sensibilità in apparenza piuttosto lontane, siamo andati a conoscere le due anime dell’irpino Crescenzo Fabrizio.

 

1) Grazie, Crescenzo, di esserti voluto raccontare e aprire a noi di Riscontri, allo stesso modo dei tuoi bei personaggi idealisti che popolano diversi dei tuoi romanzi,  e perciò ti domando subito: ma è proprio vero che oggi la storia guarda indietro, invece di guardare avanti?

Più che guardare indietro, credo che ogni racconto venga per molti versi dal passato, non fosse altro che per il vissuto dell’autore. Da appassionato di romanzi storici, più che da autore, posso dire che ogni bravo scrittore ambienta le storie nel passato per parlarci del presente con uno sguardo al futuro.

 

2) Come giornalista hai raccontato spesso crimini e scandali, e come autore hai strutturato talvolta inquietanti orizzonti distopici: possiamo dire che in qualche modo la nostra società oscilla pericolosamente verso nuove forme di incubo? 

Un mio grande rammarico è quello di non essermi mai occupato, nelle mie esperienze giornalistiche, di cronaca nera. Mi è bastato però raccontare l’attualità della politica e della pubblica amministrazione in particolare per trovare spunti che nei miei romanzi sono diventati intrecci fatti di malaffare, mafie e politica corrotta. Gli incubi collettivi di 40 o 50 anni fa erano quelli proposti dalla televisione: il mostro di Firenze, il terrorismo, i sequestri di persona. Oggi sappiamo che l’incubo può convivere con noi, può incarnarsi nel vicino di casa o nel collega di lavoro. Io penso che valga anche per le mafie: non c’è più la coppola a distinguere i mafiosi e la lupara a caratterizzare la loro pericolosità, oggi sappiamo che mafioso, o complice dei mafiosi, può essere il sindaco che abbiamo votato, il bancario affabile che ci ha aperto il conto corrente e che è in combutta con gli usurai, l’imprenditore modello che dà lavoro ai nostri figli e che ricicla i capitali provenienti da attività criminali. Questa prossimità rende anche gli scenari distopici quasi reali: quando sei anni fa ho scritto un romanzo catalogabile in questo genere, la minaccia atomica era più un ricordo di anni lontani che una possibilità del presente. Eppure gli “amici” russi che sponsorizzavano la Champion’s League che ci godevamo dalla poltrona e che ci hanno portato aiuto nella prima fase della pandemia, oggi rappresentano una minaccia. Non è che abbiano gettato una maschera che non avevano: sono semplicemente la proiezione della nostra stessa aggressività, tutti potenziali “mostri”.

 

Crescenzo Fabrizio

3) Raccontare l’attualità, ripercorrere la storia, indagare il futuro naturalmente significa non solo individuarne e descriverne le ricorrenti occasioni mancate e brutture, ma anche delineare le possibili speranze: le tue, quelle che affiorano dai tuoi articoli e dalle tue storie, quali sono?

I personaggi dei miei romanzi, chi più chi meno, sono cercatori di verità: nascoste, dimenticate o mai cercate; la ricerca della verità è in sé una speranza, uno scopo e una motivazione. Io non ho trovato verità né le cerco, perché da credente ripongo in una sola certezza ogni verità che ci sfugge. Se proprio devo individuare un’attesa riconducibile alla speranza, posso dire con certezza che non ho più attese da consumare: le speranze dei miei figli sono le mie, ma è giusto non vivere così a lungo da vederle compiute. Sono le loro speranze. La speranza di un padre si compie nella vita che ha generato. È molto, e può bastare. Almeno per me.

 

4)  Per finire, scegli un tuo libro per noi: raccontaci quello che ti sembra più adatto a rappresentare le emozioni che ci viviamo oggi, le risposte che cerchiamo.

Nel mio primo romanzo, una storia di fede, ingiustizie ed enigmi, ho riposto tutto ciò che un autore dilettante come me può raccontare in tutta la sua vita; gli altri romanzi sono affabulazioni, costruzioni di fantasia, esercizi dell’intelletto e passioni trasformate in parole. Il Codice Tiziano, questo il titolo, è la ricerca di un segreto nascosto nel contesto di una lotta secolare tra forze temibili e oscure. Un racconto fatto di ombre, penombre e luci nascoste.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

Focus sul mondo che cambia

Il “mestiere della conoscenza” di Antonio Famiglietti

Antonio Famiglietti è un professionista che si occupa da sempre di ricerca sociale, con focus iniziale sulle tematiche del lavoro e sindacali. Vanta origini familiari miste avellinesi e napoletane, ma ha vissuto gli anni della sua prima formazione ad Avellino, a cui è sempre rimasto legato, anche sul piano delle relazioni di amicizia. Ha quindi vissuto la sua vita di “lavoratore della conoscenza”, come ama autodefinirsi, fuori dalla sua regione di nascita: ha avuto esperienze di studio e di insegnamento accademico nel Regno Unito, in Sudafrica e a Roma, dove tuttora risiede e opera, e dove siamo andati a intervistarlo.

 

1) Antonio, grazie della tua adesione al nostro invito, e io direi di incominciare ad illustrare ai nostri lettori i vari temi dei quali ti sei occupato nel corso degli anni.

Ti racconto il mio percorso da ricercatore. Mi laureo in Scienze Politiche a metà degli anni Ottanta, a Roma, e mi sembra che la cosa più interessante da studiare sia la sociologia. Ero allora un marxista abbastanza schematico, mi interessava capire la fabbrica, allora si parlava di rivoluzione microelettronica, di modello giapponese, ecc. Inizio quindi ad occuparmi di relazioni industriali. Poi incontro il pensiero di Tourain. Alain Touraine era il teorico della società postindustriale. La tesi che avanzava era che il conflitto di lavoro avesse perduto la sua centralità. Aveva lanciato in Francia un programma di ricerche su quelli che allora chiamavano i nuovi movimenti sociali, come gli ambientalisti, le donne e il femminismo, i regionalisti, etc. E quindi fui coinvolto in ricerche sul consumo etico o alternativo e sul movimento che chiamavamo alterglobal. Negli anni Novanta e nei primi 2000 ho svolto anche studi di tipo storico sul movimento operaio in Gran Bretagna e sul sindacalismo italiano.

