Intervista a Elisabetta Sancino, vincitrice del Concorso “Riscontri Poetici”, sez. B, con “Il pomeriggio della tigre”

Elisabetta Sancino è la vincitrice della sezione B del Concorso “Riscontri Poetici”, edizione 2020, con la raccolta Il pomeriggio della tigre (Terra d’Ulivi, 2018, pp. 112, € 11.00). Abbiamo intervistato l’autrice per scoprire di più sulla sua inquieta e profonda poesia.

  • Il pomeriggio della tigre: carismatico e intrigante il titolo della silloge poetica che, nell’energia impetuosa e nella trama appassionante dei versi, rievoca il fascino indomito e selvaggio della potente fiera. La tigre che è in lei esprime potentemente la sua forza narrativa e si aggira inquieta nel recinto delle emozioni. Nello sguardo profondo dell’iconico felino si cela il primo mio quesito: da cosa hanno origine la forza, l’inquietudine e il meraviglioso flusso vitale della sua poesia?
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Elisabetta Sancino

Il titolo della mia raccolta deve sicuramente molto alla Tyger di Blake, un autore che ha avuto su di me una grande influenza, sia per la potenza dei suoi versi che per l’originalità della sua produzione pittorica, fortemente visionaria. Come dice Blake, «il mondo dell’immaginazione è il mondo dell’eternità, che è la vera realtà»: la mia poesia è il risultato di un continuo scambio tra ciò che vedo intorno a me e ciò che succede dentro di me. Tutto il visibile,  il vissuto, passa attraverso il mio occhio interiore e viene rielaborato dalla forza dell’immaginazione che si nutre anche di tutti i potenti stimoli che mi arrivano dalle più svariate letture e dal contatto costante con le opere d’arte. Forse in questa mia peculiare formazione letteraria e artistica sta l’elaborazione di un linguaggio che molti definiscono “multisensoriale».

  • “La poesia è anche sangue in punta di lama” sussurri in una lirica, ricordando, con versi toccanti, il tragico evento dell’incendio alla Grenfell Tower di Londra. La poesia, la tua poesia in particolare, riesce, con grande empatia, a rievocare la sofferenza di eventi drammatici, salvandoli dall’oblio del tempo. Oltre all’importante patrimonio di conservazione della memoria e alla emozionante funzione del compianto, credi che la Poesia possa assolvere altri validi ruoli e possa rendere utili contributi nei drammi esistenziali dell’individuo e della collettività?

Nella mia produzione poetica in realtà ci sono pochi testi che appartengono alla cosiddetta “poesia sociale” e ciascuno di essi fotografa un momento molto preciso della cronaca che per me ha avuto un significato particolare. L’opera in questione è scaturita da un’emozione sconvolgente, da un bisogno di esprimere la mia vicinanza alle vittime di un dramma da me ancora più sentito perché conosco bene la zona di Londra in cui questa tragedia è avvenuta.  Senza dubbio uno dei compiti della poesia è anche quello di denunciare i mali o i drammi che ogni giorno passano sotto i nostri occhi: compito non facile, perché il rischio di cadere nell’enfasi, nella retorica o nella banalità linguistica è sempre dietro l’angolo. Un’autrice straordinaria che coniuga la poesia di denuncia con l’attenzione profonda al valore della parola è quella della poetessa americana Adrienne Rich, da noi purtroppo ancora poco conosciuta e letta.

  • Tra le tante, intense e toccanti liriche, una mi ha particolarmente affascinato. È la lirica “Lingua assolta”, nei cui versi si assiste a un inquieto gioco di specchi tra chi assolve e chi è assolto dal peccato di vivere e di scrivere. Nel riflesso velato delle due opache figure, l’assolutore e l’assolto, traspare il tuo profilo. Quale degli specchi rivela la verità ? Quale riflette di più la tua anima inquieta ? O sono sinceri entrambi?

La dicotomia presente in questo testo è una caratteristica che non sempre emerge nei miei scritti e vuole mettere in evidenza il lato oscuro, inquieto e fragile della scrittura, quello che solo il vuoto della stanza conosce. Un lato di me che spesso non viene a galla perché la mia poesia, così come il mio modo di vivere la vita, è fondamentalmente caratterizzata da un’energia incontenibile, da un fuoco che riesce quasi sempre a prevalere sul buio. Non è mai stato facile per me far convivere queste due polarità così opposte ma credo che sia proprio la complessità insita nel mio modo di essere a fornirmi un nutrimento spirituale ed emotivo costante.

  • Milano “magnifica”, con “le sue costole di marmo” è una città che tu apprezzi e ammiri. È “la città che sale”. Qui, nel rumore della metropoli frenetica e vitale, risuonano i tuoi  passi solitari. Qui la tua  voce profonda diviene flebile sussurro, rivelando, in un impeto sincero, “ho mani buone (per)impastare il pane / che nessuno avrà il tempo di mangiare”. Milano, città icona dell’efficienza e  del progresso, “non è più sorgiva / ha perso anche il sapore della nebbia”, dici in una bellissima immagine poetica. E allora ti chiedo: cosa ha perso realmente Milano? Quali principi, quali valori, quale parte della sua identità ha dovuto barattare questa tua amata città  nella corsa frenetica al progresso?  E, più in generale, cosa hanno perso le tentacolari città moderne e cosa sacrifichiamo noi tutti, figli dell’era digitale e della globalizzazione, sull’altare del benessere?

519xnRx1B-LIo abito a 25 km dalla metropoli ma considero Milano la mia città d’adozione perché qui ho studiato  e qui lavoro da molti anni lavoro come guida turistica. Il mio sguardo su Milano è quindi particolare e coglie aspetti che forse a coloro che vi abitano sfuggono: il pendolare arriva in città dalla periferia e ha sotto gli occhi costantemente il contrasto tra le due anime della città, quella patinata del centro e quella più complessa e contraddittoria dei sobborghi. Io sono in mezzo a questi due mondi e trovo il mio punto d’osservazione stimolante ed estremamente interessante. Ci sono quartieri di Milano che ho visto cambiare completamente, apparentemente in meglio, ma che forse hanno perso l’autenticità di un tempo. Da questo punto di vista concordo con Alda Merini che tornando in città dopo molti anni trova il quartiere dei Navigli completamente diverso e  in un suo celebre testo scrive: “Milano è diventata una belva/non è più la nostra città/adesso è una grassa signora/piena di inutili orpelli”.

