Vite ad un bivio – intervista a Carlo Giannone

Carlo Crescitelli intervista Carlo Giannone, autore del romanzo La ragazza del balcone accanto. Una storia dei nostri giorni (Edizioni Scatole Parlanti, 2019)

 

La ragazza del balcone accanto_fronte

 

  • Carlo, peccato non poterci più incontrare di persona qui ad Avellino – come entrambi avremmo voluto – al nostro Festival “Riscontri d’Autore”. Intanto, rimediamo per ora almeno in parte, con questa chiacchierata virtuale: poi, chissà, speriamo di poterlo fare presto.

Da tuo (quasi) coetaneo, mi sono vissute con speciale partecipazione le tue lucide descrizioni del tempo della mezza età: quello in cui incominci giorno per giorno a razionalizzare che le opportunità non sono più infinite, ma anche quello in cui ti si affacciano nuove impreviste possibilità… e insidie di maldestri passi falsi. Capita a molti, di sentirsi spaesati. E non tutti ne vengono fuori nel modo migliore, da questi tristi, ultimi treni. È soprattutto di questo che parla il libro, vero?

La scoperta di nuove e inaspettate esperienze che la vita può offrirci, proprio quando meno lo crediamo possibile, è sicuramente un tema centrale del romanzo, ma non è il solo. Tra gli altri, il più immediato è quello che esplora i diversi aspetti di un’amicizia tra due persone lontane tra loro per età, valori, sentimenti e approccio alla vita. Infine, la tematica che forse più di tutte volevo proporre al lettore è quella della relatività delle cose di fronte alle quali ci poniamo. L’io narrante si trova infatti a vivere situazioni e a compiere azioni che ha sempre condannato quando altri ne erano protagonisti, ma alle quali, ora che è lui l’artefice e pur tra mille turbamenti, riesce sempre a trovare una giustificazione.

  • Da uomo a uomo: nel tuo romanzo si snoda una lunga galleria di ritratti femminili. Ci presenti, una dietro l’altra, donne molto diverse tra loro, tutte comunque alle prese con le loro personali rivincite… e quasi tutte in qualche maniera le perdono. Sono le donne stesse, a volte, ad essere artefici più o meno consapevoli delle loro stesse sconfitte? Contrariamente alle apparenze, gli uomini sanno davvero essere più opportunisti ed astuti, come molte donne sostengono? E gli uomini nel tuo libro, invece, come sono? Sotto questo aspetto, il tuo protagonista – Alberto – cos’è? Un vincente o un perdente?

    Carlo Giannone foto
    Carlo Giannone

Alberto è soprattutto un essere umano con i sui pregi e i suoi difetti, la sua generosità e il suo egoismo, le speranze e le paure. ma soprattutto con le sue contraddizioni. Lui è alla ricerca di quel qualcosa di cui sente il bisogno, ma si rende anche conto che per ottenerlo dovrebbe mettere a repentaglio la sicurezza e la tranquillità della propria vita, e questo spesso lo spaventa e lo frena. Gli altri personaggi del romanzo, che in fondo sono uomini e donne che potrebbero essere reali, mostrano una diversa propensione al rischio, qualcuno appare addirittura temerario tanto da essere disposto ad andare incontro a cocenti delusioni o, se preferisci, a quelle sconfitte a cui accennavi nella tua domanda.

  • Una domanda vecchio stampo, tuttavia necessaria e attuale: la “morale” della tua storia. Se c’è… ma io dico che alla fine una morale c’è sempre. E mi sa che, su questo argomento, le tue pagine hanno molto da dire fra le righe. Ho ragione?

Non so se si possa parlare di morale, ma certamente c’è più di un invito alla riflessione. Il mio intento era quello di raccontare una storia senza salire in cattedra, non volevo indottrinare il lettore, ma lasciarlo libero di interpretare la vicenda narrata alla luce del proprio bagaglio di valori, di idee e sentimenti. Non so fino a che punto ci sia riuscito, anche se i giudizi di molti lettori mi fanno propendere per l’essere riuscito ad avvicinarmi all’obiettivo.

  • E ora una domanda frivola… ma non più di tanto. Narcisi, gelsomini, begonie, bruchi… ti piacciono i fiori? O è un tuo stratagemma narrativo per porre nella giusta evidenza certe speciali sensibilità di Alberto?

Hai ragione, non è una domanda frivola la tua. Non è mai frivolo parlare di amore, ma anche di semplici passioni. Sì, amo le piante, ma anche gli animali e la natura in generale. E questa è, probabilmente l’unica mia peculiarità che ho trasferito all’io narrante del romanzo.

  • So che sei un attore, e che scrivi anche per il teatro. Anche se non lo avessi saputo, me lo sarei aspettato… perché trovo che i molti dialoghi rivelatori, quelli attraverso i quali i tuoi personaggi prendono coscienza di quello che sta cambiando dentro e fuori di loro, siano uno dei maggiori punti di forza del tuo libro. Scrivi sempre così? È una costante del tuo stile, o hai voluto farlo per questa speciale occasione?

Anche su questo aspetto la tua interpretazione non fa una piega. Sì, amo molto il dialogo, lo sento mio e ne faccio un uso costante. È una scelta voluta perché la mia personale opinione è che attraverso il dialogo si possano ottenere svariati risultati. Il dialogo, rispetto a una qualsiasi descrizione, dà maggiore dinamicità alla narrazione, crea tensione quando serve, aiuta a delineare meglio i profili dei personaggi, ma soprattutto ha il potere di attrarre l’attenzione del lettore. Quel lettore, senza il quale non avrebbe senso scrivere e verso il quale ogni autore dovrebbe sforzarsi di avere il massimo riguardo.

  • Noi lo facciamo sempre alla fine: dopo di averlo lasciato trapelare dal modo in cui ci hai parlato e da quello che ci hai detto sinora, presentati adesso ufficialmente ai lettori di Riscontri, da questo momento anche tuoi lettori potenziali. Chi sei, cosa hai da dire, perché leggerti.