 

2) Su che cosa vertono oggi le tue ricerche e indagini? Che cosa per te è importante sapere, capire adesso?

La parabola del movimento alterglobal è stata per me significativa. Il suo repentino dissolversi mi ha spinto a un abbandono della prospettiva di ricerca di alternative. Ma non si tratta di una visione soltanto negativa, perché libera lo sguardo su altre questioni che prima non vedevo, a partire anche da una riconsiderazione del significato assunto negli anni dalla globalizzazione.

 

3) Il millennio da poco incominciato ci ha già ahimè abituato a parecchie infauste disillusioni storiche: a tuo avviso, come si svilupperà, nel corso dei prossimi anni, questo attrito tra progresso tecnologico e controspinte politiche conservatrici che appare caratterizzare particolarmente questo nostro presente? 

È innegabile oggi un declino relativo in tutti i paesi che, quando ho iniziato la mia carriera, dominavano economicamente il mondo, inclusa l’Italia. Certamente da noi le circostanze esterne attualmente non aiutano lo sviluppo. Hai notato che il triangolo industriale non è più, da tempo, Torino-Genova-Milano, ma si è spostato ad Est: Milano-Bologna-Treviso? Ciò anche per la capacità di attrazione della potenza manifatturiera tedesca. Quindi, la questione diventa come contrastare il declino, con le sue conseguenze, mentre mi sembra inadeguata la risposta sovranista/populista che negli ultimi dieci anni è emersa in tutto l’Occidente e non solo. Pertanto, in questi tempi più recenti, mi sono dedicato nelle mie ricerche a due questioni: da un lato, ho iniziato a studiare la letteratura politologica sul populismo, avendo in mente la domanda: il populismo rappresenta un superamento del cleavage destra/sinistra tradizionale? Poi, mi sto occupando del mio quartiere a Roma, il quartiere di San Lorenzo, conducendo delle inchieste sulle sue attività economiche, perlopiù manifatture tradizionali che provano a evolversi, e sul suo associazionismo.

Antonio Famiglietti

4) Il Sud visto da fuori, dal tuo angolo di osservazione di studioso non residente.

Mi sono occupato di Sud in due occasioni. Ci ho fatto la tesi di laurea e poi ho tenuto un corso a Sociologia a Roma intorno al 2010 sulle questioni dello sviluppo. Fino agli anni Settanta del Novecento la questione era chiara. L’industria avrebbe modernizzato la società: avrebbe sostituito le relazioni orizzontali proprie della solidarietà operaia e del sindacalismo a quelle verticali della campagna e a quelle semiarretrate del clientelismo in ambiente urbano. Quella prospettiva tramonta, per un verso, per le trasformazioni dell’economia mondiale; ma per l’altro, l’industria perde quelle capacità di modernizzazione etico-sociale, se si può dire così. Quindi, fuori dalla tematica arretratezza/modernità, il Mezzogiorno non è più oggetto di una questione specifica, ma è parte delle problematiche dell’Italia, anche se in una forma sensibilmente più macroscopica: se l’Italia declina, il Sud declina di più; se l’Italia ha il problema di trovare una sua collocazione all’interno di una mutata e sempre mutevole divisione globale del lavoro, il Sud ha questo problema in misura moltiplicata; se l’Italia soffre di uno Stato debole e di una pubblica amministrazione relativamente inefficace ed inefficiente, tale problema si presenta in forme più gravi nel Mezzogiorno. Aggiungi che il Sud è fortemente svantaggiato dalle drammatiche situazioni e, comunque, dal mancato dinamismo economico della sponda Sud del Mediterraneo.

 

5) E nel Sud, l’Irpinia, le sue specifiche valenze territoriali?

Ciò di cui mi sono convinto nel tempo è che trovo controproducente l’ossessione per le radici e per l’idea che lo sviluppo debba rispettare assolutamente la vocazione del territorio. Che le tradizioni locali vadano valorizzate, purché traghettate ovviamente nel mondo moderno, è sacrosanto. Ma è mai possibile che un ingegnere, formato in una università meridionale magari eccellente, debba inevitabilmente trasferirsi al Nord o all’estero? L’emigrazione delle risorse umane di pregio è un classico elemento del circolo vizioso del sottosviluppo.

 

Grazie Antonio, di aver parlato con noi, e di queste tue interessanti tracce di riflessione sulla società contemporanea.

Grazie a voi.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

Futuro luminoso di presente problematico. Gli anni bui della Transilvania in falce e martello nel ricordo di Teodor Flonta

Tra le candidature notevoli al nostro premio per lavori editi Un libro in vetrina 2021 si è imposto alla nostra attenzione Un futuro luminoso. Cresciuto in Transilvania all’ombra del comunismo (A Luminous Future. Growing up in Transylvania in the shadow of communism), Amazon 2021, il libro autobiografico di Teodor Flonta, uscito in versione italiana, inglese e rumena.

Abbiamo contattato l’autore nella sua attuale residenza di Taroona (Hobart), Tasmania, Australia, per fargli qualche domanda su questa inusuale rappresentazione della propria esistenza e sulla sua preziosa testimonianza critica di una fase del recente passato europeo – quella inquietante e tremenda del socialismo reale in Romania – che risulta ancora oggi ai più praticamente sconosciuta.

Incominciamo dalla fine: da quella ricerca della felicità durata una vita e oggi finalmente conclusa, di cui leggiamo in coda al volume:

“Ora vivo in quella parte del mondo che mia madre aveva visto alla mia nascita, ove sono circondato da bambini con begli occhi luminosi e visi entusiasti – che pronunciano parole che lei non aveva mai sentito – eppure hanno tratti simili a quelli del bisnonno Pavelea e della sua Măriutza, dei nonni Teodorea e Maria, Toderea e Saveta, di mio padre e di lei stessa. Mi sento così a mio agio con loro intorno e, mentre conto le mie benedizioni, finalmente mi rendo conto quanto lontano ero dovuto andare e quanto tempo avevo dovuto aspettare per trovare un briciolo di felicità” (pag. 381).

È questo dunque il vero tema del libro? La fuga dai tristi giorni di allora, in cui l’unico futuro al quale poter anelare era tutt’altro da quello gabellato come “luminoso” dal regime, mentre gli anni inesorabilmente passavano alla disperata ricerca di un altrove in cui poter vivere invece che dover sopravvivere?