La Milano di oggi è senza dubbio più internazionale di venti, trent’anni fa e offre servizi d’eccellenza che ne fanno una delle metropoli più all’avanguardia d’Europa. Tuttavia, il progresso e soprattutto la globalizzazione hanno comportato cambiamenti radicali e a mio avviso non sempre positivi. Penso alla scomparsa di luoghi impossibilitati a  reggere la sfida con le nuove catene di negozi e ristoranti: sono tante  le tante librerie indipendenti che hanno chiuso, i  piccoli caffè rimpiazzati dai fast food o dai sushi bar o le storiche botteghe artigiane schiacciate dalla concorrenza dei prodotti della grande distribuzione. Milano è anche una città tentacolare, il cui urban sprawl ha ingoiato chilometri di campagna e si è spinta non molto lontano dai luoghi dove sono nata e cresciuta, ora divenuti sempre più spesso anonima periferia, dove persino la nebbia non esiste più: la progressiva riduzione degli spazi verdi e la perdita del senso di appartenenza a una piccola comunità, tipica dei paesi che fanno ormai parte della metropoli, e  il conseguente aumento della microcriminalità sono tutti  fenomeni ai quali trovo particolarmente difficile abituarmi.

  • La fretta, il vuoto, la solitudine di Milano fanno da contrappunto al canto delle “ossa danzanti, ancora vive” di Stonehenge, dove nel silenzio di pietra riecheggiano storie e voci del passato. I suoi versi raccolgono la musica del tempo e al tempo ne affidano il respiro. Sarà in grado la Poesia di rendere eterno il respiro della vita? È veramente possibile “evitare la morte imparando a scrivere”?

La poesia ha un ruolo fondamentale nella vita dell’uomo, è necessaria quanto il cibo, l’acqua o l’aria. Il suo potere salvifico non coinvolge solo chi la fa ma anche chi la legge ed è a sua volta stimolato a pensare, talvolta a scrivere, a fare un viaggio dentro di sé maturando consapevolezze che possono davvero strapparci dalla banalità del nostro quotidiano e dal nostro destino mortale. In questo senso, la poesia per me ha un ruolo molto simile alla preghiera.

  • E infine… nella potenza dell’urlo ruggente della tigre che fa eco nel cuore dei lettori… qual è l’eredità feconda che vuoi lasciare con questi tuoi preziosi versi?

Vorrei che i miei lettori potessero essere attraversati non solo spiritualmente ma anche fisicamente dai miei versi, offrire loro la possibilità di fare un viaggio che coinvolga i cinque sensi e li risvegli uno ad uno. Vedere il mondo da prospettive sempre diverse, mutevoli e anche contrastanti, rischiando di perdersi per poi ritrovare una parte inedita e nascosta di sé. Vorrei che si sentissero meno soli in questa avventura meravigliosa e imprevedibile che è la vita.

a cura di Emilia Dente

L’Italia nella tv. Roberto Robert racconta sessant’anni di storia patria, visti da dentro e da dietro il televisore

intervista a cura di Carlo Crescitelli

VOLUME VINCITORE DEL 1° PREMIO DEL CONCORSO, SEZIONE NARRATIVA


Siamo andati a conoscere ROBERTO ROBERT, autore di FINCHÉ SUONA LA CAMPANA (SILELE 2016), il brillante romanzo sull’epopea dell’emittenza televisiva che si è aggiudicato la vittoria, per la sezione narrativa, della seconda edizione della nostra rassegna per volumi editi “Un libro in vetrina.  Questa la nostra informale chiacchierata sul suo libro.

  • Innanzitutto le nostre congratulazioni Roberto, per il tuo successo nel concorso; e poi facciamo come se ci stessimo allenando su un ring di quelli che hanno ispirato il titolo del tuo romanzo, cioè partiamo subito dai fondamentali, dal primo uno/due di domande. Quando e come ti è venuta l’idea di raccontare la storia della tv e in particolare delle tv private, dell’Italia che hanno rappresentato e per certi versi ancora rappresentano? Puro desiderio di affabulazione, semplice ansia documentaria e di sintesi, o c’è anche qualche altra ragione?
profilo
Roberto Robert

Buongiorno e grazie per questa opportunità che mi viene offerta dal vostro concorso. In effetti, la vicenda narrata nel mio libro rappresenta una parte essenziale delle mie esperienze giovanili, quando – ahimè, ormai 40 anni fa – ho svolto l’attività di giornalista presso una piccola emittente bergamasca, ora scomparsa come la quasi totalità delle tv locali. Io sono nato pochi anni dopo l’avvento della prima Rai in bianco e nero, e come tutti quelli della mia generazione sono cresciuto con la televisione; ma le differenze tra allora e oggi sono moltissime. Quando all’inizio degli anni ‘80, microfono in mano e tecnico con telecamera a spalla al seguito, fermavo le persone per strada per un’intervista, molte scappavano via o adducevano scuse per non farsi riprendere, mentre oggi è tutto il contrario: c’è gente che combinerebbe qualsiasi nefandezza pur di apparire in tv.

Come predisse Andy Warhol più di mezzo secolo fa, “ognuno al mondo sarà famoso per 15 minuti grazie alla televisione.” Giorgio Gori, che ha scritto la prefazione del libro, in quegli anni svolgeva la stessa professione, era giornalista di un’emittente locale. Come si scherzava allora, per quel mestiere ci “consumavamo le scarpe”

  • A dispetto del suo tono coinvolgente, appassionante, leggero e a più riprese esilarante, il tuo romanzo sviluppa in realtà sullo sfondo una serie di temi assai complessi, e spesso interconnessi tra loro. Come ad esempio l’etica dell’informazione, la genesi e lo sviluppo del consenso politico, la manipolazione della pubblica opinione, la tutela e il rispetto della privacy. È esattamente di queste cose che volevi parlare in partenza, e la storia d’invenzione ti è parsa un veicolo ideale per lanciare dei messaggi, o è successo piuttosto l’inverso, vale a dire sono state le singole tematiche sociopolitiche a rendersi di volta necessarie per ambientare e contestualizzare una storia che volevi di respiro sì universale, ma al tempo stesso anche molto attuale?

