Incenso, Parola, preghiera ed opere del cristiano di oggi. La dialettica Chiesa/società nel pensiero di Silvio Barbata

L’interessante testo Un simbolo “in-vita”. L’incenso di Silvio Barbata, edizioni Jouvence 2018 – candidato, per la sezione saggistica, al nostro premio “Un libro in vetrina” della scorsa primavera – ci è parso spesso voler oltrepassare i propri stessi intenti di divulgazione teologica per affrontare e sviscerare anche, volentieri e appassionatamente, tematiche e problematiche di controversa attualità sociale. Il suo autore ha gentilmente acconsentito ad illustrarci questa apparente doppia finalizzazione del suo lavoro, e a parlarci della sua personale idea di universo della cristianità. Qui gli esiti della nostra conversazione al riguardo.

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  • Silvio, grazie di questa tua bella disponibilità ad introdurre i nostri lettori ad argomenti così complessi e importanti. E incominciamo subito: anzitutto, perché questo titolo? Nel tuo libro si parla di simbologia delle Sacre Scritture, di esegesi di riti liturgici, di vita quotidiana, di dibattito sociopolitico, di cos’altro?

L’intuizione fondamentale, che mi ha condotto durante tutto il lavoro di scrittura del libro, ha messo in luce la necessità di ricomprendere il concetto di simbolo (il termine spesso viene usato in modo improprio e riduttivo deprivandolo del suo contenuto semantico che è tra i più complessi, estesi e profondi) in quanto tutta la realtà è simbolica e l’uomo è un essere simbolico, – è interessante citare Karl Gustav Jung che ha molto esplorato il valore del simbolo – l’unico essere dotato di coscienza riflessa e dunque chiamato a interpretare simbolicamente la realtà. Egli stesso è la coscienza del mondo, la natura non ha alcuna consapevolezza di sé stessa: questo ci dovrebbe far riflettere molto sul concetto di reale e sulla responsabilità dell’uomo rispetto alla vita. Anche il libro, dunque, l’ho concepito come una composizione simbolica e questo credo possa essere una caratteristica di originalità nel panorama letterario. L’intento consiste nell’offrire al lettore occasioni di meditazione attraverso il metodo induttivo che sprona a esercitare la logica inferenziale e trovare i punti di connessione e “interazione” in tutto ciò che facciamo. La fisica quantistica sta scoprendo questa dimensione unitaria e di corrispondenza pur nell’infinita distinzione dei vari elementi! Ho pensato all’incenso che è molto usato nella liturgia di rito bizantino-greco e per la sua valenza olistica; la dicitura virgolettata “in-vita” contiene un triplice significato: se letta come verbo (unica parola) indica che “chiama/accoglie”, se letta distinguendo la preposizione “in” e il sostantivo “vita” indica sia che il simbolo è “vivo/vivente” sia che “è nella vita/gli appartiene”. Credo che oggi la deriva più triste e pericolosa che stiamo subendo è quella della separazione, dell’isolamento individualistico e meccanicistico che appare dia-bolico (come prima istanza uso il termine in senso letterale) cioè si oppone a simbolico. Nulla è escluso all’attenzione del cristiano e ciò è radicalmente biblico; la presenza del cristiano nel mondo si rivela in forza dello spirito profetico. Il testo, a un approccio superficiale, può apparire eterogeneo invece corrisponde coerentemente con l’intento per il quale è stato composto; si può leggere, infatti, anche in modo non sequenziale e che sia corredato di immagini rafforza, appunto, la consistenza simbolica perché anche le immagini vanno “lette”. Per tali motivi consiglio di leggere con particolare attenzione sia la mia premessa sia la presentazione del sacerdote (papàs) Nicolò Cuccia.

  • Dal punto di vista più strettamente teologico/filologico, mi ha molto colpito la tua espressione del concetto di “metànoia” come superamento della condizione di “cattività” dell’uomo. Dicci di più.

Nella tradizione patristica della Chiesa Cristiana Orientale Ortodossa, il concetto di “metànoia” è di fondamentale importanza. Il termine viene dal greco: “meta” (preposizione indicante cambiamento/trasformazione) e “noùs” (mente/intelletto), rimanda all’ascesi e alla mistica. Indica il radicale cambiamento della mentalità intesa però come sintesi – non, dunque, in senso ideologico – di una trasformazione ontologica. In altre parole è il risultato, il frutto della vera conversione (cambiare l’indirizzo, la direzione). La vera conversione, infatti, nella prospettiva evangelica, non consiste nell’adesione a una morale normativa o a un convincimento intellettualistico autoreferenziale che valuta come “validi e buoni” gli insegnamenti cristiani facendone spesso una elaborazione socio-ideologica, vedi il fenomeno ad es. dei catto-comunisti; la vera conversione, ancora, non va confusa con l’accoglienza emotiva e psicologica del cristianesimo, i cui contenuti sono percepiti in modo superficiale e approssimativo dalla persona che vive una tale condizione. Purtroppo oggi la chiesa latina/romana sta attraversando una crisi che è soprattutto catechetica, lo si constata analizzando il fenomeno, a partire soprattutto dal Concilio Vaticano II, della nascita e diffusione di svariati movimenti e gruppi ecclesiali che assumono spesso le caratteristiche sopra descritte, rispetto, ovviamente, alle persone che li compongono. Si osserva, infatti, una sconnessione, appunto simbolica, tra queste “comunità” che si qualificano per meccanismi di identificazione per cui gli individui assorbono una sorta di “forma mentis” comune ma specifica secondo lo “stile” o la “spiritualità” o il “metodo” o gli schemi interni propri e caratteristici dei vari movimenti o gruppi. Il risultato è una contraddittoria frammentazione all’interno della Chiesa cattolica dove tutte queste “realtà” che potrei specificamente nominare ma mi astengo, appaiono quasi in “concorrenza antagonistica” tra di loro. «Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri». (Gv. 13, 34-35). Ecco che la tradizione orientale cristiana propone il recupero del significato profondo contenuto nell’idea di “metànoia” come sempre attuale e necessario affinché i cristiani possano riconoscersi come tali e convergere nella diffusione del Regno di Dio, pur mantenendo le proprie specifiche identità (diverso da identificazione) e diversi percorsi ma con la consapevolezza che essi sono relativi e non “recinti costringenti” come se il “mezzo” fosse il “fine” e questo solo un pretesto a quello. Quando ciò si verifica significa che non è avvenuta la “metànoia” e si potrebbe parlare di una forma di perversione mentale, per quanto in genere non consapevole e dunque non colpevole, la quale rivela una diffusa ignoranza dogmatica. L’episcopato italiano dovrebbe porsi seriamente questa problematica relativa alla ricomposizione simbolica delle “particolarità” ecclesiali che presentano complessi aspetti teologici, pastorali, morali, psicologici, sociologici.