Penso che Lei abbia estrapolato un bellissimo tema dal mio libro. Io mi sono proposto di raccontare la storia di un bambino vero, della sua famiglia, del suo villaggio e del suo Paese durante i tempi bui dello stalinismo. Ho fatto questo per lasciare una testimonianza ai miei nipotini, nati in un mondo così diverso dal mio, e per un senso di giustizia nei confronti dei miei genitori e di tutti quelli che come loro ho visto soffrire terribilmente durante il comunismo.

«Nel mio libro cerco di offrire uno stralcio di vita vissuta e di descrivere particolarmente il rapporto che la mia famiglia aveva con le autorità in quel periodo.»

Vivevamo in una gabbia, isolati dal mondo e, anche all’interno della comunità a cui appartenevamo, la mia famiglia era additata dal regime come diversa dalle altre. Chi vive in gabbia cerca generalmente di evadere, di crearsi uno spazio più confortevole. Mio padre, dichiarato “nemico del popolo” a 29 anni, riusciva qualche volta ad evitare le persecuzioni, scomparendo di casa e nascondendosi nei villaggi vicini da parenti e conoscenti. Così io sono vissuto per i primi anni senza di lui mentre mia madre era costantemente vittima di abusi da parte della Milizia comunista. Ho passato la mia infanzia con l’incubo che i comunisti mi avrebbero ucciso tutt’e due i genitori; a scuola, ero anch’io umiliato, nel senso che i miei meriti venivano ignorati, diminuiti o attribuiti ad altri. Trovavo rifugio nella fantasia, cercavo di viaggiare lontano da quel luogo e da quella situazione. Mi ricordo il senso di speranza, quasi di salvezza, che ho provato ascoltando per la prima volta le trasmissioni de La Voce dell’America in rumeno, che ci arrivavano attraverso una radio a galena; essendo queste trasmissioni proibite, le ascoltavo con mio padre nella stalla, dove si era più sicuri. Così, all’età di 7-8 anni, mi era venuta una gran voglia di andare in America e portare via la mia famiglia dall’inferno comunista.

Ho riavuto quella sensazione di speranza anche con la scoperta delle lingue. La prima lingua, che studiavamo obbligatoriamente a partire dalla quarta elementare, era il russo. A me piaceva, solo che qui non mi è andata molto bene, perché mio padre odiava i russi, che erano la causa per cui lui veniva considerato “nemico del popolo” dal regime. Perché il comunismo, per chi non lo sapesse, è stato imposto ai rumeni dall’Armata Rossa, quell’Armata che ancora oggi, con l’invasione dell’Ucraina, dimostra di essere un pericolo per l’Europa e per il mondo. Tengo a precisare che il Partito Comunista Rumeno annoverava solo un migliaio di membri nel 1946, quando, con il sostegno dell’Unione Sovietica, aveva vinto le elezioni con l’inganno, appropriandosi dei voti degli altri partiti.

Poi, quando avevo tredici anni, mio padre mi comprò una radio a batteria (abbastanza grande – 30 cm per 20 cm all’incirca), che diventò la mia inseparabile compagna sui campi, quando portavo a pascolare le nostre mucche. Allora ho scoperto l’italiano, che mi ha aperto nuovi orizzonti e mi ha fornito nuovi spunti per evadere dalla propaganda che il regime ci obbligava a sorbire ogni momento. In seguito venni a sapere che membri della mia famiglia avevano incontrato italiani nella loro vita. Un vicino, che era stato prigioniero in Italia durante la prima guerra mondiale con il mio nonno paterno, mi ha raccontato la loro storia in Italia; come transilvani erano arruolati nell’esercito austro-ungarico. Mio padre, prima della seconda guerra, aveva lavorato a Bucarest, come semplice manovale, al servizio di architetti italiani ed era rimasto molto ben impressionato. Per me si è poi venuta a innescare una serie di eventi che mi hanno avvicinato sempre più all’italiano. Dato che il regime non mi ha permesso di accedere a una facoltà di mia scelta, per via dell’etichetta che avevano affibbiato a mio padre (“nemico del popolo”), sono riuscito a studiare l’italiano all’università, poi, cosa straordinaria, ho cominciato a lavorare nella stessa stazione radio che mi aveva fatto scoprire la bellissima lingua italiana mentre portavo le mucche al pascolo; di lì a poco un altro evento ancora più speciale, che solo un benevolo destino poteva combinare, sarà l’incontro con la ragazza italiana che sarebbe poi diventata mia moglie.

Teodor Flonta

A giudicare dal mio itinerario di vita, cominciato all’insegna di quel “futuro luminoso” propagandato dai comunisti, seguito da un periodo di permanenza in Italia e poi risoltosi nella lontana Australia, posso finalmente concludere che ho raggiunto la normalità, una conquista che per me equivale a un esito felice. Mi vengono in mente le parole di un mio professore di italiano all’università di Bucarest. Un giorno camminavamo insieme da una sede staccata verso la sede centrale dell’università e mi disse: “Ti piace l’italiano, Flonta!”, “Sì, molto,” gli risposi. “Continua così e andrai lontano!” E sono davvero finito lontano!

La narrazione biografica abbraccia l’arco temporale che va dal 1946 –la Sua data di nascita – fino al 1972 – il momento in cui Lei lascia il paese –, con ulteriori passaggi dedicati al Suo breve rientro nel 1990 per la morte di Suo padre e alla Sua attuale vita in Australia del 2005, con la nascita di suo nipote. Sessant’anni di storia magistralmente ripercorsi attraverso cinque generazioni, con pathos e ironia, nei quali i paesaggi da fiaba dei Carpazi e la sventurata gente rumena fanno senz’altro da grandi protagonisti, con il piccolo comunismo sullo sfondo, quasi fosse una maldestra, sgradita e passeggera parentesi, se rapportata alla grandezza dello spirito fiero di un popolo. Ma la domanda è un’altra: visto che Sua moglie è italiana –come italiana del resto è la nostra casa editrice, che è di un’Italia per giunta periferica e minore –, quanto c’è di comune o di simile fra le tradizioni e i valori della Romania rurale e quelli della nostra Italia del Sud?