I temi che emergono dalla filigrana di questo romanzo sono indubbiamente molti e complessi e in gran parte derivano dal vissuto personale: studi, giornalismo, lavoro, passione per la politica e per i fenomeni sociali. Tutto ciò ha influito nella stesura del libro: si è trattato di una gran fatica, soprattutto nell’amalgamare argomenti attuali e del passato all’interno di una narrazione che, comunque, doveva rimanere letteraria sia pure con qualche sconfinamento nella saggistica. Poi, quando l’ho consegnato all’editore, mi sono accorto che avevo superato le cinquecento pagine e mi son detto: è troppo corposo, non me lo pubblicherà mai. Invece è andata bene, è stata una scommessa vinta per entrambi.

  • Nella lunga vicenda compaiono e si scontrano tra loro almeno quattro generazioni, ora ne banalizzo le definizioni perché sono sicuro che ci capiamo perfettamente: boomers, yuppies, millennials, web generation. E di tutte, nessuna esclusa, tu mostri impietosamente i limiti. Si tratta di un semplice espediente narrativo di tipo drammatico, un modo professionale di dare sale ai tuoi tanti personaggi, o invece sei davvero convinto di non poter salvare nessuno?

La mia, in questo e negli altri miei romanzi, è una particolare cifra narrativa un po’ provocatoria. Mi piace mettere in evidenza i nostri difetti, le nostre ossessioni, talvolta in modo divertente o addirittura grottesco. Credo che tra i compiti della narrativa ci sia anche questo, far riflettere il lettore sulle realtà meno piacevoli che tentiamo di mascherare per primi a noi stessi. Sotto questo aspetto, il genere giallo/noir è quello ideale per esprimersi, permette di affondare i colpi con maggior facilità.

  • Le tante pagine sulla boxe. Pura metafora della quintessenza della competizione, ingrediente romantico e bohemien, concessione a un immaginario sempre di moda, o piuttosto passione personale a prescindere?   

71Hq4lr8rpLDa ragazzo, quando trasmettevano in tv gli incontri di boxe, stavo sveglio fino a tardi con mio papà. Parliamo di Benvenuti, Mazzinghi, Arcari, Loi, di grandissimi campioni del passato ancora oggi molto amati. La passione è nata allora, anche se adesso sembra preistoria e questo sport è poco seguito.

Premesso questo, il libro è stato tra l’altro ispirato dalla lettura di un breve saggio di Omar Calabrese da titolo “Come nella boxe. Lo spettacolo della politica in tv”, uscito ormai da più di vent’anni ma di grande attualità ancora oggi. Una riflessione sui talk show, modellati fin dall’inizio come fossero veri e propri combattimenti catodici, compresi arbitro, allenatori e secondi, che hanno influenzato tutta la produzione televisiva. Oggi si azzuffano perfino nei programmi di cucina, per capirci.

In merito al titolo, infine – sono stato un po’ ruffiano, lo ammetto – la citazione della campana richiama un famosissimo libro di Hemingway, che era a sua volta appassionato di pugilato e lo aveva anche praticato in gioventù. Come vedi, tutto si tiene, anche se la sua campana era ben diversa dalla mia.

  • E veniamo adesso a Milano: romanzo milanesissimo, il tuo, che forse più di così non si può. Ma per te Milano è davvero la città affascinante e dannata che tutti abbiamo imparato a conoscere, sempre alle corde, sempre su un eterno viale del tramonto ma che alla fine si rialza sempre per tornare a combattere e vincere? Hai visto quante figure da pugilato ti ho infilate nella domanda? 

Io a Milano ho studiato all’università e ho lavorato per una ventina d’anni, come molti bergamaschi. E come bergamasco, ho sempre patito il peso dell’essere “provinciale”, come il topino di campagna che si reca in città. Pensa che un secolo fa, alle coppie di sposi delle nostre vallate che andavano a fare il viaggio di nozze a Milano, sembrava di essere stati chissà dove.

Tra Bergamo e Milano, seppure distino tra loro solo cinquanta chilometri, c’è un abisso. Eppure il bergamasco, che alla sera torna sempre volentieri a casa sua e mai si trasferirebbe nella metropoli, a Milano è comunque legato e si trova bene. Io non so se questa città sia dannata, ma credo che non sia mai andata davvero al tappeto, nemmeno nei momenti più bui. E di certo a molti ha offerto opportunità che in altri posti nemmeno esistevano.

  • Parliamo del percorso fatto dal libro. Come è stato accolto, dalla sua uscita a oggi, “Finché suona la campana”? Hai avuto dei riscontri che ti hanno sorpreso – magari perché provenienti dal di fuori dello stretto ambito degli addetti ai lavori di informazione/intrattenimento – o degli inattesi tributi di interesse da parte di fasce di lettori che inizialmente non avevi annoverato tra il tuo pubblico potenziale?

Sono sincero: con questo libro, il terzo dei cinque che ho scritto, ho iniziato a sentirmi davvero un autentico scrittore. Sarà per le dimensioni, ben 560 pagine; sarà per il suo respiro temporale, la vicenda narrata dura sessant’anni; sarà per l’immane lavoro di ricerca che mi è costato, per gli oltre cento personaggi che ne popolano le pagine, per il sottile filo noir che lega i protagonisti…

Diversi amici e lettori mi hanno confessato di essere stati svegli fino a notte fonda per terminarlo, rapiti dall’intreccio. Per questo, credo non a caso, è un romanzo che ha ricevuto diversi riconoscimenti: due premi nazionali, questo organizzato da voi e un secondo in Lombardia, un premio speciale, tre volte in finale e due diplomi di merito. Questo significa che alle giurie, composte da scrittori, giornalisti, professori, critici, è piaciuto molto.

  • Grazie Roberto, ancora complimenti, e salutiamoci con degli aggiornamenti e delle previsioni. Il tuo romanzo, uscito nel 2016, copre un arco temporale che va dal 1954 al 2014. Da allora, come continua la magica avventura della tv? Che cosa è successo dopo, che cosa succederà ancora in futuro? 

Io penso che il televisore ci terrà avvinti davanti allo schermo ancora per molti anni. Certo in modo diverso: saremo noi a creare i nostri palinsesti destreggiandoci tra satellite, pay tv, web, streaming, programmi tradizionali e chissà che altro ancora. Perché la tv è uno strumento che si evolve, combatte, cade e si rialza.