Amo la scrittura, ma prima di tutto sono un lettore. Un lettore che ancora oggi chiede a un romanzo di dargli emozioni e non nozioni. Per queste ultime esistono i saggi, i manuali, e ogni altro tipo di testo a carattere scientifico o divulgativo. Queste mie convinzioni di lettore fanno sì che io cerchi di scrivere come mi piacerebbe leggere. A un mio ipotetico lettore direi che se cerca interminabili descrizioni, personaggi che pretendono di insegnargli a vivere, romanzi in cui non accade nulla o semplici finti diari personali camuffati da romanzi, allora non mi legga perché rimarrebbe deluso. La mia scrittura è indirizzata a chi non ama dover tornare a leggere la stessa frase perché è così contorta o infarcita di aggettivi e avverbi da non essere di immediata comprensione. La mia scrittura, che tendo sempre a rendere semplice e lineare, è la mia forma di rispetto verso il lettore che deve potersi concentrare sulla narrazione. I miei romanzi affrontano tematiche serie e complesse, ma cerco di farlo in modo lieve perché troverei insopportabile che il lettore si annoiasse sulle mie pagine.

a cura di Carlo Crescitelli

Camminando incontro alla paura – intervista a Nicola Monino

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Carlo Crescitelli intervista Nicola Monino, vincitore della prima edizione del nostro concorso “Un libro in vetrina”, sezione narrativa, con il suo Le paure dei lupi (L’Orto della Cultura, 2017).

 

Nicola, prima di incominciare, i nostri complimenti per la tua bella affermazione: il tuo ottimo lavoro ci ha convinti per l’eleganza, la misura, l’ispirazione e la profondità che vi si concentrano. Ma passiamo subito alle tante cose che adesso noi di Riscontri ed i nostri lettori vogliamo sapere di te.

  • Quello che più mi ha affascinato, sin dalle prime pagine della tua storia, è stato il ritrovarmi da subito catapultato in un universo di tipo più sensoriale che discorsivo, di immagini evocate più di che parole scritte, dove la fanno da padrone suoni e rumori, odori, freddo e calore, luce e buio… quindi delle due l’una, o magari anche tutte e due: o sei un uomo dei boschi tu stesso, un escursionista superesperto – come credo – o viceversa hai esperienza o talento per la scrittura di tipo cinematografico e televisivo, cosa che non si può escludere, visti i così brillanti risultati, e visto che sappiamo anche che sei un fotografo… facci capire.
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Nicola Monino

Lo scopo era quello di creare delle immagini che potessero contestualizzare l’ambiente. La fotografia ci insegna a riconoscere il dettaglio e ad adoperarlo in modo creativo e fantasioso. Ho cercato di fare questo, pescando nella memoria visiva di certi scenari e paesi visitati; rimasti dentro di me. È stato un lavoro lungo e faticoso che aveva però uno scopo nobile. Voleva essere un regalo. Un regalo per i miei due figli. Sentivo l’importanza di donare loro una parte della mia sensibilità, che trova la sua forza nel rapporto con la natura. Trasmettere l’equilibrio e la misura di questo mondo lo riconosco come un dovere. È un modo per saper discernere la propria posizione nei confronti di qualcosa che appartiene a una realtà antica e arcaica. Ho cercato di interpretare il tutto con quella parte istintuale che mi caratterizza e il risultato non poteva che essere un omaggio di luci, odori, sapori, rumori, suoni…

  • Sempre a proposito di boschi: per quanto io possa aver trovato la natura che tu hai eletto a palcoscenico della vicenda non troppo dissimile da quella dei nostri ben più modesti monti irpini, purtroppo viviamo lontani e personalmente non mi è ancora mai capitato di avere il piacere di visitare le tue zone. Tu inoltre, per delineare meglio le tue atmosfere fiabesche, fornisci volutamente pochi dettagli geografici, e così, quando sono andato a googlarli, mi sono ritrovato davanti a riferimenti scarsi, incerti e in qualche caso anche piuttosto lontani fra di loro; o almeno così mi è sembrato. Perciò te lo chiedo pedestremente: dove esattamente ci troviamo? O magari hai mescolato con la fantasia più di una specifica località?

Non volevo localizzare il racconto in un territorio preciso. Mi piaceva l’idea che questa storia potesse appartenere a tutti e che tutti potessero ambientarlo in una zona a loro conosciuta.

Ho preso come riferimento la montagna e basta. Il tutto doveva partire da un punto e girarci attorno. L’attenzione doveva concentrarsi sulla tragedia e sulla paura. Il paese rappresentava, solamente, uno dei tanti borghi che per decenni hanno animato le montagne, forgiando uomini e donne dalla tempra importante.  La fantasia poi ha fatto il resto.

  • Veniamo ai tuoi personaggi: anche qui, proprio come fossero quelli di un film, incarnano sottotrame e drammi paralleli che si incrociano, si sovrappongono e in qualche caso si antepongono alla linea di racconto principale, arricchendola e caricandola di spessore e significati ulteriori. Non c’è che dire, sei stato davvero bravo, per essere alla tua prima prova di romanzo: c’è qualche riferimento, reale o letterario, che hai preso a modello per l’architettura di storia che hai costruito?

Per quanto riguarda i personaggi non ho dovuto inventarmi niente. Sono stati loro a cercarmi e come d’incanto sono esistiti veramente dentro di me. Non so spiegare questa cosa ma forse sono il frutto di un mix di persone conosciute chissà quando e dove. Mano a mano che la storia si modellava, anche loro si arricchivano di particolari e caratteristiche, prendendo la loro forma definitiva. Due parole su Michelino è impossibile non spenderle. Volevo fosse il simbolo della forza e della caparbietà, nella sua purezza d’animo.  Per alcuni lettori è lui il protagonista, per altri è il lupo, per altri ancora è il padre. In realtà per me il ruolo principale ce l’ha la paura che tante volte è quell’emozione che ci fa fare cose straordinarie o al contrario ci paralizza, rallentandoci. Forse l’unico modo per affrontarla è proprio quel camminarle incontro che, incoscientemente, ha fatto il piccolo.

