“«Poeta e ribelle»: Gian Pietro Lucini teorico e critico della letteratura” di Isabella Pugliese

La segnalazione letteraria di oggi riguarda il volume di Isabella Pugliese su Gian Pietro Lucini (Franco Cesati Editore): autore futurista anomalo, le cui sperimentazioni anticipano diverse delle tendenze letterarie che seguiranno.

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Titolo: «Poeta e ribelle»: Gian Pietro Lucini teorico e critico della letteratura

Autrice: Isabella Pugliese

Pagine: 256

Anno: 2020

Editore: Franco Cesati Editore

 

Gian Pietro Lucini, poeta e scrittore lombardo vissuto tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, svolse un’intensa attività di teorico e critico della letteratura. Egli si confrontò infatti con le più importanti esperienze artistiche di inizio secolo, dal Futurismo al dibattito sulla liberazione dalla metrica tradizionale che portò all’affermazione del verso libero, secondo lui unico metro in grado di adattarsi al mutato contesto storico-culturale e alla diversa sensibilità dei poeti novecenteschi. Lucini fece anche i conti con la tradizione letteraria più prossima (Dossi e D’Annunzio), e con quella ottocentesca (Foscolo didimeo). Inoltre le sue numerose recensioni ad autori contemporanei fanno luce sulle questioni letterarie più dibattute in quegli anni e sui poeti che meglio incarnavano la nuova temperie culturale, facendo di Lucini uno sperimentatore di tutte le direzioni decisive della cultura del suo tempo, quelle che poi decideranno del Novecento in quanto tale.

Isabella Pugliese ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Filologia Moderna, curriculum di Italianistica, presso l’Università Federico II di Napoli e attualmente è docente di materie letterarie presso il Liceo Artistico Policarpo Petrocchi di Pistoia. I suoi interessi di ricerca si concentrano soprattutto su tematiche inerenti il delicato passaggio tra Modernismo e Avanguardia nei primi anni del Novecento. Ha partecipato a numerosi convegni nazionali e ha al suo attivo saggi su Calvino, Marinetti, Palazzeschi e Lucini. È inoltre specializzata nell’insegnamento dell’Italiano agli stranieri.

Chiacchierando col libro di storia. Daniele Coppa, ovvero il passato che non ti immagini

Nel grembo degli dei. Quando gli uomini parlavano con le divinità di Daniele Coppa (Europa Edizioni 2019) – opera fra le segnalate per particolare interesse al nostro concluso concorso “Un libro in vetrina” – è uno di quei felici esempi di come si possa fare dell’ottima divulgazione storica appassionando e divertendo. Abbiamo approfittato della disponibilità dell’autore a parlarne con noi.

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Nel grembo degli dei

di Daniele Coppa

 

  • Daniele: uomini e dèi che si sfidano a vicenda in improbabili eppur plausibili retroscena della verità e verosimiglianza storica, in un calderone ribollente di emozioni e di azione… ma come ti è venuto in mente di rimescolare e riscodellarci in maniera così eclettica e geniale le polverose pagine dei nostri libri di storia?