Credo che capiterà alla tv ciò che si pronosticava per il libro stampato, cioè che con l’avvento degli ebook le edizioni di carta sarebbero scomparse. Invece non è accaduto, e secondo me non accadrà per decenni. Più in là nelle previsioni però non mi spingo, non credo che riuscirò a vedere chi o cosa soppianterà il televisore nelle nostre case.

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Lusinghe del potere come catene dell’uomo. Conversazione con Cosimo La Gioia sulla sua nuova raccolta di racconti

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La sorprendente raccolta di racconti brevi L’ascensore e Altri Racconti di Cosimo La Gioia (Terebinto 2021) ci restituisce uno spaccato di umanità e società di cui sicuramente in molti avremo avuto almeno qualche esperienza, ma che forse non eravamo mai ancora riusciti a mettere bene a fuoco. Parliamone con l’autore.

  • Cosimo, con quale singolo aggettivo definiresti nella massima sintesi questi tuoi racconti? A me viene in mente “cattivi”: come il mondo a cui riportano. Sei d’accordo? O c’è qualche altro termine che ritieni li caratterizzi meglio?
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Cosimo La Gioia

Direi che sono d’accordo con te, Carlo, a parte per i due racconti Chi ce l’ha?, in cui per me prevale l’ironia, e Sull’Etna, una piccola storia surreale basata su episodi che mi sono stati raccontati da una guida naturalistica. È vero, gli altri racconti, aventi come soggetto la vita aziendale e certe fissazioni dell’uomo, sono cattivi. Ma è anche vero che le situazioni ivi descritte sono spinte al limite, pur essendoci numerosi riscontri nella vita reale. La narrativa, ovvero la fantasia, di solito supera la realtà, sebbene in certe occasioni accada il contrario, come ben sappiamo. Ti faccio un esempio: qualche mese fa un gruppo di laureati neoassunti dalla banca d’affari americana Goldman Sachs ha chiesto di poter lavorare “solamente” 80 ore a settimana, per alleggerire le settimane lavorative di 95 ore con punte di 105. Ecco, qui la realtà è veramente cattiva. È un vero peccato, anzi una sciagura, che molti lavori interessanti vengano resi alienanti dai ritmi folli imposti dall’alto per raggiungere il vitello d’oro della produttività.

  • La tua scrittura appare assai influenzata dal contesto nordeuropeo all’interno del quale ormai da molti anni vivi e lavori. Tu invece, al di là delle realistiche criticità che vediamo spesso scaturire dalle vicende da te immaginate, come ti schieri rispetto alla cultura e alle società mediterranee? Le hai felicemente abbandonate o no?

Assolutamente no, per mia fortuna aggiungerei. Ho una forte esperienza di vita internazionale, o meglio, europea, vivendo da più di trent’anni all’estero, in particolare dal 1993 a Monaco di Baviera. Uso quotidianamente inglese, tedesco e francese, il francese anche in casa essendo mia moglie belga vallone e i miei figli bilingui. Ritengo di essere aperto alle altre culture – con l’eccezione di quelle che non riconoscono la libertà individuale – e fruisco soprattutto delle culture francese e tedesca. Ho poi tanti amici europei e mia moglie e io viviamo in un ambiente in cui le coppie binazionali prevalgono. Ma la mia cultura madre è quella italiana e l’unica mia lingua madre è l’italiano. Molti anni fa ho intrapreso un percorso di riavvicinamento alla lingua italiana, tramite in particolare la vita associativa e la lettura. È poi scaturito un impulso irresistibile all’approfondimento, attraverso i primi timidi tentativi di scrittura, fino a che ho trovato il mio modus operandi e il mio ritmo nello scrivere. Ecco, nel mio caso il richiamo della foresta è stato la dolce voce della madre patria. Credo anche che tra qualche anno mia moglie e io ci trasferiremo in Italia.

Sulla cultura e società mediterranee o, più specificamente, italiane, mi accontento di un paio di spunti e di una battuta. Non è forse sempre noto che all’estero (escludendo le persone di malanimo) viene apprezzata molto la flessibilità, anche nei rapporti personali, carattere proprio di tanti italiani. Io personalmente adoro tra l’altro la nostra capacità di stare in compagnia e di saper passare in un battibaleno da tematiche serie ad altre amene e viceversa.
La battuta: se vuoi realizzare l’inferno, combina il peggio della società tedesca e il peggio della società italiana; per raggiungere il paradiso, prendi il meglio di entrambe.

  • La spietatezza alienante della quotidianità del lavoro in azienda sembra essere un altro dei fili rossi che legano i tuoi personaggi e le loro vicissitudini: anche qui, quanto c’è di bagaglio di vita vissuta, piuttosto che echi, atmosfere, altro?

ascensore_copertinaCome ho già detto sopra, ci sono numerosi scampoli di realtà nei miei racconti. Riguardo al racconto forse più cattivo, Gianluca e l’amministratore delegato, ci sono riferimenti all’acquisizione di Telettra, che era un gioiello delle telecomunicazioni italiano, da parte del gigante francese Alcatel, avvenuta nel 1990, e soprattutto al processo dell’ex amministratore delegato di France Télécom Didier Lombard, condannato nel 2019 per mobbing morale e istituzionale.

Più in generale, questo racconto e in parte L’ascensore e La mamma tigre vogliono essere delle riflessioni sui cambiamenti avvenuti nell’ultima trentina d’anni soprattutto nelle grandi aziende. A chi è della nostra generazione e ha esperienza di vita aziendale questa evoluzione non sarà sfuggita, mentre a tutti coloro che lavorano nelle grandi società gli eventi narrati nei racconti, pur essendo di fantasia, richiameranno certamente echi di vita vissuta.

  • Parliamo dei tuoi riferimenti letterari. Ti nomino due noti autori di racconti brevi nei quali io ti ho visto un po’ specchiarti: Dino Buzzati e Tommaso Landolfi. Che ne pensi? Chi altri citeresti fra le tue ispirazioni?

Hai colto nel segno riguardo a Buzzati, del quale ho letto gran parte dei racconti e che amo per la sua eccezionale abilità nello scrivere storie sul filo del paradosso od oltre e nella caratterizzazione psicologica dei personaggi. Un racconto “buzzatiano” è ad esempio L’ascensore; qualcuno l’ha persino definito “kafkiano”.

