Un grande imprevisto chiamato vita. Dialogo con Alessandro Azzalin

Conosciamo Alessandro Azzalin, autore di Vite sprecate (Pezzini editore), raccolta di racconti brevi che ha concorso al nostro premio “Un libro in vetrina”.

 

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Vite sprecate

di Alessandro Azzalin

 

  • Alessandro, i miei complimenti anzitutto: devo infatti confessarti che, tra i molti iscritti al concorso, il tuo lavoro era decisamente tra quelli più singolari e meglio caratterizzati. E allora proprio questo volevo chiederti: considerata l’alta unità e coerenza tematica che lo contraddistingue, com’è nato il progetto Vite sprecate? Da una serie di spunti isolati e sparsi, poi riuniti in seguito, o da una originale, precedente, comune ispirazione?

Vite sprecate è un pezzettino della storia della mia vita, un paio di anni più o meno.

Duemiladiciassette-duemiladiciannove. In fuga da un mostro più grande di me, all’inizio del duemiladiciassette mi sono trasferito a Torino, dove ho trovato subito lavoro in un’officina elettrica (rappresentata nel libro come una macelleria industriale). È in quel periodo che ho iniziato a scrivere, ma senza uno scopo. Scrivevo perché sentivo che era quello che mi andava di fare, se avessi sentito il bisogno di dipingere, avrei dipinto. E scrivevo quello che mi capitava. Ogni tanto mi succedeva qualcosa, ogni tanto no, allora iniziavo un nuovo racconto.

Vite sprecate è il riscontro di un biennio un po’ incasinato. E, come tutto quello che la vita ci riserva è un grande imprevisto, anche la stampa dei miei lavori è stata una sorpresa. Ad agosto duemiladiciannove uno dei miei racconti viene classificato al primo posto in un concorso, il cui premio prevedeva appunto la pubblicazione. Così mi sono messo al lavoro e, in sei mesi circa, è uscito il mio primo e, fino ad ora, unico libro.

  • Un po’ come gli spiazzanti protagonisti delle tue storie, tu sei tuttora ai miei occhi una sorta di oggetto misterioso. Tutto quello infatti che posso sapere o immaginare di te, dal pochissimo che ci hai scritto, è che sei molto giovane, fai un lavoro che c’entra poco o nulla con la letteratura, hai vissuto alcuni anni fuori ma non ci hai detto dove e perché, insomma ti sei fino ad oggi a noi presentato come una specie di cinico outsider senza storia né passato; eppure, sei stato capace di dare alle stampe un volume di notevole maturità, per essere l’opera prima di un autore meno che trentenne. Siamo curiosi, facci capire.

Credo di non avere una risposta. O comunque di non avercene una capace di spiegare direttamente come io sia riuscito a scrivere un libro, a prescindere da come sia venuto.

Alessandro Azzalin
Alessandro Azzalin

Quello che posso dire è che nei posti in cui ho lavorato l’infortunio è all’ordine del giorno, posso dirvi che ho lavorato per anni nei giorni di festa: Natale, Pasqua e ultimo dell’anno. Ho lavorato dall’altra parte del mondo. Ho lavorato a trenta gradi sotto zero e a cinquanta sopra. Ho lavorato su robot, forni fusori, impianti radioattivi, esplosivi e puzzolenti come non potreste mai immaginare.

Ho fatto il liceo artistico, questo sì. Poi mi hanno bocciato al terzo anno e sono andato a fare una scuola professionale da elettricista. Così ho cominciato a farmi le ossa nelle fabbriche della nostra città come impiantista industriale; poi ho fatto il manutentore. Dopo ho cominciato ad andare in trasferta, per poi trasferirmi del tutto per qualche anno. Non continuo perché ho cambiato così tanti lavori che qualcuno non me lo ricordo neanche più.

Adesso lavoro per un’azienda del Verbano, dove si costruiscono robot. Sì, robot! Non ci credevo neanche io quando sono entrato per la prima volta. Spediscono i loro macchinari in tutto il mondo e, insieme ai macchinari, spediscono anche noi. Quindi ogni tanto svolazzo qua e là, imparando e vivendo nuove città e nuovi posti.

La vita è la mia scuola. Quello che scrivo arriva da lì.

  • Parliamo della tua formazione di lettore, dei tuoi riferimenti autoriali: in Vite sprecate io ci ho visto un bel po’ di Philip K. Dick (nelle tue varie e compiaciute boutades fantascientifiche), ma soprattutto certa scuola novellistica della seconda metà del secolo scorso (Dino Buzzati, Tommaso Landolfi) e umoristica contemporanea (Stefano Benni). È così, ho ragione? Conosci le pagine di questi signori, ti sei a loro più o meno volontariamente ispirato? O avevi in mente altri modelli?

Consapevole di non fare una grande figura da letterato, ti confesserò che, oltre ad aver usato termini ed espressioni che non conosco (boutades, scuola novellistica), purtroppo non conosco nessuno degli autori citati, a parte Benni, con Bar Sport Duemila. Fu uno dei pochi libri che mi fecero leggere a scuola.

Come lettore mi definisco pigro. Non ho mai letto troppo volentieri. Un giorno poi, ho trovato un libro di Bukowski in una bancarella, una raccolta di racconti, che si intitolava “compagno di sbronze”. Quello è stato il mio svezzamento alla letteratura.