Sono gli uomini che hanno bisogno degli dèi per dare un senso alla loro esistenza o sono gli dèi che hanno creato gli uomini per dare un senso alla loro di esistenza? Chi è funzionale a chi? Se proprio vogliamo dire come mi è venuto in mente, diciamo che son partito proprio da queste domande. Io sono ateo e naturalmente la mia non può essere che una risposta laica. Così mi sono un poco divertito a scombussolare i ruoli. Nel primo dei miei quattro racconti (tratto dall’Iliade) metto a confronto Elena e Afrodite; Elena: regina di Sparta si comporta come una dea: algida, lineare e insondabile, ingessata nel suo ruolo di regina superiore a tutti gli uomini. Mentre la sua amica-nemica Afrodite è istintiva, volubile e caotica, come lo sono un poco tutte le donne, insomma la più “terrestre” delle due. Nel secondo racconto invece parlo del faraone Amenofi IV, personaggio realmente esistito che mi ha affascinato e da cui ho attinto molto dalla Storia. Amenofi fu un faraone “eretico”. Durante il suo regno tentò di edificare una “città senza Dio”, dove ognuno era libero di credere in ciò che voleva. Per questo entrò in conflitto con la potente casta sacerdotale e gli dèi loro alleati. Alla fine perse la sua battaglia e venne assassinato. La sua città distrutta e il suo nome addirittura cancellato dalla Storia. Io nel mio racconto gli concedo una piccola rivincita finale nei confronti degli dèi. Nel terzo parlo di un altro personaggio realmente esistito: Francesco Datini, un mercante di Prato del Trecento che nella sua vita accumulò una fortuna straordinaria. Io tramite il gruppo storico di cui faccio parte ho avuto modo di consultare l’archivio con tutte le sue lettere. Una cosa che ha colpito in queste sue lettere è il terrore, che poi è una sua vera ossessione, per il diavolo e la sua paura di finire all’inferno. Io il diavolo nel mio racconto glielo faccio incontrare per davvero e questi, come fa Virgilio con Dante, lo porta a visitare di nascosto il Paradiso. E lì Datini si accorge che il Paradiso non è poi quel posto meraviglioso che si crede e trova un sacco di gente della peggior specie che chissà come si sono intrufolati lì. Naturalmente mi riferisco a tutti quei “Santi” un poco sconvenienti elevati agli altari dalla Chiesa. Mentre nell’ultimo racconto ho cercato di rendere “umani” il Padre e il Figlio del Cristianesimo. Ecco! Come te lo immagini il Dio Padre? Quello della Bibbia per intenderci: il terribile Yahweh autoritario e vendicativo. Quello che impone la legge del taglione: “occhio per occhio, dente per dente” e distrugge intere città perché gli hanno disobbedito. E il figlio, invece? Quello dell’“ama il prossimo tuo come te stesso” e del “porgi l’altra guancia”. Come si conciliano nel Cristianesimo due personaggi così diversi? Ecco, io che ho vissuto quel periodo me li immagino in un conflitto generazionale degli anni ’70. Un padre all’antica e un figlio “hippy” che fugge di casa per scendere sulla terra all’insaputa del padre e predicare il “Peace and Love”. Stravolgendo così tutto quello che il Padre aveva imposto agli uomini fino a quel momento e creando così un grosso problema all’interno sua famiglia.

  • Non hai mai avuto paura di perderti nel tuo stesso magico mondo di calcolata invenzione?

Io credo che un poco tutti si costruiscono un magico mondo di calcolata invenzione nel quale finiscono inevitabilmente per perdersi. Anche chi non ha mai scritto un libro. E poi, visto da un laico, chi è più perso in un mondo di calcolata invenzione di un credente?

  • Parliamoci chiaro: il sacro e il profano, l’umano e il divino, alla fine nessuno li mischia del tutto davvero, perché tutti tengono sempre in qualche modo distinti i due piani. Non lo fa Omero, non lo fa Dante, non lo fa Manzoni. Tu invece… sì: e sei riuscito per giunta a mischiarci pure Omero, Dante e Manzoni! Facci capire come orientarci all’interno dei tuoi racconti, con quale spirito leggerli.

Accidenti che paragone… Omero (o chi per lui) è il più geniale di tutti, l’umano e il divino secondo me li mischia eccome. Qual è il senso dell’Iliade e dell’Odissea? Chi sono gli dèi e cosa vogliono dagli uomini? Chi è realmente Elena? Una ragazzina innamorata o una regina fredda e calcolatrice? Chi è Ulisse? Un grand’uomo o un’imbecille presuntuoso?