Siccome Lei menziona mia moglie, Le dirò che nelle sue prime visite a Lupoaia, il mio villaggio in Romania, si è sentita molto a suo agio. Ha apprezzato subito la cura con cui le donne locali tessevano i tessuti di canapa al telaio, la destrezza con cui facevano ricami, pizzi e merletti bellissimi con un’abilità artistica straordinaria. È diventata amica loro e non potevamo uscire a passeggiare per il villaggio senza che lei fosse presa per mano e accompagnata in casa, dove la padrona tirava fuori dalla cassapanca il meglio del corredo di famiglia. Poi dovevamo provare i dolci e le altre leccornie che aveva preparato. E questo si ripeteva di casa in casa. Penso che questo tipo di calore umano sia diffuso anche nell’Italia del Sud. Lo sperimento anch’io qui in Tasmania dove ho un paio di amici straordinari che provengono dalla Basilicata.

Questo sentimento di ospitalità era molto naturale tra i contadini: quando ero piccolo, nessuno lasciava casa nostra senza che gli venisse offerto qualcosa; gli anziani, sapendo che mio padre aveva sempre della pălinca (grappa di prugne) in casa, aprivano il portone e venivano a sedersi nel cortile; mia madre, che aveva un cuore grande, offriva a tutti un bicchierino, qualche volta di più.

Un altro aspetto che la Romania rurale dei miei tempi e l’Italia del Sud potrebbero avere in comune era il modo in cui avveniva la trasmissione della cultura e delle tradizioni popolari. Ricordo che nel tardo pomeriggio, verso l’imbrunire, era il momento in cui noi bambini ci radunavamo sulle panche davanti alla casa intorno ad anziani, con baffi lunghi e l’inseparabile pipa, che ci raccontavano, nella parlata locale, storie della loro vita, storie di guerre, storie di fantasmi. Molti di loro non sapevano né leggere né scrivere ma sapevano raccontare. Era un modo di educare i giovani e tramandare loro la storia e i valori della comunità. A differenza dell’Italia, bisogna tener presente che tutte le altre informazioni intorno a noi erano propaganda comunista che distorceva la realtà.

Vorrei menzionare anche l’attaccamento alla terra. Essendo zone in cui si viveva con poco, questo attaccamento era non solo di tipo sentimentale ma anche di tipo pratico, in quanto la terra provvedeva gli unici mezzi di sussistenza. Questo sentimento era così radicato nelle loro coscienze che i contadini si aiutavano spesso tra di loro; al tempo del raccolto, mezzo villaggio veniva a lavorare gratis per i miei e loro facevano lo stesso. Era una sentita comunione che diventava anche una festa, in quanto mia mamma e la nonna preparavano cibo per tutti, che poi portavamo alla gente sui campi; il cibo veniva messo su grandi tovaglie tessute a mano, distese sul prato, e tutti si sedevano intorno a mangiare. Il comunismo ha cambiato tutto questo perché la collettivizzazione forzata dell’agricoltura in Romania ha fatto sì che la terra diventasse “di tutti”, questa era la teoria ma, in realtà, non era più di nessuno. Inoltre, privando il contadino della terra dei suoi avi, si privava il mondo rurale anche delle sue memorie e delle sue tradizioni secolari. Ho in mente un’immagine terribile del periodo successivo alla collettivizzazione: alcuni contadini di Lupoaia con pompe a spalla che spruzzavano gli alberi da frutto con insetticidi industriali e alla fine della giornata erano ricoperti loro stessi, dalla testa ai piedi, di quella sostanza tossica. Spruzzavano questi insetticidi all’impazzata e man mano gli alberi inaridivano ma loro dovevano seguire “il piano” tracciato dal Partito.

Anche i sacrifici che si facevano per allevare i figli nel modo migliore e dar loro un’educazione si notano di più nelle zone più povere; i miei genitori hanno vissuto la loro vita in funzione della mia, per farmi studiare e uscire dalla loro condizione, proprio come succede in molti casi nell’Italia meridionale.

La realizzazione e il compimento di un’opera complessa, trilingue e di spessore internazionale come la Sua ha vistoil decisivo apporto di diverse qualificate collaborazioni, da Lei più volte citate nei crediti. Ci parli del lavoro di questo staff e di come si è nel tempo venuto a creare e consolidare – attraverso il progetto delle varie edizioni del libro – questo bel ponte ideale con l’Italia e il mondo.

Devo precisare due cose importanti: a) quando sono arrivato in Australia, sebbene avessi familiarità con 3-4 lingue romanze, non sapevo l’inglese e b) prima di Un futuro luminoso non avevo pubblicato libri di letteratura.

Mi sono proposto di scrivere in inglese nella speranza che un giorno il mio libro venisse letto dai miei nipotini, tutti nati in Australia, e poi come sfida a me stesso.

Quando ebbi un manoscritto accettabile, una mia carissima collega, di origine est-europea ma educata in Australia sin da bambina, si è offerta di leggerlo. Il suo giudizio positivo mi ha incoraggiato a continuare. Ho scritto più bozze e ogni bozza che mi pareva buona l’ho fatta leggere ad uno scrittore affermato per critiche e consigli e così, per l’originale inglese, si è creato un “ponte” (per usare la sua parola) tra tre continenti: l’Australia, Gli Stati Uniti e l’Europa.

L’edizione rumena si è realizzata grazie ad un atto d’amore da parte di un mio compagno d’università. Ha letto il libro in inglese e gli è piaciuto molto, tant’è vero che ha cominciato a tradurlo senza dirmelo. Sempre lui ha mandato il libro ad una casa editrice rumena. La co-fondatrice, con un dottorato di ricerca ottenuto in Italia, non solo l’ha pubblicato in rumeno ma ha insistito che lo traducessimo in italiano per la pubblicazione da parte della sua casa editrice. Così la prima edizione italiana del libro è apparsa in Romania presso i tipi della Ratio et Revelatio di Oradea, il capoluogo della contea dove sono nato.

Anche al di là di Un futuro luminoso, dove l’aneddotica etnoantropologica è pur sempre molto presente, Lei è un grande appassionato di proverbi di ogni origine e luogo, con diverse altre pubblicazioni in materia all’attivo: da dove arriva questo interesse così spiccato e specialistico?

Dicevo prima degli anziani di Lupoaia, che raccontavano storie a noi bambini; ebbene, la loro lingua era abbastanza pittoresca perché inserivano qua e là nei loro racconti sia proverbi che frasi idiomatiche che captavano la mia attenzione.

