Incenso, Parola, preghiera ed opere del cristiano di oggi. La dialettica Chiesa/società nel pensiero di Silvio Barbata

L’interessante testo Un simbolo “in-vita”. L’incenso di Silvio Barbata, edizioni Jouvence 2018 – candidato, per la sezione saggistica, al nostro premio “Un libro in vetrina” della scorsa primavera – ci è parso spesso voler oltrepassare i propri stessi intenti di divulgazione teologica per affrontare e sviscerare anche, volentieri e appassionatamente, tematiche e problematiche di controversa attualità sociale. Il suo autore ha gentilmente acconsentito ad illustrarci questa apparente doppia finalizzazione del suo lavoro, e a parlarci della sua personale idea di universo della cristianità. Qui gli esiti della nostra conversazione al riguardo.

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  • Silvio, grazie di questa tua bella disponibilità ad introdurre i nostri lettori ad argomenti così complessi e importanti. E incominciamo subito: anzitutto, perché questo titolo? Nel tuo libro si parla di simbologia delle Sacre Scritture, di esegesi di riti liturgici, di vita quotidiana, di dibattito sociopolitico, di cos’altro?

L’intuizione fondamentale, che mi ha condotto durante tutto il lavoro di scrittura del libro, ha messo in luce la necessità di ricomprendere il concetto di simbolo (il termine spesso viene usato in modo improprio e riduttivo deprivandolo del suo contenuto semantico che è tra i più complessi, estesi e profondi) in quanto tutta la realtà è simbolica e l’uomo è un essere simbolico, – è interessante citare Karl Gustav Jung che ha molto esplorato il valore del simbolo – l’unico essere dotato di coscienza riflessa e dunque chiamato a interpretare simbolicamente la realtà. Egli stesso è la coscienza del mondo, la natura non ha alcuna consapevolezza di sé stessa: questo ci dovrebbe far riflettere molto sul concetto di reale e sulla responsabilità dell’uomo rispetto alla vita. Anche il libro, dunque, l’ho concepito come una composizione simbolica e questo credo possa essere una caratteristica di originalità nel panorama letterario. L’intento consiste nell’offrire al lettore occasioni di meditazione attraverso il metodo induttivo che sprona a esercitare la logica inferenziale e trovare i punti di connessione e “interazione” in tutto ciò che facciamo. La fisica quantistica sta scoprendo questa dimensione unitaria e di corrispondenza pur nell’infinita distinzione dei vari elementi! Ho pensato all’incenso che è molto usato nella liturgia di rito bizantino-greco e per la sua valenza olistica; la dicitura virgolettata “in-vita” contiene un triplice significato: se letta come verbo (unica parola) indica che “chiama/accoglie”, se letta distinguendo la preposizione “in” e il sostantivo “vita” indica sia che il simbolo è “vivo/vivente” sia che “è nella vita/gli appartiene”. Credo che oggi la deriva più triste e pericolosa che stiamo subendo è quella della separazione, dell’isolamento individualistico e meccanicistico che appare dia-bolico (come prima istanza uso il termine in senso letterale) cioè si oppone a simbolico. Nulla è escluso all’attenzione del cristiano e ciò è radicalmente biblico; la presenza del cristiano nel mondo si rivela in forza dello spirito profetico. Il testo, a un approccio superficiale, può apparire eterogeneo invece corrisponde coerentemente con l’intento per il quale è stato composto; si può leggere, infatti, anche in modo non sequenziale e che sia corredato di immagini rafforza, appunto, la consistenza simbolica perché anche le immagini vanno “lette”. Per tali motivi consiglio di leggere con particolare attenzione sia la mia premessa sia la presentazione del sacerdote (papàs) Nicolò Cuccia.

  • Dal punto di vista più strettamente teologico/filologico, mi ha molto colpito la tua espressione del concetto di “metànoia” come superamento della condizione di “cattività” dell’uomo. Dicci di più.