Leggere è diventato bellissimo, così, da un giorno all’altro. E la mia pigrizia poteva continuare a possedere la mia parte di lettore, tanto avevo trovato una scappatoia: il racconto breve.

Adesso, quando capito davanti a una bancarella di libri usati, cerco sempre le raccolte di racconti e ogni volta è una sorpresa, da Primo Levi a Kafka, passando per Allan Poe, Stephen King e Italo Calvino. Mi stupisco tutte le volte, è incredibile scoprire quanti autori abbiano fatto della narrativa breve. È questo che leggo, senza fare distinzione tra autori o generi.

  • Abbiamo parlato finora soltanto di come è nato Vite sprecate, e non di come invece crescerà. Cosa bolle in pentola?

Da quando ho iniziato a scrivere non ho mai smesso. Oggi ho abbastanza materiale da comporre un’altra raccolta, e mi piacerebbe farlo.

Magari qualche premio, magari qualche proposta, io aspetto e sono ottimista.

  • Concludiamo come facciamo sempre, e cioè con un messaggio espressamente rivolto ai lettori di “Riscontri”: stabilisci un ponte con loro, spiega cos’è per te la scrittura, cos’hai loro da dire e perché leggerti e seguirti.

Forse le mie storie non sono per tutti, perché non è per tutti che le scrivo. Non sono per mia nonna per esempio (che non le capisce proprio, oltre al fatto che non le piacciono), non sono per chi legge per rilassarsi. Non sono per i deboli e gli schizzinosi.

Io consiglio di leggermi se si cerca qualcosa di nuovo e di rudimentale, perché è questo che faccio. Cioè, è quello che faccio nella vita in generale. Nel lavoro, nella cucina e nelle mie passioni. Sono uno sperimentatore, sono curioso, sempre. E mi piacerebbe portare il lettore alla mia condizione offrendogli qualcosa che non aveva mai visto prima.

Senza leggermi troppo però, in modo che possa mantenere questo equilibrio in cui la scrittura occupa una parte ancora piccola, ma molto significativa, della mia quotidianità.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

Destini incrociati a cavallo del secolo. Storia, storie ed emozioni dell’Italia dal ’77 ad oggi, raccontate da Luisa Caridi

Binario 77, che Luisa Caridi ha pubblicato per L’Erudita Edizioni nel febbraio di quest’anno, è uno di quei libri che raccontano, tutti insieme e senza scinderli mai del tutto, tempi, luoghi, persone, emozioni. Parliamone con l’autrice.

 

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BINARIO 77

di Luisa Caridi

 

  • Luisa, nel tuo romanzo ripercorri gli ultimi quarant’anni di storia Italiana a partire dal Settantasette, spartiacque drammatico che è emblematicamente anche l’anno di nascita dei tuoi protagonisti: Elena e Andrea, due compagni di scuola che si reincontrano solo oggi in età adulta, dopo lunga lontananza ed assenza. Per scoprire che gli eventi susseguitisi lungo i decenni hanno marcato le loro scelte ed i loro destini. È proprio vero, allora, che quello che accade intorno a noi nella nostra vita determina così fortemente quello che siamo e che diventeremo? Anche tu ti senti così?

Certamente penso che la storia collettiva influenzi marcatamente i destini individuali. Nessun uomo può prescindere dal contesto in cui vive e opera. È chiaro, ad esempio, che nascere nel Medioevo o nell’Illuminismo determini una diversa percezione della vita e del mondo e induca l’uomo a riconoscersi in ideali diversi. Allo stesso modo, gli eventi che si sono susseguiti dal Settantasette a oggi a livello globale hanno segnato, a mio avviso, una profonda crisi di identità che si ripercuote nelle nostre vite e nelle nostre scelte politiche.

  • C’è una tua pagina che mi ha molto colpito: quella in cui, riferendoti all’alba degli anni Novanta con i suoi orizzonti di distensione, parli di “nuovi fuochi fatui”, e poi subito dopo citi Papa Francesco e le sue tesi di “globalizzazione dell’indifferenza”. È stato tutto inutile allora? Le grandi ideologie, gli ideali che avrebbero cambiato il mondo… fuochi fatui anche quelli? Nulla che valga la pena ricordare, se non errori, strade sbagliate in partenza?

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Luisa Caridi

Francamente non credo che le ideologie siano tramontate, vanno semmai ripensate in rapporto agli scenari attuali. Senza gli ideali la vita non avrebbe senso e determinerebbe un ripiegamento nel dolore o nell’indifferenza. Nel dolore di chi sente fortemente l’ingiustizia e la disparità o nell’indifferenza di chi sceglie di guardare il mondo con impotente distacco e mera rassegnazione.  Ho l’impressione che gli uomini del nostro tempo da un lato siano indifferenti, ma dall’altro cerchino disperatamente nuove idee a cui aggrapparsi. Il problema è che si tende ad attendere una sorta di Messia che tarda ad arrivare, un novello Godot che forse non arriverà mai.

  • Parliamo dei luoghi del tuo romanzo. Roma anzitutto, bella e sfrontata come sempre: negli scenari da vip di Piazza di Spagna, come in quelli alternativi e turbolenti del Pigneto. Ma anche la tua Calabria, Praga, Berlino… a comporre un mutevole, articolato palcoscenico nel quale ognuno di essi rimanda ad una sua specifica essenza, al suo speciale contributo dato in quel particolare momento storico… ci credi tu, all’anima dei luoghi? Come si manifesta, secondo te?

