La vita ‘narrata’ del Principe dei musici: Carlo Gesualdo tra cronaca, romanzo e romanzesco.

prima di copertinaL’eccezionalità di Gesualdo, principe del tardo Rinascimento meridionale, innovatore nel campo musicale, compositore di madrigali e musica sacra, ma soprattutto il clamore suscitato dalle sue vicende personali (il duplice omicidio della moglie Maria D’Avalos e del suo amante Fabrizio Carafa), hanno fatto crescere intorno alla sua figura una curiosità, a tratti morbosa, che ha alimentato nei secoli una variegata tipologia di scritture romanzesche. L’A. individua almeno 4 tipi diversi di narrazioni biografiche (cronache, diari e memorie, biografie romanzate, romanzi propriamente detti), ne analizza con precisione alcune, osservando quanto il destino di Gesualdo, oggetto biografico, sia stato condizionato, pesantemente, e fino a Novecento inoltrato, proprio dalle gravi distorsioni,  veicolate all’indomani del delitto, che hanno alimentato una serie di miti (quali, ad esempio, quello di amore e morte, di ascendenza eretico-religiosa), con esiti per tanti versi lontani da una seria e attendibile ricostruzione biografica. E proprio in questa direzione si qualifica l’ultima, poderosa fatica di Annibale Cogliano, che al Gesualdo ha dedicato una vita appassionata di studi e di ricerche.  Il riferimento è al recente volume Carlo Gesualdo da Venosa, Per una biografia (2015), un lavoro sicuramente ineccepibile per la qualità e il rigore della ricerca storica, che ci offre, più che una biografia tout court,  una miniera di materiali storici utili per un’idea rinnovata di scrittura biografica. L’A. osserva come questa ricerca, al di là dell’innegabile valore metodologico e storico, si possa leggere come un  invito a spostare su terreni più fecondi la ricerca storica e musicale, che è anche un invito  a costruire su basi solide e certe altre biografie,  e altre possibili, e più o meno fantasiose, scritture romanzesche.

Milena Montanile,  ha svolto la propria attività di ricerca intorno a più centri di interesse, privilegiando autori e questioni di letteratura controcorrente e di opposizione. Si è interessata a più riprese delle cosiddette scritture della memoria  (Scritture della memoria, Aracne 2012); ha pubblicato in volume  saggi e studi settecenteschi.  Per i tipi della Edisud ha curato l’edizione della Bottega del caffè di Carlo Goldoni, il volume Tra Otto e Novecento, e più recentemente l’edizione dell’Account foscoliano e della Lettera semiseria di Berchet. Si è occupata tra l’altro di Galanti,  Cesarotti, Padula, Morselli, Saba, Lagorio, Pirandello, Camilleri. E’ membro del Consiglio direttivo dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento meridionale di Napoli, e della rivista annuale “Rinascimento meridionale”,  membro del Comitato scientifico della rivista “Sinestesie”, e Sinestesieonline.


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Fiorentino Sullo, un democristiano atipico

primaFiorentino Sullo, nato a Paternopoli (AV) il 29 marzo del 1921, fu un convinto riformista sin dall’inizio della sua attività politica. Influenzato dalle idee di Guido Dorso, confidava nella creazione degli enti regionali per superare i vari notabilati locali, sperando di poter costruire attraverso la loro gestione la futura classe dirigente. Durante il suo percorso politico ha sempre pensato che il Mezzogiorno potesse essere autosufficiente, come ricordato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante la sua visita ad Avellino nell’ottobre del 2019, impegnandosi duramente per modernizzarlo attraverso le infrastrutture. Verrà ricordato anche per la mancata riforma urbanistica, stritolata dai grandi gruppi immobiliari per mezzo della stampa asservita, e da chi definì quella riforma una sua iniziativa personale a pochi giorni dalle elezioni dell’aprile 1963, consultazioni politiche poi fallimentari per la Democrazia Cristiana. Successivamente gli venne affidato il Ministero dell’Istruzione in pieno ’68, una sfida che raccolse riformando il meccanismo degli esami di stato, una riforma che nelle sue intenzioni doveva essere provvisoria, ma che invece restò in vigore fino a pochi anni fa. Il suo errore fatale fu dimettersi da quell’incarico in polemica con il segretario democristiano Piccoli, per il mancato rinvio del congresso provinciale avellinese, che terminò con l’ascesa dei demitiani, avviandosi così verso il tramonto della sua lunga e fruttuosa carriera politica.