Nella tradizione patristica della Chiesa Cristiana Orientale Ortodossa, il concetto di “metànoia” è di fondamentale importanza. Il termine viene dal greco: “meta” (preposizione indicante cambiamento/trasformazione) e “noùs” (mente/intelletto), rimanda all’ascesi e alla mistica. Indica il radicale cambiamento della mentalità intesa però come sintesi – non, dunque, in senso ideologico – di una trasformazione ontologica. In altre parole è il risultato, il frutto della vera conversione (cambiare l’indirizzo, la direzione). La vera conversione, infatti, nella prospettiva evangelica, non consiste nell’adesione a una morale normativa o a un convincimento intellettualistico autoreferenziale che valuta come “validi e buoni” gli insegnamenti cristiani facendone spesso una elaborazione socio-ideologica, vedi il fenomeno ad es. dei catto-comunisti; la vera conversione, ancora, non va confusa con l’accoglienza emotiva e psicologica del cristianesimo, i cui contenuti sono percepiti in modo superficiale e approssimativo dalla persona che vive una tale condizione. Purtroppo oggi la chiesa latina/romana sta attraversando una crisi che è soprattutto catechetica, lo si constata analizzando il fenomeno, a partire soprattutto dal Concilio Vaticano II, della nascita e diffusione di svariati movimenti e gruppi ecclesiali che assumono spesso le caratteristiche sopra descritte, rispetto, ovviamente, alle persone che li compongono. Si osserva, infatti, una sconnessione, appunto simbolica, tra queste “comunità” che si qualificano per meccanismi di identificazione per cui gli individui assorbono una sorta di “forma mentis” comune ma specifica secondo lo “stile” o la “spiritualità” o il “metodo” o gli schemi interni propri e caratteristici dei vari movimenti o gruppi. Il risultato è una contraddittoria frammentazione all’interno della Chiesa cattolica dove tutte queste “realtà” che potrei specificamente nominare ma mi astengo, appaiono quasi in “concorrenza antagonistica” tra di loro. «Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri». (Gv. 13, 34-35). Ecco che la tradizione orientale cristiana propone il recupero del significato profondo contenuto nell’idea di “metànoia” come sempre attuale e necessario affinché i cristiani possano riconoscersi come tali e convergere nella diffusione del Regno di Dio, pur mantenendo le proprie specifiche identità (diverso da identificazione) e diversi percorsi ma con la consapevolezza che essi sono relativi e non “recinti costringenti” come se il “mezzo” fosse il “fine” e questo solo un pretesto a quello. Quando ciò si verifica significa che non è avvenuta la “metànoia” e si potrebbe parlare di una forma di perversione mentale, per quanto in genere non consapevole e dunque non colpevole, la quale rivela una diffusa ignoranza dogmatica. L’episcopato italiano dovrebbe porsi seriamente questa problematica relativa alla ricomposizione simbolica delle “particolarità” ecclesiali che presentano complessi aspetti teologici, pastorali, morali, psicologici, sociologici.

  • Nel corso delle tue argomentazioni più contigenti, invece, tu inquadri risolutamente alcuni fra gli schemi e le prassi della società contemporanea (scuola e riforma scolastica, organizzazione e scelte del lavoro e del tempo libero, business dello sport etc) come impianti da combattere e capovolgere. Il tutto anche alla luce di alcuni chiarimenti che fornisci circa il senso e le vere finalità della regola benedettina. E allora ti chiedo: ma esiste una società ideale del cristiano? Com’è o dovrebbe essere?