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Daniele Coppa

Queste cose Omero non le dice, semina solo indizi e suggestioni, e lascia il lettore libero di interpretarle come crede. La leggi cento volte e ti puoi fare cento idee diverse. Io l’Odissea la paragono al film capolavoro di Stanley Kubrik 2001 Odissea nello spazio. Anche in quel film si mischia il divino con l’umano lasciando spazio a chi guarda il film di interpretarlo come crede. Io credo che il termine “Odissea” Kubrik non l’abbia usato per caso. Dante invece devo ammettere che lo conosco poco, ho solo preso alcuni spunti dalla Divina Commedia. Manzoni invece è molto “terrestre”. Il suo libro si legge attraverso i suoi personaggi che lui è bravissimo nel caratterizzare. Io non ho nulla da spartire a questi giganti. Io scrivo “di getto”, alla maniera degli scrittori della Beat Generation. Scrivo perché mi diverto a farlo, non rifletto molto su quello che scrivo. Anche chi legge forse non deve riflettere molto su quello che scrivo. Non ho messaggi da lanciare, non ho “l’attrezzatura” necessaria. Mi basta che quelli che leggono si divertano un poco.

  • Tu sei uno storico di professione, Daniele?

No. I miei studi sono stati di carattere scientifico. Ai tempi della scuola io addirittura la Storia la odiavo. La Storia che mi insegnavano era un insieme di nozioni, di date e di “congressi”, “Prammatiche Sanzioni”, “Magne Charte” e così via raccontati con un linguaggio “accademico”, tutto condito di retorica religiosa o patriottarda per cui i personaggi dovevano essere dei giganti o dei dementi. Ho imparato ad amare la Storia piuttosto tardi, intorno ai trent’anni quando ho scoperto che esiste un altro modo di leggere la Storia: quello di leggerla come fosse un romanzo. Un romanzo caotico fatto di personaggi contraddittori. Caotici e contraddittori come lo siamo tutti noi, perché la Storia è fatta di uomini e donne, non di documenti. Questo l’ho scoperto leggendo gli storici inglesi, come Beevor, Barlow o Mac Smith, i maestri nel raccontare la Storia in questo modo senza retorica… come se fosse un romanzo, scritto in una prosa comprensibile a tutti, anche a chi non è del “mestiere” e non ha fatto studi specifici. Io tutto questo l’ho trovato affascinante.

  • Sappiamo che scrivi anche per il teatro… e avremmo dovuto aspettarcelo, da come imposti e modelli i tuoi personaggi.

Più che per il teatro scrivo per il “Teatro Illustrato”. Non ho molti contatti con il mondo del teatro. Ho pubblicato un paio di libri e un altro è in cantiere. Collabora con me una ragazza molto brava nelle illustrazioni. Anche questo lo faccio perché mi diverte. Prendo dei personaggi storici e ne faccio una satira. Uno di questi testi è su Francesco Datini, tratto appunto dal racconto di questo libro. L’altro è su Bonifacio VII: il terribile papa prepotente, lussurioso e blasfemo, una figura che mette in imbarazzo anche la Chiesa. Il terzo invece che non è ancora uscito è ambientato nella Firenze dei Medici.

  • E sappiamo anche che sei un esperto di cucina… storica, naturalmente. Questa è una sorpresa da approfondire.

In realtà questo è il mio lavoro. Io mi occupo di tecnologie e materie prime alimentari. Occuparmi anche di Storia della cucina viene da sé. Così con gli amici del gruppo storico di cui faccio parte organizziamo anche delle “cene storiche” e conferenze sulla storia della cucina. Ho anche pubblicato un’Antistoria della Cucina. Un saggio semi-serio su tutte le leggende metropolitane e le bufale che vengono raccontate sulla cucina.

  • E allora, visto che l’appetito come si sa vien mangiando, cosa ci serviresti come antipasto del tuo Nel grembo degli dei, per “finitivamente” invogliarci a sedere alla tavola delle tue storie?

Diciamo qualcosa di “leggero”, da non prendere troppo sul serio. Pomodoro e mozzarella va bene?

  • Grazie del tuo tempo, complimenti e… buona degustazione a noi!

Grazie a voi.

a cura di Carlo Crescitelli

“Coll’ago finissimo dell’ingegno. Postille ad alcune pagine dei Promessi Sposi” di Clelia Biondi

Oggi vi segnaliamo il saggio di Clelia Biondi Coll’ago finissimo dell’ingegno. Postille ad alcune pagine dei Promessi Sposi (ilmiolibro.it) sulle implicazioni critico-ideologiche delle vicende de I Promessi Sposi.