  • Nel corso delle tue argomentazioni più contigenti, invece, tu inquadri risolutamente alcuni fra gli schemi e le prassi della società contemporanea (scuola e riforma scolastica, organizzazione e scelte del lavoro e del tempo libero, business dello sport etc) come impianti da combattere e capovolgere. Il tutto anche alla luce di alcuni chiarimenti che fornisci circa il senso e le vere finalità della regola benedettina. E allora ti chiedo: ma esiste una società ideale del cristiano? Com’è o dovrebbe essere?

In verità non si potrebbe parlare di una società cristiana “ideale”; il rapporto tra cristianesimo e mondo è sempre sul binario di una tensione escatologica. Nella prospettiva della fede il cristiano è vocato ad esercitare il triplice munus battesimale: profetico, regale, sacerdotale. Ciò significa essere impensabile una comunità cristiana “adattata” al mondo. È fondamentale, in questa prospettiva, distinguere tra mondo in quanto creato e mentalità mondana. La comunità cristiana che testimonia l’Evangelo al mondo, la salvezza portata da Gesù Cristo morto e risorto, non può che essere in opposizione alla forma mentis mondana “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15, 19). Il cristiano non è prigioniero di chronos e della storia come nel pensiero di Hegel. Il cristiano vive nel kairòs: il tempo di Dio, è dunque già nella “pienezza del tempo”; la “pienezza del tempo”, infatti, è data dall’Incarnazione del Verbo, “o Logos sarx eghéneto” perché la Parola creatrice si è fatta carne. Da questa base kerigmatica il cristiano si impegna per costruire una società più giusta che è tale se corrisponde all’annuncio del Regno di Dio. Il momento storico che stiamo attraversando è caratterizzato da forte decadenza ed è dominato dalla forma merce, in tutti gli ambiti il profitto sembra l’unico obiettivo da perseguire. L’opera di san Benedetto in tutto il medioevo ha testimoniato e realizzato l’essenza dell’essere umano che è liturgica, l’uomo è liturgicamente aperto alla trascendenza, pur vivendo nell’immanenza e contingenza storica, attraverso il lavoro pienamente umanizzato; ecco il senso del motto benedettino: “ora et labora”. Sono convinto che se vogliamo uscire dalla tremenda crisi che ci attanaglia la chiesa dovrebbe riconsiderare attentamente il tema del lavoro alla luce della tradizione benedettina e cercare vie per attualizzare quell’esperienza.

  • Tra i tuoi numerosi ed eclettici riferimenti, citi più volte i classici della letteratura russa: perché proprio quelli? Benedetto Croce, invece, lo nomini come modello da cui divergere: come mai?

La grande tradizione spirituale russa è sempre stata incentrata attorno alla Divina Liturgia e al culto delle iconi. Essa possiamo dire che è arrivata fino a noi pura attraversano i secoli e tutte le vicende storiche spesso tragiche che hanno segnato la storia; pensiamo fino a tempi recenti alla rivoluzione d’ottobre (1917) con il diffondersi nel mondo del bolscevismo sovietico. In quegli anni la Chiesa Ortodossa russa rimase come in uno stato letargico ma i sacerdoti continuavano a celebrare se pur di nascosto la Divina Liturgia. Ciò che caratterizza la teologia della chiesa ortodossa è la mistagogia che ha impregnato la sensibilità dell’anima russa e la sua cultura. Questa particolare attitudine si è espressa nei grandi autori del XIX sec, cito Gogol, Dostoevsky, Tolstoj che, pur differenziandosi per sfumature diverse nel rapporto con la chiesa ortodossa e con il mondo, sono accomunati dalla fede in Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo e dalla interpretazione simbolica dell’esistenza, infatti, al centro della loro attenzione narrativa c’è sempre la persona e ogni dettaglio può essere lo spunto per una elaborazione induttiva significativa e valoriale. Solo la singola persona è concreta, con la sua esistenza e le vicissitudini che l’attraversano; nelle pieghe anche le più drammatiche o tragiche della vita si fa presente misteriosamente l’amore di Cristo. Essi sono lontani da ogni razionalismo e idealismo che in occidente ha condizionato pesantemente la cultura sia attraverso la scolastica con San Tommaso D’Aquino poi con la filosofia di Cartesio e l’illuminismo; il “cogito ergo sum” cartesiano è il punto di partenza di questa astrazione esistenziale invece cristianamente si dovrebbe affermare “sono, dunque penso”. Nella storia non ci sono “pure casualità”, i totalitarismi del XX sec. hanno come radice il razionalismo e l’idealismo. Benedetto Croce ha, per usare un’immagine, apparato una trappola ben congegnata al cattolicesimo, soprattutto italiano, quella dell’adulazione tramite la cultura, il “non possiamo non dirci cristiani” ha “culturalizzato” il cristianesimo riducendolo appunto al suo pensiero, all’idealismo a un’espressione storico-artistica e all’etica della forma, in sostanza con il risultato di renderlo sterile e inerte. Nel mio libro per rendere più percepibile questo sottile inganno ho fatto riferimento alla fiaba di Biancaneve e i sette nani dove la strega offre a Biancaneve la mela avvelenata che alla vista sembra succosa e desiderabile. Gli ultimi papi hanno più volte citato Benedetto Croce in modo compiaciuto richiamando il suo: “non possiamo non dirci cristiani” mostrando così una superficialità teologica rispetto alla trascendenza e una sensibilità più incline a una visione immanentistica. Il risultato attuale di questo processo vede un cattolicesimo che esprime o un idealismo istintivo ritualistico e devozionistico o un ideologismo sociologico con connotazioni demagogiche.

  • Descrivi come non corretta la fruizione isolata ed esclusiva dell’atto e del momento liturgico vissuti come una sorta di rappresentazione drammatica del percorso personale ed intimo di conversione: si tratta di aspetti, di atteggiamenti da limitare a tuo avviso?

Sono atteggiamenti, più che altro, da rieducare. C’è bisogno di una rinnovata consapevolezza che deve avere i crismi della meditazione e contemplazione di fronte all’ascolto della Parola di Dio. La crisi che la Chiesa cattolica sta attraversando può dirsi una crisi della liturgia. La liturgia comprende la celebrazione dell’Eucaristia e delle Ore. La causa principale è da ricercare nella deriva intimistica e individualistica che coinvolge la maggioranza dei fedeli praticanti. In altri termini la Chiesa cattolica, sotto l’aspetto pastorale, non riesce a recuperare la distanza tra la prassi cultuale, spesso motivata nel popolo da una prevalente sensibilità precettistica, e l’esistenza personale intesa nella sua totalità. Molti sono stati indotti a percepire la salvezza in modo intimistico e moralistico, il risultato dell’osservanza formale delle norme; una specie di “fariseismo” cristiano. La salvezza invece è ricreazione ontologica per opera dello Spirito Santo che trasforma tutta la realtà; è questa coscienza che va riagganciata alla responsabilità e libertà personale in seno alla comunità, rapportandosi profeticamente con il mondo e la società.

