Amore e fede nella proposta poetica di Monia Gaita e di Antonietta Gnerre

La poesia: “Una proposta di civiltà”. Questo il titolo della kermesse che animerà il Circolo della Stampa di Avellino, sabato 21 maggio 2022 alle ore 18:00.
Un importante appuntamento con due autrici irpine di respiro nazionale: Monia Gaita e Antonietta Gnerre.
Gaita presenterà il libro “Non ho mai finto”, Edizioni La Vita Felice. Un’opera dal linguaggio lirico alto, che crea con accostamenti ibridi, anche attinti a un lessico tecnicistico e comune, una genealogia solida di originalità e di forza.
Gnerre, invece, “Quello che non so di me”, Edizioni Interno Poesia. Una raccolta di liriche caratterizzate da una riflessione collettivizzante che abbraccia l’amore, il distacco, la fede, la maternità, la femminilità e l’impegno civile come aspirazione all’innocenza da riacquisire nella comune umanità.

L’evento culturale, patrocinato dalla Regione Campania e dalle principali istituzioni, si aprirà con i saluti di Gianni Festa – direttore de “Il Quotidiano del Sud”.
I rilievi critici saranno affidati a Ilenia D’Oria – presidente Archeoclub d’Italia Avellino, e Vincenzo Fiore – scrittore e filosofo. A moderare il confronto, Stefania Marotti – giornalista de “Il Mattino”. Letture e musica a cura di Piano Terra Duo.

Gli enti e le associazioni promotrici:
Regione Campania, Provincia di Avellino, Comune di Avellino, Comune di Prata di Principato Ultra, Comune di Montefredane, Ordine dei giornalisti della Campania, Unpli Campania, Unpli Avellino, Archeoclub d’Italia, Interno Poesia editore, La Vita Felice edizioni, Festa del libro e della lettura di Ostia, Piano terra duo, Festa dei libri e dei fumetti di Avella, Università del tempo libero, Ni Una Menos, Lotta per la vita, Premio Prata, Proloco Montefredane, Ultimi, Ascolto donna, Associazione Agorà, Delta 3 editore, Scuderi editrice, Pantaleone Museum, La piccola cometa.

IN LIBRERIA # 11

rubrica di attualità editoriali  a cura di Carlo Crescitelli

 

Dopo aver dedicato gli scorsi due numeri della rubrica a questo stesso tema, proseguiamo ancora – in questo nuovo appuntamento e anche nei prossimi tre che seguiranno – il nostro reportage sulla seconda edizione 2021 del nostro recente premio nazionale per lavori editi “Un libro in vetrina”.

Ci avventuriamo ancora tra le varie altre candidature al premio per segnalarvi stavolta – raggruppate per generi – tutte quelle che ci sono sembrate comunque degne del nostro e del vostro interesse.

Oggi è il turno dei romanzi polizieschi e di denuncia sociale, e dei saggi: buona lettura!

                                                                                           Carlo

 

 

narrativa CRIME

Enrica Aragona, Sangue sporco (Corbaccio 2019)

Cronache da una periferia urbana sconsolata e terribile, dove insieme alle angosce del quotidiano e alle paure del futuro sopravvivono ancora forza e speranza.

Nicoletta Bertacchini, Gioca con me (Rudis 2021)

Una lucida discesa all’inferno nella Parigi contemporanea, tra l’incubo del terrorismo, le violenze dei Gilet Gialli e altre oscure, inaspettate minacce.

Giuliano Fontanella, La ragazza nel fiume (Robin 2018)

La frizzante prima avventura dell’investigatore Diego Spada: già in un turbolento rapporto con le forze dell’ordine, costretto anche a fare i conti con il proprio passato.

Giulio Irneari, La biblioteca delle memorie minime (Lupi 2017)

Una labirintica, misteriosa biblioteca fa da sfondo a un’indagine molto sui generis, dove i libri sembrano esercitare un inusitato influsso sugli umani.

Claudio Loreto, I segreti di Sharin Kot (De Ferrari 2018)

Una difficile missione militare nell’Afghanistan in guerra porta alla superficie e risolve vecchi nodi rimasti ancora da sciogliere, innescando tensioni positive al domani.

Sergio Miccichè, Il periodo critico (Europa 2019)

Faccendieri e ribaldi in colletto bianco che si illudono di aver raggiunto lo scopo: ma il solito scherzo del destino gli fa capire di aver fatto male i loro progetti.

