L’Italia nella tv. Roberto Robert racconta sessant’anni di storia patria, visti da dentro e da dietro il televisore

intervista a cura di Carlo Crescitelli

VOLUME VINCITORE DEL 1° PREMIO DEL CONCORSO, SEZIONE NARRATIVA


Siamo andati a conoscere ROBERTO ROBERT, autore di FINCHÉ SUONA LA CAMPANA (SILELE 2016), il brillante romanzo sull’epopea dell’emittenza televisiva che si è aggiudicato la vittoria, per la sezione narrativa, della seconda edizione della nostra rassegna per volumi editi “Un libro in vetrina.  Questa la nostra informale chiacchierata sul suo libro.

  • Innanzitutto le nostre congratulazioni Roberto, per il tuo successo nel concorso; e poi facciamo come se ci stessimo allenando su un ring di quelli che hanno ispirato il titolo del tuo romanzo, cioè partiamo subito dai fondamentali, dal primo uno/due di domande. Quando e come ti è venuta l’idea di raccontare la storia della tv e in particolare delle tv private, dell’Italia che hanno rappresentato e per certi versi ancora rappresentano? Puro desiderio di affabulazione, semplice ansia documentaria e di sintesi, o c’è anche qualche altra ragione?
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Roberto Robert

Buongiorno e grazie per questa opportunità che mi viene offerta dal vostro concorso. In effetti, la vicenda narrata nel mio libro rappresenta una parte essenziale delle mie esperienze giovanili, quando – ahimè, ormai 40 anni fa – ho svolto l’attività di giornalista presso una piccola emittente bergamasca, ora scomparsa come la quasi totalità delle tv locali. Io sono nato pochi anni dopo l’avvento della prima Rai in bianco e nero, e come tutti quelli della mia generazione sono cresciuto con la televisione; ma le differenze tra allora e oggi sono moltissime. Quando all’inizio degli anni ‘80, microfono in mano e tecnico con telecamera a spalla al seguito, fermavo le persone per strada per un’intervista, molte scappavano via o adducevano scuse per non farsi riprendere, mentre oggi è tutto il contrario: c’è gente che combinerebbe qualsiasi nefandezza pur di apparire in tv.

Come predisse Andy Warhol più di mezzo secolo fa, “ognuno al mondo sarà famoso per 15 minuti grazie alla televisione.” Giorgio Gori, che ha scritto la prefazione del libro, in quegli anni svolgeva la stessa professione, era giornalista di un’emittente locale. Come si scherzava allora, per quel mestiere ci “consumavamo le scarpe”

  • A dispetto del suo tono coinvolgente, appassionante, leggero e a più riprese esilarante, il tuo romanzo sviluppa in realtà sullo sfondo una serie di temi assai complessi, e spesso interconnessi tra loro. Come ad esempio l’etica dell’informazione, la genesi e lo sviluppo del consenso politico, la manipolazione della pubblica opinione, la tutela e il rispetto della privacy. È esattamente di queste cose che volevi parlare in partenza, e la storia d’invenzione ti è parsa un veicolo ideale per lanciare dei messaggi, o è successo piuttosto l’inverso, vale a dire sono state le singole tematiche sociopolitiche a rendersi di volta necessarie per ambientare e contestualizzare una storia che volevi di respiro sì universale, ma al tempo stesso anche molto attuale?

I temi che emergono dalla filigrana di questo romanzo sono indubbiamente molti e complessi e in gran parte derivano dal vissuto personale: studi, giornalismo, lavoro, passione per la politica e per i fenomeni sociali. Tutto ciò ha influito nella stesura del libro: si è trattato di una gran fatica, soprattutto nell’amalgamare argomenti attuali e del passato all’interno di una narrazione che, comunque, doveva rimanere letteraria sia pure con qualche sconfinamento nella saggistica. Poi, quando l’ho consegnato all’editore, mi sono accorto che avevo superato le cinquecento pagine e mi son detto: è troppo corposo, non me lo pubblicherà mai. Invece è andata bene, è stata una scommessa vinta per entrambi.

  • Nella lunga vicenda compaiono e si scontrano tra loro almeno quattro generazioni, ora ne banalizzo le definizioni perché sono sicuro che ci capiamo perfettamente: boomers, yuppies, millennials, web generation. E di tutte, nessuna esclusa, tu mostri impietosamente i limiti. Si tratta di un semplice espediente narrativo di tipo drammatico, un modo professionale di dare sale ai tuoi tanti personaggi, o invece sei davvero convinto di non poter salvare nessuno?

La mia, in questo e negli altri miei romanzi, è una particolare cifra narrativa un po’ provocatoria. Mi piace mettere in evidenza i nostri difetti, le nostre ossessioni, talvolta in modo divertente o addirittura grottesco. Credo che tra i compiti della narrativa ci sia anche questo, far riflettere il lettore sulle realtà meno piacevoli che tentiamo di mascherare per primi a noi stessi. Sotto questo aspetto, il genere giallo/noir è quello ideale per esprimersi, permette di affondare i colpi con maggior facilità.

  • Le tante pagine sulla boxe. Pura metafora della quintessenza della competizione, ingrediente romantico e bohemien, concessione a un immaginario sempre di moda, o piuttosto passione personale a prescindere?   

71Hq4lr8rpLDa ragazzo, quando trasmettevano in tv gli incontri di boxe, stavo sveglio fino a tardi con mio papà. Parliamo di Benvenuti, Mazzinghi, Arcari, Loi, di grandissimi campioni del passato ancora oggi molto amati. La passione è nata allora, anche se adesso sembra preistoria e questo sport è poco seguito.

Premesso questo, il libro è stato tra l’altro ispirato dalla lettura di un breve saggio di Omar Calabrese da titolo “Come nella boxe. Lo spettacolo della politica in tv”, uscito ormai da più di vent’anni ma di grande attualità ancora oggi. Una riflessione sui talk show, modellati fin dall’inizio come fossero veri e propri combattimenti catodici, compresi arbitro, allenatori e secondi, che hanno influenzato tutta la produzione televisiva. Oggi si azzuffano perfino nei programmi di cucina, per capirci.

In merito al titolo, infine – sono stato un po’ ruffiano, lo ammetto – la citazione della campana richiama un famosissimo libro di Hemingway, che era a sua volta appassionato di pugilato e lo aveva anche praticato in gioventù. Come vedi, tutto si tiene, anche se la sua campana era ben diversa dalla mia.