  • Dal testo traspare amore e rispetto per la cultura e le tradizioni del territorio: le più varie, dalle feste, all’osteria, alla grappa, alla zuppa di fagioli e patate, giusto per citarne alcune. Può, secondo te, una svolta di attenzione ambientale e di recupero delle identità tradizionali locali costituire una valida risposta alle crisi ed alle emergenze di questi ultimi anni? In che modo?

Apparteniamo a un mondo globalizzato e in continua evoluzione.  Quello che fino a pochi anni fa sembrava impossibile, adesso fa parte della normalità. Siamo all’interno di una Europa che sta cercando un equilibrio tra i vari stati membri per poter essere più competitiva a livello mondiale.  Eppure ci commuoviamo e ci emozioniamo ancora davanti a un profumo, un sapore, un rumore che ha caratterizzato la nostra infanzia. Questa è cultura personale che va al di là di qualsiasi logica economica o sociale. È il nostro rapporto con le radici che ci accompagnerà per tutta la vita. Penso che il nostro territorio stia affrontando una grande sfida: riuscire ad integrare il nuovo, mantenendo forte il senso della tradizione.

Se le generazioni che verranno, accompagnate dal nostro esempio, riusciranno in questa fusione il futuro sarà più giusto.

  • In un contesto naturale così mistico e suggestivo, nel quale la palma di veri interpreti tocca non solo agli umani, ma anche ad animali e piante o elementi, come il ciuffolotto o il faggio secolare, quando non addirittura i sassi, le petraie o l’acqua di sorgente, una indagine a parte merita il tuo protagonista indiscusso, non a caso neanch’esso umano: il lupo. Con noi irpini, sfondi una porta aperta, visto che per noi è addirittura il totem ancestrale, l’animale guida delle antiche tribù sannite dalle quali discendiamo… E allora, un po’ più in generale: che cos’è il lupo, nell’immaginario umano? Un nemico? Un alleato? Entrambe le cose? O forse ancora qualcosa di altro o di più?

Il lupo è il lupo. Ognuno di noi lo vede con occhi diversi. È più di un animale. Io lo immagino come un’anima antica che vaga per i boschi e ne è il titolare indiscusso. Appartenere alla sua storia è per pochi. Solo certe anime gentili possono avvicinarvisi.

Roberta Valle che ha fatto le illustrazioni del libro, secondo me, è riuscita a rappresentarlo perfettamente nella sua nobiltà e nella sua ferocia. Le due facce della stessa medaglia.

  • Con questa domanda vado facile: i tuoi progetti per il futuro. Del resto, sei tu stesso che ti sei autoqualificato come esordiente: quindi, sogni nel cassetto e conseguenti piani operativi ne avrai sicuramente ancora molti… o no?

Sarebbe bello riuscire a dare di nuovo vita a questi personaggi, magari sotto una nuova forma e dimensione. In molti credono che la dipartita sia un modo per rinascere e affrontare una nuova esistenza. Forse Renzo, Monica, Michelino, Don Remo e gli altri stanno nascendo di nuovo. Chissà…

Certo non ti nascondo che li vedrei in un contesto cinematografico o televisivo. Sarebbe bellissimo.

  • Avrai capito che ci piace fare le cose in modo creativo, ed è per questo che ciò che avrei dovuto chiederti all’inizio – cioè di presentarti al nostro pubblico – ti chiedo invece di farlo in chiusura. Nella scheda di partecipazione al concorso sei stato singolarmente laconico; adesso, riprendendo e riassumendo quello di te il nostro pubblico ha appena scoperto leggendo questa intervista, puoi cogliere l’occasione di mandare un messaggio a cui tieni, magari non ancora emerso nei discorsi sin qui tra noi fatti.

Non sono bravo a presentarmi. Sul libro non ci sono le note sull’autore. L’editore mi ha chiesto come mai non le avessi messe. Semplicemente ho pensato non fosse una cosa importante. Vivo a Udine e sono felicemente sposato. Ho due figli che amo tanto. Questo sono io.

Riguardo al messaggio… Tiziano Terzani diceva che un uomo dovrebbe ricordarsi, sempre, di lasciare ai propri figli anche un testamento spirituale, non solo materiale. Secondo me è un’ottima idea.

Grazie per l’opportunità che mi avete dato.

 

intervista a cura di Carlo Crescitelli

 

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Maestre di ieri, scuola di oggi – intervista ad Annalisa Santi

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Carlo Crescitelli intervista Annalisa Santi, vincitrice dell’edizione di esordio del nostro concorso “Un libro in vetrina”, sezione saggistica, con il suo saggio Di gesso e cipria. Maestre di fine ottocento tra storia, letteratura e seduzione (Marco Del Bucchia Editore, 2018).

 

  • Annalisa, innanzitutto le nostre congratulazioni. Questo tuo lavoro ci ha davvero entusiasmato, originale e al tempo stesso rigoroso com’è, e non vediamo l’ora di parlarne con te, per soddisfare le nostre tante curiosità al riguardo.

Sono io che ringrazio te e Riscontri per l’opportunità di far conoscere al pubblico questo mio saggio, in parte storico, sociologico e letterario. Mi è piaciuto il titolo del concorso “Un libro in vetrina”, perché interpreta il sogno di qualsiasi autore emergente, quello di vedersi collocato, seppur idealmente, accanto ai grandi nomi della narrativa mondiale. In un mondo sempre più digitale e immateriale, il riferimento alla vetrina di una libreria vera e reale mi ha decisamente attratto. Permettimi anche di presentare brevemente il titolo Di gesso e cipria: cercavo due elementi che fossero allo stesso tempo evocativi di un’idea ma allo stesso tempo riferibili al concreto. La polvere del gesso della lavagna sta alla scuola come un segno tracciato nella società, mentre la cipria descrive la femminilità della maestra: donna, insegnante ed educatrice, ma anche elemento legato alla sfera personale della rispettabilità e della rappresentazione della propria femminilità.