Credo moltissimo nell’anima dei luoghi, in fondo il mio libro vuole essere un viaggio nello spazio e nel tempo. I luoghi per me sono espressione dell’anima degli uomini, è come se una parte di noi restasse nelle strade che abbiamo percorso, nei posti in cui abbiamo vissuto. Gli stessi edifici rinviano a un preciso modo di percepire la vita e il mondo. Di conseguenza, se io entro in una cattedrale gotica avvertirò il mio essere piccola di fronte a Dio, a Time Square avvertirò il mio essere piccola di fronte al Potere. Nel primo caso penserò al dio dello spirito, nel secondo caso al dio del denaro.

  • La tua narrazione della recente storia d’Italia si sofferma spesso e giustamente sui temi della corruzione e delle infiltrazioni mafiose nella politica: al di là della obiettiva, cruciale rilevanza della questione, qual è la tua personale prospettiva sul problema? Te lo chiedo anche da meridionale a meridionale, e perché ti so impegnata sul fronte dello sviluppo del territorio… o è un problema che riguarda l’Italia tutta, indistintamente?

Quando ero ragazzina pensavo che la mafia fosse un problema localizzato, i media veicolavano un messaggio preciso che tendeva a circoscrivere il fenomeno. Oggi è sotto gli occhi di tutti che la corruzione e le infiltrazioni mafiose interessino territori ampi e intercontinentali. In sostanza, non si può più parlare di mafie secondo un’immagine stereotipata e avulsa dalla realtà, le mafie si manifestano in forme e modi diversi che hanno come comune denominatore la brutalità e l’arroganza. Francamente non so se la mafia verrà mai sconfitta, tendo a pensare che si trasformerà e assumerà nuove sembianze. Voglio tuttavia essere ottimista e, come Falcone, credere che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”.

  • In basso in copertina, sotto ad una foto di Berlino, sono riportate queste due frasi un po’ criptiche, che poi all’interno del testo non ritroveremo: “Una e la stessa è la via all’insù e all’ingiù” e “Doppio binario. Caos e Cosmos. Il sole è nuovo ogni giorno”. Si intuisce che potrebbero essere una importante chiave di lettura della vicenda, o forse una sorta di messaggio in codice al potenziale lettore con il libro sotto gli occhi o tra le mani. Ce le spieghi meglio? 

“Una e la stessa è la via all’insù e all’ingiù” è una frase di Eraclito che, a mio avviso, rinvia alla circolarità dell’esistenza, alla coincidenza degli opposti senza i quali sarebbe impossibile il fluire della storia umana e individuale. Tutto è soggetto al tempo e destinato a mutarsi nel proprio opposto. In tal senso, i doppi binari sono illusori e il Caos e il Cosmos sono alla base del ciclico rinnovamento dell’universo che fa sì che il sole sia nuovo ogni giorno.

  • In conclusione, quanto c’è della Elena e dell’Andrea di ieri e di oggi, in ognuno di noi loro coetanei, o anche – come nel mio caso – con qualche ulteriore anno in più sulle spalle? E quanto c’è di loro invece nei giovani di oggi? Grazie del tuo tempo, e di aver parlato con noi, e in bocca al lupo per la promozione di questo tuo lavoro in questo periodo più complicato del solito.

Se ci riferiamo ai trentenni di oggi, credo che siano profondamente disillusi; quanto agli Elena e Andrea più maturi, ritengo che rifuggano dalla politica urlata, povera di contenuti e idee, e auspichino un recupero del senso delle istituzioni. I giovani, infine, pagano lo scotto di non avere dei modelli da seguire ma sognano ancora, e questo fa ben sperare. Pensiamo ad esempio a tutti gli adolescenti che si sono riconosciuti nel movimento ambientalista di Greta Thumberg, sono giovani che ancora oggi sentono il bisogno di lottare per qualcosa di giusto, in questo caso la salvaguardia della natura. E forse è proprio dalla natura che noi tutti, giovani e meno giovani, dovremmo ripartire se vogliamo un cambiamento reale del sistema economico e dell’agire umano.

Con questo augurio, ringrazio di cuore te e tutta la redazione della rivista “Riscontri” per il tempo e lo spazio che mi avete dedicato.

 a cura di Carlo Crescitelli

Chiacchierando col libro di storia. Daniele Coppa, ovvero il passato che non ti immagini

Nel grembo degli dei. Quando gli uomini parlavano con le divinità di Daniele Coppa (Europa Edizioni 2019) – opera fra le segnalate per particolare interesse al nostro concluso concorso “Un libro in vetrina” – è uno di quei felici esempi di come si possa fare dell’ottima divulgazione storica appassionando e divertendo. Abbiamo approfittato della disponibilità dell’autore a parlarne con noi.

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Nel grembo degli dei

di Daniele Coppa

 

  • Daniele: uomini e dèi che si sfidano a vicenda in improbabili eppur plausibili retroscena della verità e verosimiglianza storica, in un calderone ribollente di emozioni e di azione… ma come ti è venuto in mente di rimescolare e riscodellarci in maniera così eclettica e geniale le polverose pagine dei nostri libri di storia?