  • E veniamo adesso a Milano: romanzo milanesissimo, il tuo, che forse più di così non si può. Ma per te Milano è davvero la città affascinante e dannata che tutti abbiamo imparato a conoscere, sempre alle corde, sempre su un eterno viale del tramonto ma che alla fine si rialza sempre per tornare a combattere e vincere? Hai visto quante figure da pugilato ti ho infilate nella domanda? 

Io a Milano ho studiato all’università e ho lavorato per una ventina d’anni, come molti bergamaschi. E come bergamasco, ho sempre patito il peso dell’essere “provinciale”, come il topino di campagna che si reca in città. Pensa che un secolo fa, alle coppie di sposi delle nostre vallate che andavano a fare il viaggio di nozze a Milano, sembrava di essere stati chissà dove.

Tra Bergamo e Milano, seppure distino tra loro solo cinquanta chilometri, c’è un abisso. Eppure il bergamasco, che alla sera torna sempre volentieri a casa sua e mai si trasferirebbe nella metropoli, a Milano è comunque legato e si trova bene. Io non so se questa città sia dannata, ma credo che non sia mai andata davvero al tappeto, nemmeno nei momenti più bui. E di certo a molti ha offerto opportunità che in altri posti nemmeno esistevano.

  • Parliamo del percorso fatto dal libro. Come è stato accolto, dalla sua uscita a oggi, “Finché suona la campana”? Hai avuto dei riscontri che ti hanno sorpreso – magari perché provenienti dal di fuori dello stretto ambito degli addetti ai lavori di informazione/intrattenimento – o degli inattesi tributi di interesse da parte di fasce di lettori che inizialmente non avevi annoverato tra il tuo pubblico potenziale?

Sono sincero: con questo libro, il terzo dei cinque che ho scritto, ho iniziato a sentirmi davvero un autentico scrittore. Sarà per le dimensioni, ben 560 pagine; sarà per il suo respiro temporale, la vicenda narrata dura sessant’anni; sarà per l’immane lavoro di ricerca che mi è costato, per gli oltre cento personaggi che ne popolano le pagine, per il sottile filo noir che lega i protagonisti…

Diversi amici e lettori mi hanno confessato di essere stati svegli fino a notte fonda per terminarlo, rapiti dall’intreccio. Per questo, credo non a caso, è un romanzo che ha ricevuto diversi riconoscimenti: due premi nazionali, questo organizzato da voi e un secondo in Lombardia, un premio speciale, tre volte in finale e due diplomi di merito. Questo significa che alle giurie, composte da scrittori, giornalisti, professori, critici, è piaciuto molto.

  • Grazie Roberto, ancora complimenti, e salutiamoci con degli aggiornamenti e delle previsioni. Il tuo romanzo, uscito nel 2016, copre un arco temporale che va dal 1954 al 2014. Da allora, come continua la magica avventura della tv? Che cosa è successo dopo, che cosa succederà ancora in futuro? 

Io penso che il televisore ci terrà avvinti davanti allo schermo ancora per molti anni. Certo in modo diverso: saremo noi a creare i nostri palinsesti destreggiandoci tra satellite, pay tv, web, streaming, programmi tradizionali e chissà che altro ancora. Perché la tv è uno strumento che si evolve, combatte, cade e si rialza.

Credo che capiterà alla tv ciò che si pronosticava per il libro stampato, cioè che con l’avvento degli ebook le edizioni di carta sarebbero scomparse. Invece non è accaduto, e secondo me non accadrà per decenni. Più in là nelle previsioni però non mi spingo, non credo che riuscirò a vedere chi o cosa soppianterà il televisore nelle nostre case.

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Lusinghe del potere come catene dell’uomo. Conversazione con Cosimo La Gioia sulla sua nuova raccolta di racconti

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La sorprendente raccolta di racconti brevi L’ascensore e Altri Racconti di Cosimo La Gioia (Terebinto 2021) ci restituisce uno spaccato di umanità e società di cui sicuramente in molti avremo avuto almeno qualche esperienza, ma che forse non eravamo mai ancora riusciti a mettere bene a fuoco. Parliamone con l’autore.

  • Cosimo, con quale singolo aggettivo definiresti nella massima sintesi questi tuoi racconti? A me viene in mente “cattivi”: come il mondo a cui riportano. Sei d’accordo? O c’è qualche altro termine che ritieni li caratterizzi meglio?
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Cosimo La Gioia

Direi che sono d’accordo con te, Carlo, a parte per i due racconti Chi ce l’ha?, in cui per me prevale l’ironia, e Sull’Etna, una piccola storia surreale basata su episodi che mi sono stati raccontati da una guida naturalistica. È vero, gli altri racconti, aventi come soggetto la vita aziendale e certe fissazioni dell’uomo, sono cattivi. Ma è anche vero che le situazioni ivi descritte sono spinte al limite, pur essendoci numerosi riscontri nella vita reale. La narrativa, ovvero la fantasia, di solito supera la realtà, sebbene in certe occasioni accada il contrario, come ben sappiamo. Ti faccio un esempio: qualche mese fa un gruppo di laureati neoassunti dalla banca d’affari americana Goldman Sachs ha chiesto di poter lavorare “solamente” 80 ore a settimana, per alleggerire le settimane lavorative di 95 ore con punte di 105. Ecco, qui la realtà è veramente cattiva. È un vero peccato, anzi una sciagura, che molti lavori interessanti vengano resi alienanti dai ritmi folli imposti dall’alto per raggiungere il vitello d’oro della produttività.

  • La tua scrittura appare assai influenzata dal contesto nordeuropeo all’interno del quale ormai da molti anni vivi e lavori. Tu invece, al di là delle realistiche criticità che vediamo spesso scaturire dalle vicende da te immaginate, come ti schieri rispetto alla cultura e alle società mediterranee? Le hai felicemente abbandonate o no?

Assolutamente no, per mia fortuna aggiungerei. Ho una forte esperienza di vita internazionale, o meglio, europea, vivendo da più di trent’anni all’estero, in particolare dal 1993 a Monaco di Baviera. Uso quotidianamente inglese, tedesco e francese, il francese anche in casa essendo mia moglie belga vallone e i miei figli bilingui. Ritengo di essere aperto alle altre culture – con l’eccezione di quelle che non riconoscono la libertà individuale – e fruisco soprattutto delle culture francese e tedesca. Ho poi tanti amici europei e mia moglie e io viviamo in un ambiente in cui le coppie binazionali prevalgono. Ma la mia cultura madre è quella italiana e l’unica mia lingua madre è l’italiano. Molti anni fa ho intrapreso un percorso di riavvicinamento alla lingua italiana, tramite in particolare la vita associativa e la lettura. È poi scaturito un impulso irresistibile all’approfondimento, attraverso i primi timidi tentativi di scrittura, fino a che ho trovato il mio modus operandi e il mio ritmo nello scrivere. Ecco, nel mio caso il richiamo della foresta è stato la dolce voce della madre patria. Credo anche che tra qualche anno mia moglie e io ci trasferiremo in Italia.