  • La famiglia, oggi, può essere ancora un valore assoluto per il cristiano? Se sì, entro quali limiti, a quali condizioni?

Il tema è tra i più difficili e complessi. Penso che non si possa dire, nella prospettiva di fede, che la famiglia sia un valore “assoluto”, il Regno di Dio, sì, è un valore assoluto. È importante, in prima istanza, chiarire sotto l’aspetto etico cosa indichi il termine “famiglia”; esso non rappresenta un “valore morale” ma un “valore non morale” analogamente al “lavoro”, alla “cultura”, alla “salute”, ecc. Questo richiamo alla verità, prima di tutto logica, è di fondamentale importanza per capire meglio gli aspetti etico/sociali correlati alla famiglia. Soprattutto negli ultimi trent’anni la Chiesa cattolica, a mio avviso, ha commesso un errore di prospettiva pensando di contrastare la crisi della famiglia tradizionale accentuando all’estremo un’enfasi quasi ideologica sulla famiglia inculcando, nell’immaginario collettivo, l’illusione che essa abbia un’intrinseca autonomia morale derivante ipso facto dalla “forma ecclesiastica” tramite il matrimonio sacramentale; invece non è così! “Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti». Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre»” (Mt 12, 46-50). Questo errore di valutazione ha avuto un effetto iatrogeno pesante isolando di fatto la famiglia e rendendola vulnerabile all’attacco dello Stato laicista. Lo Stato, infatti, a sua volta non può pretendere di sostituirsi alla famiglia, essa rimane il luogo primario dell’educazione. Lo Stato non è un ente metafisico sacrale per il quale la “legalità” corrisponde sempre alla giustezza né si può pensare a uno Stato etico per cui  ciò che prescrive la norma, in quanto tale, è sempre buono: purtroppo è questa la china pericolosissima in cui ultimamente stiamo vertiginosamente scivolando. Questa distorsione etico/sociologica ha portato agli aberranti episodi che di recente hanno visto strappare bambini con la forza alle famiglie solo sulla base di una relazione da parte degli assistenti sociali. La Chiesa non ha preso posizione di fronte a questi episodi dolorosissimi come se non sapesse cosa dire, appiattendosi alla forza bruta della prassi legalistica normativa del sistema statalistico e distratta, in modo quasi psicotico, dall’esclusivo interesse per il fenomeno dei cosiddetti migranti ma in realtà sistematico e organizzato commercio schiavista. La famiglia invece va sostenuta e i figli mai devono essere tolti ad essa tranne in quei casi di palese violenza fisica o psicologica. In tutti gli altri casi di disagio per ragioni economiche o ambientali lo Stato deve intervenire per sostenere direttamente la famiglia; il paradosso amministrativo è che si danno 100 € al giorno alle case famiglia per ogni minore (rappresentano una vera e propria lobby) quando dandone 30 alla famiglia si risolverebbero la maggior parte delle situazioni critiche. Un discorso analogo va fatto per le Case di Riposo – in sostanza “case di premorte” – dove l’anziano è lasciato come uno scarto sociale a consumare soltanto il residuo della propria vita biologica. Tali processi di disgregazione valoriale della famiglia sono il segno della decadenza e della disumanizzazione sociale che stiamo subendo.

  • Come vedi oggi il dibattito interno alla Chiesa cattolica? Orientato ad una unità e comunione di intenti, o viceversa teso a valorizzare e promuovere le singole varietà di vocazioni? La chiesa di Roma oggi è, o tornerà ad essere ecumenica? Tu come troveresti più giusto che fosse?

Io vedo oggi una chiesa molto frammentata al suo interno con le conferenze episcopali che non riescono a darsi una linea comune sulla base di un ritorno alla parola viva del Vangelo, al messaggio di speranza e di salvezza che da esso scaturisce e quindi con ricadute convergenti a livello delle chiese locali e di un “idem sentire et velle” del popolo di Dio. In effetti si nota una continuità d’impegno a sostenere una stantia visione per categorie vocazionali che rafforza un’impostazione moralistica e autoreferenziale, opportunistica rispetto alla “chiesa apparato”. La chiesa di Roma deve essere autenticamente ecumenica se vuole frenare la crisi in atto. Soprattutto il dialogo con la Chiesa Ortodossa è di capitale importanza per la comprensione di varie problematiche che vanno da come intendere il primato petrino, all’antropologia biblica, al rapporto uomo/cosmo, alla soteriologia, alla morale familiare, al senso del peccato, all’ascesi, alla vita sacramentale.

  • Grazie del tuo tempo e delle tue parole, Silvio. E adesso, salutiamoci con un precetto. “Si possiede ciò che si dona”. L’hai scritto tu, spiegaci.

È proprio così: si possiede veramente solo ciò che si dona. Perché è nella libertà della gratuità che noi possediamo le cose senza esserne condizionati; fuori da questo atteggiamento fondamentale rischiamo di essere “posseduti” dalle cose. La disposizione al dono apre a una comunità cristiana che è sempre solidaristica, comunità di fede animata da una gratuità libera e felice non ingabbiabile in nessuna norma e sostenuta dal respiro della vita. Una comunità così caratterizzata diventa profezia verso l’impero della tecnologia, della scienza, del commercio illimitato che è assoluto perché non lascia vivere le culture diverse da sé e pretende di spazzar via ogni opposizione identitaria. Solo attraverso la reciprocità del dono si realizza e si rende tangibile la trasformazione del mondo in adesione allo spirito di Gesù Cristo e all’essenza dell’uomo.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

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Viaggio ne “Il cuore della Terra”. La Birmania attraverso gli occhi di un bambino

Il cuore della Terra/The heart of the earth, testo bilingue italiano/inglese, Edizioni POETICA DEL TERRITORIO/POÉTIQUE DU TERRITOIRE Saint-Vincent (AO), si è imposta come opera di particolare interesse al nostro concorso “Un libro in Vetrina”. Ne parliamo, in formula intervista doppia, con l’autrice Nadia CERCHI e l’illustratrice Daria COVOLO.

 

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  • Nadia e Daria, grazie di aver accettato di incontrare noi di “Riscontri”. La storia che avete raccontato si svolge in Birmania, durante e dopo il ciclone Nargis che la sconvolse il 5 maggio del 2008. Voi ci siete state, in Birmania?