  • La prima cosa che mi ha colpito leggendoti è stato il tono di impegno adottato nel riportare la discriminazione femminile. Al di là dei contenuti specifici oggetto di trattazione, mi sono sentito emotivamente catapultato in un contesto da paese in via di sviluppo africano o asiatico, e/o contemporaneamente alle prese con rivendicazioni da “me too”: questo per esemplificare quanto io abbia trovato potente il messaggio di denuncia sociale che emerge dalle tue pagine. Tu ti rivedi in questa mia sensazione? Sei stata, sei un’attivista dei diritti delle donne, o il tuo è soltanto appassionato, efficace coinvolgimento di storico?

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    Annalisa Santi

Senza dubbio entrambe le cose. Hai centrato subito il primo messaggio del libro e di tutte le cose vissute in prima persona: le prime donne che si avventurarono nel lavoro della scuola trovarono difficoltà che anche per me, insegnante a mia volta, non erano immaginabili. La figura “prestigiosa” della maestra è qualcosa di recente, che si afferma nella storia italiana a partire dal dopoguerra. Se risaliamo all’indietro nel tempo fino all’Unità d’Italia, momento in cui la scuola nazionale è nata, assieme ad un Paese ancora tutto da unificare, si scoprono realtà di disagio estremo. Le maestre, assieme alle prime impiegate delle Poste e Telegrafi, furono le prime temerarie a cimentarsi nella grande novità: ricoprire un posto di pubblico impiego, rompendo la tradizione che voleva le donne relegate al focolare domestico. Una rottura degli schemi spesso drammatica. Via via che procedevo nelle ricerche rimanevo sempre più colpita dalle situazioni di abuso, di relegamento sociale, di sfruttamento. Sì, la parola sfruttamento è forte, ma la ritengo adatta a descrivere quelle situazioni di raggiro e di prevaricazione a volte sfociate in suicidi. Quelle donne, rimaste quasi del tutto sconosciute, vittime sulla strada del progresso e dell’emancipazione, non hanno avuto targhe, convegni o giornate del ricordo o della memoria. Maestre sfruttate anche dal punto di vista salariale, se si pensa che la loro retribuzione, a carico del Comune, poteva interrompersi all’improvviso in seguito ad un licenziamento o venire modificata in qualsiasi momento in termini di baratto: legname, prodotti dell’agricoltura, dell’artigianato o altro ancora. A parità di titoli e anzianità, inoltre, la maestra donna veniva per legge pagata meno del collega uomo, secondo le tabelle della Legge Coppino. La femminilizzazione della scuola fu quindi anche un fatto economico: se si poteva risparmiare prendendo una donna, perché no?

Per quanto riguarda il mio impegno personale… sì, mi dedico da anni ad attività sindacali e in difesa degli insegnanti. Sul tema del libro fui relatrice a Napoli in un prestigioso convegno che parlava proprio dell’identità storica dei docenti: come vedi la Campania è destinata ad incrociare spesso e in modo gratificante la mia vita. Oggi gli insegnanti non devono più fare i conti con sindaci despoti dediti al ricatto o al licenziamento come lo erano alcuni tra quelli dell’Ottocento, ma esiste una tirannia invisibile, non meno tentacolare, chiamata burocrazia. Paradossalmente la digitalizzazione dei processi ha aumentato il carico di lavoro delle pubbliche amministrazioni, velocizzando in maniera ossessiva processi, valutazioni e ritmi di vita scolastica un tempo molto più “umani” e, se mi permetti, “di buon senso”. La burocrazia ha logiche incontrovertibili e chi incappa in un ingranaggio inceppato ne esce con enorme fatica. Ho saputo di una supplente che l’anno scorso ha dovuto “sopravvivere” per mesi senza stipendio, a causa di inghippi del sistema di inserimento dati. L’affitto, la scuola lontana, mezzi pubblici ad orari impossibili… Per un docente precario, spesso proveniente dal Sud, le prime supplenze sono vere e proprie corse ad ostacoli. Non va meglio per i docenti in ruolo: dietro l’angolo può sempre scattare un provvedimento punitivo per interpretazioni burocratiche di situazioni sempre più difficilmente interpretabili. Storie di oggi, non del secolo scorso…

  • Un altro degli importanti sottotesti della tua opera è quello della conformazione del messaggio di disciplina scolastica postunitario, della sua evoluzione tra liberalismo postsabaudo e prime istanze trasformiste. Quanto, a tuo avviso, di questa fortissima ideologizzazione della scuola che tu tratteggi – incrociandola oltretutto con l’abito di repressione sessista del tempo – è sopravvissuta fino ad oggi, e come? Siamo davvero finalmente liberi da quel tipo di schemi educativi claustrofobici, o c’è ancora da fare?

L’evoluzione del sistema scolastico nel nostro Paese è costata drammatiche fratture e scollamenti di sistema testimoniati da osservatori anche assai autorevoli, come OCSE PISA e altri ancora. La fase attuale legata alla corsa alla Didattica a Distanza non è che lo specchio di una scuola italiana ancora molto variegata al suo interno e regionalmente diversa. Una scuola che a volte deve rincorrere schemi europei, non dico al di sopra delle sue possibilità, ma generalmente diversi dai suoi contesti di vita. Giustamente tu usi il termine “claustrofobia”, che deriva dal latino “claustrum”, luogo chiuso, in cui si è dominati dalla paura di non trovare una via di fuga, o di libertà, se vogliamo dare valore simbolico alle parole. Io credo che la claustrofobia di oggi sia pensare che l’intero sistema scolastico italiano possa essere ricondotto a geometrie, proiezioni o risultati uniformabili. Non dobbiamo vergognarci di dire che le nostre scuole sono diverse da quelle tedesche e che gli studenti che vi vivono hanno caratteristiche espressive non sempre compatibili con le statistiche. Non si può negare che esistano aree e quartieri “ad alto rischio di dispersione”, sono le realtà in cui la scuola purtroppo fallisce nel suo obiettivo formativo. Avvicinare la scuola al reale contesto territoriale a cui si riferisce è una sfida da condurre e da vincere, perché è in quel contesto che gli studenti vivono, si muovono, giocano, si scontrano e, si spera, ancora sognano.