Clicca qui per leggere l’estratto.

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Coll’ago finissimo dell’ingegno

di Clelia Biondi

SCHEDA DEL LIBRO

Titolo: Coll’ago finissimo dell’ingegno
Sottotitolo: Postille ad alcune pagine dei Promessi Sposi
Autrice: Clelia Biondi
Pagine: 212
Anno: 2014

Prendendo in esame l’Introduzione, i capitoli XXVII (limitatamente a don Ferrante e alla sua biblioteca), XXXI, XXXII e XXXVII (limitatamente alla morte di don Ferrante) dei Promessi sposi, nonché l’Introduzione della Storia della colonna infame, il libro propone una lettura, se non nuova, spregiudicata, forse, del più celebre romanzo italiano.

Il percorso interpretativo, rigorosamente fedele al testo, sempre confrontato con la sua prima redazione, mira a dimostrare come l’ideologia sottesa al romanzo manzoniano si distribuisca in modo accortamente calibrato, proprio come una struttura portante, che compatta e sostiene l’opera, attraversandola per intero – dal suo principio al suo compimento –.

I temi principali che vengono, in tal modo, enucleati sono: il ruolo dell’intellettuale nella società; l’importanza del superamento della passione, intesa quale espressione della pulsione istintuale, a favore della conquista di un comportamento ponderato e razionale; il libero arbitrio, inteso quale pilastro della dignità dell’uomo; la condanna di alcuni orientamenti filosofici (neoplatonismo, in primis).

Si rileva, inoltre, come Manzoni riesca a fornire una lettura, ante litteram, della complessità, contraddittoria e variegata, della scienza ‘500-‘600esca.

Riconoscimenti:

  • Finalista al Premio Letterario Mario Soldati 2014, Torino;
  • Premio Letterario Montefiore, Premio Speciale Pianeta Donna 2015, Montefiore Conca (RN);
  • Premio Letterario Lago Gerundo 2016, Paullo (Milano);
  • “Menzione al merito”, Premio Letterario Salvatore Quasimodo 2016, Guidonia (RM);
  • “Menzione al Merito”, Premio Letterario Maria Cumani 2016, Guidonia (RM);
  • “Menzione al Merito”, Premio Letterario Città di Torino 2017, Torino;
  • Premio Letterario Città di Sarzana 2019, Sarzana (SP);
  • “Segnalazione di Merito”, Premio Letterario Un libro in vetrina 2020, Avellino.

Inserito nello “Schedario manzoniano” di “Testo”, Rivista di Studi di teoria e storia della letteratura e della critica, anno 2015 – N. 69, Gennaio-Giugno.

Il Professore risponde. Conversazione con Pietro Rainero

Intervista a Pietro RAINERO, autore di LOGICA STRINGENTE – Nove storie obbedienti alle ferree leggi della ragione (Il Convivio Editore 2016), opera che ha ricevuto menzione di interesse al concorso “Un libro in vetrina”.

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LOGICA STRINGENTE

di Pietro Rainero

 

Il momento che noi di Riscontri attendevamo da tempo è giunto: il professor Pietro Rainero, arguta e vecchia conoscenza della casa editrice per essere stato più volte gradito ospite di varie nostre antologie con diversi dei suoi brillanti racconti, ha finalmente accettato di lasciarsi mettere all’angolo dall’altra parte della scrivania, sottoponendosi lui, stavolta, al fuoco di fila delle nostre domande. Chiaramente non affascinanti e geniali come quelle che lui pone al suo pubblico nei suoi libri. Ma capirete, l’occasione per noi è ghiotta; di rado capita di poter dialogare con un autore dalla personalità tanto forte e spiccata, dall’approccio così originale ed eclettico. Perciò procediamo subito a bombardarlo con le nostre tante curiosità: su di lui, sul suo libro, sul suo lavoro, modo di essere, stile di vita.