Nadia – Ciao Carlo, grazie a voi di questa bella opportunità per far ribattere “Il cuore della terra”.

Il 5 maggio 2008 quando sui giornali e in TV rimbalzò la notizia del passaggio del ciclone “Nargis” in Birmania, la notizia mi colpì profondamente. Ad ogni cosa si tende a dare un nome, forse per renderlo più familiare, ma come si fa a chiamare un tifone con il nome di un fiore Nargis, Narciso? A conti fatti, dopo il suo passaggio, 28.000 persone mancavano all’appello e 3 milioni non avevano più una casa in cui tornare. «In Birmania c’è stata l’Apocalisse» citava un giornale. Eppure “Narciso” è stato solo uno dei tanti cicloni che ogni anno, ora qua ora là, semina morte e distruzione in paesi spesso già provati dalla povertà. In genere di questi paesi noi non sappiamo quasi nulla, solo qualche notizia che ci giunge da lontano. Per rispondere alla tua domanda io non sono mai stata nel Myanmar, ho iniziato però da subito a cercare notizie sul quel paese e su quel popolo e la Birmania è divenuta per me l’emblema di tutti quei paesi e di tutti quei popoli che, nel corso degli anni, sono stati provati da calamità naturali.

Nadia Cerchi
Nadia Cerchi

Daria – Finora, anche per me, è stato solo un viaggio immaginario nel Myanmar, ma la mia intenzione è quella di visitarlo appena possibile insieme a mio figlio, un probabile viaggio di formazione per entrambi.

  • Nello specifico, com’è nata l’idea di scrivere Il cuore della Terra?

Nadia – Scrivere Il cuore della Terra è stato un modo per sentirmi più vicino a quella popolazione, non volevo che il tempo mi portasse a dimenticare ciò che era successo. Diciamo che l’onda “fisica” ha generato in me un’onda emotiva che, come spesso mi accade, si è trasformata in parole. Il cuore della Terra è la storia di Nyan, del suo passaggio dall’essere bambino al diventare uomo, attraverso i riti di iniziazione e le tradizioni del suo popolo. Nel vivere il suo quotidiano, egli ci porta a contatto con la cultura e le abitudini birmane. Poi il punto di vista cambia a causa di un evento naturale inaspettato e diviene quello di un seme lanciato nella terra. Così come è avvenuto per i 28.000 semi del racconto, che hanno atteso pazientemente il risveglio della terra, questa storia per qualche anno, è rimasta sopita in un cassetto.

  • Come ha preso forma nel tempo la collaborazione tra voi? Da un punto di vista tecnico, le illustrazioni sono scaturite a partire da un testo già definito, o viceversa è stato il lavoro figurativo ad orientare ed influenzare la stesura del testo?

Nadia – Questo “risveglio” è avvenuto sei anni dopo, in occasione di un week end in Valle d’Aosta. Qui ho avuto occasione di veder esposte, in una biblioteca locale, alcune opere che mi hanno subito colpito per la forza evocativa del loro astrattismo. Ho chiesto di conoscere l’autrice che guarda caso era anche la bibliotecaria: Daria! Le ho così proposto la lettura del testo…

Daria Covolo
Daria Covolo

Daria – Mi sono subito sentita attratta dal testo di Nadia. In poche semplici frasi descriveva con precisione e tenerezza un mondo lontano, sconosciuto, nel pieno della gioia ma anche poi nella tragedia. Nel suo racconto ho trovato un’eco della mia rappresentazione del mondo. Le opere che Nadia aveva visto esposte appartenevano ad una serie di disegni a tempera, con colori vividi e separati tra loro da netti contrasti, quasi fossero dei puzzles in cui ogni tessera è di un colore solo, ispirati a immagini di visi esotici e di terre lontane. E proprio a partire da uno di questi disegni (quello che raffigura la nonna) ho creato tutti gli altri seguendo la storia di Nyan, al quale mi sono subito affezionata.

  • Il libro si rivolge sia ai ragazzi – come il piccolo Nyan e la bimba senza nome dolcissimi protagonisti involontari della storia – che agli adulti: che tipo di ragazzi e di adulti vorresti lo leggessero?

Nadia – Non ti ho ancora detto che sono un’insegnante di scuola primaria e che da una decina di anni scrivo e pubblico fiabe per bambini con un’altra casa editrice. Questo è stato per me un libro “fuori dal coro”. Completamente diverso per genere e contenuto da tutti gli altri. Quando esce un mio libro in primis non mi chiedo “Chi lo leggerà?” ma “A chi potrei leggerlo?”. Infatti mi piace far passare attraverso la mia voce narrante, quasi sempre accompagnata da musiche di sottofondo, le emozioni che io stessa ho provato nello scrivere. Così propongo i miei libri nelle scuole o nelle librerie. Con Daria c’è stato un ulteriore passaggio: le illustrazioni. Daria ha dipinto dei veri e propri quadri che hanno fatto da cornice alla narrazione in due importanti eventi, uno da lei in Valle d’Aosta a La Magdeleine e uno da me in Lombardia a Pavia. Qui il pubblico era di adulti che hanno apprezzato il nostro lavoro per la sua peculiarità.  Chi vorrei che lo leggesse? Chiunque abbia voglia di emozionarsi, immedesimarsi, mettersi in gioco utilizzando le pagine proposte alla fine, indipendentemente dall’età.

Daria – Va bene per tutti! Questo libro è peculiare perché suggerisce notizie su un paese lontano, ci presenta con empatia il protagonista, racconta un dramma e una rinascita; le 12 tavole accompagnano il viaggio letterario che diventa ancora più profittevole se letto in inglese con i piccoli scolari alle prese con lo studio di questa lingua che, peraltro, viene insegnata nel Myanmar come lingua secondaria. E le ultime tavole, da colorare, sono un invito al divertimento o alla meditazione, a seconda dell’età di chi lo legge.

  • Il libro è uscito nel 2015 e fa parte di un progetto più ampio di comunicazione volto allo sviluppo territoriale nazionale ed internazionale, per questo è stata fatta la scelta di un testo bilingue?

DariaIl cuore della Terra ha entusiasmato anche i nostri editori, l’Associazione Poetica del Territorio di Saint-Vincent (AO), che hanno voluto aggiungere al testo e alle immagini una presentazione del libro accattivante, con una finitura robusta e sofisticata ed hanno dato il via ad una collana “Serendippo” che ad oggi conta 4 volumi. L’Associazione Poetica del Territorio, fondata nel 2010 da Maria Vassallo, Enrico Formica e dal senatore Cesare Dujany che ha ricoperto la carica di presidente fino al 2019, promuove la conoscenza del territorio valdostano nelle sue valenze ambientali, sociali e storiche ma ha uno sguardo aperto verso i territori più ampi del mondo; è nato così The Heart of the Earth.