Antonino Lambo è nato a Salerno poco prima del Mundial del 1982, ha rimesso nel cassetto il suo diploma di ragioniere programmatore dopo aver riscoperto la sua passione per la storia contemporanea, laureandosi nel marzo 2020 in Filologia Moderna, presso l’Università degli studi di Salerno. Il suo faro resta l’inarrivabile Marc Bloch.


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TEMPI CHE FERISCONO, SCRITTURA CHE PUÒ GUARIRE. La Avellino che non si arrende nell’ultimo romanzo di Franco Festa

Le due enigmatiche creature letterarie di Franco Festa, l’oggi anziano commissario Mario Melillo, ed il suo giovane successore Gabriele Matarazzo, hanno attraversato con costanza – recentemente talvolta anche insieme – gli ultimi decenni della storia alternativa di una città, quella di Avellino, presentata e descritta dall’autore come talmente possibile dall’aver assunto ormai un ruolo di primo piano nell’immaginario di noi lettori. E intanto, con all’attivo ben otto romanzi delle loro indagini, le ultime delle quali condotte in coppia, più altre apparizioni su stampa e antologie, questo anomalo duo di detective è diventato una familiare ed irrinunciabile consuetudine anche per il pubblico di fuori provincia e del resto d’Italia. Oggi parliamo con Franco di La ferita del tempo, il suo ultimo volume uscito per Robin Edizioni, collana “I luoghi del delitto”.

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  • Franco, tu e i tuoi due magici commissari siete davvero una sorta di icona in città. Come te lo vivi, questo grande affetto locale? Immagino possa crearti talvolta qualche imbarazzo, come lo superi quando succede?

Ecco, tu hai usato un termine che mi piace: affetto. È una parola forte e importante e soprattutto richiede impegno per meritarlo e costanza per non perderlo. È un affetto che si è consolidato nel corso degli anni, e che ultimamente avverto in modo molto diretto. Anche se io, misantropo per natura, non sono solito frequentare luoghi e trattenermi spesso con persone. Ho però la percezione, tramite mail, telefonate, che questo legame c’è. E sinceramente non provo imbarazzo, anzi accade una cosa diversa. C’è una domanda che un poco mi tormenta: riuscirai ad essere sempre te stesso, a non inseguire ad ogni costo l’evanescente flusso di essere ad ogni costo in primo piano? Ciò che so di certo è che non riesco a scrivere su ordinazione, o su spinta di altri. La gestazione di ogni storia è lenta, perché è una ricerca dentro di sé, dentro il proprio mondo interiore. Ho sempre detto che al posto di andare da un analista mi sono messo a scrivere. Dunque chi mi legge deve pazientare, e l’affetto è perciò continuamente messo in discussione dalle mie debolezze, dalla sfiducia che spesso mi assale, dal mio “cattivo” carattere.

  • Cardine fondamentale delle vite e delle vicende dei tuoi protagonisti e dei loro comprimari è il loro rapporto, ora sereno ora deviante ora conflittuale, con l’urgenza dell’impegno civile: sono davvero così, per te, gli avellinesi e gli irpini?