In verità non si potrebbe parlare di una società cristiana “ideale”; il rapporto tra cristianesimo e mondo è sempre sul binario di una tensione escatologica. Nella prospettiva della fede il cristiano è vocato ad esercitare il triplice munus battesimale: profetico, regale, sacerdotale. Ciò significa essere impensabile una comunità cristiana “adattata” al mondo. È fondamentale, in questa prospettiva, distinguere tra mondo in quanto creato e mentalità mondana. La comunità cristiana che testimonia l’Evangelo al mondo, la salvezza portata da Gesù Cristo morto e risorto, non può che essere in opposizione alla forma mentis mondana “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15, 19). Il cristiano non è prigioniero di chronos e della storia come nel pensiero di Hegel. Il cristiano vive nel kairòs: il tempo di Dio, è dunque già nella “pienezza del tempo”; la “pienezza del tempo”, infatti, è data dall’Incarnazione del Verbo, “o Logos sarx eghéneto” perché la Parola creatrice si è fatta carne. Da questa base kerigmatica il cristiano si impegna per costruire una società più giusta che è tale se corrisponde all’annuncio del Regno di Dio. Il momento storico che stiamo attraversando è caratterizzato da forte decadenza ed è dominato dalla forma merce, in tutti gli ambiti il profitto sembra l’unico obiettivo da perseguire. L’opera di san Benedetto in tutto il medioevo ha testimoniato e realizzato l’essenza dell’essere umano che è liturgica, l’uomo è liturgicamente aperto alla trascendenza, pur vivendo nell’immanenza e contingenza storica, attraverso il lavoro pienamente umanizzato; ecco il senso del motto benedettino: “ora et labora”. Sono convinto che se vogliamo uscire dalla tremenda crisi che ci attanaglia la chiesa dovrebbe riconsiderare attentamente il tema del lavoro alla luce della tradizione benedettina e cercare vie per attualizzare quell’esperienza.

  • Tra i tuoi numerosi ed eclettici riferimenti, citi più volte i classici della letteratura russa: perché proprio quelli? Benedetto Croce, invece, lo nomini come modello da cui divergere: come mai?

La grande tradizione spirituale russa è sempre stata incentrata attorno alla Divina Liturgia e al culto delle iconi. Essa possiamo dire che è arrivata fino a noi pura attraversano i secoli e tutte le vicende storiche spesso tragiche che hanno segnato la storia; pensiamo fino a tempi recenti alla rivoluzione d’ottobre (1917) con il diffondersi nel mondo del bolscevismo sovietico. In quegli anni la Chiesa Ortodossa russa rimase come in uno stato letargico ma i sacerdoti continuavano a celebrare se pur di nascosto la Divina Liturgia. Ciò che caratterizza la teologia della chiesa ortodossa è la mistagogia che ha impregnato la sensibilità dell’anima russa e la sua cultura. Questa particolare attitudine si è espressa nei grandi autori del XIX sec, cito Gogol, Dostoevsky, Tolstoj che, pur differenziandosi per sfumature diverse nel rapporto con la chiesa ortodossa e con il mondo, sono accomunati dalla fede in Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo e dalla interpretazione simbolica dell’esistenza, infatti, al centro della loro attenzione narrativa c’è sempre la persona e ogni dettaglio può essere lo spunto per una elaborazione induttiva significativa e valoriale. Solo la singola persona è concreta, con la sua esistenza e le vicissitudini che l’attraversano; nelle pieghe anche le più drammatiche o tragiche della vita si fa presente misteriosamente l’amore di Cristo. Essi sono lontani da ogni razionalismo e idealismo che in occidente ha condizionato pesantemente la cultura sia attraverso la scolastica con San Tommaso D’Aquino poi con la filosofia di Cartesio e l’illuminismo; il “cogito ergo sum” cartesiano è il punto di partenza di questa astrazione esistenziale invece cristianamente si dovrebbe affermare “sono, dunque penso”. Nella storia non ci sono “pure casualità”, i totalitarismi del XX sec. hanno come radice il razionalismo e l’idealismo. Benedetto Croce ha, per usare un’immagine, apparato una trappola ben congegnata al cattolicesimo, soprattutto italiano, quella dell’adulazione tramite la cultura, il “non possiamo non dirci cristiani” ha “culturalizzato” il cristianesimo riducendolo appunto al suo pensiero, all’idealismo a un’espressione storico-artistica e all’etica della forma, in sostanza con il risultato di renderlo sterile e inerte. Nel mio libro per rendere più percepibile questo sottile inganno ho fatto riferimento alla fiaba di Biancaneve e i sette nani dove la strega offre a Biancaneve la mela avvelenata che alla vista sembra succosa e desiderabile. Gli ultimi papi hanno più volte citato Benedetto Croce in modo compiaciuto richiamando il suo: “non possiamo non dirci cristiani” mostrando così una superficialità teologica rispetto alla trascendenza e una sensibilità più incline a una visione immanentistica. Il risultato attuale di questo processo vede un cattolicesimo che esprime o un idealismo istintivo ritualistico e devozionistico o un ideologismo sociologico con connotazioni demagogiche.