Il seme sotto la terra
Il seme sotto la terra

Il testo è bilingue italiano/inglese poiché all’inizio della mia carriera ho vissuto dieci anni a New York dove studiavo e lavoravo, quindi mi è venuto spontaneo pensarlo anche in lingua inglese. Il testo bilingue avrebbe poi potuto dare al libro un respiro internazionale anche attraverso la vendita su internet; sappiamo ad esempio che il volume si trova in vendita anche in una libreria danese.

  • E voi? Vi sentite cambiate, oggi, dal viaggio, da questo racconto per parole e immagini, da questa complessiva esperienza? Cosa sperate ancora per “The Heart of the Earth”?

Nadia – Hai ragione Carlo nel definire un racconto “un viaggio”. Non sempre quando si parte si sa esattamente dove si arriverà e da dove si passerà. Un viaggio è fatto inoltre di incontri e relazioni. E così è stato per Il cuore della Terra che ha preso strade impensate e trovato amici inaspettati. Non so verso dove “Il cuore” stia andando, non è un libro molto pubblicizzato e per “trovarlo” bisogna “cercarlo”.  Io posso dirti che durante la “prigionia da Covid” che ho dovuto sperimentare in forma ancor più coatta avendo contratto il virus, un pensiero ricorrente che mi ha sostenuto è stata l’immagine del seme sotto la terra che riposava acquistando forza per un nuovo slancio verso l’alto. Così è stato per me e così mi piacerebbe fosse anche per questo libro. Intanto, grazie a voi, dopo qualche tempo di silenzio è ritornato… in vetrina!

Daria – Quello che ci è stato restituito dai bambini, dal loro interesse per la storia e dalla loro fantasia con i disegni, è stato per me un grande arricchimento e una crescita. Negli anni seguenti alla pubblicazione del libro, abbiamo proposto dei laboratori nelle scuole primarie della mia regione, la Valle d’Aosta, per ascoltare la storia, vedere immagini vere del Myanmar e capire dove si trova, sperimentare con i colori, esercitarsi con la lingua inglese. Come ogni volta che entro in contatto con lo slancio dei bambini, ho acquisito ricchezze insospettate, entusiasmo, risorse e una crescita personale. Mi farebbe piacere che Il cuore della Terra continuasse a battere!                  

intervista a cura di Carlo Crescitelli

Un grande imprevisto chiamato vita. Dialogo con Alessandro Azzalin

Conosciamo Alessandro Azzalin, autore di Vite sprecate (Pezzini editore), raccolta di racconti brevi che ha concorso al nostro premio “Un libro in vetrina”.

 

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Vite sprecate

di Alessandro Azzalin

 

  • Alessandro, i miei complimenti anzitutto: devo infatti confessarti che, tra i molti iscritti al concorso, il tuo lavoro era decisamente tra quelli più singolari e meglio caratterizzati. E allora proprio questo volevo chiederti: considerata l’alta unità e coerenza tematica che lo contraddistingue, com’è nato il progetto Vite sprecate? Da una serie di spunti isolati e sparsi, poi riuniti in seguito, o da una originale, precedente, comune ispirazione?

Vite sprecate è un pezzettino della storia della mia vita, un paio di anni più o meno.

Duemiladiciassette-duemiladiciannove. In fuga da un mostro più grande di me, all’inizio del duemiladiciassette mi sono trasferito a Torino, dove ho trovato subito lavoro in un’officina elettrica (rappresentata nel libro come una macelleria industriale). È in quel periodo che ho iniziato a scrivere, ma senza uno scopo. Scrivevo perché sentivo che era quello che mi andava di fare, se avessi sentito il bisogno di dipingere, avrei dipinto. E scrivevo quello che mi capitava. Ogni tanto mi succedeva qualcosa, ogni tanto no, allora iniziavo un nuovo racconto.

Vite sprecate è il riscontro di un biennio un po’ incasinato. E, come tutto quello che la vita ci riserva è un grande imprevisto, anche la stampa dei miei lavori è stata una sorpresa. Ad agosto duemiladiciannove uno dei miei racconti viene classificato al primo posto in un concorso, il cui premio prevedeva appunto la pubblicazione. Così mi sono messo al lavoro e, in sei mesi circa, è uscito il mio primo e, fino ad ora, unico libro.

  • Un po’ come gli spiazzanti protagonisti delle tue storie, tu sei tuttora ai miei occhi una sorta di oggetto misterioso. Tutto quello infatti che posso sapere o immaginare di te, dal pochissimo che ci hai scritto, è che sei molto giovane, fai un lavoro che c’entra poco o nulla con la letteratura, hai vissuto alcuni anni fuori ma non ci hai detto dove e perché, insomma ti sei fino ad oggi a noi presentato come una specie di cinico outsider senza storia né passato; eppure, sei stato capace di dare alle stampe un volume di notevole maturità, per essere l’opera prima di un autore meno che trentenne. Siamo curiosi, facci capire.

Credo di non avere una risposta. O comunque di non avercene una capace di spiegare direttamente come io sia riuscito a scrivere un libro, a prescindere da come sia venuto.

Alessandro Azzalin
Alessandro Azzalin

Quello che posso dire è che nei posti in cui ho lavorato l’infortunio è all’ordine del giorno, posso dirvi che ho lavorato per anni nei giorni di festa: Natale, Pasqua e ultimo dell’anno. Ho lavorato dall’altra parte del mondo. Ho lavorato a trenta gradi sotto zero e a cinquanta sopra. Ho lavorato su robot, forni fusori, impianti radioattivi, esplosivi e puzzolenti come non potreste mai immaginare.

Ho fatto il liceo artistico, questo sì. Poi mi hanno bocciato al terzo anno e sono andato a fare una scuola professionale da elettricista. Così ho cominciato a farmi le ossa nelle fabbriche della nostra città come impiantista industriale; poi ho fatto il manutentore. Dopo ho cominciato ad andare in trasferta, per poi trasferirmi del tutto per qualche anno. Non continuo perché ho cambiato così tanti lavori che qualcuno non me lo ricordo neanche più.

Adesso lavoro per un’azienda del Verbano, dove si costruiscono robot. Sì, robot! Non ci credevo neanche io quando sono entrato per la prima volta. Spediscono i loro macchinari in tutto il mondo e, insieme ai macchinari, spediscono anche noi. Quindi ogni tanto svolazzo qua e là, imparando e vivendo nuove città e nuovi posti.

La vita è la mia scuola. Quello che scrivo arriva da lì.