Sono gli uomini che hanno bisogno degli dèi per dare un senso alla loro esistenza o sono gli dèi che hanno creato gli uomini per dare un senso alla loro di esistenza? Chi è funzionale a chi? Se proprio vogliamo dire come mi è venuto in mente, diciamo che son partito proprio da queste domande. Io sono ateo e naturalmente la mia non può essere che una risposta laica. Così mi sono un poco divertito a scombussolare i ruoli. Nel primo dei miei quattro racconti (tratto dall’Iliade) metto a confronto Elena e Afrodite; Elena: regina di Sparta si comporta come una dea: algida, lineare e insondabile, ingessata nel suo ruolo di regina superiore a tutti gli uomini. Mentre la sua amica-nemica Afrodite è istintiva, volubile e caotica, come lo sono un poco tutte le donne, insomma la più “terrestre” delle due. Nel secondo racconto invece parlo del faraone Amenofi IV, personaggio realmente esistito che mi ha affascinato e da cui ho attinto molto dalla Storia. Amenofi fu un faraone “eretico”. Durante il suo regno tentò di edificare una “città senza Dio”, dove ognuno era libero di credere in ciò che voleva. Per questo entrò in conflitto con la potente casta sacerdotale e gli dèi loro alleati. Alla fine perse la sua battaglia e venne assassinato. La sua città distrutta e il suo nome addirittura cancellato dalla Storia. Io nel mio racconto gli concedo una piccola rivincita finale nei confronti degli dèi. Nel terzo parlo di un altro personaggio realmente esistito: Francesco Datini, un mercante di Prato del Trecento che nella sua vita accumulò una fortuna straordinaria. Io tramite il gruppo storico di cui faccio parte ho avuto modo di consultare l’archivio con tutte le sue lettere. Una cosa che ha colpito in queste sue lettere è il terrore, che poi è una sua vera ossessione, per il diavolo e la sua paura di finire all’inferno. Io il diavolo nel mio racconto glielo faccio incontrare per davvero e questi, come fa Virgilio con Dante, lo porta a visitare di nascosto il Paradiso. E lì Datini si accorge che il Paradiso non è poi quel posto meraviglioso che si crede e trova un sacco di gente della peggior specie che chissà come si sono intrufolati lì. Naturalmente mi riferisco a tutti quei “Santi” un poco sconvenienti elevati agli altari dalla Chiesa. Mentre nell’ultimo racconto ho cercato di rendere “umani” il Padre e il Figlio del Cristianesimo. Ecco! Come te lo immagini il Dio Padre? Quello della Bibbia per intenderci: il terribile Yahweh autoritario e vendicativo. Quello che impone la legge del taglione: “occhio per occhio, dente per dente” e distrugge intere città perché gli hanno disobbedito. E il figlio, invece? Quello dell’“ama il prossimo tuo come te stesso” e del “porgi l’altra guancia”. Come si conciliano nel Cristianesimo due personaggi così diversi? Ecco, io che ho vissuto quel periodo me li immagino in un conflitto generazionale degli anni ’70. Un padre all’antica e un figlio “hippy” che fugge di casa per scendere sulla terra all’insaputa del padre e predicare il “Peace and Love”. Stravolgendo così tutto quello che il Padre aveva imposto agli uomini fino a quel momento e creando così un grosso problema all’interno sua famiglia.

  • Non hai mai avuto paura di perderti nel tuo stesso magico mondo di calcolata invenzione?

Io credo che un poco tutti si costruiscono un magico mondo di calcolata invenzione nel quale finiscono inevitabilmente per perdersi. Anche chi non ha mai scritto un libro. E poi, visto da un laico, chi è più perso in un mondo di calcolata invenzione di un credente?

  • Parliamoci chiaro: il sacro e il profano, l’umano e il divino, alla fine nessuno li mischia del tutto davvero, perché tutti tengono sempre in qualche modo distinti i due piani. Non lo fa Omero, non lo fa Dante, non lo fa Manzoni. Tu invece… sì: e sei riuscito per giunta a mischiarci pure Omero, Dante e Manzoni! Facci capire come orientarci all’interno dei tuoi racconti, con quale spirito leggerli.

Accidenti che paragone… Omero (o chi per lui) è il più geniale di tutti, l’umano e il divino secondo me li mischia eccome. Qual è il senso dell’Iliade e dell’Odissea? Chi sono gli dèi e cosa vogliono dagli uomini? Chi è realmente Elena? Una ragazzina innamorata o una regina fredda e calcolatrice? Chi è Ulisse? Un grand’uomo o un’imbecille presuntuoso?

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Daniele Coppa

Queste cose Omero non le dice, semina solo indizi e suggestioni, e lascia il lettore libero di interpretarle come crede. La leggi cento volte e ti puoi fare cento idee diverse. Io l’Odissea la paragono al film capolavoro di Stanley Kubrik 2001 Odissea nello spazio. Anche in quel film si mischia il divino con l’umano lasciando spazio a chi guarda il film di interpretarlo come crede. Io credo che il termine “Odissea” Kubrik non l’abbia usato per caso. Dante invece devo ammettere che lo conosco poco, ho solo preso alcuni spunti dalla Divina Commedia. Manzoni invece è molto “terrestre”. Il suo libro si legge attraverso i suoi personaggi che lui è bravissimo nel caratterizzare. Io non ho nulla da spartire a questi giganti. Io scrivo “di getto”, alla maniera degli scrittori della Beat Generation. Scrivo perché mi diverto a farlo, non rifletto molto su quello che scrivo. Anche chi legge forse non deve riflettere molto su quello che scrivo. Non ho messaggi da lanciare, non ho “l’attrezzatura” necessaria. Mi basta che quelli che leggono si divertano un poco.