  • Un’altra delle cose che colpisce del tuo metodo di lavoro è il suo grande eclettismo: hai utilizzato fonti normative, archivistiche, giornalistiche, letterarie traendone sintesi inedite, efficaci, a volte inquietanti. È il tuo modo usuale di lavorare questo, o l’hai adottato specificamente per questa tua ricerca?

Questo è il mio consueto metodo di lavoro, che descrive una filosofia ben precisa, per certi versi significativamente sociologica: dagli archivi, dalla memorialistica, dalle fonti locali escono le caratteristiche precise di un determinato contesto. Senza lo studio dello scenario in cui avviene un determinato processo si fa solo astrazione, deduzione, ma non ricerca. Invece, in alcune epoche passate in modo particolare, forse più di oggi, letteratura e giornalismo si sono adoperati per fornire uno specchio fedele della società. Circoscrivendo il sapere all’ambito accademico, rivolgendosi sempre di più ad un pubblico di nicchia, si finisce con lo spegnere l’interesse della massa, che, giocoforza, da determinate proposte non si sente coinvolta. Il tema stesso del mio saggio, la scuola, è volutamente popolare e familiare. Quando uscivo a presentare il libro, prima che questa pandemia ci rinchiudesse nelle nostre case, la gente voleva raccontarmi i propri ricordi scolastici, la maestra, i compagni di un tempo. Questo è bellissimo. Prima la limpidezza e la verità dei sentimenti umani, poi tutto il resto.

  • Informandomi sulla tua produzione editoriale, ho scoperto che questo saggio si collega idealmente ad un altro tuo romanzo storico sulla vita di Matilde Serao: spiegaci come, e perché.

Il collegamento è strettissimo, ben più che ideale. Il saggio Di gesso e cipria è diviso, nel suo nucleo centrale, in sezioni geografiche e così ci sono le maestre dell’avanzato Piemonte, quelle povere della pianura padana, quelle della ricca Toscana. Seguendo con realismo com’era il paese all’entrata in vigore dell’Unità d’Italia. Per il Sud un’area a sé è dedicata alle maestre campane. Non potevo non confrontarmi con la figura commovente e coinvolgente di Matilde Serao, ricercando tra le sue novelle e i suoi ricordi biografici ritratti della scuola e delle maestre di allora. Nel percorso poi mi sono lasciata affascinare dal legame a doppio filo tra Napoli e la Francia e ho provato a rimettere in scena, tra le pagine del libro Napoli e la ballerina, quel mondo culturale popolato da personaggi sorprendenti. In quel mondo lo sguardo si è focalizzato su una ballerina francese, figura fragile di emigrata, nubile, senza lavoro, che incontra il giornalista Scarfoglio, marito della Serao. Partendo dai temi scolastici sono approdata al mondo notturno dei caffè, dei teatri e delle soubrette, ricreato in Napoli e la ballerina, uscito per Del Bucchia Editore soltanto tre mesi dopo Di gesso e cipria e presentato alla Fiera del Libro di Napoli del 2018 e da cui è stato tratto anche uno spettacolo con coreografie di danza classica ed hip pop, con la collaborazione di due artiste con esperienze al Festival Areniano e in TV.

  • Un argomento da addetti al settore: alla luce delle tue esperienze di studiosa, come vedi il mercato italiano della saggistica storica? C’è secondo te la giusta sensibilità di editori e lettori?

Purtroppo la mia risposta è negativa. La presenza del dibattito storico presente nella nostra TV è proporzionale al sostegno editoriale che si può percepire, pur con le dovute eccezioni. Se la narrativa storica ha saputo ritagliarsi spazi di attenzione, anche grazie ad autori che considero modelli in assoluto, da Manfredi a Pansa, per quanto riguarda la saggistica, a mio modo di vedere, l’ambito si è ristretto con il passare dei decenni. Talvolta interpretazioni eccessivamente accademiche hanno allontanato il grande pubblico da questo genere e fatto sì che nell’opinione comune si sia affermato il binomio saggio storico uguale noia. Ed è un vero peccato perché lo scopo del saggista storico è quello di indagare e gettare luce su fatti, accadimenti del passato, conducendo riflessioni critiche e tracciando chiavi di lettura anche in relazione con il presente. Tuttavia ho fiducia nel futuro e in una generazione di giovani autori che stanno crescendo, forse meno sofisticati ma con più cuore.

  • Senti, te lo chiedo perché tu sei nata, vivi ed operi nei territori locomotiva d’Italia, e noi invece nel fumoso e bizantino Sud, che tu però dimostri proprio in questo saggio di conoscere e di capire forse addirittura meglio di tanti nostri involuti interpreti… secondo te, è ancora così come allora, due mondi lontanissimi che non si sono forse mai incontrati e forse mai si incontreranno, o c’è una vera speranza di percorso comune? E se sì, a quali condizioni?

Parentele di mio marito, amicizie personali e passione per i viaggi mi hanno portato spesso al Sud, in particolare in giro per il Sud meno noto e turistico.  Ti posso dire che, secondo me, la prima vera macro-distinzione italiana non va fatta tra Nord e Sud, ma tra città e campagna. In alcune aree sperdute della Sicilia ho rivisto schemi culturali, gesti, atteggiamenti non così lontani da quelli di certe campagne padane, seppur figli di contesti molto diversi. Ma è un dato di fatto che le nostre città si siano evolute in modo assai diverso rispetto alle aree rurali. Dalla spinta all’urbanizzazione degli anni Sessanta ad oggi, quelli che sono gli stili di vita hanno determinato differenze sostanziali negli approcci relazionali e culturali in senso antropologico. Non ne faccio una categorizzazione di merito: semplicemente la vita è finita con l’essere a tal punto diversa in base alla zona abitata che le stesse abitudini sociali ne sono risultate condizionate. Se però riflettiamo sul futuro dell’unità italiana il mio pensiero ritorna a quanto affermavo prima: l’unica strada percorribile è la valorizzazione del contesto territoriale, credendo e investendo nelle sue infinite potenzialità. Le differenze non devono spaventare, ma la loro negazione è di per sé astrattismo miope.