  • Descrivi come non corretta la fruizione isolata ed esclusiva dell’atto e del momento liturgico vissuti come una sorta di rappresentazione drammatica del percorso personale ed intimo di conversione: si tratta di aspetti, di atteggiamenti da limitare a tuo avviso?

Sono atteggiamenti, più che altro, da rieducare. C’è bisogno di una rinnovata consapevolezza che deve avere i crismi della meditazione e contemplazione di fronte all’ascolto della Parola di Dio. La crisi che la Chiesa cattolica sta attraversando può dirsi una crisi della liturgia. La liturgia comprende la celebrazione dell’Eucaristia e delle Ore. La causa principale è da ricercare nella deriva intimistica e individualistica che coinvolge la maggioranza dei fedeli praticanti. In altri termini la Chiesa cattolica, sotto l’aspetto pastorale, non riesce a recuperare la distanza tra la prassi cultuale, spesso motivata nel popolo da una prevalente sensibilità precettistica, e l’esistenza personale intesa nella sua totalità. Molti sono stati indotti a percepire la salvezza in modo intimistico e moralistico, il risultato dell’osservanza formale delle norme; una specie di “fariseismo” cristiano. La salvezza invece è ricreazione ontologica per opera dello Spirito Santo che trasforma tutta la realtà; è questa coscienza che va riagganciata alla responsabilità e libertà personale in seno alla comunità, rapportandosi profeticamente con il mondo e la società.

  • La famiglia, oggi, può essere ancora un valore assoluto per il cristiano? Se sì, entro quali limiti, a quali condizioni?

Il tema è tra i più difficili e complessi. Penso che non si possa dire, nella prospettiva di fede, che la famiglia sia un valore “assoluto”, il Regno di Dio, sì, è un valore assoluto. È importante, in prima istanza, chiarire sotto l’aspetto etico cosa indichi il termine “famiglia”; esso non rappresenta un “valore morale” ma un “valore non morale” analogamente al “lavoro”, alla “cultura”, alla “salute”, ecc. Questo richiamo alla verità, prima di tutto logica, è di fondamentale importanza per capire meglio gli aspetti etico/sociali correlati alla famiglia. Soprattutto negli ultimi trent’anni la Chiesa cattolica, a mio avviso, ha commesso un errore di prospettiva pensando di contrastare la crisi della famiglia tradizionale accentuando all’estremo un’enfasi quasi ideologica sulla famiglia inculcando, nell’immaginario collettivo, l’illusione che essa abbia un’intrinseca autonomia morale derivante ipso facto dalla “forma ecclesiastica” tramite il matrimonio sacramentale; invece non è così! “Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti». Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre»” (Mt 12, 46-50). Questo errore di valutazione ha avuto un effetto iatrogeno pesante isolando di fatto la famiglia e rendendola vulnerabile all’attacco dello Stato laicista. Lo Stato, infatti, a sua volta non può pretendere di sostituirsi alla famiglia, essa rimane il luogo primario dell’educazione. Lo Stato non è un ente metafisico sacrale per il quale la “legalità” corrisponde sempre alla giustezza né si può pensare a uno Stato etico per cui  ciò che prescrive la norma, in quanto tale, è sempre buono: purtroppo è questa la china pericolosissima in cui ultimamente stiamo vertiginosamente scivolando. Questa distorsione etico/sociologica ha portato agli aberranti episodi che di recente hanno visto strappare bambini con la forza alle famiglie solo sulla base di una relazione da parte degli assistenti sociali. La Chiesa non ha preso posizione di fronte a questi episodi dolorosissimi come se non sapesse cosa dire, appiattendosi alla forza bruta della prassi legalistica normativa del sistema statalistico e distratta, in modo quasi psicotico, dall’esclusivo interesse per il fenomeno dei cosiddetti migranti ma in realtà sistematico e organizzato commercio schiavista. La famiglia invece va sostenuta e i figli mai devono essere tolti ad essa tranne in quei casi di palese violenza fisica o psicologica. In tutti gli altri casi di disagio per ragioni economiche o ambientali lo Stato deve intervenire per sostenere direttamente la famiglia; il paradosso amministrativo è che si danno 100 € al giorno alle case famiglia per ogni minore (rappresentano una vera e propria lobby) quando dandone 30 alla famiglia si risolverebbero la maggior parte delle situazioni critiche. Un discorso analogo va fatto per le Case di Riposo – in sostanza “case di premorte” – dove l’anziano è lasciato come uno scarto sociale a consumare soltanto il residuo della propria vita biologica. Tali processi di disgregazione valoriale della famiglia sono il segno della decadenza e della disumanizzazione sociale che stiamo subendo.