  • Parliamo della tua formazione di lettore, dei tuoi riferimenti autoriali: in Vite sprecate io ci ho visto un bel po’ di Philip K. Dick (nelle tue varie e compiaciute boutades fantascientifiche), ma soprattutto certa scuola novellistica della seconda metà del secolo scorso (Dino Buzzati, Tommaso Landolfi) e umoristica contemporanea (Stefano Benni). È così, ho ragione? Conosci le pagine di questi signori, ti sei a loro più o meno volontariamente ispirato? O avevi in mente altri modelli?

Consapevole di non fare una grande figura da letterato, ti confesserò che, oltre ad aver usato termini ed espressioni che non conosco (boutades, scuola novellistica), purtroppo non conosco nessuno degli autori citati, a parte Benni, con Bar Sport Duemila. Fu uno dei pochi libri che mi fecero leggere a scuola.

Come lettore mi definisco pigro. Non ho mai letto troppo volentieri. Un giorno poi, ho trovato un libro di Bukowski in una bancarella, una raccolta di racconti, che si intitolava “compagno di sbronze”. Quello è stato il mio svezzamento alla letteratura.

Leggere è diventato bellissimo, così, da un giorno all’altro. E la mia pigrizia poteva continuare a possedere la mia parte di lettore, tanto avevo trovato una scappatoia: il racconto breve.

Adesso, quando capito davanti a una bancarella di libri usati, cerco sempre le raccolte di racconti e ogni volta è una sorpresa, da Primo Levi a Kafka, passando per Allan Poe, Stephen King e Italo Calvino. Mi stupisco tutte le volte, è incredibile scoprire quanti autori abbiano fatto della narrativa breve. È questo che leggo, senza fare distinzione tra autori o generi.

  • Abbiamo parlato finora soltanto di come è nato Vite sprecate, e non di come invece crescerà. Cosa bolle in pentola?

Da quando ho iniziato a scrivere non ho mai smesso. Oggi ho abbastanza materiale da comporre un’altra raccolta, e mi piacerebbe farlo.

Magari qualche premio, magari qualche proposta, io aspetto e sono ottimista.

  • Concludiamo come facciamo sempre, e cioè con un messaggio espressamente rivolto ai lettori di “Riscontri”: stabilisci un ponte con loro, spiega cos’è per te la scrittura, cos’hai loro da dire e perché leggerti e seguirti.

Forse le mie storie non sono per tutti, perché non è per tutti che le scrivo. Non sono per mia nonna per esempio (che non le capisce proprio, oltre al fatto che non le piacciono), non sono per chi legge per rilassarsi. Non sono per i deboli e gli schizzinosi.

Io consiglio di leggermi se si cerca qualcosa di nuovo e di rudimentale, perché è questo che faccio. Cioè, è quello che faccio nella vita in generale. Nel lavoro, nella cucina e nelle mie passioni. Sono uno sperimentatore, sono curioso, sempre. E mi piacerebbe portare il lettore alla mia condizione offrendogli qualcosa che non aveva mai visto prima.

Senza leggermi troppo però, in modo che possa mantenere questo equilibrio in cui la scrittura occupa una parte ancora piccola, ma molto significativa, della mia quotidianità.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

Destini incrociati a cavallo del secolo. Storia, storie ed emozioni dell’Italia dal ’77 ad oggi, raccontate da Luisa Caridi

Binario 77, che Luisa Caridi ha pubblicato per L’Erudita Edizioni nel febbraio di quest’anno, è uno di quei libri che raccontano, tutti insieme e senza scinderli mai del tutto, tempi, luoghi, persone, emozioni. Parliamone con l’autrice.

 

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BINARIO 77

di Luisa Caridi

 

  • Luisa, nel tuo romanzo ripercorri gli ultimi quarant’anni di storia Italiana a partire dal Settantasette, spartiacque drammatico che è emblematicamente anche l’anno di nascita dei tuoi protagonisti: Elena e Andrea, due compagni di scuola che si reincontrano solo oggi in età adulta, dopo lunga lontananza ed assenza. Per scoprire che gli eventi susseguitisi lungo i decenni hanno marcato le loro scelte ed i loro destini. È proprio vero, allora, che quello che accade intorno a noi nella nostra vita determina così fortemente quello che siamo e che diventeremo? Anche tu ti senti così?

Certamente penso che la storia collettiva influenzi marcatamente i destini individuali. Nessun uomo può prescindere dal contesto in cui vive e opera. È chiaro, ad esempio, che nascere nel Medioevo o nell’Illuminismo determini una diversa percezione della vita e del mondo e induca l’uomo a riconoscersi in ideali diversi. Allo stesso modo, gli eventi che si sono susseguiti dal Settantasette a oggi a livello globale hanno segnato, a mio avviso, una profonda crisi di identità che si ripercuote nelle nostre vite e nelle nostre scelte politiche.

  • C’è una tua pagina che mi ha molto colpito: quella in cui, riferendoti all’alba degli anni Novanta con i suoi orizzonti di distensione, parli di “nuovi fuochi fatui”, e poi subito dopo citi Papa Francesco e le sue tesi di “globalizzazione dell’indifferenza”. È stato tutto inutile allora? Le grandi ideologie, gli ideali che avrebbero cambiato il mondo… fuochi fatui anche quelli? Nulla che valga la pena ricordare, se non errori, strade sbagliate in partenza?

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Luisa Caridi

Francamente non credo che le ideologie siano tramontate, vanno semmai ripensate in rapporto agli scenari attuali. Senza gli ideali la vita non avrebbe senso e determinerebbe un ripiegamento nel dolore o nell’indifferenza. Nel dolore di chi sente fortemente l’ingiustizia e la disparità o nell’indifferenza di chi sceglie di guardare il mondo con impotente distacco e mera rassegnazione.  Ho l’impressione che gli uomini del nostro tempo da un lato siano indifferenti, ma dall’altro cerchino disperatamente nuove idee a cui aggrapparsi. Il problema è che si tende ad attendere una sorta di Messia che tarda ad arrivare, un novello Godot che forse non arriverà mai.

  • Parliamo dei luoghi del tuo romanzo. Roma anzitutto, bella e sfrontata come sempre: negli scenari da vip di Piazza di Spagna, come in quelli alternativi e turbolenti del Pigneto. Ma anche la tua Calabria, Praga, Berlino… a comporre un mutevole, articolato palcoscenico nel quale ognuno di essi rimanda ad una sua specifica essenza, al suo speciale contributo dato in quel particolare momento storico… ci credi tu, all’anima dei luoghi? Come si manifesta, secondo te?

Credo moltissimo nell’anima dei luoghi, in fondo il mio libro vuole essere un viaggio nello spazio e nel tempo. I luoghi per me sono espressione dell’anima degli uomini, è come se una parte di noi restasse nelle strade che abbiamo percorso, nei posti in cui abbiamo vissuto. Gli stessi edifici rinviano a un preciso modo di percepire la vita e il mondo. Di conseguenza, se io entro in una cattedrale gotica avvertirò il mio essere piccola di fronte a Dio, a Time Square avvertirò il mio essere piccola di fronte al Potere. Nel primo caso penserò al dio dello spirito, nel secondo caso al dio del denaro.