Riccardo Porporato, Per un po’ cosa vuol dire? (Amazon 2020)

Un giornalista a caccia di casi di cronaca bizzarri è costretto a barcamenarsi, suo malgrado e a sue spese, nell’intricato retroterra di relazioni e inghippi che li ha scatenati.

Stefania Prati, Il sogno di una marionetta (Amazon 2020)

Losca vicenda di atrocità, morte, pressioni, inganni, ricatti e vendette, maturata negli anni all’interno degli squallidi ambienti del traffico di droga e del crimine organizzato.

Giovanni Prodi, La Donna di Cuori (Youcanprint 2020)

L’attentato alle Torri Gemelle fa da sfondo a una serie di misteriosi e inquietanti scandali politici che si intrecciano nella New York di inizio millennio.

Andrea Startari, Ciò che solitamente accade (autopubblicazione 2019)

Ambizioni e sfide da aula di tribunale scolpiscono i fatti oggetto di processo giudiziario, accompagnando giudicanti e vittime fino alla formulazione dei rispettivi destini.

 

narrativa DENUNCIA

Irma Alleva, Come ciliegina sulla torta (Il Viandante 2020)

Una famiglia in dissoluzione, la strada dell’adozione per guardare oltre: ma bisognerà prima chiudere la partita con tutto quel che ha generato i problemi.

Mariarosaria Conte, Io, te e la dislessia (autopubblicazione 2016)

L’incubo della dislessia infantile che si affaccia come del resto fa sempre: sconosciuto, inaspettato, ingestibile. La dura battaglia per contrastarlo e conviverci.

Gianfranco Iovino, Io sono Paola (Bertoni 2020)

Il trauma della pedofilia e le ferite dolorose che lascia nella vittima, impedendole a lungo di affacciarsi alla vita, lasciarsi alle spalle l’inferno.

SAGGISTICA

Roberto Lacarbonara, Passages, paysages (Mimesis 2020)

Il complesso rapporto estetico ed esperienziale fra paesaggio e vissuto: inquadrato e analizzato sia attraverso le rappresentazioni del primo che con le narrazioni del secondo.

Giuseppe Lupoi, Viaggio tra i diritti fondamentali che ci rendono liberi (Vertigo 2021)

L’affermazione dei diritti fondamentali perseguita attraverso la loro stessa evoluzione, messa duramente alla prova dall’incedere dei nuovi dilemmi sociotecnologici contemporanei.

Antica modernità. Il Seicento manzoniano alla luce dell’oggi nella lettura critica di Clelia Biondi

di Carlo Crescitelli

 

prima di copertina3Clelia Biondi ci ha proposto, nel suo “Coll’ago finissimo dell’ingegno. Postille ad alcune pagine dei Promessi Sposi”, uno sguardo sulla società contemporanea che oggi acquista inquietante attualità. Il punto di partenza dell’indagine letteraria sono i capitoli XXVII, XXXI, XXXI e XXXVII dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, presentati, analizzati e comparati sia nella loro originaria stesura, quella contenuta nel Fermo e Lucia, che in quella definitiva, nonché nelle loro connessioni alla Storia della colonna infame. Vale a dire i celebri passi dell’opera nei quali fanno la loro apparizione la figura semicomica di Don Ferrante, e la sua astrusa biblioteca, e dove si snodano le drammatiche vicende della peste milanese. Ma il vero oggetto di indagine del saggio di Clelia Biondi è il secolo diciassettesimo, quel Seicento lezioso e bizzarro, ma anche vitale, sospeso tra passato e futuro, proiettato verso la modernità così come schiavo dei lacci di ignoranza e superstizione che ancora lo avvincono. Quel Seicento dove convivono dialetticamente e spettacolarmente aristotelismo e demonologia, primi metodi scientifici e dubbia, arcaica magìa. Qui, nella favolosa biblioteca di Don Ferrante – così come tratteggiata dall’affresco narrativo manzoniano, che elenca e chiama in causa, profilo dopo profilo, i dotti e talora semioscuri autori dei volumi citati, non senza offrircene la versione distorta e ed inconsapevolmente caricaturale del proprietario e appassionato lettore dei libri suddetti – proprio qui, proprio per questo, possiamo affermare che è la Storia a venirne fuori, la Grande Storia del mondo intesa come maestra di vita e bussola etica. E ciò succede, come in ogni trattato a sfondo filosofico che si rispetti, a mezzo di una serie di singolari argomentazioni a contrario: singolari per noi, non certo per i maestri ottocenteschi, che ben sapevano porre la questione della deviazione dal vero, o dall’utile, o dall’interessante, per tornare alle celeberrime categorie manzoniane.