Sulla cultura e società mediterranee o, più specificamente, italiane, mi accontento di un paio di spunti e di una battuta. Non è forse sempre noto che all’estero (escludendo le persone di malanimo) viene apprezzata molto la flessibilità, anche nei rapporti personali, carattere proprio di tanti italiani. Io personalmente adoro tra l’altro la nostra capacità di stare in compagnia e di saper passare in un battibaleno da tematiche serie ad altre amene e viceversa.
La battuta: se vuoi realizzare l’inferno, combina il peggio della società tedesca e il peggio della società italiana; per raggiungere il paradiso, prendi il meglio di entrambe.

  • La spietatezza alienante della quotidianità del lavoro in azienda sembra essere un altro dei fili rossi che legano i tuoi personaggi e le loro vicissitudini: anche qui, quanto c’è di bagaglio di vita vissuta, piuttosto che echi, atmosfere, altro?

ascensore_copertinaCome ho già detto sopra, ci sono numerosi scampoli di realtà nei miei racconti. Riguardo al racconto forse più cattivo, Gianluca e l’amministratore delegato, ci sono riferimenti all’acquisizione di Telettra, che era un gioiello delle telecomunicazioni italiano, da parte del gigante francese Alcatel, avvenuta nel 1990, e soprattutto al processo dell’ex amministratore delegato di France Télécom Didier Lombard, condannato nel 2019 per mobbing morale e istituzionale.

Più in generale, questo racconto e in parte L’ascensore e La mamma tigre vogliono essere delle riflessioni sui cambiamenti avvenuti nell’ultima trentina d’anni soprattutto nelle grandi aziende. A chi è della nostra generazione e ha esperienza di vita aziendale questa evoluzione non sarà sfuggita, mentre a tutti coloro che lavorano nelle grandi società gli eventi narrati nei racconti, pur essendo di fantasia, richiameranno certamente echi di vita vissuta.

  • Parliamo dei tuoi riferimenti letterari. Ti nomino due noti autori di racconti brevi nei quali io ti ho visto un po’ specchiarti: Dino Buzzati e Tommaso Landolfi. Che ne pensi? Chi altri citeresti fra le tue ispirazioni?

Hai colto nel segno riguardo a Buzzati, del quale ho letto gran parte dei racconti e che amo per la sua eccezionale abilità nello scrivere storie sul filo del paradosso od oltre e nella caratterizzazione psicologica dei personaggi. Un racconto “buzzatiano” è ad esempio L’ascensore; qualcuno l’ha persino definito “kafkiano”.

Landolfi è meno un riferimento per me, sebbene gli sviluppi surreali in alcuni dei miei racconti possano avere delle similitudini con certe atmosfere tra il fantastico e il grottesco delle storie di Landolfi.

Un altro grande che adoro è Italo Calvino, tra l’altro anche per la sua capacità superlativa di usare l’ironia e di infondere comicità alle sue storie. Il romanzo breve Il Cavaliere inesistente è uno dei testi col più alto tasso di ironia che io abbia mai letto.

Ti cito anche Gianni Rodari, per due motivi. Primo, l’idea chiave per L’ascensore mi è venuta in mente in maniera spontanea dopo aver letto che lui stesso scrisse un racconto con quel titolo. Secondo, perché il meccanismo creativo da lui descritto in La Grammatica della fantasia, che potremmo sintetizzare con “Come un sasso gettato in uno specchio d’acqua genera onde concentriche, così anche un concetto gettato nella mente la eccita generando nuovi concetti e associazioni di idee”, descrive benissimo il modo in cui nascono alcuni spunti per i miei racconti.

  • Per tirare le somme: ci sono soluzioni a questo nuovo, moderno e dinamico male di vivere? Nel tuo libro quasi mai ne troviamo: tu, ne conosci?

Per cominciare, in Gianluca e l’amministratore delegato la variante “Gianluca 2” termina in una maniera almeno parzialmente positiva, per cui nel racconto si possono trovare alcuni tentativi di risposta.

Più in generale, una prima risposta alla tua domanda esistenziale può essere descritta con la formulazione “La cooperazione finché possibile, la competizione quando necessario”. È una filosofia di vita che applico sistematicamente, cercare la cooperazione con le persone che di cooperazione sono capaci: è piacevole ed efficiente. Guarda invece quanta competizione inutile e quanti conflitti superflui nascono in tutto il mondo nelle circostanze più diverse, e quante energie personali vengono sprecate in questo, invece di dedicarle a fini più costruttivi.

Oltre alla mia esperienza diretta, ti posso citare un libro con basi scientifiche, “Supercooperatori. Altruismo ed evoluzione: perché abbiamo bisogno l’uno dell’altro”, di Martin Nowak: l’evoluzione viene spesso presentata come un meccanismo prettamente competitivo, e la competizione viene elogiata come meccanismo principale del progresso. Invece Nowak ci dice che la cooperazione è un motore evolutivo altrettanto potente. Io sono convinto che Nowak abbia ragione.

Ci sono dunque ragioni profonde, empiriche e scientifiche, per applicare il motto suddetto quando possibile.

Una seconda risposta risiede nell’augurio che ciascuno possa trovare un’attività che diventi una passione, che sia ovvero più di un hobby, meglio ancora se creativa: la creatività è un contrappeso formidabile alle esigenze dettate dal mondo della produttività, che tanti abitano anche loro malgrado. Bastano un po’ di tempo libero e un pizzico di energie residue, e ognuno deve avere il diritto di ritagliarsi il suo proprio spazio personale.

intervista a cura di Carlo Crescitelli


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Gian Pietro Lucini, alias l’ardire sfrontato della leggerezza. Intervista a Isabella Pugliese

Isabella Pugliese oggi ci propone un saggio davvero unico nel suo genere, che illustra il lungo e complesso lavoro di critica letteraria di un artista sconosciuto ai più, ma che invece molto più di quel che ci si attenderebbe ha influenzato la storia e l’evoluzione della nostra letteratura: Gian Pietro Lucini.