Mi ricordo, però, un episodio ben preciso che potrebbe, in parte, spiegare meglio il mio interesse per l’aspetto idiomatico della lingua. Avevo 5-6 anni e mio padre era continuamente perseguitato dal regime comunista. Quando non era in galera, veniva obbligato dalla Milizia comunista a fare dei lavori, spesso inutili, con l’intento di portarlo alla disperazione e annientarlo fisicamente e psichicamente. Un giorno ho visto mia madre piangere e lamentarsi con la Nonna che “questi criminali non lo lasciano mai in pace, continuano a mandarlo da Ana a Caifa finché lo distruggeranno” (in italiano: “mandare qualcuno da Erode a Pilato”). Ho chiesto più tardi alla mamma il significato di quest’espressione. Mi ha detto che erano personaggi biblici ma non sapeva molto di più.

Poi, durante una vacanza estiva, quando all’università studiavamo I promessi sposi di Manzoni, ho estratto tutte le frasi idiomatiche e i proverbi e li ho trascritti in un quaderno con i loro equivalenti rumeni (o la traduzione dove non c’erano equivalenti) per impararli a memoria.

Dopo l’arrivo in Italia ho comprato l’Arthaber – il Dizionario comparato di proverbi e modi proverbiali italiani, in sette lingue, pubblicato dalla Hoepli, che mi sono addirittura portato in Australia e qui, dopo qualche anno, ho conseguito il dottorato di ricerca (PhD) con una tesi sui proverbi comparati inglesi-italiani.

Sono rimasto affascinato dai proverbi, forse perché ogni proverbio racconta una storia; anche quando la storia che sta dietro al proverbio si è perduta, il sapore vi rimane.

Così come l’italiano mi è stato un fedele compagno per la maggior parte della vita, anche i proverbi in varie lingue me l’hanno resa più accettabile nei momenti difficili, tenendomi ancorato alle mie radici.

E adesso… le canzoni italiane! Un futuro luminoso ne è pieno, sono la colonna sonora costante dell’educazione sentimentale del giovane Teodor, di tutti i suoi più struggenti momenti di crescita: ma erano davvero tanto diffuse la musica e la cultura popolare italiana in Romania? Perché?

Devo premettere che tutto quello che era straniero, soprattutto occidentale, era ufficialmente proibito sotto il comunismo. Ma, qualche volta, la radio nazionale trasmetteva canzoni molto in voga nei paesi così detti capitalisti. Poi, alla radio rumena c’erano le trasmissioni di propaganda in varie lingue. Le trasmissioni in italiano avevano segmenti musicali in cui gli emigrati italiani nel mondo potevano dedicare una canzone ai familiari, alla fidanzata, ad amici rimasti in patria. Faccio una parentesi: quando io lavoravo nella redazione italiana di Radio Bucarest, ho dedicato alla mia futura moglie, con la complicità del capo redattore, canzoni di Domenico Modugno, Gianni Morandi e Sergio Endrigo ma, siccome non potevo usare il mio nome, ho detto che gliele dedicava il “fidanzato lontano”.

Da adolescente vivevo nella parte occidentale della Romania e sentivo trasmissioni alla radio ungherese e a quella jugoslava. Anche lì si trasmettevano canzoni italiane. Quando ero già al liceo, le parole delle canzoni italiane venivano trascritte direttamente dalla radio, soprattutto dalle ragazze, e ci passavamo l’un l’altro il testo. Insomma, facevamo di necessità virtù.

Ma bisogna tener presente che la somiglianza tra l’italiano e il rumeno ha favorito i contatti linguistici. I rumeni sentivano l’italiano più vicino al rumeno di altre lingue neolatine. Il regime comunista stesso non faceva molto per incoraggiare i contatti tra noi e gli italiani. Per darLe un esempio, quando io studiavo l’italiano all’università di Bucarest, quello era l’unico corso di laurea in italiano di tutta la Romania. Per di più, anche lì c’erano solo 10 posti in anni alterni. Un grande contrasto con gli anni prima del comunismo e dopo. Basta gettare uno sguardo al passato. Sebbene il primo testo della lingua rumena, scritto in cirillico, risalga solo al 1521, nella prima metà dell’Ottocento ci fu la proposta dell’abolizione dell’alfabeto cirillico e la sostituzione dei termini non latini con parole italiane. Questo avveniva mentre l’influenza della cultura francese era molto forte in Romania ma la dice lunga sul fatto che l’italiano esercitava una grande influenza sulla lingua e la cultura rumena. L’autore della proposta ha persino suggerito una massiccia italianizzazione lessicale del rumeno con la creazione di una lingua italo-rumena, tentativo poi fallito.

Per rimanere in tema, visto che abbiamo parlato dell’Italia del Sud, a metà del Novecento un linguista italiano dimostra che certi termini provenienti dal latino, che si credevano conservati solo in rumeno, si trovano anche nel dialetto calabrese; uno di questi è luntre in rumeno e luntri in calabrese, che significa piccola imbarcazione.

La presenza delle canzoni italiane nel mio libro non penso rifletta tanto la loro diffusione nella Romania di quei tempi ma piuttosto il mio interesse per tutto ciò che era italiano, forse perché le canzoni mi offrivano la possibilità di crearmi uno scudo per evadere dalle ferite inflitte al mio spirito dall’incessante propaganda del regime. Forse la loro compagnia era anche un altro modo di attenuare i ricordi dei soprusi che la mia famiglia subiva costantemente.

Grazie della Sua squisita disponibilità e chiudiamo la nostra intervista con un messaggio speciale per il nostro pubblico dei lettori italiani, visto che il libro sembra in qualche maniera essere stato scritto proprio per loro: perché comprarlo, perché leggerlo proprio qui in Italia?

Quando il comunismo era al potere in Romania, l’Italia aveva il Partito Comunista più numeroso tra le democrazie occidentali. Molti italiani guardavano con ammirazione all’Unione Sovietica, avvallavano, forse in buona fede, un’ideologia basata sulla menzogna e sul crimine. Il regime comunista in Romania sostituiva il vero con il falso e commetteva crimini contro i cittadini che non la pensavano come loro. Quel comportamento è arrivato oggi sotto gli occhi di tutti con l’invasione dell’Ucraina e il ridicolo pretesto di Putin, rimasto alla vecchia mentalità dell’homo sovieticus.