  • Come vedi oggi il dibattito interno alla Chiesa cattolica? Orientato ad una unità e comunione di intenti, o viceversa teso a valorizzare e promuovere le singole varietà di vocazioni? La chiesa di Roma oggi è, o tornerà ad essere ecumenica? Tu come troveresti più giusto che fosse?

Io vedo oggi una chiesa molto frammentata al suo interno con le conferenze episcopali che non riescono a darsi una linea comune sulla base di un ritorno alla parola viva del Vangelo, al messaggio di speranza e di salvezza che da esso scaturisce e quindi con ricadute convergenti a livello delle chiese locali e di un “idem sentire et velle” del popolo di Dio. In effetti si nota una continuità d’impegno a sostenere una stantia visione per categorie vocazionali che rafforza un’impostazione moralistica e autoreferenziale, opportunistica rispetto alla “chiesa apparato”. La chiesa di Roma deve essere autenticamente ecumenica se vuole frenare la crisi in atto. Soprattutto il dialogo con la Chiesa Ortodossa è di capitale importanza per la comprensione di varie problematiche che vanno da come intendere il primato petrino, all’antropologia biblica, al rapporto uomo/cosmo, alla soteriologia, alla morale familiare, al senso del peccato, all’ascesi, alla vita sacramentale.

  • Grazie del tuo tempo e delle tue parole, Silvio. E adesso, salutiamoci con un precetto. “Si possiede ciò che si dona”. L’hai scritto tu, spiegaci.

È proprio così: si possiede veramente solo ciò che si dona. Perché è nella libertà della gratuità che noi possediamo le cose senza esserne condizionati; fuori da questo atteggiamento fondamentale rischiamo di essere “posseduti” dalle cose. La disposizione al dono apre a una comunità cristiana che è sempre solidaristica, comunità di fede animata da una gratuità libera e felice non ingabbiabile in nessuna norma e sostenuta dal respiro della vita. Una comunità così caratterizzata diventa profezia verso l’impero della tecnologia, della scienza, del commercio illimitato che è assoluto perché non lascia vivere le culture diverse da sé e pretende di spazzar via ogni opposizione identitaria. Solo attraverso la reciprocità del dono si realizza e si rende tangibile la trasformazione del mondo in adesione allo spirito di Gesù Cristo e all’essenza dell’uomo.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