Andiamo a farne la conoscenza e facciamolo proprio alla maniera sarcastica e provocatoria che di certo sarebbe piaciuta a lui, attraverso le risposte alle nostre volutamente svagate domande che, armandosi della giusta e sana dose di umorismo luciniano, ci ha gentilmente dato l’autrice di questo bel lavoro.

  • Isabella, ma chi era davvero Gian Pietro Lucini? Per chi all’epoca lo conosceva bene e ossequiosamente gli si riferiva, ma anche per chi oggi, e sono tanti, io in primis, non ne avesse mai sentito parlare prima… presentacelo in breve. E, già che ci sei, dicci anche perché e come mai le vostre strade si sono incontrate.

Per presentarvi e tentare una rapida ma efficace caratterizzazione di Lucini vorrei partire da due aggettivi: “appartato” e “caustico”, che a mio avviso rappresentano bene sia il Lucini intellettuale che il Lucini uomo comune. Partiamo dal primo: per me nessuno più di lui può essere definito “intellettuale appartato”, se con questa formula intendiamo chiunque volutamente e ostinatamente resti fuori dai circoli ufficiali, dalle etichette letterarie omnicomprensive, dai proclami sensazionalistici e propagandistici tanto presenti nei primi anni del Novecento. Lucini infatti è sempre in profonda distonia con il suo tempo e con i suoi contemporanei, potremmo dire che egli remi sempre “in direzione ostinata e contraria”, lanciando arroccato dall’alto della sua villa di Breglia sopra Menaggio, senza remora alcuna, stoccate affilate a chiunque provi anche lontanamente a limitare la sua indipendenza in campo artistico. Bisogna aggiungere che la separatezza luciniana è anche frutto di una particolare condizione fisica che gli impediva materialmente grossi spostamenti e quindi anche la partecipazione diretta a quegli ambienti letterari e artistici di cui abbiamo parlato prima. Lucini era infatti affetto fin dall’età di nove anni da una grave forma di tubercolosi ossea che lo porterà dapprima all’amputazione di una gamba e poi a una morte precoce. Probabilmente anche l’esperienza di una vita così dolorosa e “diversa” fin dall’infanzia ha contribuito alla definizione del suo carattere così particolare, sempre caustico appunto, ma anche intransigente ed esigente verso se stesso e gli altri, diretto, spesso cinico e per nulla incline a compromessi, capace di rara dolcezza solo verso l’amatissima moglie e “infermiera”, come lui stesso la definisce, Giuditta Cattaneo.

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«Poeta e ribelle»: Gian Pietro Lucini teorico e critico della letteratura (Franco Cesati Editore)

Per questi e altri motivi, l’incontro tra me e Lucini non può certo definirsi un amore a prima vista… Dopo la laurea specialistica in Filologia Moderna presso l’Università Federico II di Napoli ho deciso di continuare la mia formazione nello stesso ambito, vincendo il concorso di Dottorato di Ricerca e scegliendo di dedicare le mie ricerche alla Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea, divenendo anche per qualche anno cultrice della materia presso l’Ateneo Fridericiano. Lo sconosciuto per me (all’epoca) Lucini è stato l’autore su cui si sono quindi concentrati i miei studi e le mie ricerche per il triennio di dottorato e il primo incontro con la sua opera è stato tutt’altro che felice. La mole dei suoi scritti, esauriti e in parte ancora inediti, è assai ingente e complessa, direi spigolosa e caustica proprio come il suo autore. A prima vista io e Lucini non ci siamo piaciuti ma, come accade spesso nelle grandi storie d’amore, mano a mano che mi perdevo nel suo smisurato archivio conservato presso la Biblioteca Comunale di Como e potevo toccare davvero con mano la sua singolare e personale vicenda di letterato e di uomo ho cominciato ad apprezzare il suo acume critico, il suo sempre inedito punto di vista sulle cose e la forza eversiva delle sue idee. Alla fine, questa storia d’amore ha avuto un lieto fine.

  • Come in ogni ricerca che si rispetti, e soprattutto in una ricerca come la tua che si è mossa con grande perizia e destrezza tra fonti e canali inediti o poco convenzionali, molti sono sempre i dietro le quinte da poter svelare. Dài, facci entrare nei panni di chi fa questo lavoro: raccontacene qualcuno dei tuoi.

La mia ricerca si è mossa prevalentemente tra i faldoni dell’Archivio Lucini conservato, come detto prima, presso la Biblioteca Comunale di Como. Per circa tre anni ho ripetutamente e minuziosamente interrogato quelle carte, trascrivendo moltissimi materiali inediti di cui rendo conto nella monografia. Le sorprese letterarie non sono state poche: una volta mi sono ritrovata tra le mani un biglietto autografo di Pirandello, frutto di una inaspettata corrispondenza e vicenda editoriale condivisa con Lucini. Più spesso, invece, mi si sono parate davanti agli occhi intere raccolte di fotografie private della famiglia Lucini, a partire dalla primissima infanzia del nostro scrittore. Vedere Lucini bambino, sua madre e suo padre, gli scatti rubati alla loro vita privata di famiglia e più tardi quelli più intimi in compagnia della moglie mi ha fatto molta tenerezza e, anche se spesso in Archivio ero da sola, mi sono sentita quasi in imbarazzo e non del tutto a mio agio ad accedere a un aspetto così privato di una persona in fin dei conti a me estranea a sconosciuta. Ecco, sicuramente questo è un dietro le quinte molto interessante e appassionante del lavoro di ricerca.

  • E adesso dicci la verità: ma tu, tutte le ruvidezze, per non dire malignità, del tuo critico preferito, le tante che ci fai leggere nel tuo libro, alla fine le condividi o no? Secondo te, era lui che era troppo cattivo o siamo noi a essere troppo blandi e indulgenti?
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Isabella Pugliese

Direi che una risposta secca e univoca a questa domanda non è possibile… Per l’epoca Lucini rappresentava sicuramente una voce dissonante e parecchio fuori dal coro, basti solo pensare alla feroce ironia (a volte, perché no, anche cattiveria) esercitata contro l’acclamatissimo Vate D’Annunzio (e i suoi presunti tacchi all’interno delle scarpe) oppure contro Antonio Fogazzaro (e le sue alterne vicende matrimoniali). Celeberrime anche le stroncature letterarie luciniane, perpetrate senza alcuno scrupolo e senza eufemismi di sorta: Lucini o ama o odia, le vie di mezzo non sono ammesse nel suo universo esistenziale, il suo “sincerismo critico”, così come lo definisce lui stesso, è assolutamente disarmante.