  • Pietro, prima di tutto, e addirittura prima di incominciare, perché è ovvio che chiunque ti legga da subito se lo chiede: ma i tuoi mille enigmi, quesiti, indovinelli, quiz… da dove li tiri fuori? Sei tu che li inventi e componi di sana pianta o, magari, li mutui, li prendi in prestito altrove, adattandoli e personalizzandoli a seconda del caso?

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    Pietro Rainero

Beh… cominciamo col dire che solo circa la metà dei racconti che ho scritto prende spunto da argomenti scientifici, e questo sicuramente a causa della mia formazione. A me piace molto inventare e do largo spazio alla fantasia. Einstein diceva: «la logica vi porterà da A a B, la fantasia vi porterà dappertutto». Molti dei miei indovinelli si basano su articoli apparsi nella rubrica di giochi matematici del mensile “Le Scienze” o su riviste di matematica, generalmente francesi. Poi naturalmente li elaboro e li inserisco in contesti adeguati. Qualche volta invece li invento di sana pianta; ad esempio in una delle ultime storie scritte ho escogitato un modello di universo nel quale si può viaggiare nel passato ma risulta impossibile causare paradossi temporali, tipo uccidere la propria nonna. È un racconto di cui vado fiero e che mi piace molto (naturalmente questo non significa nulla: bisognerà vedere se piacerà anche agli altri!)

  • Dicci la verità, dai: cosa pensano di te i tuoi studenti? Sono tuoi complici di scorribande logiche o piuttosto tuoi avversari di tornei all’ultimo calcolo?

A dire il vero, a scuola si è sempre un po’ a corto di tempo, presi tra la necessità di completare lo svolgimento del programma e le incombenze quali verifiche e interrogazioni varie. Comunque qualche volta, specie in occasioni di supplenze in classi non mie, ho presentato ai ragazzi giochi quali “Non mangiate la cioccolata verde” oppure il più famoso “Hex”, inventato dal matematico statunitense John Nash, premio Nobel per l’economia e protagonista del noto film A beautiful mind.

Alcuni alunni si sono cimentati in sfide tra di loro alla lavagna ma in generale non è che l’interesse per questi giochi si sia rivelato entusiasmante. Invece ho trovato collaborazione e complicità, se così vogliamo chiamarla, nella creazione delle illustrazioni per qualche lavoro. In particolare, due anni or sono alcune alunne hanno eseguito bellissimi disegni (io attualmente insegno in un liceo artistico) per guarnire una mia favola, che ha come protagonista un piccolo ragno.

  • La gran mole di riferimenti geografici ed etnoantropologici che maneggi con disinvoltura nelle tue storie lascia supporre che tu abbia viaggiato un bel po’, e allora lo chiedo a te che sicuramente lo sai: quale paese al mondo è il paradiso della matematica, e perché?

La colpevole di avermi contagiato con la malattia dei viaggi è mia moglie. Dopo il matrimonio abbiamo fatto molte vacanze tanto che nostra figlia Sara, che ha 24 anni, è già stata in una trentina di stati esteri.

Non so se riuscirò mai a visitare quello che per me è il paradiso terrestre, cioè la Polinesia francese, ma posso provare a trovare i candidati per il paradiso della matematica. Oggi si stanno affacciando alla ribalta paesi come la Cina o l’India (gli orientali sembrano molto portati per le scienze della logica), ma sicuramente le nazioni con le più grandi tradizioni nel recente passato sono gli Stati Uniti, la Francia e la Russia. E proprio russo è il giovane matematico protagonista di otto delle mie storie: Ivan Melenovski. Ho fatto questa scelta non solo per la tradizione di questa nazione, ma anche perché sono un estimatore delle fiabe popolari russe, in particolare quelle di Afanasjev. Francese (di padre americano) è invece l’ispettore Clews, che di stanza a Cannes si sposta per le indagini ora a Ventimiglia, ora a Lisbona e anche, in una circostanza, a Parigi, dove fornisce un concreto aiuto nientemeno che al collega Maigret. Abita a New York, invece, Anelia De Bruyn, olandese di nascita, ricca di famiglia, che partecipa settimanalmente al quiz televisivo “Capre e cavoli” dove invariabilmente sbaraglia gli avversari con le sue ferree capacità logiche. Non penso che si possa parlare di un unico paradiso della matematica, così come non esiste il più grande musicista (o scrittore, o atleta) del mondo.