Landolfi è meno un riferimento per me, sebbene gli sviluppi surreali in alcuni dei miei racconti possano avere delle similitudini con certe atmosfere tra il fantastico e il grottesco delle storie di Landolfi.

Un altro grande che adoro è Italo Calvino, tra l’altro anche per la sua capacità superlativa di usare l’ironia e di infondere comicità alle sue storie. Il romanzo breve Il Cavaliere inesistente è uno dei testi col più alto tasso di ironia che io abbia mai letto.

Ti cito anche Gianni Rodari, per due motivi. Primo, l’idea chiave per L’ascensore mi è venuta in mente in maniera spontanea dopo aver letto che lui stesso scrisse un racconto con quel titolo. Secondo, perché il meccanismo creativo da lui descritto in La Grammatica della fantasia, che potremmo sintetizzare con “Come un sasso gettato in uno specchio d’acqua genera onde concentriche, così anche un concetto gettato nella mente la eccita generando nuovi concetti e associazioni di idee”, descrive benissimo il modo in cui nascono alcuni spunti per i miei racconti.

  • Per tirare le somme: ci sono soluzioni a questo nuovo, moderno e dinamico male di vivere? Nel tuo libro quasi mai ne troviamo: tu, ne conosci?

Per cominciare, in Gianluca e l’amministratore delegato la variante “Gianluca 2” termina in una maniera almeno parzialmente positiva, per cui nel racconto si possono trovare alcuni tentativi di risposta.

Più in generale, una prima risposta alla tua domanda esistenziale può essere descritta con la formulazione “La cooperazione finché possibile, la competizione quando necessario”. È una filosofia di vita che applico sistematicamente, cercare la cooperazione con le persone che di cooperazione sono capaci: è piacevole ed efficiente. Guarda invece quanta competizione inutile e quanti conflitti superflui nascono in tutto il mondo nelle circostanze più diverse, e quante energie personali vengono sprecate in questo, invece di dedicarle a fini più costruttivi.

Oltre alla mia esperienza diretta, ti posso citare un libro con basi scientifiche, “Supercooperatori. Altruismo ed evoluzione: perché abbiamo bisogno l’uno dell’altro”, di Martin Nowak: l’evoluzione viene spesso presentata come un meccanismo prettamente competitivo, e la competizione viene elogiata come meccanismo principale del progresso. Invece Nowak ci dice che la cooperazione è un motore evolutivo altrettanto potente. Io sono convinto che Nowak abbia ragione.

Ci sono dunque ragioni profonde, empiriche e scientifiche, per applicare il motto suddetto quando possibile.

Una seconda risposta risiede nell’augurio che ciascuno possa trovare un’attività che diventi una passione, che sia ovvero più di un hobby, meglio ancora se creativa: la creatività è un contrappeso formidabile alle esigenze dettate dal mondo della produttività, che tanti abitano anche loro malgrado. Bastano un po’ di tempo libero e un pizzico di energie residue, e ognuno deve avere il diritto di ritagliarsi il suo proprio spazio personale.

intervista a cura di Carlo Crescitelli


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Gian Pietro Lucini, alias l’ardire sfrontato della leggerezza. Intervista a Isabella Pugliese

Isabella Pugliese oggi ci propone un saggio davvero unico nel suo genere, che illustra il lungo e complesso lavoro di critica letteraria di un artista sconosciuto ai più, ma che invece molto più di quel che ci si attenderebbe ha influenzato la storia e l’evoluzione della nostra letteratura: Gian Pietro Lucini.

Andiamo a farne la conoscenza e facciamolo proprio alla maniera sarcastica e provocatoria che di certo sarebbe piaciuta a lui, attraverso le risposte alle nostre volutamente svagate domande che, armandosi della giusta e sana dose di umorismo luciniano, ci ha gentilmente dato l’autrice di questo bel lavoro.

  • Isabella, ma chi era davvero Gian Pietro Lucini? Per chi all’epoca lo conosceva bene e ossequiosamente gli si riferiva, ma anche per chi oggi, e sono tanti, io in primis, non ne avesse mai sentito parlare prima… presentacelo in breve. E, già che ci sei, dicci anche perché e come mai le vostre strade si sono incontrate.

Per presentarvi e tentare una rapida ma efficace caratterizzazione di Lucini vorrei partire da due aggettivi: “appartato” e “caustico”, che a mio avviso rappresentano bene sia il Lucini intellettuale che il Lucini uomo comune. Partiamo dal primo: per me nessuno più di lui può essere definito “intellettuale appartato”, se con questa formula intendiamo chiunque volutamente e ostinatamente resti fuori dai circoli ufficiali, dalle etichette letterarie omnicomprensive, dai proclami sensazionalistici e propagandistici tanto presenti nei primi anni del Novecento. Lucini infatti è sempre in profonda distonia con il suo tempo e con i suoi contemporanei, potremmo dire che egli remi sempre “in direzione ostinata e contraria”, lanciando arroccato dall’alto della sua villa di Breglia sopra Menaggio, senza remora alcuna, stoccate affilate a chiunque provi anche lontanamente a limitare la sua indipendenza in campo artistico. Bisogna aggiungere che la separatezza luciniana è anche frutto di una particolare condizione fisica che gli impediva materialmente grossi spostamenti e quindi anche la partecipazione diretta a quegli ambienti letterari e artistici di cui abbiamo parlato prima. Lucini era infatti affetto fin dall’età di nove anni da una grave forma di tubercolosi ossea che lo porterà dapprima all’amputazione di una gamba e poi a una morte precoce. Probabilmente anche l’esperienza di una vita così dolorosa e “diversa” fin dall’infanzia ha contribuito alla definizione del suo carattere così particolare, sempre caustico appunto, ma anche intransigente ed esigente verso se stesso e gli altri, diretto, spesso cinico e per nulla incline a compromessi, capace di rara dolcezza solo verso l’amatissima moglie e “infermiera”, come lui stesso la definisce, Giuditta Cattaneo.