  • Tu sei uno storico di professione, Daniele?

No. I miei studi sono stati di carattere scientifico. Ai tempi della scuola io addirittura la Storia la odiavo. La Storia che mi insegnavano era un insieme di nozioni, di date e di “congressi”, “Prammatiche Sanzioni”, “Magne Charte” e così via raccontati con un linguaggio “accademico”, tutto condito di retorica religiosa o patriottarda per cui i personaggi dovevano essere dei giganti o dei dementi. Ho imparato ad amare la Storia piuttosto tardi, intorno ai trent’anni quando ho scoperto che esiste un altro modo di leggere la Storia: quello di leggerla come fosse un romanzo. Un romanzo caotico fatto di personaggi contraddittori. Caotici e contraddittori come lo siamo tutti noi, perché la Storia è fatta di uomini e donne, non di documenti. Questo l’ho scoperto leggendo gli storici inglesi, come Beevor, Barlow o Mac Smith, i maestri nel raccontare la Storia in questo modo senza retorica… come se fosse un romanzo, scritto in una prosa comprensibile a tutti, anche a chi non è del “mestiere” e non ha fatto studi specifici. Io tutto questo l’ho trovato affascinante.

  • Sappiamo che scrivi anche per il teatro… e avremmo dovuto aspettarcelo, da come imposti e modelli i tuoi personaggi.

Più che per il teatro scrivo per il “Teatro Illustrato”. Non ho molti contatti con il mondo del teatro. Ho pubblicato un paio di libri e un altro è in cantiere. Collabora con me una ragazza molto brava nelle illustrazioni. Anche questo lo faccio perché mi diverte. Prendo dei personaggi storici e ne faccio una satira. Uno di questi testi è su Francesco Datini, tratto appunto dal racconto di questo libro. L’altro è su Bonifacio VII: il terribile papa prepotente, lussurioso e blasfemo, una figura che mette in imbarazzo anche la Chiesa. Il terzo invece che non è ancora uscito è ambientato nella Firenze dei Medici.

  • E sappiamo anche che sei un esperto di cucina… storica, naturalmente. Questa è una sorpresa da approfondire.

In realtà questo è il mio lavoro. Io mi occupo di tecnologie e materie prime alimentari. Occuparmi anche di Storia della cucina viene da sé. Così con gli amici del gruppo storico di cui faccio parte organizziamo anche delle “cene storiche” e conferenze sulla storia della cucina. Ho anche pubblicato un’Antistoria della Cucina. Un saggio semi-serio su tutte le leggende metropolitane e le bufale che vengono raccontate sulla cucina.

  • E allora, visto che l’appetito come si sa vien mangiando, cosa ci serviresti come antipasto del tuo Nel grembo degli dei, per “finitivamente” invogliarci a sedere alla tavola delle tue storie?

Diciamo qualcosa di “leggero”, da non prendere troppo sul serio. Pomodoro e mozzarella va bene?

  • Grazie del tuo tempo, complimenti e… buona degustazione a noi!

Grazie a voi.

a cura di Carlo Crescitelli

Il Professore risponde. Conversazione con Pietro Rainero

Intervista a Pietro RAINERO, autore di LOGICA STRINGENTE – Nove storie obbedienti alle ferree leggi della ragione (Il Convivio Editore 2016), opera che ha ricevuto menzione di interesse al concorso “Un libro in vetrina”.

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LOGICA STRINGENTE

di Pietro Rainero

 

Il momento che noi di Riscontri attendevamo da tempo è giunto: il professor Pietro Rainero, arguta e vecchia conoscenza della casa editrice per essere stato più volte gradito ospite di varie nostre antologie con diversi dei suoi brillanti racconti, ha finalmente accettato di lasciarsi mettere all’angolo dall’altra parte della scrivania, sottoponendosi lui, stavolta, al fuoco di fila delle nostre domande. Chiaramente non affascinanti e geniali come quelle che lui pone al suo pubblico nei suoi libri. Ma capirete, l’occasione per noi è ghiotta; di rado capita di poter dialogare con un autore dalla personalità tanto forte e spiccata, dall’approccio così originale ed eclettico. Perciò procediamo subito a bombardarlo con le nostre tante curiosità: su di lui, sul suo libro, sul suo lavoro, modo di essere, stile di vita.

  • Pietro, prima di tutto, e addirittura prima di incominciare, perché è ovvio che chiunque ti legga da subito se lo chiede: ma i tuoi mille enigmi, quesiti, indovinelli, quiz… da dove li tiri fuori? Sei tu che li inventi e componi di sana pianta o, magari, li mutui, li prendi in prestito altrove, adattandoli e personalizzandoli a seconda del caso?

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    Pietro Rainero

Beh… cominciamo col dire che solo circa la metà dei racconti che ho scritto prende spunto da argomenti scientifici, e questo sicuramente a causa della mia formazione. A me piace molto inventare e do largo spazio alla fantasia. Einstein diceva: «la logica vi porterà da A a B, la fantasia vi porterà dappertutto». Molti dei miei indovinelli si basano su articoli apparsi nella rubrica di giochi matematici del mensile “Le Scienze” o su riviste di matematica, generalmente francesi. Poi naturalmente li elaboro e li inserisco in contesti adeguati. Qualche volta invece li invento di sana pianta; ad esempio in una delle ultime storie scritte ho escogitato un modello di universo nel quale si può viaggiare nel passato ma risulta impossibile causare paradossi temporali, tipo uccidere la propria nonna. È un racconto di cui vado fiero e che mi piace molto (naturalmente questo non significa nulla: bisognerà vedere se piacerà anche agli altri!)

