Cocktail di sacro e profano. Uomini e dèi spalla a spalla come al banco di un bar nei racconti di Daniele Coppa

di Carlo Crescitelli

prima di copertina3Due donne, un’umana e una dea, ognuna alla ricerca della sua grande occasione: forse proprio per questo né amiche né nemiche. Un re potentissimo, venerato come un dio, cui proprio il culto degli dei sarà causa di sventura e rovina. Un mercante che tratta sul prezzo del perdono di Dio, correndo il rischio di pagarlo sin troppo caro. Il figlio di un dio con più problemi quotidiani di quanti noi immagineremmo. E insieme a loro: un vecchio aedo cieco, due archeologi visionari, matti e spiantati, un collaboratore assai malfidato. un sindaco sognatore ed ingenuo, un prete sbalordito, e tutto un corteo di umanità perplessa lungo il corso dei secoli. Mescolate, shakerate, ed avrete il succo di “Nel grembo degli dei. Quando gli uomini parlavano con le divinità” di Daniele Coppa (Europa Edizioni 2019): una raccolta di quattro  racconti aromatizzati al gusto intelligente del paradosso, e arricchiti dal raro ingrediente dell’originalità. Perché i miti e le leggende ci presentano sempre e comunque gli uomini da una parte, e gli dei qualche maniera schierati al di sopra di loro: mai uomini e dei totalmente a braccetto, a sgomitare per un posto al sole come invece accade in queste quattro sorprendenti storie. Nelle quali psicologie umane le divine sono le stesse, come gli stessi sono i fallimenti e i successi. E non è per niente una questione di hybris; qui le posizioni ai nastri di partenza e le chances di vincere sono proprio uguali, e gli esiti di conseguenza. Aggiungete un pizzico di ironia e disincanto, mescolate ancora, ed eccovi un  cocktail di letture che – servitovi su ricetta di un autore di consumata esperienza del palcoscenico oltre che appassionato e storico di cucina – placherà la vostra sete di sacro lasciandovi al contempo un delizioso retrogusto di sana e coinvolgente consapevolezza del vivere.

L’articolo completo è disponibile sul numero 2 (2020) di “Riscontri”

Carlo Crescitelli è nato ad Avellino, Irpinia, dove oggi vive, e va oramai per i sessanta. Gli piacciono: la musica rock e la world music, il cinema, i viaggi al freddo e alla pioggia, la letteratura fantascientifica, fantastica e misteriosa in genere. Ma non solo queste cose, e non necessariamente in questo ordine. Un’altra cosa che gli piace è scrivere storie: ma forse ancor più gli piace leggerle e raccontarle. Sarà magari per questo che lo leggete qui, e che possiede tutti i romanzi di Emilio Salgari, e continua a mandare in giro il suo alter ego l’antiviaggiatore quando può.

Il folle proemio di D’Annunzio a Dante

di Dario Rivarossa

 

prima di copertinaCorre lʼanno 1911, cinquantesimo anniversario dellʼUnità dʼItalia. Quale prestigiosa opera letteraria si potrebbe pubblicare per onorare degnamente lʼevento? Unʼedizione monumentale della Divina Commedia! A chi far scrivere il testo introduttivo? A Gabriele DʼAnnunzio! Fin qui, tutto abbastanza prevedibile per lʼepoca. Ma di qui cominciano anche i guai…

Ad affidargli coraggiosamente lʼincarico fu un prussiano immigrato in Italia, quello stesso Leo Samuel Olschki da cui oggi prende nome la prestigiosa casa editrice fiorentina (allʼepoca si chiamava Tipografia Giuntina) che pubblica questo libro, a cura di Laura Melosi.

DʼAnnunzio, eroe impavido che non temeva le più audaci imprese, si trovò a mal partito a scrivere quel testo di introduzione alla Commedia. Un vero e proprio “blocco dello scrittore”. Poi arrivò lʼilluminazione. «Ho anche questo terribile dovere di scrivere la vita di Dante – si sfogò in una lettera allʼamante Natalia de Goloubeff, 15 marzo 1911. – Dovrei mandarla in questa settimana, e non son riuscito a scrivere la prima parola! Forse mi vendicherò scrivendo una cosa folle».

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2020) di “Riscontri”

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Sito dell’editore

In quarantena con la fanta-storia di Dario Rivarossa

Il Terebinto Edizioni ha deciso di rendere disponibile per il download gratuito, dal 1° al 5 aprile, quattro titoli del catalogo. Per questo abbiamo chiesto ai relativi autori di spiegarci perché scaricare i loro libri in questo tempo di quarantena, ieri ne abbiamo parlato con Carlo Crescitelli, oggi è la volta di Dario Rivarossa, autore de Il Divino Sequel.

 

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 Il Divino Sequel

di Dario Rivarossa

 

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Il Divino Sequel è un romanzo di fanta-storia basato sulla biografia di Giovanni Pascoli e sugli spunti che ha davvero lasciato su un possibile sequel della Divina Commedia. Nel farlo, siccome al poema dantesco “han posto mano cielo e terra”, lʼautore dei Canti di Castelvecchio scopre di aver messo in moto un gioco immenso, che coinvolge lʼintero universo! La sua vita ne uscirà sconvolta. Ma non verrà lasciato solo.