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«Poeta e ribelle»: Gian Pietro Lucini teorico e critico della letteratura (Franco Cesati Editore)

Per questi e altri motivi, l’incontro tra me e Lucini non può certo definirsi un amore a prima vista… Dopo la laurea specialistica in Filologia Moderna presso l’Università Federico II di Napoli ho deciso di continuare la mia formazione nello stesso ambito, vincendo il concorso di Dottorato di Ricerca e scegliendo di dedicare le mie ricerche alla Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea, divenendo anche per qualche anno cultrice della materia presso l’Ateneo Fridericiano. Lo sconosciuto per me (all’epoca) Lucini è stato l’autore su cui si sono quindi concentrati i miei studi e le mie ricerche per il triennio di dottorato e il primo incontro con la sua opera è stato tutt’altro che felice. La mole dei suoi scritti, esauriti e in parte ancora inediti, è assai ingente e complessa, direi spigolosa e caustica proprio come il suo autore. A prima vista io e Lucini non ci siamo piaciuti ma, come accade spesso nelle grandi storie d’amore, mano a mano che mi perdevo nel suo smisurato archivio conservato presso la Biblioteca Comunale di Como e potevo toccare davvero con mano la sua singolare e personale vicenda di letterato e di uomo ho cominciato ad apprezzare il suo acume critico, il suo sempre inedito punto di vista sulle cose e la forza eversiva delle sue idee. Alla fine, questa storia d’amore ha avuto un lieto fine.

  • Come in ogni ricerca che si rispetti, e soprattutto in una ricerca come la tua che si è mossa con grande perizia e destrezza tra fonti e canali inediti o poco convenzionali, molti sono sempre i dietro le quinte da poter svelare. Dài, facci entrare nei panni di chi fa questo lavoro: raccontacene qualcuno dei tuoi.

La mia ricerca si è mossa prevalentemente tra i faldoni dell’Archivio Lucini conservato, come detto prima, presso la Biblioteca Comunale di Como. Per circa tre anni ho ripetutamente e minuziosamente interrogato quelle carte, trascrivendo moltissimi materiali inediti di cui rendo conto nella monografia. Le sorprese letterarie non sono state poche: una volta mi sono ritrovata tra le mani un biglietto autografo di Pirandello, frutto di una inaspettata corrispondenza e vicenda editoriale condivisa con Lucini. Più spesso, invece, mi si sono parate davanti agli occhi intere raccolte di fotografie private della famiglia Lucini, a partire dalla primissima infanzia del nostro scrittore. Vedere Lucini bambino, sua madre e suo padre, gli scatti rubati alla loro vita privata di famiglia e più tardi quelli più intimi in compagnia della moglie mi ha fatto molta tenerezza e, anche se spesso in Archivio ero da sola, mi sono sentita quasi in imbarazzo e non del tutto a mio agio ad accedere a un aspetto così privato di una persona in fin dei conti a me estranea a sconosciuta. Ecco, sicuramente questo è un dietro le quinte molto interessante e appassionante del lavoro di ricerca.

  • E adesso dicci la verità: ma tu, tutte le ruvidezze, per non dire malignità, del tuo critico preferito, le tante che ci fai leggere nel tuo libro, alla fine le condividi o no? Secondo te, era lui che era troppo cattivo o siamo noi a essere troppo blandi e indulgenti?
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Isabella Pugliese

Direi che una risposta secca e univoca a questa domanda non è possibile… Per l’epoca Lucini rappresentava sicuramente una voce dissonante e parecchio fuori dal coro, basti solo pensare alla feroce ironia (a volte, perché no, anche cattiveria) esercitata contro l’acclamatissimo Vate D’Annunzio (e i suoi presunti tacchi all’interno delle scarpe) oppure contro Antonio Fogazzaro (e le sue alterne vicende matrimoniali). Celeberrime anche le stroncature letterarie luciniane, perpetrate senza alcuno scrupolo e senza eufemismi di sorta: Lucini o ama o odia, le vie di mezzo non sono ammesse nel suo universo esistenziale, il suo “sincerismo critico”, così come lo definisce lui stesso, è assolutamente disarmante.

Il gusto critico degli addetti ai lavori contemporanei è sicuramente più benevolo e maggiormente disposto ad accogliere bonariamente tali prese di posizione, anche se spesso ancora oggi mi imbatto in colleghi che continuano a considerare Lucini un vero e proprio monstrum della letteratura contemporanea, nonostante le recenti acquisizioni critiche iniziate da Sanguineti e dalla Neoavanguardia, a cui la mia monografia pure si raccorda.

  • Torniamo seri con una domanda questa volta da addetti ai lavori: prima che tu ti dedicassi alla realizzazione di questo volume, che cosa avevano già detto i posteri, di Lucini? E che cosa, a tuo avviso, è venuto fuori di particolarmente interessante e nuovo ora, dal tuo saggio?

In realtà i posteri di Lucini non si erano granché interessati a lui, condannandolo a un lungo oblio e abbandono critico per buona parte del secolo ventesimo. Il pubblico di Lucini era già stato poco numeroso mentre era in vita; dopo la morte diminuì notevolmente. La progressiva dimenticanza a cui l’autore lombardo è stato condannato può essere ricondotta a due motivi fondamentali: uno di ordine politico e un altro di tipo storico-culturale. In un primo momento lo scoppio della prima guerra mondiale, avvenuto quasi contemporaneamente alla scomparsa dello scrittore, non poteva certo essere favorevole a un autore spesso così antimonarchico e anarchico, e dunque in netto contrasto con le esigenze di propaganda a favore del conflitto bellico. Successivamente l’ascesa del Fascismo aggravò la situazione: uno scrittore come Lucini non poteva offrire nulla al regime, impregnate come erano le sue opere di motivi antiborghesi, anticolonialistici e antimilitaristici. La dimenticanza storico-culturale, invece, sarebbe da ascrivere alla condanna che tanta critica del Novecento, a partire da Croce, ha eseguito sul Decadentismo e sulla letteratura milanese di fine Ottocento. Del resto, se il gusto dominante del nuovo secolo è stato prima rondista e poi ermetico, appare evidente come Lucini non potesse essere apprezzato.