Il gusto critico degli addetti ai lavori contemporanei è sicuramente più benevolo e maggiormente disposto ad accogliere bonariamente tali prese di posizione, anche se spesso ancora oggi mi imbatto in colleghi che continuano a considerare Lucini un vero e proprio monstrum della letteratura contemporanea, nonostante le recenti acquisizioni critiche iniziate da Sanguineti e dalla Neoavanguardia, a cui la mia monografia pure si raccorda.

  • Torniamo seri con una domanda questa volta da addetti ai lavori: prima che tu ti dedicassi alla realizzazione di questo volume, che cosa avevano già detto i posteri, di Lucini? E che cosa, a tuo avviso, è venuto fuori di particolarmente interessante e nuovo ora, dal tuo saggio?

In realtà i posteri di Lucini non si erano granché interessati a lui, condannandolo a un lungo oblio e abbandono critico per buona parte del secolo ventesimo. Il pubblico di Lucini era già stato poco numeroso mentre era in vita; dopo la morte diminuì notevolmente. La progressiva dimenticanza a cui l’autore lombardo è stato condannato può essere ricondotta a due motivi fondamentali: uno di ordine politico e un altro di tipo storico-culturale. In un primo momento lo scoppio della prima guerra mondiale, avvenuto quasi contemporaneamente alla scomparsa dello scrittore, non poteva certo essere favorevole a un autore spesso così antimonarchico e anarchico, e dunque in netto contrasto con le esigenze di propaganda a favore del conflitto bellico. Successivamente l’ascesa del Fascismo aggravò la situazione: uno scrittore come Lucini non poteva offrire nulla al regime, impregnate come erano le sue opere di motivi antiborghesi, anticolonialistici e antimilitaristici. La dimenticanza storico-culturale, invece, sarebbe da ascrivere alla condanna che tanta critica del Novecento, a partire da Croce, ha eseguito sul Decadentismo e sulla letteratura milanese di fine Ottocento. Del resto, se il gusto dominante del nuovo secolo è stato prima rondista e poi ermetico, appare evidente come Lucini non potesse essere apprezzato.

Come ho già detto, la riscoperta novecentesca di Lucini si deve in modo particolare a Edoardo Sanguineti che ha fortemente rivalutato la personalità dello scrittore lariano, facendone il primo sperimentatore europeo di tutte le tendenze decisive della cultura del suo tempo, e cioè di quelle che poi decideranno del Novecento in quanto tale. La mia ricerca prende sicuramente spunto da questo assunto e si propone di completarlo con qualcosa di nuovo: nella monografia si vuole dimostrare come la rivoluzione operata da Lucini nel mondo delle lettere contemporanee fosse più teorica che pratica. In questo senso a mio avviso appare più corretto affermare che Lucini non apre esattamente il Novecento, quanto piuttosto gli offre alcuni degli strumenti più importanti con cui sarà possibile operare in seguito. Le sue anticipazioni e innovazioni, le sue rivolte e le sue conquiste sono lasciate in preziosa eredità a personalità successive che hanno portato a compimento nella reale prassi letteraria ciò che Lucini aveva solo teorizzato. Lucini seppe offrire ossigeno in abbondanza alla letteratura italiana, certamente molto di più di quello che i suoi contemporanei vollero riconoscergli. Tuttavia l’ossigeno era contenuto più nella forza eversiva della sua idea di letteratura che nella concretezza delle sue opere letterarie. A ben altri, sicuramente più dotati di lui, spettava il compito di respirare appieno quell’ossigeno e di creare il Novecento letterario così come noi oggi lo conosciamo.

  • Facciamo ancora un gioco: abbiamo parlato di cosa avevano già detto di lui, di quello che hai aggiunto tu con il tuo libro, e adesso la domanda è: che cosa gli diresti tu, tu che lo hai conosciuto così bene per motivi di studio, cosa gli diresti se per magia potessi oggi incontrarlo in persona?

Poiché, come ho detto scherzosamente in precedenza, la storia d’amore (filologico e letterario) tra me e Lucini ha avuto un lieto fine, altrettanto scherzosamente (ma non troppo) sono assolutamente certa di cosa gli direi se potessi incontrarlo oggi di persona: gli direi di non cambiare mai, di restare sempre così fedele a se stesso, così sicuro del proprio valore e dell’esempio con il quale egli ha sentito di aver onorato la propria generazione e la Patria. La sua lungimiranza artistica e la sua onestà intellettuale, così spietata da essere perseguita spesso a qualunque prezzo, costituirebbero sicuramente l’argomento principale di una nostra ipotetica, e non credo del tutto pacifica, conversazione. D’altra parte, anche Lucini stesso, o lo si ama, o lo si odia. E per me, come nelle migliori delle storie d’amore, egli resta sempre un irrisolto odi et amo.

  • Grazie, Isabella, di questa tua bella e spiritosa disponibilità e voglia di dialogare con noi in leggerezza, alla maniera luciniana appunto; sono sicuro che i lettori di Riscontri l’hanno molto apprezzata. Ma adesso rivolgiti direttamente a loro salutandoli, e lascia loro un tuo ultimo messaggio: perché leggere Lucini oggi?

Oggi ritengo che la lettura di un autore così dissonante e così distonico come Lucini sia un’esperienza da consigliare vivamente. In un mondo così omologato e così serializzato come è quello odierno, la lucida prosa critica luciniana può insegnare una virtù a mio avviso tanto preziosa quanto rara, quella della sublime arte della disobbedienza, se così possiamo definirla, del pensiero critico e del pensiero differente. Solo così anche noi potremo essere poeti, come Lucini forse no ma ribelli sicuramente.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

Vivere con la guerra alle porte, vivere con la guerra dentro. Intervista a Domenico Ippolito

L’ultima primavera del secolo, Aporema Edizioni, è il sorprendente romanzo d’esordio dell’autore pugliese Domenico Ippolito. Gli abbiamo chiesto di illustrarci il senso e le motivazioni di questo suo interessante primo lavoro.