  • Infine, la domanda con la quale ci piace concludere alla rovescia le nostre interviste: come ti presenti e ti vedi oggi, a questo punto del tuo percorso di autrice? Partendo anche da questa iniziale conoscenza che i nostri lettori hanno adesso di te – basata sulle tue risposte a questa intervista – come ti piacerebbe che questo primo rapporto con loro si approfondisse?

In questo momento della mia vita il mio sguardo sulla narrativa ha raggiunto una maturità nuova, che non avevo prima. Vorrei dare appuntamento a tutti i lettori con l’uscita del mio nuovo romanzo, un corposo romanzo che ha come in un triangolo tre vertici posati su Stati Uniti, Cuba e Berlino. Dalla costruzione del muro, all’isola durante il passaggio dal regime di Batista all’avvento di Castro, agli intrighi della Casa Bianca, con la vicenda del presidente John Fitzgerald Kennedy, simbolo di un’epoca. Le sue vicende: quelle politiche e quelle sentimentali, viste sia dall’angolo visuale maschile, sia da quello di Jackie, first lady anticonformista e ribelle, poco incline a compiacere ruoli ed etichette. E poi la lotta mondiale per la conquista del potere, la guerra fredda, la corsa al petrolio e agli armamenti, segreti politici e pericolose relazioni in un’epoca di grandi cambiamenti. Vite sospese non soltanto dei grandi della storia ma anche di persone comunissime, che il destino farà incontrare tra di loro.

Nelle decine di racconti che ho pubblicato in antologie confluiscono moltissime storie di vita vissuta, di persone che ho incontrato e di esistenze con cui sono venuta a contatto. Chi si è rivisto nei vari personaggi è in un certo senso felice di rivivere tra le pagine di un libro. Mi fa piacere pensare che anche quelle maestre di un tempo, oggi quasi del tutto dimenticate, siano importanti nella scuola che siamo e che diventeremo, quasi come se nulla dei loro sacrifici fosse andato perduto. Aveva davvero ragione Oscar Wilde quando affermava: Se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta. Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla. E chi tra i lettori vorrà parlarmene potrà scrivermi a santiannalisactp@libero.it

Ad Maiora!

 

intervista a cura di Carlo Crescitelli

 

 

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L’amore vince su tutto – intervista ad Annamaria Bovio

intervista a cura di Carlo Crescitelli

 

l'altra metà di me_post FB

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Annamaria, come sai ti avremmo voluta volentieri con noi per la prima edizione di “Riscontri d’autore”, a maggio prossimo, qui ad Avellino, ma… non ci arrendiamo, e perciò facciamo proprio come se tu fossi fisicamente nostra ospite in uno dei salotti letterari che avevamo programmato. E lo facciamo nel nostro stile, in modo diverso dal solito, senza i luoghi comuni o le banalità che spesso ricorrono in queste occasioni: per te abbiamo pensato ad una libera chiacchierata nella quale parleremo non solo di te e del tuo romanzo, ma anche delle tue opinioni su questo mondo del libro che condividiamo da angolazioni diverse, e che sicuramente interessano sia il tuo che il nostro pubblico. E allora, incominciamo.  

  • “L’altra metà di me”… parliamo di una storia d’amore, giusto? O di una storia di vita? O di tutte e due? La lettura del tuo libro mi ha convinto che per la tua personale sensibilità di autrice è decisamente complicato scindere l’una dall’altra, vero? Ma sono davvero tutte e due importanti alla stesso modo? O invece è l’amore che vince sempre su tutto? Che cosa ne pensa Aurora Parisi, la tua protagonista?

Ciao Carlo, devo dire che per me è un onore ricevere un’intervista da te. Per questo ti ringrazio per questa occasione.

Sì, si parla di una grande storia d’amore, ma si può parlare anche di una storia di vita. Si parla dei tanti sogni, di quelli che se ci credi davvero possono diventare realtà. Questo libro parla della speranza, del destino, un destino che molte volte può prendere delle strade particolari. Parla dell’amore con la A maiuscola, di quell’amore che supera ogni barriera, ogni difficoltà. Dell’unico amore che il destino ha scelto per noi sin dalla nascita. Dell’altra metà di noi, quella che ci completa perfettamente. Parla di lottare in ogni modo, con tutte le forze possibili per riuscire ad averla accanto, per sentirne il profumo nell’aria. Ecco, questo libro parla di come il destino che molte volte può essere cattivo, alcune volte riesce a regalarti quello che hai sempre atteso… l’amore vero. Hai ragione quando mi chiedi se è complicato scindere le due parti. Personalmente posso dirti che non è stato difficile per me, perché in questo libro ho lasciato parlare la parte più importante di me, la mia anima, il mio cuore. Io credo nell’amore e nell’essere

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L’autrice Annamaria Bovio

sempre se stessi, nonostante il mondo ci chieda di essere diversi. Io  in queste pagine sono stata me stessa come lo sono nella realtà di tutti i giorni. Senza nascondere niente e senza modificare quello che sento, e quello che sono. Nella vita sono importanti tante cose, ma l’amore e la vita sono due cose che combaciano e che camminano l’una al fianco dell’altra. Credimi Carlo devono farlo, perché se nella vita non ci fosse l’amore, sarebbe come viaggiare nel mare senza avere un punto di arrivo. E come essere dei robot che fanno tutto meccanicamente senza sentire niente, e senza desiderare niente. Ma noi esseri umani non lo siamo. Per questo ritengo di rispondere alla tua domanda se l’amore vince sempre su tutto: sì… l’amore spesso vince su tutto. Sulla cattiveria, sull’egoismo, sulla crudeltà. Deve vincere, dobbiamo lasciare che vinca, perché quando questo accade, ci sentiamo pieni, sentiamo il nostro cuore battere, lasciamo che l’amore ci riscaldi l’anima. Purtroppo spesso succede che le cattiverie e le cose negative prendano il sopravvento, ma quello che dobbiamo imparare  è che anche quando tutto ci sembra perso, quando crediamo che non ci sia speranza, dobbiamo solo mettere la mano sul petto e sentire il nostro battito per capire e per tranquillizzarci che tutto andrà bene, che non dobbiamo perdere mai la speranza, che dobbiamo farci avvolgere dall’amore, l’unica forza al mondo che può salvare tutto. Queste parole, Carlo, tutto quello che ti ho detto, sono sicura che Aurora te lo direbbe come me. Aurora è una sognatrice, una ragazza che crede nell’amore, e nei sogni. È una persona umile, anche se il destino le ha fatto sognare e incontrare la sua perfetta metà, e poi la lascia lì in attesa che il suo sogno si avveri. Lei non demorde, attende, perché sente dentro di lei che il meglio deve ancora arrivare, sa che l’amore può un giorno essere talmente forte da portare la sua dolce Emma tra le sue braccia.