Come ho già detto, la riscoperta novecentesca di Lucini si deve in modo particolare a Edoardo Sanguineti che ha fortemente rivalutato la personalità dello scrittore lariano, facendone il primo sperimentatore europeo di tutte le tendenze decisive della cultura del suo tempo, e cioè di quelle che poi decideranno del Novecento in quanto tale. La mia ricerca prende sicuramente spunto da questo assunto e si propone di completarlo con qualcosa di nuovo: nella monografia si vuole dimostrare come la rivoluzione operata da Lucini nel mondo delle lettere contemporanee fosse più teorica che pratica. In questo senso a mio avviso appare più corretto affermare che Lucini non apre esattamente il Novecento, quanto piuttosto gli offre alcuni degli strumenti più importanti con cui sarà possibile operare in seguito. Le sue anticipazioni e innovazioni, le sue rivolte e le sue conquiste sono lasciate in preziosa eredità a personalità successive che hanno portato a compimento nella reale prassi letteraria ciò che Lucini aveva solo teorizzato. Lucini seppe offrire ossigeno in abbondanza alla letteratura italiana, certamente molto di più di quello che i suoi contemporanei vollero riconoscergli. Tuttavia l’ossigeno era contenuto più nella forza eversiva della sua idea di letteratura che nella concretezza delle sue opere letterarie. A ben altri, sicuramente più dotati di lui, spettava il compito di respirare appieno quell’ossigeno e di creare il Novecento letterario così come noi oggi lo conosciamo.

  • Facciamo ancora un gioco: abbiamo parlato di cosa avevano già detto di lui, di quello che hai aggiunto tu con il tuo libro, e adesso la domanda è: che cosa gli diresti tu, tu che lo hai conosciuto così bene per motivi di studio, cosa gli diresti se per magia potessi oggi incontrarlo in persona?

Poiché, come ho detto scherzosamente in precedenza, la storia d’amore (filologico e letterario) tra me e Lucini ha avuto un lieto fine, altrettanto scherzosamente (ma non troppo) sono assolutamente certa di cosa gli direi se potessi incontrarlo oggi di persona: gli direi di non cambiare mai, di restare sempre così fedele a se stesso, così sicuro del proprio valore e dell’esempio con il quale egli ha sentito di aver onorato la propria generazione e la Patria. La sua lungimiranza artistica e la sua onestà intellettuale, così spietata da essere perseguita spesso a qualunque prezzo, costituirebbero sicuramente l’argomento principale di una nostra ipotetica, e non credo del tutto pacifica, conversazione. D’altra parte, anche Lucini stesso, o lo si ama, o lo si odia. E per me, come nelle migliori delle storie d’amore, egli resta sempre un irrisolto odi et amo.

  • Grazie, Isabella, di questa tua bella e spiritosa disponibilità e voglia di dialogare con noi in leggerezza, alla maniera luciniana appunto; sono sicuro che i lettori di Riscontri l’hanno molto apprezzata. Ma adesso rivolgiti direttamente a loro salutandoli, e lascia loro un tuo ultimo messaggio: perché leggere Lucini oggi?

Oggi ritengo che la lettura di un autore così dissonante e così distonico come Lucini sia un’esperienza da consigliare vivamente. In un mondo così omologato e così serializzato come è quello odierno, la lucida prosa critica luciniana può insegnare una virtù a mio avviso tanto preziosa quanto rara, quella della sublime arte della disobbedienza, se così possiamo definirla, del pensiero critico e del pensiero differente. Solo così anche noi potremo essere poeti, come Lucini forse no ma ribelli sicuramente.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

Vivere con la guerra alle porte, vivere con la guerra dentro. Intervista a Domenico Ippolito

L’ultima primavera del secolo, Aporema Edizioni, è il sorprendente romanzo d’esordio dell’autore pugliese Domenico Ippolito. Gli abbiamo chiesto di illustrarci il senso e le motivazioni di questo suo interessante primo lavoro.

L'ultima primavera del secolo_copertina

  • Domenico, il caso ha voluto che chi ti sta intervistando oggi abbia lavorato e vissuto nella tua area appena qualche anno prima del periodo in cui è ambientata la vicenda che tu racconti, e dunque comprendi come la prima cosa che mi ha colpito della tua storia sia stata proprio la tua perfetta resa della luce, dei colori, dei profumi, degli odori, dei tipi umani descritti. Hai tratteggiato in maniera vivida e iperrealistica la società e i microconflitti sociali nella tua regione com’erano a fine anni Novanta del secolo scorso: non mi ha per nulla stupito, quindi, il titolo che hai poi adottato per il tuo romanzo. Perché è questo che volevi raccontare, vero, un intero microverso prima ancora che una somma di singole vicende: ho ragione o mi sbaglio?

Non sbagli, perché per raccontare questa storia sono partito proprio dal territorio, dagli elementi forti che lo costituiscono, come quelli che hai citato tu, e ovviamente dal racconto delle persone che lo vivono, che lo calpestano. Ho voluto fotografare, in maniera dinamica, un paesaggio vivido, per alcuni anche feroce, quasi opprimente. Difatti la “primavera” del titolo, che coincide con la guerra del Kosovo del marzo-giugno 1999, durata lo spazio di una stagione, rappresenta anche il tentativo di una rinascita, la ricerca disperata di un mutamento. Il protagonista del mio romanzo, Fabio, un adolescente, vive un conflitto dell’anima, cerca di non venirne schiacciato, segue le sue aspirazioni o almeno ci prova. L’ho immaginato come un combattente che lotta per trovare il suo posto nel mondo.

  • Insieme alla società e al paesaggio, un altro attore fondamentale che mi è parso tu abbia ben messo in campo è la munnezza. La spazzatura, sì, a quel che ricordo si chiama così anche da voi. Non a caso, nella tua storia la troviamo tragicamente ovunque: a ogni angolo di strada, a ornare e infestare qualunque attraversamento, dentro e fuori ogni casa abbandonata. Come purtroppo è nella realtà, in quella realtà. Io in questa così marcata evidenza ci ho vista una sorta di potente metafora dell’oppressione malavitosa e omertosa, della caducità di qualunque ideale, della sporcizia morale all’intorno, della bellezza tramontata e sconfitta: dimmi anche qui se ho ragione oppure no.

Sì, nella narrazione ho provato a rendere il territorio mutevole, funzionale ai sentimenti che agitano i personaggi. Gli spazi, nel libro, vengono attraversati come se fossero dei luoghi personali, sono cangianti, prismatici. Ad esempio, quando appaiono gli ambienti reali, come quelli intorno all’aeroporto di Gioia del Colle, oppure le strade della provincia, il paesaggio diventa a volte ostile, aspro, perché chi lo attraversa, in quel momento, si sente così. Dunque la spazzatura di cui dicevi, il degrado, l’asfalto che mangia la terra, la puzza, il rumore assordante dei caccia sulle piste di decollo, sono fermacarte di uno scadimento morale, di un allarme che pulsa fin dentro le vene dei protagonisti.