L’articolo completo è disponibile sul numero 2 (2020) di “Riscontri”

Destini incrociati a cavallo del secolo. Storia, storie ed emozioni dell’Italia dal ’77 ad oggi, raccontate da Luisa Caridi

Binario 77, che Luisa Caridi ha pubblicato per L’Erudita Edizioni nel febbraio di quest’anno, è uno di quei libri che raccontano, tutti insieme e senza scinderli mai del tutto, tempi, luoghi, persone, emozioni. Parliamone con l’autrice.

 

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BINARIO 77

di Luisa Caridi

 

  • Luisa, nel tuo romanzo ripercorri gli ultimi quarant’anni di storia Italiana a partire dal Settantasette, spartiacque drammatico che è emblematicamente anche l’anno di nascita dei tuoi protagonisti: Elena e Andrea, due compagni di scuola che si reincontrano solo oggi in età adulta, dopo lunga lontananza ed assenza. Per scoprire che gli eventi susseguitisi lungo i decenni hanno marcato le loro scelte ed i loro destini. È proprio vero, allora, che quello che accade intorno a noi nella nostra vita determina così fortemente quello che siamo e che diventeremo? Anche tu ti senti così?

Certamente penso che la storia collettiva influenzi marcatamente i destini individuali. Nessun uomo può prescindere dal contesto in cui vive e opera. È chiaro, ad esempio, che nascere nel Medioevo o nell’Illuminismo determini una diversa percezione della vita e del mondo e induca l’uomo a riconoscersi in ideali diversi. Allo stesso modo, gli eventi che si sono susseguiti dal Settantasette a oggi a livello globale hanno segnato, a mio avviso, una profonda crisi di identità che si ripercuote nelle nostre vite e nelle nostre scelte politiche.

  • C’è una tua pagina che mi ha molto colpito: quella in cui, riferendoti all’alba degli anni Novanta con i suoi orizzonti di distensione, parli di “nuovi fuochi fatui”, e poi subito dopo citi Papa Francesco e le sue tesi di “globalizzazione dell’indifferenza”. È stato tutto inutile allora? Le grandi ideologie, gli ideali che avrebbero cambiato il mondo… fuochi fatui anche quelli? Nulla che valga la pena ricordare, se non errori, strade sbagliate in partenza?

Foto Caridi
Luisa Caridi

Francamente non credo che le ideologie siano tramontate, vanno semmai ripensate in rapporto agli scenari attuali. Senza gli ideali la vita non avrebbe senso e determinerebbe un ripiegamento nel dolore o nell’indifferenza. Nel dolore di chi sente fortemente l’ingiustizia e la disparità o nell’indifferenza di chi sceglie di guardare il mondo con impotente distacco e mera rassegnazione.  Ho l’impressione che gli uomini del nostro tempo da un lato siano indifferenti, ma dall’altro cerchino disperatamente nuove idee a cui aggrapparsi. Il problema è che si tende ad attendere una sorta di Messia che tarda ad arrivare, un novello Godot che forse non arriverà mai.

  • Parliamo dei luoghi del tuo romanzo. Roma anzitutto, bella e sfrontata come sempre: negli scenari da vip di Piazza di Spagna, come in quelli alternativi e turbolenti del Pigneto. Ma anche la tua Calabria, Praga, Berlino… a comporre un mutevole, articolato palcoscenico nel quale ognuno di essi rimanda ad una sua specifica essenza, al suo speciale contributo dato in quel particolare momento storico… ci credi tu, all’anima dei luoghi? Come si manifesta, secondo te?

Credo moltissimo nell’anima dei luoghi, in fondo il mio libro vuole essere un viaggio nello spazio e nel tempo. I luoghi per me sono espressione dell’anima degli uomini, è come se una parte di noi restasse nelle strade che abbiamo percorso, nei posti in cui abbiamo vissuto. Gli stessi edifici rinviano a un preciso modo di percepire la vita e il mondo. Di conseguenza, se io entro in una cattedrale gotica avvertirò il mio essere piccola di fronte a Dio, a Time Square avvertirò il mio essere piccola di fronte al Potere. Nel primo caso penserò al dio dello spirito, nel secondo caso al dio del denaro.

  • La tua narrazione della recente storia d’Italia si sofferma spesso e giustamente sui temi della corruzione e delle infiltrazioni mafiose nella politica: al di là della obiettiva, cruciale rilevanza della questione, qual è la tua personale prospettiva sul problema? Te lo chiedo anche da meridionale a meridionale, e perché ti so impegnata sul fronte dello sviluppo del territorio… o è un problema che riguarda l’Italia tutta, indistintamente?