  • Parlaci dei tuoi interessi, dei tuoi hobbies, dei tuoi ritmi e riti quotidiani: da uno come te c’è sempre da imparare molto, anche e soprattutto nella vita pratica.

Il mio primo hobby, in gioventù, sono stati gli scacchi, ai quali ho dovuto rinunciare perché inevitabilmente, ogni volta che mi recavo in un’altra città per un torneo, ero tormentato dal mal di testa. Poi è venuto il tennis, che ho praticato sino al matrimonio (dopo le nozze molte cose cambiano…). Attualmente non ho un vero e proprio passatempo, se si esclude l’appuntamento quasi quotidiano con il Sudoku del “Corriere della sera”, anche se io preferisco il Kendoku. Un altro appuntamento quasi quotidiano è in giardino: con l’erba che nei mesi caldi non la smette di crescere! Mi piace tanto lo sport e adoro letteralmente l’atletica leggera. Non riesco a scrivere molto: in venti anni ho buttato giù circa 120 racconti, quindi in media sei all’anno. Da giovane ero un accanito lettore di saggi scientifici, dei gialli di Rex Stout e dei racconti di Asimov. I romanzi non sono in genere di mio gradimento, in quanto quasi tutti incentrati su storie vere o verosimili e sulla psicologia dei personaggi, laddove io amo invece viaggiare con l’immaginazione tra mille mondi e argomenti diversi. La lettrice in famiglia è mia moglie, patita in particolare di Grisham, Ken Follett e Camilleri, dei quali le regalo, ormai è consuetudine, le ultime creazioni. Non significa però che io legga pochissimo: durante l’estate mi sorbisco (con piacere, per carità!) i 230-250 racconti che annualmente partecipano alla sezione narrativa del premio “Guido Gozzano”, di cui faccio parte della Giuria dal 2013.

  • Una domanda ancora più personale, se ce lo consenti. Ti viene sempre naturale essere così spumeggiante, spiritoso e allegro, Pietro? O la tua verve è piuttosto un intelligente rifugio, un’astuta difesa dall’intollerabile irrazionalità della vita?

Mi viene assolutamente naturale fare associazioni di idee o di parole e cercare di essere spiritoso, ottimista nonostante tutto, di metterla sulla “leggerezza”. Un critico, recensendo un mio libro, ha affermato una volta: “l’autore gioca con la storia, con la mitologia, con la scienza, ma gioca soprattutto con le parole. Adora i calembours, indugia sugli equivoci, si trastulla con le paranomasie, scherza con i palindromi, si diletta con il plurilinguismo”. Penso abbia ragione. Inoltre il carattere delle mie storie è di tipo surreale ed esse si fondano spesso sul paradosso, non solo quello che è, o sembra, un indovinello logico, ma anche quello che nasce dall’arbitrio inventivo della fantasia, da presupposti in partenza arbitrari che solo il patto narrativo rende accettabili. Se il mio modo di concepire la scrittura sia poi anche una sorta di difesa nei confronti della cruda realtà, beh, questo non lo so ma è certamente possibile: forse la fantasia è una comoda carrozza che ci porta in cieli azzurri a guardare l’umanità dall’alto e ci trascina nel suo mondo dimostrandoci che ridendo e scherzando si possono combattere gli affanni della vita.

  • Per chiudere in bellezza, adesso vogliamo da te un pezzettino di futuro. Una previsione, un’illuminazione, una risoluzione quale che sia: a chi altri rivolgersi, se non a te? Frattanto, grazie del tempo che hai voluto dedicarci, del tuo delizioso saper stare al gioco, della tua grande simpatia!