  • Continuiamo ad affrontare lo stesso discorso, ma stavolta da un punto di vista un pochino più tecnico. “L’altra metà di me” è il tuo romanzo d’esordio. Quanto è stato difficile, o viceversa facile, raccontare e mettere in gioco te stessa attraverso i tuoi personaggi? Il vissuto di ognuno di noi è sempre unico e speciale, e dunque lo è anche il tuo. Magari però le storie d’amore sono tutte belle allo stesso modo, e quindi la tua storia è anche una storia universale: tu che cosa ne pensi?

Si, come ti ho detto anche prima, ho messo tutto di me in queste pagine. Ho preso molto spunto dalle mie esperienze di vita. Il mio libro lo chiamo “il mio bambino”, perché, anche se è il mio primo libro, ci ho messo tanto di me. Non è la mia biografia, non ha niente a che fare con la mia vita privata, ma quello che sento, i miei ideali, come vedo l’amore, come vedo la vita, vi si rispecchiamo tanto . Credo che ogni autore che parli d’amore, o che scriva un libro d’amore, si basi anche su quello in cui crede. Devo essere sincera, non è stato per me tanto difficile scriverlo, mi sono io stessa meravigliata, nel vedere come le pagine scorrevano, come tutto combaciava perfettamente. La difficoltà però l’ho trovata nel creare i personaggi. Desideravo che ognuno di loro avesse una personalità. Ho cercato di creare delle persone, plasmandole prima nella mia mente e poi descrivendone la figura. Per esempio Mike, il migliore amico di Aurora. Lui è un ragazzo che mostra a tutti di essere forte, attraente. La sua forza si basa sul fatto che ogni donna gli cade ai piedi. Ma nella realtà è un ragazzo comune come tutti, con sentimenti, e con debolezze. E gli basta conoscere Sara, per smarrire la strada, per ritornare con i piedi per terra. Se ci guardiamo intorno, quanti ragazzi come lui esistono? Ce ne sono tanti… lui per esempio è un grande amico, uno di quelli che chiunque desidererebbe avere accanto, uno di quelli che ti tiene la mano in qualsiasi momento. Per questo confermo che per me è stato difficile creare tutti i personaggi. Mentre scrivevo desideravo che ogni persona che leggesse il mio libro si innamorasse o si rispecchiasse in uno di loro. L’ho sempre detto a chi mi ha chiesto se questa storia può essere paragonata o presa come una storia reale. Ho sempre risposto che sì, questa storia è di tutti, ed è per tutti. Nel libro ho scritto anche che forse qualcuno  si potrà rispecchiare in queste parole, forse qualcuno troverà la forza per fare qualcosa che non ha mai osato fare. Forse le mie parole aiuteranno persone che hanno perso la speranza, o forse daranno loro il coraggio di dichiararsi. Non lo so, ma spero che le mie parole possano aiutare tanta gente, e che queste parole possano riscaldare i cuori di ognuno di voi.

  • Dopo di averti letta, se io dovessi catalogare le tue pagine, personalmente lo classificherei all’interno del genere della narrativa con intenti morali e filosofici. Alla Hermann Hesse, per capirci. Me lo hai ricordato molto, nell’ispirazione, nel modo di presentarsi e di dialogare dei tuoi personaggi, nella loro costante attenzione e tensione ai loro percorsi individuali di crescita interna e di relazione, persino nelle loro identità di profilo germanico/mitteleuropeo… tu ti ci ritrovi, in questa assonanza letteraria che io vedo? E se magari non fosse Hesse, parlaci tu allora, di una bella storia d’amore che hai letto, che hai amato e che potresti aver preso a riferimento per quella che hai raccontato nel tuo libro.

Grazie Carlo per avermi paragonato ad un grande poeta e scrittore come Hermann Hesse. Purtroppo ho riscontrato che molti non conoscono questo grande artista. Anch’io,  l’ho conosciuto  tardi. Amo le sue poesie, per esempio questa:

  Ma la cosa migliore non furono quei baci

  E neppure le passeggiate serali, o i nostri segreti.

  La cosa migliore era la forza che quell’amore mi dava,

  la forza lieta di vivere e di lottare per lei,

  di camminare sull’acqua e sul fuoco.

  Potersi buttare, per un istante, poter sacrificare degli anni

  per il sorriso di una donna:

  questa si che è felicità, e io non l’ho perduta

Un grande Artista dell’amore. Credimi, è un onore per me essere paragonata a lui e al suo modo di osservare, creare, e credere nell’amore. Nel mio libro non mi sono ispirata a niente in particolare, la mia ispirazione l’ho presa da tanti poeti: come avrai letto ci sono molte citazioni. Con il loro modo di credere nell’amore e di viverlo, con il loro modo di scrivere si sono perfettamente combaciati al mio pensiero, e al mio modo di sentire l’amore e i sentimenti. Per questo li ringrazio di aver lasciato quelle pagine che mi hanno ispirato.

  • Nel libro ci sono tante canzoni, che di volta in volta emozionano i protagonisti e in un certo senso guidano le loro decisioni più difficili. Inoltre, sappiamo che tu disegni e dipingi, e che hai realizzato da sola la copertina del libro. E che la tua pagina Facebook è una vetrina dei tuoi lavori figurativi. Parlaci un po’ di questi interessanti aspetti complementari della tua produzione artistica.