Io sono cresciuto in una società in cui ci dicevano che vivevamo nel paradiso dei lavoratori, però ai lavoratori mancavano i generi di prima necessità e venivano negate le libertà elementari; ci dicevano che costruivamo un “futuro luminoso”, mentre il nostro mondo era sempre più buio e senza speranza. In questo mondo, che creava l’uomo nuovo (quell’homo sovieticus già menzionato), c’era una continua istigazione all’odio contro tutto quello che era diverso, contro tutto ciò che usciva dagli schemi ideologici del regime, attraverso una spietata propaganda che ci obbligavano non solo a sorbire ma anche a studiare e trasmettere ad altri. Una particolare attenzione era riservata agli occidentali, che al pari dei “nemici del popolo” rumeni erano considerati i nostri “nemici” esterni.

La mia prima esperienza su suolo italiano, dopo l’atterraggio a Roma nel gennaio del 1972, fu un ritardo del volo per Milano a causa di uno sciopero. Sull’aereo c’era un gruppo di italiani che ritornavano da una gita in Romania ed erano anche loro diretti a Milano. Dopo una breve conversazione, alcuni di loro, persone semplici, mi dissero che erano comunisti e avevano visitato la Romania per la prima volta con un viaggio organizzato dal loro sindacato. Alcuni, colpiti da quello che avevano visto in Romania, mi dichiararono che avrebbero strappato la tessera del Partito Comunista. Quel viaggio in Romania ha aperto gli occhi a qualcuno. Spero che il mio libro, che è una storia vera, faccia altrettanto e che un giorno l’Europa trovi il coraggio di condannare ufficialmente il comunismo, come si è fatto con il fascismo. Sono dittature e hanno causato genocidi.

(intervista a cura di Carlo Crescitelli)

La rete logora chi non ce l’ha. Il pericoloso universo alternativo dei social razionati di Marco Venturi

Morte alla fine dei social (AltroMondo 2021) è il thriller di Marco Venturi che si è imposto alla nostra attenzione fra le candidature pervenute alla passata edizione del nostro premio Un libro in vetrina.

Siamo andati a parlarne con l’autore, qui di seguito l’intervista che ne è venuta fuori.

Venturi, grazie della disponibilità mostrata a Riscontri e, visto che troppi dettagli della trama non possiamo spoilerarli per non togliere ai nostri lettori il gusto di scoprirli man mano avventurandosi nella vicenda da soli come è giusto, incominciamo con il tratteggiare il contesto in cui la storia si svolge.

Il governo italiano, allo scopo di frenare il degrado e il disagio generato da macchine del fango e fake news, ha limitato la fruizione individuale dei social a un massimo di sessanta minuti al giorno. Con tutto quel che ne consegue, anche dal punto di vista pubblicitario ed economico.

Eppure, nonostante ciò, nel libro questa situazione non sembra dispiacere più di tanto quasi a nessuno. Forse perché è proprio lui, l’autore, a nutrire pregiudizi nei confronti dell’intero universo social? Alla luce di ciò, il disclaimer pubblicato in coda al volume potrebbe non apparire del tutto convincente… accolga questa nostra piccola provocazione e sciolga anche qui per noi questo dubbio, cogliendo contemporaneamente l’occasione di introdurci alle tese atmosfere del romanzo.

Per rispondere a questa prima domanda voglio partire dallo spunto iniziale che mi ha ispirato nella stesura di Morte alla fine dei social. Durante una vacanza estiva al mare mi accorsi che intorno a me tutti i presenti, grandi e piccini, se ne stavano sotto l’ombrellone con il loro smartphone in mano come fossero in preda a una sorta di raptus, disinteressandosi di tutto ciò che accadeva intorno a loro. Fu in quel momento che mi sovvenne alla mente un’ipotesi su cui sviluppare una storia da raccontare: “Come reagirebbero le persone se venisse imposto un severo limite all’uso dei social?” Da quella domanda sono scaturite le numerose riflessioni e reazioni che costellano il romanzo.

Marco Venturi

Siamo talmente assuefatti all’esistenza di questo mondo virtuale che lo diamo oramai per scontato. Eppure chi ha varcato la soglia dei trent’anni si ricorda bene che nella vita di ognuno, prima dell’avvento dei cellulari, vi erano tante opportunità di divertimento, confronto e socializzazione.

Nel romanzo, gli omicidi, i furti, le misteriose sparizioni che si susseguono capitolo dopo capitolo tengono desta l’attenzione del lettore fino alle battute conclusive; non deve essere dato nulla per scontato, i colpi di scena non mancano. Proprio per questa ragione protagonisti e comprimari non hanno il tempo e il modo di testare sulla loro pelle, salvo alcune doverose eccezioni, le implicazioni derivanti dalla legge blocca-social. È il microuniverso che li circonda a dare forma alla paura, alla rabbia e all’incredulità che permea la società dopo la promulgazione del decreto. Il lavoro svolto dal protagonista rappresenta il gancio ideale per collegare la trama “gialla” a quella di stampo distopico. Il lettore ha l’opportunità di conoscere anche il personaggio considerato a tutti gli effetti padre putativo della norma per certi versi liberticida. Non vi sono in realtà reali pregiudizi nei confronti dei social network; nello sguardo d’insieme proposto dal romanzo la tecnologia non viene demonizzata, bensì analizzata attraverso l’utilizzo di ogni singolo utente all’interno di una società sempre più globalizzata.

Questo quadro futuribile dei social a tempo, e delle loro numerose implicazioni, è davvero molto realistico: complimenti per averlo immaginato, analizzato e sapientemente descritto. Ma pensa che sarebbe in qualche modo davvero possibile?

Grazie, ci ho riflettuto parecchio per dare all’intera vicenda la massima verosimiglianza. Sappiamo bene che in alcune nazioni l’utilizzo di internet è già regolamentato se non addirittura proibito. Credo, quindi, che non ci sarebbero particolari ostacoli nel caso in cui un governo decida di imporre eventuali “lacci e lacciuoli” con lo scopo di limitare la libertà, solo tecnologica se mi passate il termine, di un popolo. Nel romanzo spiego come questo decreto finisca con l’essere approvato quasi per caso, generando una sorta di “corto circuito” tra le varie forze politiche. Nella realtà credo che nessun partito abbia reale interesse a imporre una sorta di bavaglio informatico. La rete è diventata il canale prediletto per i cosiddetti “opinion makers”; sfruttando le sue infinite potenzialità, questi ultimi riescono a fomentare nelle comunità le più disparate reazioni: indignazione, commozione, solidarietà e, purtroppo, tanto odio. Una legge blocca-social assumerebbe quindi i contorni di un clamoroso autogol. Le possibilità di realizzazione di uno scenario simile potrebbero aumentare nel malauguratissimo caso in cui la democrazia cedesse il passo a forme di governo totalitario; finiremmo dritti in un incubo come quello descritto da George Orwell nel capolavoro 1984.