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  • Domenico, il caso ha voluto che chi ti sta intervistando oggi abbia lavorato e vissuto nella tua area appena qualche anno prima del periodo in cui è ambientata la vicenda che tu racconti, e dunque comprendi come la prima cosa che mi ha colpito della tua storia sia stata proprio la tua perfetta resa della luce, dei colori, dei profumi, degli odori, dei tipi umani descritti. Hai tratteggiato in maniera vivida e iperrealistica la società e i microconflitti sociali nella tua regione com’erano a fine anni Novanta del secolo scorso: non mi ha per nulla stupito, quindi, il titolo che hai poi adottato per il tuo romanzo. Perché è questo che volevi raccontare, vero, un intero microverso prima ancora che una somma di singole vicende: ho ragione o mi sbaglio?

Non sbagli, perché per raccontare questa storia sono partito proprio dal territorio, dagli elementi forti che lo costituiscono, come quelli che hai citato tu, e ovviamente dal racconto delle persone che lo vivono, che lo calpestano. Ho voluto fotografare, in maniera dinamica, un paesaggio vivido, per alcuni anche feroce, quasi opprimente. Difatti la “primavera” del titolo, che coincide con la guerra del Kosovo del marzo-giugno 1999, durata lo spazio di una stagione, rappresenta anche il tentativo di una rinascita, la ricerca disperata di un mutamento. Il protagonista del mio romanzo, Fabio, un adolescente, vive un conflitto dell’anima, cerca di non venirne schiacciato, segue le sue aspirazioni o almeno ci prova. L’ho immaginato come un combattente che lotta per trovare il suo posto nel mondo.

  • Insieme alla società e al paesaggio, un altro attore fondamentale che mi è parso tu abbia ben messo in campo è la munnezza. La spazzatura, sì, a quel che ricordo si chiama così anche da voi. Non a caso, nella tua storia la troviamo tragicamente ovunque: a ogni angolo di strada, a ornare e infestare qualunque attraversamento, dentro e fuori ogni casa abbandonata. Come purtroppo è nella realtà, in quella realtà. Io in questa così marcata evidenza ci ho vista una sorta di potente metafora dell’oppressione malavitosa e omertosa, della caducità di qualunque ideale, della sporcizia morale all’intorno, della bellezza tramontata e sconfitta: dimmi anche qui se ho ragione oppure no.

Sì, nella narrazione ho provato a rendere il territorio mutevole, funzionale ai sentimenti che agitano i personaggi. Gli spazi, nel libro, vengono attraversati come se fossero dei luoghi personali, sono cangianti, prismatici. Ad esempio, quando appaiono gli ambienti reali, come quelli intorno all’aeroporto di Gioia del Colle, oppure le strade della provincia, il paesaggio diventa a volte ostile, aspro, perché chi lo attraversa, in quel momento, si sente così. Dunque la spazzatura di cui dicevi, il degrado, l’asfalto che mangia la terra, la puzza, il rumore assordante dei caccia sulle piste di decollo, sono fermacarte di uno scadimento morale, di un allarme che pulsa fin dentro le vene dei protagonisti.

  • Di contro, però, so che tu non ami presentare il tuo bel lavoro soltanto come la denuncia di un dramma sociale, ma anche, e forse soprattutto, come una storia di formazione, di un percorso esistenziale affrontato nella difficoltà e nel travaglio del dover crescere in un posto duro, dove le cose non sono per nulla semplici, dove il bianco non è mai tutto bianco, né il nero tutto nero. Com’è essere giovani dalle tue parti? Lo sei stato anche tu…

È impossibile non mettersi in gioco quando si è giovani, fa parte del percorso di crescita scoprire la propria identità, che va formandosi durante la scoperta stessa. Ai ragazzi vengono costantemente proposti, e imposti, dei modelli di comportamento, non tutti necessariamente ideali, anzi, la trasgressione finisce col diventare anch’essa una norma, viene bollato come strano tutto ciò che si sottrae alle “leggi” della devianza. In un passaggio del libro, Fabio ricorda che rubava, giovanissimo, i fumetti nelle edicole: una cosa che facevano tutti i ragazzini della sua età e che lui smette di fare per noia, poiché «la vera trasgressione,» dice, «sarebbe stata quella di pagarli». L’adolescenza rappresenta un passaggio, una linea d’ombra, e lì in mezzo non è molto semplice separare nettamente il buono dal cattivo, o riconoscere i propri errori. Martina, la ragazza di cui Fabio è innamorato, vive un grande momento di spaesamento e a un certo punto ammette: «Non so più quello che sto facendo. Prima mi domandavo “Questo è giusto?” e sapevo darmi una risposta. Adesso non ci riesco più. Ora mi chiedo: “Questo, cos’è?”»

  • E veniamo adesso a un altro imbarazzante comprimario, quello che mi è sembrato l’altro tuo grande, enigmatico convitato di pietra: la guerra. La guerra che non c’è, perché sta dall’altra parte del mare ma riesce comunque a impregnare tutto del suo terribile fattore ansiogeno. Forse perché la Puglia di fine ventesimo secolo era in qualche modo essa stessa una zona di guerra permanente tra le sue stesse contraddizioni, un misterioso campo di battaglia occulto e totale?    
foto Domenico Ippolito
Domenico Ippolito (foto di Maria Montenegro)

Sì, se pensiamo che il capoluogo, Bari, e a cascata la maggior parte dei paesi e delle piccole città della provincia erano luoghi un po’ diversi da ora, contenevano dei posti inaccessibili, malsani, da cui si tenevano alla larga persino gli stessi cittadini, penso ai vicoli della Città Vecchia barese ma anche ad alcune zone dei centri più piccoli. Un film come La Capagira di Alessandro Piva, girato a Bari proprio nel 1999, è diventato un cult perché raffigurava molto bene lo stato opprimente in cui versava parte della città, in balìa di pesci grandi e piccoli della criminalità organizzata, di un senso di insicurezza permanente, quasi patologico. Nel mio libro ho cercato di rappresentare questa minaccia estesa, che si giustappone alla guerra in Kosovo, in corso dall’altra parte dell’Adriatico, in cui la Puglia era coinvolta in prima linea col suo apparato logistico-militare. Ora le città sono mutate, ad esempio il centro storico di Bari è diventato un punto di attrazione per turisti, insieme alle altre bellezze regionali, e nel contempo i baresi e gli abitanti della provincia si sono riappropriati di alcuni luoghi che prima negavano la socialità.

  • Visto che sembri avere davvero ben pochi peli sulla lingua, allora te la butto giù lì così, Domenico: in due parole due, qual è il vero grande problema del Sud? Uno, uno solo, se no è troppo facile.