Quando ero ragazzina pensavo che la mafia fosse un problema localizzato, i media veicolavano un messaggio preciso che tendeva a circoscrivere il fenomeno. Oggi è sotto gli occhi di tutti che la corruzione e le infiltrazioni mafiose interessino territori ampi e intercontinentali. In sostanza, non si può più parlare di mafie secondo un’immagine stereotipata e avulsa dalla realtà, le mafie si manifestano in forme e modi diversi che hanno come comune denominatore la brutalità e l’arroganza. Francamente non so se la mafia verrà mai sconfitta, tendo a pensare che si trasformerà e assumerà nuove sembianze. Voglio tuttavia essere ottimista e, come Falcone, credere che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”.

  • In basso in copertina, sotto ad una foto di Berlino, sono riportate queste due frasi un po’ criptiche, che poi all’interno del testo non ritroveremo: “Una e la stessa è la via all’insù e all’ingiù” e “Doppio binario. Caos e Cosmos. Il sole è nuovo ogni giorno”. Si intuisce che potrebbero essere una importante chiave di lettura della vicenda, o forse una sorta di messaggio in codice al potenziale lettore con il libro sotto gli occhi o tra le mani. Ce le spieghi meglio? 

“Una e la stessa è la via all’insù e all’ingiù” è una frase di Eraclito che, a mio avviso, rinvia alla circolarità dell’esistenza, alla coincidenza degli opposti senza i quali sarebbe impossibile il fluire della storia umana e individuale. Tutto è soggetto al tempo e destinato a mutarsi nel proprio opposto. In tal senso, i doppi binari sono illusori e il Caos e il Cosmos sono alla base del ciclico rinnovamento dell’universo che fa sì che il sole sia nuovo ogni giorno.

  • In conclusione, quanto c’è della Elena e dell’Andrea di ieri e di oggi, in ognuno di noi loro coetanei, o anche – come nel mio caso – con qualche ulteriore anno in più sulle spalle? E quanto c’è di loro invece nei giovani di oggi? Grazie del tuo tempo, e di aver parlato con noi, e in bocca al lupo per la promozione di questo tuo lavoro in questo periodo più complicato del solito.

Se ci riferiamo ai trentenni di oggi, credo che siano profondamente disillusi; quanto agli Elena e Andrea più maturi, ritengo che rifuggano dalla politica urlata, povera di contenuti e idee, e auspichino un recupero del senso delle istituzioni. I giovani, infine, pagano lo scotto di non avere dei modelli da seguire ma sognano ancora, e questo fa ben sperare. Pensiamo ad esempio a tutti gli adolescenti che si sono riconosciuti nel movimento ambientalista di Greta Thumberg, sono giovani che ancora oggi sentono il bisogno di lottare per qualcosa di giusto, in questo caso la salvaguardia della natura. E forse è proprio dalla natura che noi tutti, giovani e meno giovani, dovremmo ripartire se vogliamo un cambiamento reale del sistema economico e dell’agire umano.

Con questo augurio, ringrazio di cuore te e tutta la redazione della rivista “Riscontri” per il tempo e lo spazio che mi avete dedicato.

 a cura di Carlo Crescitelli

Agnizione, pulsione di morte e disincanto nella poesia di Nicola Prebenna

di Carlo Di Lieto

 

prima di copertinaNicola Prebenna, in Vulnera temporis (2018), in perfetta armonia di toni ed equilibrio stilistico, affida i suoi alati versi all’infinita trascendenza dell’esperienza interiore, disseminata in un discorso di frammenti d’amore, allertati dalla fede e da un codice etico-civile. La sfera del reale confligge con la latenza inconscia, nel tentare uno snodo o un varco all’addensarsi del Male, nelle sotterranee latebre del mondo. Prebenna denuncia coraggiosamente la malattia dell’essere, disincarnando ogni illusione, svelando l’ontologia del negativo del suo “inquieto sentire” ed elaborando la pulsione di vita, a fronte della pulsione di morte. L’interlocutore privilegiato di Prebenna è un Tu – divino, che nasce da una permanente conflittualità con il reale, lungo un itinerario di fede e di speranza. Egli si muove sul discrimine dello “stupore” e del “lutto” e, ravvivato dal Verbum della poesia, tramuta, in espressione di redenzione e di serenità spirituale, il Male della Storia.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2020) di “Riscontri”

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