Veniamo adesso alle opinioni personali di Marco Venturi: che cosa Le piace e che cosa proprio non Le piace dei social?

Io sono oramai sulla soglia dei cinquant’anni, quindi mi ritengo un fruitore moderato dei social network. Interagisco prevalentemente su Facebook (il capostipite della dinastia), ho un profilo Instagram a cui accedo raramente e nient’altro. La nascita di queste comunità virtuali aveva in origine nobili scopi: tenere in contatto persone nella realtà molto distanti tra loro, permettere di ritrovare nelle pieghe della rete vecchi amici (o vecchi amori), ampliare gli orizzonti di conoscenza di ogni utente tramite pochi clic. Purtroppo con il passare degli anni il loro utilizzo è stato fin troppo strumentalizzato generando mostruosità come le fake news, l’ostentazione forsennata di se stessi alla ricerca di approvazione altrui e i cosiddetti “leoni da tastiera”, veri e propri generatori di odio. Durante le presentazioni pubbliche di Morte alla fine dei social ho tenuto sempre a sottolineare che io non ho niente contro l’uso dei social network. Ciò che fa male è in realtà l’abuso: l’utente medio oramai tende a guardare ciò che lo circonda attraverso la lente troppo spesso distorta dello smartphone, senza soffermarsi sulla vera essenza dei fatti e delle persone. Una citazione, peraltro anonima, da me posta all’inizio del romanzo è un efficace compendio di come viviamo la nostra vita da dieci anni a questa parte: “Prima avevo una vita, adesso ho un computer e una connessione wi-fi”.

I molti personaggi del libro, praticamente tutti nessuno escluso, partendo dal protagonista, giornalista in fase di riconversione professionale, sua figlia affermata modella, il triste addetto redazionale, il sanguigno e irruento maresciallo dei Carabinieri, per finire ai politici, magistrati, ai sicari e a tutta la varia e dolente umanità che va a popolare e comporre il coinvolgente mosaico noir, sembrano in realtà essere caratterizzati più da ombre che luci e le loro redenzioni sono spesso parziali e difficili: concessione e indulgenza ai cliché del noir o piuttosto conseguenza, effetto di un Suo personale pessimismo circa la vera natura umana?

Non ho mai amato particolarmente la figura del detective infallibile (o del cattivo invincibile) nella narrativa e nel cinema. Ciò che accomuna ogni personaggio del mio romanzo è il concetto di fallibilità. Protagonisti e comprimari, nessuno escluso, durante il dipanarsi della trama compiono errori, di vario genere e caratura. Trattandosi di esseri umani si trovano costretti a fare i conti con le loro debolezze, le loro paure e il loro passato doloroso. Ogni errore o vulnerabilità dei miei personaggi porta a sviluppi nella trama da cui scaturiscono cambiamenti radicali nelle loro esistenze. Pur avendo un paio di protagonisti principali, il libro può essere considerato un’opera corale. La narrazione si snoda raccontando di volta in volta le vicende dei vari personaggi; il lettore ha modo di conoscerli e immedesimarsi nelle debolezze dell’uno o dell’altro. Non sono pessimista nei confronti della natura umana. Siamo stati dotati del libero arbitrio e durante la nostra vita facciamo delle scelte. Le strade che imbocchiamo possono portarci alla felicità o alla dannazione, in molti casi abbiamo la possibilità di redimerci e cambiare direzione ma non sempre ne abbiamo la voglia o il coraggio.

Un’altra cosa che impressiona è l’uso massiccio dell’ironia che sconfina spesso in sarcasmo: quello tosto, cattivo, alla toscana. Lei la vedrebbe, questa storia, ambientata o ambientabile in altro territorio italiano?

Durante la sua stesura ho deciso di non dare un’ambientazione chiara e univoca al romanzo. Solo grazie a un paio di riferimenti geografici collocati in alcuni capitoli è possibile immaginare dove si svolga l’intera vicenda. Siamo in un piccolo comune dell’Italia centrale, non necessariamente in Toscana. In questo modo intendo dare la possibilità al lettore di poter contestualizzare la trama anche nel proprio paese. La “location” della storia non è strettamente funzionale allo sviluppo della trama principale; pochi sono i capitoli in cui vengono forniti chiari riferimenti geografici. Si è trattato di una scelta ponderata. Per quanto riguarda l’ironia ritengo che sia il migliore ingrediente per cercare di sdrammatizzare alcuni passaggi e tentare di strappare un sorriso al lettore; in fondo un libro deve essere soprattutto un mezzo di intrattenimento. Qualche frase “colorita”, senza mai scadere nella volgarità gratuita, mi è servita per tratteggiare nel dettaglio il carattere di alcuni personaggi.

La Sua passione per il fumetto a tinte dark è nota e ulteriormente dichiarata tra le Sue pagine, che vedono addirittura un episodio ambientato nel Lucca Comics & Games, e l’adozione di nicknames inconfondibili ed evocativi. Questo immaginario di riferimento caratterizzerà anche i Suoi prossimi lavori?

Credo sia inevitabile che in un’opera prima l’autore introduca piccoli frammenti delle proprie passioni ed esperienze. Sono cresciuto a “pane e fumetti” e tuttora sono un lettore e collezionista di comics italiani. Ogni anno ho frequentato, prima dell’avvento della sciagurata pandemia, la manifestazione che si tiene ogni anno a Lucca e per me è sempre stata una vera e propria festa. Nel mio prossimo romanzo, di cui ho terminato la stesura non più di un mese fa, ho accantonato il mondo dei fumetti mentre un ruolo di rilievo viene dato ai soprannomi, in tutte le loro sfaccettature. Ma questa, per ora, è un’altra storia che mi auguro di poter proporre presto.