Io amo leggere, amo disegnare, ma soprattutto amo scrivere. Amo l’arte in tutte le sue forme. Quando disegno cerco sempre di lasciare una parte della mia anima in ogni quadro. Mi è stato detto spesso, dalle persone che possiedono i miei quadri, che quando si trovano in situazioni difficili, o se sono semplicemente seduti sul divano nel silenzio e guardano un mio quadro, riescono a percepire la mia anima. Per queste persone è come se un pezzo di me vivesse in quel disegno in bianco e nero, e  come se in un certo qual modo quella sensazione conferisse loro calma e calore. Questo mi è stato detto tante volte, tanto da spingermi a domandarmi cosa avessi di tanto speciale. Io credo che ogni persona nasca con uno scopo nella vita, con un dono. Io sono umile nel dire che non so quale dono io abbia, ma se tante persone percepiscono questo nei miei quadri, o nelle parole che scrivo, forse vuol dire che il mio dono è quello di donare calore e calma in ogni cosa che faccio. Non lo so, questo è quello che suppongo. Per quanto riguarda la musica e i testi musicali delle canzoni, posso dirti che sì,  influenzano molto la mia vita. Succede ogni giorno, e penso che per chiunque ci sia sempre una canzone o una melodia che in qualche modo sente parte di sé, della sua esperienza. Io, quando scrivo, amo ascoltare musica per pianoforte, come per esempio Yiruma, “River Flows In you”, oppure George Davison, “Marriage amour”. Questo mi aiuta a rilassarmi, mi ispira, spesso mi aiuta a trovare le parole giuste. Parole che forse non verrebbero se ascoltassi altra musica.

  • Inquadriamo il pubblico delle tue lettrici e dei tuoi lettori: quello della rete, e quello che magari incontri di persona ogni giorno. A chi idealmente ti rivolgi quando scrivi?

Io mi rivolgo a tutti. Le mie parole sono destinate a tutti quelli che credono in qualcosa, che hanno degli ideali, che credono nell’amore. Mi rivolgo a tutti quelli che lottano per qualcosa, a quelli che vengono derisi, ai tanti ragazzi e ragazze che lottano per essere quello che sono. Mi rivolgo a tutte quelle persone che vengono discriminate perché sono omosessuali. Perché la società non le accetta, perché la società desidera cambiarle. Le parole di questo libro ti invitano ad essere sempre te stesso. A non cambiare per nessuno. A dimostrare amore e rispetto per tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla nazionalità, indipendentemente da chi si desidera avere accanto, dal colore della pelle, o dalla religione. Le mie parole sono per tutti, per ogni persona che voglia prenderle e farle sue. Perché forse alcune situazioni le sta vivendo lui o lei stessa/o. Perché forse si rispecchia in esse. Ecco, il mio libro è per tutte queste anime.

  • Per concludere, mi piace farti alla fine la domanda che forse tutti ti fanno all’inizio: del resto te l’avevo anticipato, che sarebbe stata una chiacchierata un po’ fuori dagli schemi. E perciò, ringraziandoti della tua disponibilità e sollecitandoti un ultimo contributo alla nostra discussione, ti chiedo: alla luce di quello che scrive, chi è oggi Annamaria Bovio? Presentati qui in chiusura ai lettori di Riscontri, collegando e sintetizzando per loro quello che già sanno di te dalle tue precedenti risposte e dagli argomenti sinora affrontati. In modo da salutarli lasciando detto loro quel che tu più vorresti.

Anticipo che prima di tutto voglio tornare a ringraziarti, Carlo, per questa intervista. Ha fatto tanto piacere anche a me parlare con te, e spero ci saranno altre occasioni.

Mi chiedi chi è Annamaria Bovio: io sono una persona come tutti. Una ragazza che crede e vede il buono in ogni persona. Una ragazza che sogna un mondo migliore, e che cerca con le sue parole o i suoi disegni di lasciare un po’ d’amore nella gente di oggi. Sono una persona semplice. Nella mia vita quello che cerco ogni giorno di fare è di sorridere sempre. Anche se tutto può essere difficile, anche se ogni cosa o ogni problema possono offuscare la visuale, io sorrido sempre. Sul  lavoro i miei colleghi mi chiamano “il sole”, sai perché? Perché non c’è giorno che io non sorrida. Mi dicono che il mio sorriso riesce a cambiargli la giornata. Se capita che la mattina si sono alzati di cattivo umore, o se c’è un problema che li assilla, quando arrivano in cantiere, e mi vedono sorridere, il loro umore cambia. Affrontano la giornata con un altro sguardo, affrontano la vita con positività. Non dico che io non ho problemi, o che non soffro. Anch’io sono una persona come tutte le altre. Un giorno qualcuno mi disse una frase che non dimenticherò mai: “Ricordati sempre che il cielo è sempre blu sopra le nuvole, sorridi sempre, anche quando tutto attorno a te è buio, tu sorridi, perché il tuo sorriso sarà la tua forza, esso ti aiuterà a risolvere molte situazioni, anche quelle difficili. Molte volte piangerai, ma non smettere mai di sorridere”. Ed io lo faccio sempre, molte volte è tanto difficile farlo, alcune volte non risolvo nessun problema, ma, quando sorrido, avverto un’altra forza dentro di me. Come ho detto, io sono una persona come tante. Il mio desiderio più grande è quello di riuscire a far ascoltare le mie parole, desidero che il mio libro entri in molti cuori. Desidero che le mie parole non si perdano nel vento, ma che entrino nei cuori di tutti. Nell’attesa, il mio secondo libro è già in stesura. Il seguito di “L’altra metà di me” è già a buon punto. Per questo spero che il mio primo lavoro sia come le fondamenta di una casa, così da completare il mio primo lavoro con il secondo.

Spero nel vostro appoggio, e nella vostra partecipazione. Spero che i tanti che lo leggeranno mi aiuteranno a condividerlo in modo da farlo leggere anche ad altri.

Vi ringrazio  per tutto, per darmi questa possibilità di parlare d’amore e di vita.

 

Annamaria Bovio, L’altra metà di me (Apollo Edizioni)

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