  • La tua narrazione della recente storia d’Italia si sofferma spesso e giustamente sui temi della corruzione e delle infiltrazioni mafiose nella politica: al di là della obiettiva, cruciale rilevanza della questione, qual è la tua personale prospettiva sul problema? Te lo chiedo anche da meridionale a meridionale, e perché ti so impegnata sul fronte dello sviluppo del territorio… o è un problema che riguarda l’Italia tutta, indistintamente?

Quando ero ragazzina pensavo che la mafia fosse un problema localizzato, i media veicolavano un messaggio preciso che tendeva a circoscrivere il fenomeno. Oggi è sotto gli occhi di tutti che la corruzione e le infiltrazioni mafiose interessino territori ampi e intercontinentali. In sostanza, non si può più parlare di mafie secondo un’immagine stereotipata e avulsa dalla realtà, le mafie si manifestano in forme e modi diversi che hanno come comune denominatore la brutalità e l’arroganza. Francamente non so se la mafia verrà mai sconfitta, tendo a pensare che si trasformerà e assumerà nuove sembianze. Voglio tuttavia essere ottimista e, come Falcone, credere che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”.

  • In basso in copertina, sotto ad una foto di Berlino, sono riportate queste due frasi un po’ criptiche, che poi all’interno del testo non ritroveremo: “Una e la stessa è la via all’insù e all’ingiù” e “Doppio binario. Caos e Cosmos. Il sole è nuovo ogni giorno”. Si intuisce che potrebbero essere una importante chiave di lettura della vicenda, o forse una sorta di messaggio in codice al potenziale lettore con il libro sotto gli occhi o tra le mani. Ce le spieghi meglio? 

“Una e la stessa è la via all’insù e all’ingiù” è una frase di Eraclito che, a mio avviso, rinvia alla circolarità dell’esistenza, alla coincidenza degli opposti senza i quali sarebbe impossibile il fluire della storia umana e individuale. Tutto è soggetto al tempo e destinato a mutarsi nel proprio opposto. In tal senso, i doppi binari sono illusori e il Caos e il Cosmos sono alla base del ciclico rinnovamento dell’universo che fa sì che il sole sia nuovo ogni giorno.

  • In conclusione, quanto c’è della Elena e dell’Andrea di ieri e di oggi, in ognuno di noi loro coetanei, o anche – come nel mio caso – con qualche ulteriore anno in più sulle spalle? E quanto c’è di loro invece nei giovani di oggi? Grazie del tuo tempo, e di aver parlato con noi, e in bocca al lupo per la promozione di questo tuo lavoro in questo periodo più complicato del solito.

Se ci riferiamo ai trentenni di oggi, credo che siano profondamente disillusi; quanto agli Elena e Andrea più maturi, ritengo che rifuggano dalla politica urlata, povera di contenuti e idee, e auspichino un recupero del senso delle istituzioni. I giovani, infine, pagano lo scotto di non avere dei modelli da seguire ma sognano ancora, e questo fa ben sperare. Pensiamo ad esempio a tutti gli adolescenti che si sono riconosciuti nel movimento ambientalista di Greta Thumberg, sono giovani che ancora oggi sentono il bisogno di lottare per qualcosa di giusto, in questo caso la salvaguardia della natura. E forse è proprio dalla natura che noi tutti, giovani e meno giovani, dovremmo ripartire se vogliamo un cambiamento reale del sistema economico e dell’agire umano.

Con questo augurio, ringrazio di cuore te e tutta la redazione della rivista “Riscontri” per il tempo e lo spazio che mi avete dedicato.

 a cura di Carlo Crescitelli

Chiacchierando col libro di storia. Daniele Coppa, ovvero il passato che non ti immagini

Nel grembo degli dei. Quando gli uomini parlavano con le divinità di Daniele Coppa (Europa Edizioni 2019) – opera fra le segnalate per particolare interesse al nostro concluso concorso “Un libro in vetrina” – è uno di quei felici esempi di come si possa fare dell’ottima divulgazione storica appassionando e divertendo. Abbiamo approfittato della disponibilità dell’autore a parlarne con noi.

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Nel grembo degli dei

di Daniele Coppa

 

  • Daniele: uomini e dèi che si sfidano a vicenda in improbabili eppur plausibili retroscena della verità e verosimiglianza storica, in un calderone ribollente di emozioni e di azione… ma come ti è venuto in mente di rimescolare e riscodellarci in maniera così eclettica e geniale le polverose pagine dei nostri libri di storia?

Sono gli uomini che hanno bisogno degli dèi per dare un senso alla loro esistenza o sono gli dèi che hanno creato gli uomini per dare un senso alla loro di esistenza? Chi è funzionale a chi? Se proprio vogliamo dire come mi è venuto in mente, diciamo che son partito proprio da queste domande. Io sono ateo e naturalmente la mia non può essere che una risposta laica. Così mi sono un poco divertito a scombussolare i ruoli. Nel primo dei miei quattro racconti (tratto dall’Iliade) metto a confronto Elena e Afrodite; Elena: regina di Sparta si comporta come una dea: algida, lineare e insondabile, ingessata nel suo ruolo di regina superiore a tutti gli uomini. Mentre la sua amica-nemica Afrodite è istintiva, volubile e caotica, come lo sono un poco tutte le donne, insomma la più “terrestre” delle due. Nel secondo racconto invece parlo del faraone Amenofi IV, personaggio realmente esistito che mi ha affascinato e da cui ho attinto molto dalla Storia. Amenofi fu un faraone “eretico”. Durante il suo regno tentò di edificare una “città senza Dio”, dove ognuno era libero di credere in ciò che voleva. Per questo entrò in conflitto con la potente casta sacerdotale e gli dèi loro alleati. Alla fine perse la sua battaglia e venne assassinato. La sua città distrutta e il suo nome addirittura cancellato dalla Storia. Io nel mio racconto gli concedo una piccola rivincita finale nei confronti degli dèi. Nel terzo parlo di un altro personaggio realmente esistito: Francesco Datini, un mercante di Prato del Trecento che nella sua vita accumulò una fortuna straordinaria. Io tramite il gruppo storico di cui faccio parte ho avuto modo di consultare l’archivio con tutte le sue lettere. Una cosa che ha colpito in queste sue lettere è il terrore, che poi è una sua vera ossessione, per il diavolo e la sua paura di finire all’inferno. Io il diavolo nel mio racconto glielo faccio incontrare per davvero e questi, come fa Virgilio con Dante, lo porta a visitare di nascosto il Paradiso. E lì Datini si accorge che il Paradiso non è poi quel posto meraviglioso che si crede e trova un sacco di gente della peggior specie che chissà come si sono intrufolati lì. Naturalmente mi riferisco a tutti quei “Santi” un poco sconvenienti elevati agli altari dalla Chiesa. Mentre nell’ultimo racconto ho cercato di rendere “umani” il Padre e il Figlio del Cristianesimo. Ecco! Come te lo immagini il Dio Padre? Quello della Bibbia per intenderci: il terribile Yahweh autoritario e vendicativo. Quello che impone la legge del taglione: “occhio per occhio, dente per dente” e distrugge intere città perché gli hanno disobbedito. E il figlio, invece? Quello dell’“ama il prossimo tuo come te stesso” e del “porgi l’altra guancia”. Come si conciliano nel Cristianesimo due personaggi così diversi? Ecco, io che ho vissuto quel periodo me li immagino in un conflitto generazionale degli anni ’70. Un padre all’antica e un figlio “hippy” che fugge di casa per scendere sulla terra all’insaputa del padre e predicare il “Peace and Love”. Stravolgendo così tutto quello che il Padre aveva imposto agli uomini fino a quel momento e creando così un grosso problema all’interno sua famiglia.