  • Di contro, però, so che tu non ami presentare il tuo bel lavoro soltanto come la denuncia di un dramma sociale, ma anche, e forse soprattutto, come una storia di formazione, di un percorso esistenziale affrontato nella difficoltà e nel travaglio del dover crescere in un posto duro, dove le cose non sono per nulla semplici, dove il bianco non è mai tutto bianco, né il nero tutto nero. Com’è essere giovani dalle tue parti? Lo sei stato anche tu…

È impossibile non mettersi in gioco quando si è giovani, fa parte del percorso di crescita scoprire la propria identità, che va formandosi durante la scoperta stessa. Ai ragazzi vengono costantemente proposti, e imposti, dei modelli di comportamento, non tutti necessariamente ideali, anzi, la trasgressione finisce col diventare anch’essa una norma, viene bollato come strano tutto ciò che si sottrae alle “leggi” della devianza. In un passaggio del libro, Fabio ricorda che rubava, giovanissimo, i fumetti nelle edicole: una cosa che facevano tutti i ragazzini della sua età e che lui smette di fare per noia, poiché «la vera trasgressione,» dice, «sarebbe stata quella di pagarli». L’adolescenza rappresenta un passaggio, una linea d’ombra, e lì in mezzo non è molto semplice separare nettamente il buono dal cattivo, o riconoscere i propri errori. Martina, la ragazza di cui Fabio è innamorato, vive un grande momento di spaesamento e a un certo punto ammette: «Non so più quello che sto facendo. Prima mi domandavo “Questo è giusto?” e sapevo darmi una risposta. Adesso non ci riesco più. Ora mi chiedo: “Questo, cos’è?”»

  • E veniamo adesso a un altro imbarazzante comprimario, quello che mi è sembrato l’altro tuo grande, enigmatico convitato di pietra: la guerra. La guerra che non c’è, perché sta dall’altra parte del mare ma riesce comunque a impregnare tutto del suo terribile fattore ansiogeno. Forse perché la Puglia di fine ventesimo secolo era in qualche modo essa stessa una zona di guerra permanente tra le sue stesse contraddizioni, un misterioso campo di battaglia occulto e totale?    
foto Domenico Ippolito
Domenico Ippolito (foto di Maria Montenegro)

Sì, se pensiamo che il capoluogo, Bari, e a cascata la maggior parte dei paesi e delle piccole città della provincia erano luoghi un po’ diversi da ora, contenevano dei posti inaccessibili, malsani, da cui si tenevano alla larga persino gli stessi cittadini, penso ai vicoli della Città Vecchia barese ma anche ad alcune zone dei centri più piccoli. Un film come La Capagira di Alessandro Piva, girato a Bari proprio nel 1999, è diventato un cult perché raffigurava molto bene lo stato opprimente in cui versava parte della città, in balìa di pesci grandi e piccoli della criminalità organizzata, di un senso di insicurezza permanente, quasi patologico. Nel mio libro ho cercato di rappresentare questa minaccia estesa, che si giustappone alla guerra in Kosovo, in corso dall’altra parte dell’Adriatico, in cui la Puglia era coinvolta in prima linea col suo apparato logistico-militare. Ora le città sono mutate, ad esempio il centro storico di Bari è diventato un punto di attrazione per turisti, insieme alle altre bellezze regionali, e nel contempo i baresi e gli abitanti della provincia si sono riappropriati di alcuni luoghi che prima negavano la socialità.

  • Visto che sembri avere davvero ben pochi peli sulla lingua, allora te la butto giù lì così, Domenico: in due parole due, qual è il vero grande problema del Sud? Uno, uno solo, se no è troppo facile.

Credo che i problemi, le difficoltà, le storture di un luogo derivino dalla propria storia, che ha una sua evoluzione, e per questo credo anche che esista sempre la possibilità di un cambiamento, perché fenomeni come la criminalità organizzata, o la corruzione, tanto per fare due esempi, non sono castighi divini ma fenomeni umani – lo diceva anche Giovanni Falcone quando parlava di Cosa Nostra – destinati a mutare, a cessare. La rassegnazione, invece, credere che non si possa fare nulla, che tutto debba restare così com’è, immutabile, è pregna di fatalismo e blocca sul nascere ogni tentativo di soluzione, di riscatto. Partirei da lì, a provare a non essere più rassegnati; a pensare che un’auto impantanata possa venir fuori dal fango e tornare sulla strada, se la spingiamo.

  • L’ultima primavera del secolo è stata la tua prima fatica letteraria. Ah però. Conosco e mi vengono in mente un po’ di grasse, colorite espressioni nella tua lingua per commentare la piacevolissima sorpresa di una scrittura così ben concepita e matura. Complimenti davvero, e non capita spesso. A questo punto sono ancora più curioso di sapere cos’hai in progetto per il futuro.

Intanto vorrei continuare a occuparmi del mio libro, poiché mi aspetto che il bello debba ancora venire. Quest’anno così problematico per tutti ci ha tolto gli spazi, letteralmente, e ha ridotto le possibilità di incontrarsi, di parlare, di promuovere i propri lavori, anche se grazie al web e ai social si è riusciti, in parte, a sopperire. Il mercato del libro ha però sofferto terribilmente, e dunque spero che il 2021 sia diverso, che si riaprano degli spiragli, anche per i nuovi autori. In quest’ottica, mi piacerebbe lanciare una rivista letteraria: nel web, i magazine online vivono un momento di grande fermento, possono veicolare forme di scrittura diverse, interessanti. Accanto a questo, c’è il progetto di scrivere per il teatro e un secondo romanzo.

  • Da parte mia non ho altro, grazie di essere stato con noi, è stato piacevolissimo parlare con te, salutiamo i lettori di Riscontri, magari fallo anche tu, rivolgendoti direttamente a loro se ti va di dir loro qualcosa, e in bocca al lupo per tutto!    

Ti ringrazio anch’io per aver dato spazio al mio libro, mando un affettuoso saluto ai lettori della vostra interessante rivista. Viva il lupo!

intervista a cura di Carlo Crescitelli