  • Dicci la verità, dai: cosa pensano di te i tuoi studenti? Sono tuoi complici di scorribande logiche o piuttosto tuoi avversari di tornei all’ultimo calcolo?

A dire il vero, a scuola si è sempre un po’ a corto di tempo, presi tra la necessità di completare lo svolgimento del programma e le incombenze quali verifiche e interrogazioni varie. Comunque qualche volta, specie in occasioni di supplenze in classi non mie, ho presentato ai ragazzi giochi quali “Non mangiate la cioccolata verde” oppure il più famoso “Hex”, inventato dal matematico statunitense John Nash, premio Nobel per l’economia e protagonista del noto film A beautiful mind.

Alcuni alunni si sono cimentati in sfide tra di loro alla lavagna ma in generale non è che l’interesse per questi giochi si sia rivelato entusiasmante. Invece ho trovato collaborazione e complicità, se così vogliamo chiamarla, nella creazione delle illustrazioni per qualche lavoro. In particolare, due anni or sono alcune alunne hanno eseguito bellissimi disegni (io attualmente insegno in un liceo artistico) per guarnire una mia favola, che ha come protagonista un piccolo ragno.

  • La gran mole di riferimenti geografici ed etnoantropologici che maneggi con disinvoltura nelle tue storie lascia supporre che tu abbia viaggiato un bel po’, e allora lo chiedo a te che sicuramente lo sai: quale paese al mondo è il paradiso della matematica, e perché?

La colpevole di avermi contagiato con la malattia dei viaggi è mia moglie. Dopo il matrimonio abbiamo fatto molte vacanze tanto che nostra figlia Sara, che ha 24 anni, è già stata in una trentina di stati esteri.

Non so se riuscirò mai a visitare quello che per me è il paradiso terrestre, cioè la Polinesia francese, ma posso provare a trovare i candidati per il paradiso della matematica. Oggi si stanno affacciando alla ribalta paesi come la Cina o l’India (gli orientali sembrano molto portati per le scienze della logica), ma sicuramente le nazioni con le più grandi tradizioni nel recente passato sono gli Stati Uniti, la Francia e la Russia. E proprio russo è il giovane matematico protagonista di otto delle mie storie: Ivan Melenovski. Ho fatto questa scelta non solo per la tradizione di questa nazione, ma anche perché sono un estimatore delle fiabe popolari russe, in particolare quelle di Afanasjev. Francese (di padre americano) è invece l’ispettore Clews, che di stanza a Cannes si sposta per le indagini ora a Ventimiglia, ora a Lisbona e anche, in una circostanza, a Parigi, dove fornisce un concreto aiuto nientemeno che al collega Maigret. Abita a New York, invece, Anelia De Bruyn, olandese di nascita, ricca di famiglia, che partecipa settimanalmente al quiz televisivo “Capre e cavoli” dove invariabilmente sbaraglia gli avversari con le sue ferree capacità logiche. Non penso che si possa parlare di un unico paradiso della matematica, così come non esiste il più grande musicista (o scrittore, o atleta) del mondo.

  • Parlaci dei tuoi interessi, dei tuoi hobbies, dei tuoi ritmi e riti quotidiani: da uno come te c’è sempre da imparare molto, anche e soprattutto nella vita pratica.

Il mio primo hobby, in gioventù, sono stati gli scacchi, ai quali ho dovuto rinunciare perché inevitabilmente, ogni volta che mi recavo in un’altra città per un torneo, ero tormentato dal mal di testa. Poi è venuto il tennis, che ho praticato sino al matrimonio (dopo le nozze molte cose cambiano…). Attualmente non ho un vero e proprio passatempo, se si esclude l’appuntamento quasi quotidiano con il Sudoku del “Corriere della sera”, anche se io preferisco il Kendoku. Un altro appuntamento quasi quotidiano è in giardino: con l’erba che nei mesi caldi non la smette di crescere! Mi piace tanto lo sport e adoro letteralmente l’atletica leggera. Non riesco a scrivere molto: in venti anni ho buttato giù circa 120 racconti, quindi in media sei all’anno. Da giovane ero un accanito lettore di saggi scientifici, dei gialli di Rex Stout e dei racconti di Asimov. I romanzi non sono in genere di mio gradimento, in quanto quasi tutti incentrati su storie vere o verosimili e sulla psicologia dei personaggi, laddove io amo invece viaggiare con l’immaginazione tra mille mondi e argomenti diversi. La lettrice in famiglia è mia moglie, patita in particolare di Grisham, Ken Follett e Camilleri, dei quali le regalo, ormai è consuetudine, le ultime creazioni. Non significa però che io legga pochissimo: durante l’estate mi sorbisco (con piacere, per carità!) i 230-250 racconti che annualmente partecipano alla sezione narrativa del premio “Guido Gozzano”, di cui faccio parte della Giuria dal 2013.

  • Una domanda ancora più personale, se ce lo consenti. Ti viene sempre naturale essere così spumeggiante, spiritoso e allegro, Pietro? O la tua verve è piuttosto un intelligente rifugio, un’astuta difesa dall’intollerabile irrazionalità della vita?