    Franco Festa
    Franco Festa

Mi fai una domanda a cui non so rispondere, perché usi un termine, l’urgenza, ormai ai più sconosciuto. In città, in provincia, salvo rari avamposti, l’impegno civile non esiste. Prevale una visione miope, utilitaristica, mediocre, del vivere, che trova poi espressione nel livello infimo della classe politica sulla scena, che è lo specchio della società civile. Io non sono un nostalgico dei tempi andati, anche se qualche frettoloso lettore ogni tanto mi appioppa questo termine. Ho anzi provato, nei miei romanzi, a mettere in luce gli errori, i misfatti, le tragedie che hanno caratterizzato la città dal dopoguerra ad oggi. Ma è indubbio che ci sono stati periodi, anche se brevi, penso al ’68, penso agli anni di Di Nunno, in cui si è provato a sperimentare una via diversa, fondata su una partecipazione collettiva e su una scelta di onestà e di disinteresse. Ma sono stati momenti brevi, che alla fine non hanno lasciato segni, se non nel cuore di pochi. La città si è in fondo sempre caratterizzata per una capacità di acclamare i potenti, di acconciarsi in un familismo amorale, di far finta di non vedere, di non sapere. La viltà civile è il suo segno. Certo, esistono minoranze che resistono, che indicano alternative possibili, ma la loro è una flebile voce.

  • E il resto del mondo, com’è? Uguale ad Avellino? Fino a che punto?

Lo è almeno tanta parte del Mezzogiorno, che sembra ormai abbandonato al suo destino di emarginazione, di rincorsa disperata di prebende che non porteranno sviluppo, in cui gli elementi criminali, la mafia, la camorra la ’ndrangheta sono i veri padroni del futuro, in un legame non più conflittuale, ma organico, con la politica che conta. È un quadro triste, lo so, ma al quale non bisogna arrendersi. Ci sono anche tante energie positive, tanti elementi di modernità, tanti che cercano di collegarsi alle novità del mondo, ma sono spesso bloccati in una morsa “medioevale” dalla quale spesso sono soffocati.

  • A parziale dispetto della generazione cui appartieni, tu sei uno di quegli autori molto a loro agio sui social: ti sei infatti saputo conquistare, con il tuo quotidiano e garbato storytelling, risultati importanti ed estesi nella promozione e nella comunicazione dei tuoi lavori. Una operazione che oggi tutti intraprendono, ma che a conti fatti riesce a pochi: dunque, qual è il tuo segreto?

La risposta è semplice. La mia formazione scientifica – sono sempre e innanzitutto un prof. di matematica e fisica – e la mia curiosità mi sono state molto di aiuto. Tratto di pc e annessi dai tempi del Commodore 64, e mi è sempre piaciuto capire. Oggi, con l’avvento dei social, tutto naturalmente è diverso. Però non sono innamorato di questa svolta. La uso, con garbo – grazie del bel termine che hai usato – perché so che non se ne può fare a meno, specie se sei uno scrittore. E dunque è un modo non dico di fare “pubblicità” a ciò che produci, ma di comunicare agli altri le tue emozioni e quelle dei tuoi lettori. La condizione è essere sinceri, non esagerare, non sommergere gli altri con fiumi di post. Vedo incredibili cose intorno a me. Scrittori e poeti che confondono Facebook con la realtà, che comunicano sette volte al giorno le loro pene, scambiando i fiumi di like che li sommergono con la realtà, inventando una letteratura che deve essere “agile, veloce, diretta”. Patetici. Una cosa è utilizzare uno strumento, altra è farlo diventare il fine del tuo agire, che invece è sempre fondato su un lavoro lento e attento, sul rispetto delle parole che utilizzi e dei personaggi che crei.

  • Adottando per l’occasione il tuo stesso linguaggio poliziesco, l’identikit del tuo lettore ideale ce lo consegna piuttosto giovane: eppure, i temi che affronti non sono sempre di stretta attualità, anzi. Da che cosa dipende, allora, questo singolare appeal che tu eserciti su un pubblico così lontano da te dal punto di vista anagrafico?

Io penso dipenda dal tentativo che faccio di raccontare sempre la verità, di non indorare la pillola, di non scegliere strade false o consolatorie. Soprattutto di dare spessore umano a tutti i personaggi, colpevoli o vittime che siano. E infine di non dimenticare mai l’adolescente inquieto che sono stato. Penso che dipenda da questa miscela. L’autenticità e il rispetto sono i veri legami con generazioni così lontane.