Credo che i problemi, le difficoltà, le storture di un luogo derivino dalla propria storia, che ha una sua evoluzione, e per questo credo anche che esista sempre la possibilità di un cambiamento, perché fenomeni come la criminalità organizzata, o la corruzione, tanto per fare due esempi, non sono castighi divini ma fenomeni umani – lo diceva anche Giovanni Falcone quando parlava di Cosa Nostra – destinati a mutare, a cessare. La rassegnazione, invece, credere che non si possa fare nulla, che tutto debba restare così com’è, immutabile, è pregna di fatalismo e blocca sul nascere ogni tentativo di soluzione, di riscatto. Partirei da lì, a provare a non essere più rassegnati; a pensare che un’auto impantanata possa venir fuori dal fango e tornare sulla strada, se la spingiamo.

  • L’ultima primavera del secolo è stata la tua prima fatica letteraria. Ah però. Conosco e mi vengono in mente un po’ di grasse, colorite espressioni nella tua lingua per commentare la piacevolissima sorpresa di una scrittura così ben concepita e matura. Complimenti davvero, e non capita spesso. A questo punto sono ancora più curioso di sapere cos’hai in progetto per il futuro.

Intanto vorrei continuare a occuparmi del mio libro, poiché mi aspetto che il bello debba ancora venire. Quest’anno così problematico per tutti ci ha tolto gli spazi, letteralmente, e ha ridotto le possibilità di incontrarsi, di parlare, di promuovere i propri lavori, anche se grazie al web e ai social si è riusciti, in parte, a sopperire. Il mercato del libro ha però sofferto terribilmente, e dunque spero che il 2021 sia diverso, che si riaprano degli spiragli, anche per i nuovi autori. In quest’ottica, mi piacerebbe lanciare una rivista letteraria: nel web, i magazine online vivono un momento di grande fermento, possono veicolare forme di scrittura diverse, interessanti. Accanto a questo, c’è il progetto di scrivere per il teatro e un secondo romanzo.

  • Da parte mia non ho altro, grazie di essere stato con noi, è stato piacevolissimo parlare con te, salutiamo i lettori di Riscontri, magari fallo anche tu, rivolgendoti direttamente a loro se ti va di dir loro qualcosa, e in bocca al lupo per tutto!    

Ti ringrazio anch’io per aver dato spazio al mio libro, mando un affettuoso saluto ai lettori della vostra interessante rivista. Viva il lupo!

intervista a cura di Carlo Crescitelli

“Un modello per la sicurezza dei dati personali nell’era digitale”, intervista agli autori

L’imminente pubblicazione per la Tab edizioni del volume a quattro mani, Un modello per la sicurezza dei dati personali nell’era digitale, scritto da Massimo e da Flavia Montanile, ci rassicura in qualche modo e ci consente di orientarci nel labirinto delle questioni che coinvolgono, in epoca di lockdown, e in quella successiva che stiamo vivendo, la sfera della sanità digitale, della privacy, e soprattutto quella delle nuove tecnologie necessarie per gestire in assoluta sicurezza il cambiamento. In realtà è emersa, in maniera sempre più chiara ed evidente la necessità di considerare con assoluta priorità questo aspetto cui si collega parallelamente, quello della salvaguardia delle libertà individuali, seriamente compromesse dall’emergenza pandemica. E non a caso i trattamenti progettati per attuare le misure di lockdown, e quelle successive di contenimento della diffusione del virus, hanno richiesto azioni specifiche orientate proprio in questa direzione. E tuttavia il dispiegarsi di nuovi scenari nel mondo dell’organizzazione del lavoro, con l’introduzione del cosiddetto ‘lavoro agile’, se da una parte ha spinto a rivedere radicalmente schemi operativi del tutto improponibili in epoca di emergenza pandemica, dall’altra ha finito per portare allo scoperto gravi disparità e gravi contraddizioni sociali. Sappiamo che oltre il 60% della popolazione mondiale è online: quasi 300 milioni di persone hanno avuto accesso ad internet per la prima volta nel corso del 2019, e oltre due terzi della popolazione globale possiede un dispositivo mobile. In tale contesto la mancanza di un quadro di governance globale della tecnologia rappresenta un rischio rilevante che rende necessario un approccio olistico per governare la sicurezza dei dati, soprattutto quelli personali.

    imageIl libro in questione è uno strumento metodologico che fornisce un quadro generale chiaro, utile a pianificare gli interventi necessari, l’adeguamento, la revisione e l’innovazione dei processi operativi. Nel libro convergono anche le riflessioni ispirate dai quesiti posti dagli studenti nel corso delle lezioni universitarie e delle attività di formazione aziendali, tenute dagli autori, che conferiscono alla ricerca ulteriore concretezza e operatività. Difatti use-case reali supportano l’aspetto didattico e consentono di valutare il livello di apprendimento della materia.

    A rendere più fruttuoso l’impegno profuso dagli autori nell’allestire questa singolare guida operativa è indubbiamente la potenzialità diffusiva a livello internazionale della ricerca, che abbatte confini geografici e differenze di genere. E sotto questo aspetto ci piace immaginare un’affinità genetica tra lo spessore e la qualità scientifica dei due ricercatori, padre e figlia, il primo Massimo Montanile, Data Protection Officer di Elettronica S.p.A., fondatore dell’Associazione Privacy Safe, delegato Federprivacy Roma e Fellow dell’Istituto Italiano per la Privacy, membro del comitato scientifico dell’Associazione Scientifica per la Sanità Digitale. Da oltre trent’anni si occupa di Information Technology e di sicurezza delle informazioni; ha maturato significative esperienze in diverse aziende multinazionali. Direttore della collana Cyber | Security | Defence, una collana che spazia tra tecnologie e contesti coinvolti nel complesso mondo della cybersecurity; autore di numerosi studi sul tema della privacy e della sanità digitale, e ha al suo attivo anche esperienze di docenza presso varie Università italiane.