Mi viene assolutamente naturale fare associazioni di idee o di parole e cercare di essere spiritoso, ottimista nonostante tutto, di metterla sulla “leggerezza”. Un critico, recensendo un mio libro, ha affermato una volta: “l’autore gioca con la storia, con la mitologia, con la scienza, ma gioca soprattutto con le parole. Adora i calembours, indugia sugli equivoci, si trastulla con le paranomasie, scherza con i palindromi, si diletta con il plurilinguismo”. Penso abbia ragione. Inoltre il carattere delle mie storie è di tipo surreale ed esse si fondano spesso sul paradosso, non solo quello che è, o sembra, un indovinello logico, ma anche quello che nasce dall’arbitrio inventivo della fantasia, da presupposti in partenza arbitrari che solo il patto narrativo rende accettabili. Se il mio modo di concepire la scrittura sia poi anche una sorta di difesa nei confronti della cruda realtà, beh, questo non lo so ma è certamente possibile: forse la fantasia è una comoda carrozza che ci porta in cieli azzurri a guardare l’umanità dall’alto e ci trascina nel suo mondo dimostrandoci che ridendo e scherzando si possono combattere gli affanni della vita.

  • Per chiudere in bellezza, adesso vogliamo da te un pezzettino di futuro. Una previsione, un’illuminazione, una risoluzione quale che sia: a chi altri rivolgersi, se non a te? Frattanto, grazie del tempo che hai voluto dedicarci, del tuo delizioso saper stare al gioco, della tua grande simpatia!

Sto al gioco: volete una previsione? Ringraziate per il tempo? Bene: cercherò di fornire le mie… previsioni del tempo! (Anche se predire il futuro lascia sempre un po’ il tempo che trova, cioè se piove continua a piovere). Cerchiamo di predire dunque quando finirà il tempo. Richard Gott (un fisico che, tra l’altro, si è interessato ai viaggi nel tempo) si trovava a Berlino nel 1969 con un amico. Gott previde che il famoso muro non sarebbe durato più di 24 anni. Dopo vent’anni, nel 1989, i berlinesi abbatterono il muro. Egli era partito dall’ipotesi che quando si osserva un evento si può supporre di non trovarsi in nessun momento di osservazione privilegiato. In particolare, con il 50 per cento di probabilità, si può supporre di trovarsi nell’intervallo che va tra un quarto dagli inizi e un quarto dalla fine. Nel caso del muro si poteva immaginare a un estremo di essere a un quarto della sua durata: poiché era stato eretto otto anni prima, nel 1961, sarebbe durato ancora altri tre periodi uguali, cioè 24 anni. All’altro estremo di essere invece a tre quarti della durata, cioè che il muro sarebbe durato ancora due anni e otto mesi. Si poteva prevedere, con il 50 per cento di probabilità di azzeccarci, che il muro sarebbe caduto nel periodo compreso tra i prossimi due anni e otto mesi e 24 anni. Bene, a quanto pare il tempo è incominciato 13 miliardi e ottocento milioni di anni fa (anche se sono un fisico non mi convince tanto questo poter iniziare e finire del tempo, infatti ci sono altre ipotesi. Comunque…). Per varie ragioni è solo un gioco ma, se state al gioco seguendo il ragionamento di prima, il giorno del giudizio universale, con il 50 per cento di probabilità, cadrà in un intervallo futuro compreso tra 4 miliardi e 600 milioni di anni e 41 miliardi e 400 milioni di anni.

Ecco il pezzettino di futuro.

Sono io che ringrazio voi dell’intervista: le domande erano veramente simpatiche!

a cura di Carlo Crescitelli

Boxando sul grande ring del mondo: il tormentato Afghanistan di Gianluca Ellena

Yasir, adolescente di Herat, Afghanistan, intraprende con entusiasmo, nonostante le perplessità di suo padre medico, una fortunata carriera da pugile che lo porterà prima a Teheran, in Iran, e poi negli USA, a Boston. Ma con il passare del tempo torna a farsi sentire il richiamo delle sue radici… questa, in estrema sintesi, la trama de Il regalo del Nawruz di Gianluca Ellena (Youcanprint), romanzo segnalato di interesse tra quelli candidati al nostro da poco concluso concorso “Un libro in vetrina”. L’autore ha gentilmente acconsentito a soddisfare alcune nostre curiosità.

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Il regalo del Nawruz

di Gianluca Ellena

 

  • Gianluca, grazie della tua disponibilità e del tuo tempo. Incomincio subito con il mio fuoco di fila di domande: si tratta di una storia vera, o almeno vera in parte?

Carlo, grazie a te, come tante storie, anche questa raccoglie piccoli pezzi di esperienze, magari diverse nel tempo e nello spazio ma il filo conduttore, per certi aspetti è unico.

  • A leggerti, è evidente come tu conosca più che bene il mondo della boxe… secondo me l’hai praticata tu stesso: dico bene?

Sì, vero, l’ho praticata da ragazzo e oggi sono un arbitro della Federazione Pugilistica Italiana, attività che mi ha permesso di entrare in contatto con tanti giovani pugili alcuni dei quali vengono da paesi lontani e praticano per l’appunto il pugilato al livello agonistico.

  • Dalle tue pagine emerge anche come tu conosca in profondità anche il complesso pianeta Asia Centrale: i suoi tanti popoli, le loro vive culture, le loro concrete sensibilità. E infatti tu hai lavorato e forse anche vissuto in qualcuno di questi paesi, giusto?

