Fiorentino Sullo, un democristiano atipico

primaFiorentino Sullo, nato a Paternopoli (AV) il 29 marzo del 1921, fu un convinto riformista sin dall’inizio della sua attività politica. Influenzato dalle idee di Guido Dorso, confidava nella creazione degli enti regionali per superare i vari notabilati locali, sperando di poter costruire attraverso la loro gestione la futura classe dirigente. Durante il suo percorso politico ha sempre pensato che il Mezzogiorno potesse essere autosufficiente, come ricordato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante la sua visita ad Avellino nell’ottobre del 2019, impegnandosi duramente per modernizzarlo attraverso le infrastrutture. Verrà ricordato anche per la mancata riforma urbanistica, stritolata dai grandi gruppi immobiliari per mezzo della stampa asservita, e da chi definì quella riforma una sua iniziativa personale a pochi giorni dalle elezioni dell’aprile 1963, consultazioni politiche poi fallimentari per la Democrazia Cristiana. Successivamente gli venne affidato il Ministero dell’Istruzione in pieno ’68, una sfida che raccolse riformando il meccanismo degli esami di stato, una riforma che nelle sue intenzioni doveva essere provvisoria, ma che invece restò in vigore fino a pochi anni fa. Il suo errore fatale fu dimettersi da quell’incarico in polemica con il segretario democristiano Piccoli, per il mancato rinvio del congresso provinciale avellinese, che terminò con l’ascesa dei demitiani, avviandosi così verso il tramonto della sua lunga e fruttuosa carriera politica.

Antonino Lambo è nato a Salerno poco prima del Mundial del 1982, ha rimesso nel cassetto il suo diploma di ragioniere programmatore dopo aver riscoperto la sua passione per la storia contemporanea, laureandosi nel marzo 2020 in Filologia Moderna, presso l’Università degli studi di Salerno. Il suo faro resta l’inarrivabile Marc Bloch.


locanandina

Tra romanzo e realtà. Annalisa Santi racconta le difficili vite delle maestre di fine Ottocento

di Carlo Crescitelli

 

prima di copertinaUna ricerca, quella di Annalisa Santi, che prende le mosse dal progetto di unificazione regolamentare della didattica scolastica intrapreso dall’amministrazione sabauda a cavallo dell’unità nazionale – a partire dall’entrata in vigore della Legge Casati nel 1859 –  per tratteggiare la situazione umana ed antropologica  delle giovani maestre nubili che in quegli anni si avventuravano  nelle periferie del paese per svolgere, in totale solitudine e tra mille difficoltà e ostacoli, la loro cruciale missione educativa in un’Italia disintegrata e ancora in gran parte analfabeta. L’autrice ci conduce in un inedito viaggio nel tempo lungo la penisola, che tocca man mano Torino, Napoli e le campagne toscane; raggiungendo di volta in volta le derelitte masse operaie delle scuole serali, i collegi di educande napoletani, e le realtà rurali della fascia costiera tra Pisa, Livorno e Maremma. Luoghi e calvari dell’anima che ci vengono mostrati attraverso le crude rappresentazioni in stile protoverista dei romanzi, racconti, articoli  e rapporti di tre illustri cronisti e scrittori dell’epoca: Edmondo De Amicis, Matilde Serao e Renato Fucini. Segnati anch’essi, nelle loro vite private, delle stesse stigmate delle creature della loro immaginazione. Ed è proprio grazie al  massiccio ricorso a queste anomale fonti letterarie –  e alla di esse intelligente lettura critica, contestualizzata al periodo ed alle singole geografie sociali, che la Santi ce ne da  – che emerge il lato più interessante di tale puntuale indagine storiografica: vale a dire l’inquietante conoscenza che di questo fosco mondo man mano ci viene offerta. Mentre resta costante, a sottofondo di questa italica, cupa frontiera di fine ottocento, il tema opprimente della repressione della donna, degradata sia a facile oggetto del desiderio maschile che a bersaglio di stolida, crudele riprovazione popolare. Una trattazione fosca, ma necessaria a rendere doverosa giustizia al silenzioso sacrificio della parte più debole di quella neonata Italia.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2020) di “Riscontri”

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