  • Il tuo stile ed il tuo linguaggio sono decisamente assai personali, in questo abbastanza lontani da quelli dei grandi classici del genere: e allora quali sono, da dove provengono i tuoi riferimenti letterari?

Io non ho mai amato né frequentato la letteratura gialla. Non lo dico perché la considero “minore”, semplicemente è andata così. Mi sono nutrito dei grandi classici del ’900 della letteratura italiana (Pavese, Calvino, Vittorini), ho adorato Pascoli, ma una luce è stata più forte di ogni altra: l’opera di Pier Paolo Pasolini, il cui stile, la cui parola e la cui vita sono stati il faro costante del mio agire. E poi naturalmente tutto l’800 francese e russo, e il ’900 americano, e Emily Dickinson, e… tanti, tanti libri, di cui ora maledettamente ricordo poco, che però mi hanno costruito come persona e come (modesto) scrittore. Ecco, fammelo dire. Io non credo di scrivere gialli. Credo di scrivere romanzi che utilizzano questo strumento. Sembra una piccola differenza, ma non lo è. Se scrivessi gialli potrei sfornarne con facilità uno ogni sei mesi. Così non è, perché il mio processo creativo è completamente diverso. Ma, ovviamente, il giudizio finale spetta a chi ti legge.

  • E veniamo alla colonna sonora degli eventi. Nell’ultimo libro ci sono i Clash e Bob Dylan, e gira voce che ti piacciano persino i Nirvana. Rock internazionale quindi, come mai, perché?

È la curiosità e la voglia di tenere aperta la mente, a tutte le novità la chiave. Per anni sono stato un divoratore di musica classica e autoriale, Bob Dylan su ogni cosa, e ho capito tardi che mi sono perso tanto. E non mi vergogno di dirti che ho scoperto i Nirvana da poco, e che ho voglia di conoscere e esplorare nuovi mondi. Odio quelli della mia età che dicono “ai miei tempi”. Il mio tempo è quello di ieri e quello di oggi, e dunque il bello non è fermo in un periodo, è diffuso, e scoprirlo è sempre una gioia.

  • Avviandoci alla conclusione di questa chiacchierata: tu in sostanza racconti una città come è, o potrebbe (essere stata). Ma, nel mentre lo fai, ci fai capire come dovrebbe (essere). Ci dici adesso invece come secondo te sarà?

Sono molto pessimista. È una città che ha perduto la sua centralità rispetto all’Irpinia, che non ha un’idea di sé per prossimi 10-20 anni, che vive delle carcasse del pubblico denaro, che si acconcia a piccole nefandezze. Non so se uscirà da questo stato. So però che non bisogna mai desistere.

  • Franco, grazie del tuo tempo e dell’empatia nelle tue risposte, e chiudiamo con la classica domanda da fan molesto: che cosa succederà adesso, nella Avellino di Melillo e Matarazzo? Cos’hai in pentola per loro e per noi? Puoi darci qualche anticipazione?

Mi trovi in una situazione complessa. È come se il lockdown avesse congelato ogni mia idea, mi avesse chiuso nella difesa sterile del presente, avesse fatto accrescere la mia sfiducia nella possibilità di scrivere ancora. Però poi scopro, sempre più frequentemente, che tanti, avellinesi e non solo, hanno riscoperto il cuore antico della propria città, cercano quelle strade, se ne innamorano. Tanti mi inviano le loro foto sulla Salita dell’Orologio, dove vivono i miei due commissari. Sono fatti che mi turbano nel profondo, che mi emozionano tanto. E allora capisci che non puoi fermarti, perché è come mi si fosse affidato un compito, di resistenza civile e di difesa di quella parte della propria città così svilita e dimenticata. Ma neppure il senso del dovere può essere l’unica molla del processo creativo. Sono sempre creature fragili e delicate quelle che chiedono di avere vita nelle pagine. Ed è materia da trattare con rispetto. Non so come finirà questa storia. Spero solo che non finisca.

intervista a cura di Carlo Crescitelli