  • Non hai mai avuto paura di perderti nel tuo stesso magico mondo di calcolata invenzione?

Io credo che un poco tutti si costruiscono un magico mondo di calcolata invenzione nel quale finiscono inevitabilmente per perdersi. Anche chi non ha mai scritto un libro. E poi, visto da un laico, chi è più perso in un mondo di calcolata invenzione di un credente?

  • Parliamoci chiaro: il sacro e il profano, l’umano e il divino, alla fine nessuno li mischia del tutto davvero, perché tutti tengono sempre in qualche modo distinti i due piani. Non lo fa Omero, non lo fa Dante, non lo fa Manzoni. Tu invece… sì: e sei riuscito per giunta a mischiarci pure Omero, Dante e Manzoni! Facci capire come orientarci all’interno dei tuoi racconti, con quale spirito leggerli.

Accidenti che paragone… Omero (o chi per lui) è il più geniale di tutti, l’umano e il divino secondo me li mischia eccome. Qual è il senso dell’Iliade e dell’Odissea? Chi sono gli dèi e cosa vogliono dagli uomini? Chi è realmente Elena? Una ragazzina innamorata o una regina fredda e calcolatrice? Chi è Ulisse? Un grand’uomo o un’imbecille presuntuoso?

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Daniele Coppa

Queste cose Omero non le dice, semina solo indizi e suggestioni, e lascia il lettore libero di interpretarle come crede. La leggi cento volte e ti puoi fare cento idee diverse. Io l’Odissea la paragono al film capolavoro di Stanley Kubrik 2001 Odissea nello spazio. Anche in quel film si mischia il divino con l’umano lasciando spazio a chi guarda il film di interpretarlo come crede. Io credo che il termine “Odissea” Kubrik non l’abbia usato per caso. Dante invece devo ammettere che lo conosco poco, ho solo preso alcuni spunti dalla Divina Commedia. Manzoni invece è molto “terrestre”. Il suo libro si legge attraverso i suoi personaggi che lui è bravissimo nel caratterizzare. Io non ho nulla da spartire a questi giganti. Io scrivo “di getto”, alla maniera degli scrittori della Beat Generation. Scrivo perché mi diverto a farlo, non rifletto molto su quello che scrivo. Anche chi legge forse non deve riflettere molto su quello che scrivo. Non ho messaggi da lanciare, non ho “l’attrezzatura” necessaria. Mi basta che quelli che leggono si divertano un poco.

  • Tu sei uno storico di professione, Daniele?

No. I miei studi sono stati di carattere scientifico. Ai tempi della scuola io addirittura la Storia la odiavo. La Storia che mi insegnavano era un insieme di nozioni, di date e di “congressi”, “Prammatiche Sanzioni”, “Magne Charte” e così via raccontati con un linguaggio “accademico”, tutto condito di retorica religiosa o patriottarda per cui i personaggi dovevano essere dei giganti o dei dementi. Ho imparato ad amare la Storia piuttosto tardi, intorno ai trent’anni quando ho scoperto che esiste un altro modo di leggere la Storia: quello di leggerla come fosse un romanzo. Un romanzo caotico fatto di personaggi contraddittori. Caotici e contraddittori come lo siamo tutti noi, perché la Storia è fatta di uomini e donne, non di documenti. Questo l’ho scoperto leggendo gli storici inglesi, come Beevor, Barlow o Mac Smith, i maestri nel raccontare la Storia in questo modo senza retorica… come se fosse un romanzo, scritto in una prosa comprensibile a tutti, anche a chi non è del “mestiere” e non ha fatto studi specifici. Io tutto questo l’ho trovato affascinante.

  • Sappiamo che scrivi anche per il teatro… e avremmo dovuto aspettarcelo, da come imposti e modelli i tuoi personaggi.

Più che per il teatro scrivo per il “Teatro Illustrato”. Non ho molti contatti con il mondo del teatro. Ho pubblicato un paio di libri e un altro è in cantiere. Collabora con me una ragazza molto brava nelle illustrazioni. Anche questo lo faccio perché mi diverte. Prendo dei personaggi storici e ne faccio una satira. Uno di questi testi è su Francesco Datini, tratto appunto dal racconto di questo libro. L’altro è su Bonifacio VII: il terribile papa prepotente, lussurioso e blasfemo, una figura che mette in imbarazzo anche la Chiesa. Il terzo invece che non è ancora uscito è ambientato nella Firenze dei Medici.

  • E sappiamo anche che sei un esperto di cucina… storica, naturalmente. Questa è una sorpresa da approfondire.

In realtà questo è il mio lavoro. Io mi occupo di tecnologie e materie prime alimentari. Occuparmi anche di Storia della cucina viene da sé. Così con gli amici del gruppo storico di cui faccio parte organizziamo anche delle “cene storiche” e conferenze sulla storia della cucina. Ho anche pubblicato un’Antistoria della Cucina. Un saggio semi-serio su tutte le leggende metropolitane e le bufale che vengono raccontate sulla cucina.

  • E allora, visto che l’appetito come si sa vien mangiando, cosa ci serviresti come antipasto del tuo Nel grembo degli dei, per “finitivamente” invogliarci a sedere alla tavola delle tue storie?

Diciamo qualcosa di “leggero”, da non prendere troppo sul serio. Pomodoro e mozzarella va bene?

  • Grazie del tuo tempo, complimenti e… buona degustazione a noi!

Grazie a voi.

a cura di Carlo Crescitelli