Grazie di essere stato con noi e di averci illustrato il senso e le motivazioni del Suo libro, e in bocca al lupo da noi di Riscontri per ogni successo presente e futuro!

Grazie a voi per lo spazio che mi avete concesso. Con ogni romanzo si apre una porta su un universo parallelo ricco di emozioni e sorprese. Buon viaggio a tutti i lettori, e viva il lupo!

(intervista a cura di Carlo Crescitelli)

Al capezzale dell’editoria italiana: diagnosi e rimedi

Conversazione con Amleto de Silva

Amleto de Silva non ha certo bisogno di presentazioni: brillante e maturo enfant terrible del panorama autoriale nazionale ma, soprattutto, romanziere, notista, saggista e formatore di classe, di quelli che ancora mettono al primo posto l’etica dello scrittore e non ne sono rimasti molti.

La sua interlocuzione con il suo pubblico passa ormai già da diversi anni per una coinvolgente quanto a tratti cruda azione divulgativa dell’attuale stato dell’arte del mondo editoriale, di come poter in qualche modo conviverci facendo i conti con la sua crisi, senza con questo arrendervisi, anzi contrastandola e controbilanciandola fin dove possibile.

E noi proprio di questo siamo andati a chiedergli, perché sappiamo che gli fa sempre piacere parlarne, così come a noi ascoltarlo e leggerlo.

Grazie Amleto, di aver accettato il nostro invito a questa chiacchierata e passiamo subito alla prima, ansiosa domanda: come sta il malato editoria italiana? C’è speranza di recupero?

Grazie a te, caro Carlo. E la risposta è no, che vuoi recuperare più. L’editoria come ci piaceva pensarla non esiste più da un bel pezzo: ora c’è un’altra cosa, che però non possiamo – in tutta franchezza – chiamare letteratura. Si stampano delle cose, più che altro. Parafrasando Gozzano, cose brutte di pessimo gusto. E poi, vedi, la speranza di recupero dovrebbe passare per i desideri di chi l’editoria l’ha portata a questo punto, quindi no, non ne usciamo. E se proprio vogliamo dirla tutta, a me l’editoria non interessa, a me interessa la letteratura, i libri, quelli che non vedi l’ora di tornare a casa per finirli. E di quelli ne ho un bel po’.

Per continuare in ambito metaforico medico-sanitario, dopo averti chiesto una diagnosi ti chiediamo delle profilassi. Che cosa fate e potete fare voi autori, cosa possiamo fare noi lettori per prevenire, conservare, proteggere?

Beh, noi autori, come termine, starebbe a significare che esiste una comunità di scrittori: a me non risulta, ma io sono uno abituato a far comunella su basi diverse, e ancora fatico a considerarmi uno scrittore. Mi manca il tono sussiegoso, la voce impostata, la manina sotto il mento nelle foto posate, la smania di piacere a tutti i costi. Per quanto riguarda i lettori, ti ricordo che Dylan Thomas chiamava i lettori comuni, cretini leggendari. È proprio per compiacere loro, questi babbei illetterati, che vengono fuori libri orribili, senza senso, queste acquette fresche leggermente macchiate di lime, perché il limone fa tanto banco dell’acqua e noi invece dobbiamo dare a vedere che siamo i tipi che hanno viaggiato.

Andando ora nello specifico: comportamenti da evitare e combattere. Che cosa proprio non ti va giù del mondo del libro di oggi?

Mi ripeto: i lettori. Perché se è vero che il gusto del pubblico è manovrato, è anche vero che non sei obbligato a ingoiare qualsiasi cosa ti venga proposta. Davvero, vedo gente comprare libri che solo pochi anni fa sarebbe stato reato anche solo pensarli, figuriamoci scriverli o pubblicarli.

Amleto de Silva

Le segretarie che sospiravano coi libri di Liala stretti al seno almeno leggevano storie scritte molto bene: svenevoli, un po’ patetiche, ma ben scritte. Questi invece comprano e leggono delle cose che definire imbarazzanti è dire poco. E allora sai che ti dico? Che la colpa è loro.

Parliamo adesso espressamente di te e dei tuoi ultimi lavori, e facciamolo rispolverando un concetto vecchio ma sempre attuale: quello della missione dell’intellettuale. Come si esplica oggi la tua, attraverso quello che di volta in volta scrivi, pubblichi, recensisci, critichi, insegni? Come collochi nel tuo ruolo e nel tuo percorso le tue più recenti pubblicazioni, le tue scelte odierne in generale e in quale chiave vorresti le leggessimo noi tutti?

Al momento, la mia missione è riuscire a pagare le bollette, figuriamoci il ruolo dell’intellettuale. Certo, mentirei se ti dicessi che non mi considero tale, ma il mio concetto di intellettuale è che siccome sei stato tanto fortunato da non dover alzare la cardarella, almeno cerca di dire delle cose sensate. Di ragionare, di essere d’aiuto, di portare il pensiero libero nel mare del pensiero unico. Vedi, io non sono un tipo complicato, e nemmeno sono all’altezza della mia cattiva fama. Cerco di fare bene il mio lavoro, di scrivere dei bei libri, delle belle vignette, delle belle recensioni. E soprattutto, e di questo dovreste ringraziarmi, non scrivo brutte poesie. Io.

Per finire, la solita, irrinunciabile domanda: cosa ti piacerebbe ti riservasse e ci riservasse il futuro? Tu però, in linea con le tue energie, il tuo humour e la tua verve, dicci anche come farai e come possiamo fare per provare a dargli una bella spinta.

Il futuro. Mi affatica il solo pensiero, diceva Pazienza, uno che oggi non riuscirebbe a pubblicare neanche uno schizzo. Il futuro è una truffa, è un rimandare le poche cose belle che abbiamo per sguazzare in una pozza del nostro stesso piscio che chiamiamo presente.

Grazie Amleto, da parte di noi di Riscontri. È stato un vero piacere poter dialogare con te sui binari e sulle lunghezze d’onda non convenzionali che abbiamo imparato a riconoscere e apprezzare, e a te i nostri migliori auguri di buon lavoro.

Grazie a voi di Riscontri, e grazie a te, caro Carlo. Permettimi, in chiusura, di ricordarti che ove mai decidessi disfarti di quel meraviglioso cappottino in pelle rossa, ricordati degli amici.

(intervista a cura di Carlo Crescitelli)