Il folle proemio di D’Annunzio a Dante

di Dario Rivarossa

 

prima di copertinaCorre lʼanno 1911, cinquantesimo anniversario dellʼUnità dʼItalia. Quale prestigiosa opera letteraria si potrebbe pubblicare per onorare degnamente lʼevento? Unʼedizione monumentale della Divina Commedia! A chi far scrivere il testo introduttivo? A Gabriele DʼAnnunzio! Fin qui, tutto abbastanza prevedibile per lʼepoca. Ma di qui cominciano anche i guai…

Ad affidargli coraggiosamente lʼincarico fu un prussiano immigrato in Italia, quello stesso Leo Samuel Olschki da cui oggi prende nome la prestigiosa casa editrice fiorentina (allʼepoca si chiamava Tipografia Giuntina) che pubblica questo libro, a cura di Laura Melosi.

DʼAnnunzio, eroe impavido che non temeva le più audaci imprese, si trovò a mal partito a scrivere quel testo di introduzione alla Commedia. Un vero e proprio “blocco dello scrittore”. Poi arrivò lʼilluminazione. «Ho anche questo terribile dovere di scrivere la vita di Dante – si sfogò in una lettera allʼamante Natalia de Goloubeff, 15 marzo 1911. – Dovrei mandarla in questa settimana, e non son riuscito a scrivere la prima parola! Forse mi vendicherò scrivendo una cosa folle».

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2020) di “Riscontri”

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