Sto al gioco: volete una previsione? Ringraziate per il tempo? Bene: cercherò di fornire le mie… previsioni del tempo! (Anche se predire il futuro lascia sempre un po’ il tempo che trova, cioè se piove continua a piovere). Cerchiamo di predire dunque quando finirà il tempo. Richard Gott (un fisico che, tra l’altro, si è interessato ai viaggi nel tempo) si trovava a Berlino nel 1969 con un amico. Gott previde che il famoso muro non sarebbe durato più di 24 anni. Dopo vent’anni, nel 1989, i berlinesi abbatterono il muro. Egli era partito dall’ipotesi che quando si osserva un evento si può supporre di non trovarsi in nessun momento di osservazione privilegiato. In particolare, con il 50 per cento di probabilità, si può supporre di trovarsi nell’intervallo che va tra un quarto dagli inizi e un quarto dalla fine. Nel caso del muro si poteva immaginare a un estremo di essere a un quarto della sua durata: poiché era stato eretto otto anni prima, nel 1961, sarebbe durato ancora altri tre periodi uguali, cioè 24 anni. All’altro estremo di essere invece a tre quarti della durata, cioè che il muro sarebbe durato ancora due anni e otto mesi. Si poteva prevedere, con il 50 per cento di probabilità di azzeccarci, che il muro sarebbe caduto nel periodo compreso tra i prossimi due anni e otto mesi e 24 anni. Bene, a quanto pare il tempo è incominciato 13 miliardi e ottocento milioni di anni fa (anche se sono un fisico non mi convince tanto questo poter iniziare e finire del tempo, infatti ci sono altre ipotesi. Comunque…). Per varie ragioni è solo un gioco ma, se state al gioco seguendo il ragionamento di prima, il giorno del giudizio universale, con il 50 per cento di probabilità, cadrà in un intervallo futuro compreso tra 4 miliardi e 600 milioni di anni e 41 miliardi e 400 milioni di anni.

Ecco il pezzettino di futuro.

Sono io che ringrazio voi dell’intervista: le domande erano veramente simpatiche!

a cura di Carlo Crescitelli

Tra romanzo e realtà. Annalisa Santi racconta le difficili vite delle maestre di fine Ottocento

di Carlo Crescitelli

 

prima di copertinaUna ricerca, quella di Annalisa Santi, che prende le mosse dal progetto di unificazione regolamentare della didattica scolastica intrapreso dall’amministrazione sabauda a cavallo dell’unità nazionale – a partire dall’entrata in vigore della Legge Casati nel 1859 –  per tratteggiare la situazione umana ed antropologica  delle giovani maestre nubili che in quegli anni si avventuravano  nelle periferie del paese per svolgere, in totale solitudine e tra mille difficoltà e ostacoli, la loro cruciale missione educativa in un’Italia disintegrata e ancora in gran parte analfabeta. L’autrice ci conduce in un inedito viaggio nel tempo lungo la penisola, che tocca man mano Torino, Napoli e le campagne toscane; raggiungendo di volta in volta le derelitte masse operaie delle scuole serali, i collegi di educande napoletani, e le realtà rurali della fascia costiera tra Pisa, Livorno e Maremma. Luoghi e calvari dell’anima che ci vengono mostrati attraverso le crude rappresentazioni in stile protoverista dei romanzi, racconti, articoli  e rapporti di tre illustri cronisti e scrittori dell’epoca: Edmondo De Amicis, Matilde Serao e Renato Fucini. Segnati anch’essi, nelle loro vite private, delle stesse stigmate delle creature della loro immaginazione. Ed è proprio grazie al  massiccio ricorso a queste anomale fonti letterarie –  e alla di esse intelligente lettura critica, contestualizzata al periodo ed alle singole geografie sociali, che la Santi ce ne da  – che emerge il lato più interessante di tale puntuale indagine storiografica: vale a dire l’inquietante conoscenza che di questo fosco mondo man mano ci viene offerta. Mentre resta costante, a sottofondo di questa italica, cupa frontiera di fine ottocento, il tema opprimente della repressione della donna, degradata sia a facile oggetto del desiderio maschile che a bersaglio di stolida, crudele riprovazione popolare. Una trattazione fosca, ma necessaria a rendere doverosa giustizia al silenzioso sacrificio della parte più debole di quella neonata Italia.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2020) di “Riscontri”

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