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TOPOGRAFIA FIORENTINA NELLA DIVINA COMMEDIA

 

di Guido Tossani

 

prima di copertina

Dante, seppur esiliato, ha sempre pensato e rammentato Firenze nella Divina Commedia, dando testimonianza della città che aveva conosciuto e vissuto, attingendo alla malinconia della sua memoria e allo sdegno della sua passione politica. Dall’inizio dell’esilio cominciò in Dante la rielaborazione di Firenze come memoria: Firenze divenne il ricordo di Firenze. Fu una memoria duplice, che si soffermò su due Firenze successive e diverse: la Firenze di Cacciaguida e la Firenze propriamente dantesca, alla fine del tredicesimo secolo. Nessuna delle due città fu mai effettivamente osservata dal poeta, la prima perché apparteneva al passato predantesco, anche se persisteva nella sua continuità materiale, fatta di palazzi, ponti, chiese; la seconda perché andava costituendosi nei suoi tratti più caratteristici proprio quando Dante lasciò la città per l’ambasceria romana e l’esilio che ne seguì. Nell’un caso o nell’altro tutte le citazioni, visioni e descrizioni fiorentine, contenute nella Commedia, sono state elaborate durante l’esilio: non sono osservazioni in tempo reale, ma ricordi e dal ricordo traggono il pathos che, legandosi alle vicende personali del poeta, le rende ora nostalgiche, ora sdegnose, ora dolenti. La topografia fiorentina è ricavata dalla memoria ed è in funzione dei pochi cenni autobiografici che il poeta inserisce nella sua opera; tale autobiografia, d’altra parte, illumina sempre  certi momenti di particolare significato religioso e morale, il racconto dei quali non ha il fine di appagare la curiosità dei lettori fornendo loro notizie di carattere personale, ma di testimoniare quella che Benedetto Croce chiamava “un sentimento del mondo, fondato sopra una ferma fede, un sicuro giudizio e animato da una robusta volontà”.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2019) di “Riscontri”

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Ibs

 

Guido Tossani è nato a Firenze nel 1981. È attualmente docente di Lettere nella scuola secondaria. Ha insegnato al Centro di Cultura per Stranieri dell’Università di Firenze. Ha curato le riedizioni di Osiride, raccolta di sonetti del triestino Giuseppe Revere (1812-1889), e degli Eroi della soffitta, poema del siciliano Giuseppe Aurelio Costanzo (1843-1913). È, inoltre, autore di una Introduzione allo studio del Decameron. Per il Terebinto Edizioni ha curato la riedizione de I Canti del povero di Parzanese.

Cinque nuove indagini crociane

di Mario Losco

 

copertina def 2Con questi cinque interventi l’Autore cerca di indagare una serie di aspetti dell’opera filosofica del Croce che, si può dire, sono coordinati da un filo conduttore: la questione del rapporto tra molteplicità e unità, tra idealismo e storicismo, tra empirismo e idealismo dal momento che, a parere dell’A., la filosofia del Croce è un dipanarsi tra esigenze empiriche ed esigenze trascendentali in una problematicità e inconcludenza sostanziali. Il saggio su la interpretazione crociana del Tessitore cerca di porre in evidenza il legame, strettissimo in Croce, tra il momento della storia pragmatica e il momento della risoluzione di essa nella sintesi categoriale.

Il saggio sul tema dello pseudoconcetto  pone in luce non solo la caratterizzazione pseudoconcettuale della prosa di Croce ma anche l’insostituibile dato naturale e pseudoconcettuale come antecedente necessario dello sviluppo filosofico ulteriore suo. Ben diversamente il saggio su Storia, futurazione, spaziamento, tende a mettere in luce il delicato passaggio dalla teoria alla prassi come opera di spaziamento ed apertura sulla questione dei possibili nell’ambito di una futurazione e sfondamento dei limiti assegnati al pensiero di Croce dal suo sistema. Il saggio su Unità nell’atto volitivo cerca di delucidare dal punto di vista della filosofia della pratica il tema dell’unità e del momento categoriale su i molteplici aspetti della pluralità nel mondo delle volizioni, ancora sul rapporto natura-storicità. Infine il saggio sull’essere nella concezione di Croce conclude la serie di riflessioni sulla cosiddetta metafisica crociana accentrando l’interesse sulla questione dell’essere e della Realtà.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 2-3 (2018) di “Riscontri”

 

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