   Non di meno Flavia Montanile, specialista terapeuta nell’ambito della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, vanta un percorso formativo in ambito sanitario, esteso anche al campo della diagnostica e della riabilitazione delle sindromi autistiche e di altre patologie comunicative. Dal 2017 specifica i propri interessi nell’ambito della privacy e dei processi aziendali, che si affiancano all’attività di famiglia con una costante ricerca in ambito tecnologico; significativa la sua partecipazione, con contributi importanti e innovativi, a diversi progetti di compliance normativa, di progettazione e implementazione di sistemi di gestione ISO e di formazione. Già consulente per la gestione processi per HQ Target, consegue successivamente le qualifiche di Lead Auditor per gli schemi ISO9001 e ISO27001, mettendo a frutto tutta l’esperienza realizzata negli ultimi anni sul campo. Particolarmente versata per la multidisciplinarità, determinata e flessibile, mostra un’apertura che le consente di coniugare in maniera proficua i suoi due mondi professionali, arricchendoli vicendevolmente. Ad attestare la particolare  ricchezza e  versatilità del suo impegno di ricercatrice si aggiunge il recente riconoscimento, ottenuto a livello internazionale, con l’iscrizione del suo nome nel registro europeo Women4Cyber, di fresca istituzione, un riconoscimento sicuramente di prestigio, in un’iniziativa nata dalla necessità di dar voce e spazio a quelle donne che operano nel campo della cybersecurity, nell’intento di accrescere l’equilibrio di genere nella forza-lavoro di un settore, tradizionalmente retaggio esclusivo dell’universo maschile. Margrethe Vestager (Vicepresidente esecutiva dell’Associazione Per un’Europa pronta per l’era digitale) ha sottolineato con forza come la cibersicurezza debba oltrepassare i confini di genere, avvalendosi del contributo insostituibile del femminile: «le donne portano esperienza, punti di vista e valori nello sviluppo delle soluzioni digitali». E non a caso tra gli obiettivi primari di questa iniziativa è proprio quello di promuovere la cultura della sicurezza informatica tra tutti gli Stati membri dell’Unione, superando preconcette esclusioni e agevolando il collegamento tra i vari gruppi di esperti del settore, le imprese, le associazioni e le Istituzioni nazionali.

   Rivolgiamo ora alcune domande agli autori nell’intento di entrare nel laboratorio della loro ricerca, ricostruendo genesi, finalità e obiettivi di questo libro.

  • Come nasce l’idea del libro?

Flavia: Un modello per la sicurezza dei dati personali nell’era digitale è il risultato della mia crescente curiosità in ambito privacy. Affascinata dalla rapidità con cui in questi anni si è modificata la realtà che ci circonda e dalla continua ricerca innovativa in ambito tecnologico, ha per me giocato un ruolo chiave il GDPR, strumento tramite il quale oggi si cerca di regolamentare e proteggere la circolazione dei dati personali. I suggerimenti di mio padre, i dibattiti durante le cene, e la mia voglia di partecipare alla trasformazione in corso, mi hanno spinta ad intraprendere la scrittura di questo libro che mi ha permesso di confrontarmi con il mio interlocutore, non soltanto in qualità di figlia, ma anche come professionista, abituata a lavorare sul campo, in realtà a collaborare e a condividere il raggiungimento di un obiettivo. Il modello proposto in questo libro, oltre a proporsi come guida pratica, utile a pianificare i singoli interventi necessari, e a implementare un sistema di gestione per la privacy, consente di valutare, autonomamente, il proprio livello di apprendimento della materia attraverso use-case reali. Il risultato conseguito con questo lavoro rappresenta per me un traguardo importantissimo, che testimonia la determinazione con cui io e mio padre ci dedichiamo alle nostre passioni, e ci ha fatto scoprire, con il piacere del confronto, solide affinità intellettuali oltre che affettive.

Massimo: L’idea di proporre una guida operativa sulla privacy nasce dalla convinzione che la necessità di una simile azione di adeguamento debba avvalersi di uno strumento metodologico in grado di supportare una visione olistica utile a pianificare i singoli interventi necessari, avendo però chiaro il quadro d’insieme. Il libro propone dunque un modello teorico di implementazione di un sistema di gestione per la privacy, accompagnato da applicazioni pratiche di immediato utilizzo, con template e tool pronti all’uso e facilmente adattabili per qualsiasi specifica necessità.

  • Il libro, com’è ormai ben chiaro, offre alla riflessione una vision della sicurezza e della privacy a livello di prassi operativa con uno sguardo ai processi visti nella loro realizzazione pratica. Ma come siete arrivati alla necessaria verifica sul campo?

Massimo: L’applicazione pratica di alcuni modelli teorici utilizzati nel libro è stata possibile grazie all’ampia disponibilità del Gruppo Elettronica, che ci ha consentito di sperimentare sul campo e di verificare l’applicazione concreta dei principi privacy, intervenendo direttamente sui processi aziendali.

Flavia: A vantaggio dell’aspetto didattico del lavoro sono proposti anche use-case tratti da casi reali, utili per valutare il livello di apprendimento della materia, nell’intento di fornire un ulteriore contributo alla finalità, anche didattica, del testo. Gli scenari proposti e gli argomenti trattati sono tutti affrontati in prima persona dagli autori, nei numerosi progetti cui hanno avuto l’opportunità di partecipare, in qualità di DPO o di esperti di Data Protection, di consulenti tecnici o organizzativi, ma tanto più efficaci in quanto per gran parte sollecitati dai quesiti posti dagli studenti nel corso di lezioni universitarie o nell’ambito dei corsi di formazione aziendali tenuti.

  • La trasformazione tecnologica spinge l’innovazione ma pone anche problemi sociali e di sicurezza. Quale sfida attende le moderne organizzazioni?

Flavia: Dinamicità associata a celerità rendono il nostro paese, ancorato a vecchie tradizioni, ben distante da quella che oggi è una realtà incontrovertibile, cioè l’essere noi già in piena “rivoluzione”. Ne consegue che bisogna navigare sull’onda del cambiamento per non venirne travolti e lasciati indietro, come un relitto sul fondale marino, sfuggendo ad ogni tentazione neoluddista di opposizione all’innovazione. Concepire questo cambiamento come se fosse un fiume in piena ci permette di comprenderne la potenza e la profondità, e quanto queste trasformazioni mirino a sradicare antiche convinzioni e vecchi concetti, per portare una linfa che dall’interno rinnovi il modo di interpretare la sicurezza in ottica privacy. Dunque, ciò che possiamo definire uno dei ‘fattori contro’ è sicuramente la lentezza dei processi burocratici che penalizzano ormai da tempo i cittadini, e costituiscono da sempre una delle criticità del “Bel Paese”, sempre più incapace di soddisfare bisogni e necessità del singolo. Inadeguatezze rese ancor più evidenti dall’avanzare di proposte e richieste sempre più esigenti, sempre più tecnologiche, sempre più sicure… Insomma, si tratta di una vera e propria sfida, quella di spezzare il binomio ossimorico di lentezza e velocità, intimamente congiunte nella danza del progresso.

a cura di Sara Cataudella