Il caso Ivanyc. Mistero, autobiografia e introspezione in “Perekati-pole” di Anton Cechov

di Maurizio Masi

prima di copertina3Il testo presenta una lettura del racconto di Anton Cechov Perakati Pole (Il cardo errante) cercando, dopo una breve introduzione al testo, d’indagare sulla personalità e sulla figura del protagonista principale: Aleksandr Ivanyc, giovane studente ed ebreo convertito in cerca di sé. L’analisi tenta anche di fornire un quadro accurato di interpretazione dell’ambiente dove si svolge il racconto, cercando di evidenziare come il primo serva all’esplicitazione della storia e della psicologia del protagonista, dei suoi turbamenti, delle sue paure, nonché del suo complesso ed inusuale vissuto che egli confessa apertamente ad un comune pellegrino durante una notte trascorsa insieme in una tetra e severa camera della foresteria del monastero di Sviatogorsk.

L’articolo completo è disponibile sul numero 2 (2020) di “Riscontri”

Maurizio Masi è Dottore di ricerca presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Firenze dove ha conseguito il Dottorato in Letteratura italiana lavorando ad una tesi sulla prima narrativa di Paolo Volponi. Collabora a “Studi italiani” e alla “Rassegna della letteratura italiana”. S’interessa, soprattutto, di  letteratura italiana e russa dell’Otto/Novecento, del rapporto tra scrittura-autobiografia e tra scrittura e psicoanalisi.

Le diverse forme della “scrittura di sé”: il percorso letterario di Emmanuel Carrère

di Valentina Domenici

 

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La ricca ed eterogenea produzione letteraria di Emmanuel Carrère, in parte raccolta in un testo di recente pubblicazione dal titolo Propizio è avere ove recarsi (Adelphi, 2017), testimonia il percorso artistico e creativo estremamente singolare di questo autore, i cui lavori si sottraggono da sempre a ogni tipo di classificazione o definizione convenzionali.

Il filo rosso che sembra percorrere, sin dagli esordi, la maggior parte delle sue opere è quello dell’autobiografia, meglio definibile, nel caso di Carrère, come “scrittura di sé”; quest’ultima non implica solo il desiderio di attingere, per la costruzione narrativa dei suoi lavori, dalla propria vita e dalle proprie esperienze personali, ma riguarda, in un senso più ampio, l’intreccio e il confine sottile tra l’uomo e lo scrittore, tra l’arte, la letteratura e la vita. Dove inizia la finzione letteraria e dove subentra il diretto vissuto di Carrère? La domanda, che può emergere tra le pagine dei suoi “non-romanzi”, resta volutamente sospesa, e appare all’autore non di rilevante importanza.

La centralità dell’elemento autobiografico si sposa, in molti casi, con uno stile particolarmente ibrido e ambiguo, riconducibile solo in parte a categorie come quella di non fiction o di autofiction, che pure sono rifiutate in modo netto dallo scrittore francese, il cui lavoro resta consapevolmente sul crinale tra la finzione letteraria e il “realismo” dei fatti, tra l’oggettività e la storicità inconfutabile degli eventi e la soggettività di chi li osserva e li racconta.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2019) di “Riscontri”

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Valentina Domenici è assegnista di ricerca triennale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’università degli Studi Roma Tre, e docente a contratto presso l’università di Evry-Val-d’Essonne. È autrice di diversi saggi sul cinema francese contemporaneo e di alcune monografie (Il corpo e l’immagine. Il primo cinema di Philippe Garrel, Armando, 2008; Dentro e fuori il margine. La diversità culturale nel cinema francese contemporaneo, Bulzoni, 2013; All women want love. Il desiderio femminile e la decostruzione del romance nel cinema di Jane Campion, Armando, 2015).