 

1) Perché scaricare e leggere proprio il tuo libro, adesso? Dacci un buon motivo per il quale ne possa valere la pena, alla luce degli ultimi eventi.

Il regno del fantastico, nonostante le apparenze, non è affatto una fuga dalla realtà. Nella mitologia classica, nel fantasy, nella fantascienza – generi rimescolati nel romanzo – i temi dominanti alla fin fine sono quelli dei contrasti sociali, della fragilità umana, della malattia e della morte. Questo vale per Dante, e vale per Giovanni Pascoli, che conosceva fin troppo bene il disagio di vivere. Nel Divino Sequel, così come nella realtà storica, Pascoli combatte ogni giorno contro la tendenza a cedere, a crollare. Ma un aiuto gli arriva da una direzione assolutamente inattesa.

2) Come ti stai vivendo l’isolamento? Come sono le tue giornate?

In questo periodo vado giusto due giorni a settimana a lavorare in una redazione sprovvista di sistemi smart, e per il resto gestisco le attività da casa come freelance. Trascorro gran parte del tempo libero a leggere (p. es. Jerusalem di Alan Moore, 1.500 pagine) o a visionare piattaforme online dedicate ad arte e fotografia, e qualche volta a produrre digital art o scrivere… Gasp! Ma sono le stesse cose che facevo già prima del coronavirus. Aiuto!

3) Come pensi che saranno le nostre vite dopo?

Ahia, lo scenario che immagino dopo la fine dellʼemergenza è il peggiore possibile: tornerà tutto tale e quale. Ricordi lʼ11 Settembre, quando si diceva “ora niente sarà più come prima”?… Ehhh, sicuro.

4) E tu? Cosa farai quando ne saremo usciti?

Una cosa che non vedo lʼora di rifare, appena ce ne saranno sanitariamente/legalmente le condizioni, è un viaggio a Napoli e in Irpinia. A “presto”!

5) C’è altro, di cui non abbiamo parlato, e che vuoi dire a chi ci legge?

Nella mia epoca preferita, il Cinque-Seicento, le epidemie erano un fenomeno che non solo si ripeteva con una certa frequenza, ma condizionava la cultura, la visione dellʼesistenza. La tecnologia, il benessere (ben presenti nella nostra società, e pazienza per gli altri) ci hanno resi arroganti, il che produce catastrofi anche in assenza di virus.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

 

locandina

TOPOGRAFIA FIORENTINA NELLA DIVINA COMMEDIA

 

di Guido Tossani

 

prima di copertina

Dante, seppur esiliato, ha sempre pensato e rammentato Firenze nella Divina Commedia, dando testimonianza della città che aveva conosciuto e vissuto, attingendo alla malinconia della sua memoria e allo sdegno della sua passione politica. Dall’inizio dell’esilio cominciò in Dante la rielaborazione di Firenze come memoria: Firenze divenne il ricordo di Firenze. Fu una memoria duplice, che si soffermò su due Firenze successive e diverse: la Firenze di Cacciaguida e la Firenze propriamente dantesca, alla fine del tredicesimo secolo. Nessuna delle due città fu mai effettivamente osservata dal poeta, la prima perché apparteneva al passato predantesco, anche se persisteva nella sua continuità materiale, fatta di palazzi, ponti, chiese; la seconda perché andava costituendosi nei suoi tratti più caratteristici proprio quando Dante lasciò la città per l’ambasceria romana e l’esilio che ne seguì. Nell’un caso o nell’altro tutte le citazioni, visioni e descrizioni fiorentine, contenute nella Commedia, sono state elaborate durante l’esilio: non sono osservazioni in tempo reale, ma ricordi e dal ricordo traggono il pathos che, legandosi alle vicende personali del poeta, le rende ora nostalgiche, ora sdegnose, ora dolenti. La topografia fiorentina è ricavata dalla memoria ed è in funzione dei pochi cenni autobiografici che il poeta inserisce nella sua opera; tale autobiografia, d’altra parte, illumina sempre  certi momenti di particolare significato religioso e morale, il racconto dei quali non ha il fine di appagare la curiosità dei lettori fornendo loro notizie di carattere personale, ma di testimoniare quella che Benedetto Croce chiamava “un sentimento del mondo, fondato sopra una ferma fede, un sicuro giudizio e animato da una robusta volontà”.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2019) di “Riscontri”

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Ibs

 

Guido Tossani è nato a Firenze nel 1981. È attualmente docente di Lettere nella scuola secondaria. Ha insegnato al Centro di Cultura per Stranieri dell’Università di Firenze. Ha curato le riedizioni di Osiride, raccolta di sonetti del triestino Giuseppe Revere (1812-1889), e degli Eroi della soffitta, poema del siciliano Giuseppe Aurelio Costanzo (1843-1913). È, inoltre, autore di una Introduzione allo studio del Decameron. Per il Terebinto Edizioni ha curato la riedizione de I Canti del povero di Parzanese.