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    Gianluca Ellena

Sì, ho trascorso diverso tempo nell’Afghanistan occidentale, ho avuto modo di conoscere tanta gente, una popolazione giovane animata da buona volontà e un senso dell’ospitalità e del rispetto a noi occidentali sconosciuto. Trovo che spesso si tenda a semplificare e a scivolare negli stereotipi quando si parla di paesi come l’Afghanistan o l’Iran, civiltà cariche di storia e cultura. Voglio svelarti un segreto: in quasi tutti i miei romanzi cito i versi di Omar Khayyam, il grande filosofo, matematico e poeta persiano famoso per le sue quartine.

  • Dei vari mood del tuo libro, mi sono rimaste specialmente impresse queste parole del giovane Yasir, quando lui ricorda: «Parlare del futuro rimarca insicurezza e mancanza di fede, diceva il mio insegnante di Religione». Che valore acquista questa affermazione, nel contesto della sua vita in piena evoluzione?

Il concetto del futuro in una società asiatica rurale è profondamente differente da come noi lo intendiamo: il fatalismo che io racconto nel mio romanzo è in realtà vicino al concetto di Provvidenza quindi un subire il volere di Dio in una maniera positiva, una accettazione convinta al pari della Fede stessa. Yasir è un ragazzo “pio” nel senso di devozione religiosa, senza quel fanatismo spesso superficialmente attribuito a certi popoli.

  • Ad un certo punto della vicenda – ora non posso rivelare altro per non toglierne il pieno gusto ai lettori – la filosofia della boxe diventa per Yasir un metro di valutazione di altri contesti, altre scelte, altre quotidiane conflittualità. Queste digressioni sul valore educativo dello sport agonistico, e di quel particolarissimo sport per giunta, le ho trovate molto belle. Ci diresti qualcosa di più al riguardo?

La boxe è uno sport costruito attorno a delle regole molto rigorose. Da arbitro posso dirti che chi pratica questo sport con coscienza e passione rispetta prima di tutto l’avversario. È uno sport nato per far confrontare due atleti su un piano cavalleresco, le scorrettezze vengono sanzionate fino ad arrivare alla squalifica. Lo stesso ruolo dell’arbitro è molto importante in quanto il suo operato e strettamente connesso alla salvaguardia dell’integrità fisica dei pugili. Per esperienza diretta posso dirti, senza essere esageratamente di parte, che c’è più correttezza e rispetto nel pugilato che in altri sport molto più visibili e seguiti.

  • Perché proprio questa storia andava secondo te raccontata? Cosa potrebbe suggerire o rappresentare, da un punto di vista più universale?

Questa storia rappresenta la genesi del giovane Yasir, ne ricostruisce la formazione e il suo passato con le sue esperienze in Iran e negli Stati Uniti. È in un certo senso il punto di partenza delle altre storie che seguiranno. In effetti esiste anche un seguito che però è un puro romanzo giallo che invece di ambientarsi in nord Europa come va tanto di moda in questo periodo, si svolge nella affollata e multietnica Kabul e le indagini sono condotte dalla polizia e dalla magistratura afghana.

  • Esiste anche una versione inglese del tuo romanzo, vero?

Certo, tradotta da Rosemary Dawn Allison. La sensazione di leggersi in un’altra lingua è davvero incredibile, Rosemary è stata scrupolosa al punto da recarsi di persona in una palestra di pugilato per essere sicura di aver reso nella maniera corretta alcune espressioni tecniche.

  • Da dove la scelta di autopubblicare, per la versione italiana nello specifico? Non hai trovato la casa editrice giusta, o non ne hai cercate affatto?

Ti ringrazio per questa domanda alla quale voglio rispondere nella corretta maniera e con il giusto tono. Sono arrivato al settimo romanzo dopo due pessime esperienze con altrettante Case Editrici. In alcuni casi mi sono trovato di fronte a mancate risposte da parte di Case Editrici a cui avevo inviato i miei scritti o a richieste di denaro. Inutile parlare di agenzie editoriali, nella maggior parte dei casi sono stati richiesti contributi solo per leggere il manoscritto. Sono arrivato alla conclusione che l’auto pubblicazione rappresenti un modo per svincolarsi da una serie di dinamiche che a mio parere ostacolano la voglia di scrivere. Sono consapevole che si tratta di un percorso tortuoso, i romanzi auto pubblicati spesso sono esclusi dai concorsi editoriali e questo è un aspetto con cui bisogna fare i conti. Spero di trovare qualcuno che mi possa fare cambiare idea.

  • Sappiamo che nel tuo futuro di autore c’è una prossima serie di titoli che parleranno delle indagini di un commissario afghano. A questo punto siamo veramente curiosi: in bocca al lupo, anticipaci almeno un primo appuntamento!

Il naturale seguito del Regalo del Nawruz è Neve sporca a Kabul, pubblicato circa tre anni fa, un vero e proprio giallo in salsa afghana dove c’è un omicidio con relative indagini e in ultimazione c’è Yasir e il ritorno dei Talebani, il terzo episodio della serie, molto attuale in quanto legato al processo di pacificazione tra il Governo Afghano e i Talebani il cui complesso ruolo, nella storia, di sicuro sorprenderà i lettori.

a cura di Carlo Crescitelli