Fra leggi generali, analogia e forma simbolica [Note sul metodo leonardiano in prospettiva diacronica]

L’articolo ha per oggetto uno studio in prospettiva diacronica del metodo pittorico (e più ampiamente epistemologico) di Leonardo da Vinci. Nella fattispecie, abbiamo tentato di mettere in luce le ragioni che hanno condotto Leonardo a praticare, negli ultimi anni della sua vita, una pittura di tipo simbolico. Per questa ragione abbiamo analizzato in un primo tempo la tensione che si crea, in Leonardo, fra la concezione rinascimentale del tipo ideale (inteso, sulla scia dell’aneddoto di Zeusi, come una “elezione” delle parti più belle del corpo umano) e l’idea di una pittura quale sintesi di una legge generale di natura. In seconda istanza, abbiamo preso in esame il metodo analogico, tentando di mostrare come tale approccio perda nel corso del tempo il suo valore scientifico divenendo per Leonardo una pratica quasi “simbolica”: se nei primi anni ’90 del Quattrocento Leonardo considera ancora l’uomo, in una prospettiva tolemaica, come il “mondo minore”, all’inizio del Cinquecento prende sempre più coscienza di come le supposte analogie fra il corpo dell’uomo e il corpo della terra abbiano un valore più metaforico che reale. Infine, abbiamo indagato i possibili rapporti fra la simbolizzazione del metodo analogico e la forma simbolica di alcuni suoi disegni anatomici tardivi, attardandoci in particolar modo sugli studi della colonna vertebrale e del sistema sanguigno. In entrambi i casi Leonardo, anziché procedere ad una minuziosa e naturalistica rappresentazione del corpo umano e del suo funzionamento organico, adotta un modello rappresentativo di tipo simbolico. Tale pratica ci pare essere il segno di come la forma simbolica possa costituire, nel Leonardo più maturo, un nuovo e originale tipo ideale, ove la pittura, rinunciando ad ogni pretesa naturalistica, si incarica di rappresentare i generali principi di funzionamento del corpo umano, esercitando così, di fatto, la sua piena funzione di scienza.

Elena Paroli si addottora nel 2016 all’Université d’Aix-Marseille con una ricerca sull’influenza del pensiero post-metafisico nel superamento dell’Io lirico nella poesia italiana degli anni ’60. L’anno successivo ottiene la Qualification aux Fonctions de Maître de Conférences. Dal 2014 al 2016 è stata lettrice d’Italiano all’Université d’Aix-Marseille. Successivamente è stata ricercatrice a contratto presso il dipartimento d’Italiano dell’Université de Nancy (2016-2017) e all’École Normale Supérieure de Lyon (2017-2020). Parallelamente alle ricerche sulla poesia italiana del ’900 ha intrapreso degli studi sui rapporti fra metodo scientifico e scrittura nel Rinascimento. È attualmente in post-doc presso il Labex-Comod dell’Université de Lyon con un progetto sulla polisemia del lessico di Leonardo da Vinci.


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Max Weber e la repubblica della scienza [Ettore Barra]

Da molto tempo, ormai, con particolare accentuazione negli ultimi anni, la nostra epoca assiste ad una graduale quanto inarrestabile modifica dello statuto della scienza. Sempre più persone affermano infatti di “credere nella scienza”, anche grazie alla sovraesposizione mediatica di alcuni scienziati che sembra studiata per trasformarli in personaggi televisivi.
Non mancano, inoltre, correnti di pensiero e partiti politici che hanno fatto della fede nella scienza il loro fondamento. Questa operazione è, però, corretta da un punto di vista filosofico? Può davvero la scienza assumere dei connotati religiosi e politici senza per questo snaturarsi?


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Ettore Barra è dottore magistrale in Scienze Storiche, specializzato in Storia medievale e rinascimentale. Si interessa anche di storia del Cristianesimo e di storia del pensiero e delle dottrine politiche, con particolare attenzione per il ’900. È il direttore di “Riscontri”, con il Terebinto Edizioni ha pubblicato i volumi: Tommaso d’Aquino e l’eternità del mondo (2015); Il pensiero politico di Costantino Grimaldi: Inquisizione e conflitto giurisdizionale nel Regno di Napoli (2017). Inoltre ha curato l’edizione critica del manoscritto inedito di Grimaldi Apologia contro la bolla di censura della Curia romana (2017).

 

Sulla primissima ricezione italiana di Martin Buber. Attorno a tre testi dimenticati degli anni venti (Buonaiuti, Lattes, Luzzato) [Pier Paolo Pavarotti]

Questo lavoro mira a riportare lattenzione sui primissimi tre contributi italiani alla ricezione di Martin Buber, due recensioni giornalistiche ed una conferenza. La recensione di Ernesto Buonaiuti (1925) si concentra sui primi saggi maggiori di Buber sul giudaismo, la conferenza di Dante Lattes (marzo 1926) ancora sui primi saggi sul giudaismo come per Buonaiuti, e la recensione di Guido Lodovico Luzzato (settembre 1926) sulla Verdeutscheung di Buber & Rosenzweig. Nel primo caso è da sottolineare la perspicuità del sacerdote modernista e storico del cristianesimo e delle religioni Bonaiuti, attento e lungimirante osservatore della scena culturale europea. Nel secondo caso si tratta di una visione intragiudaica del pensiero buberiano proposta da un rappresentante autorevole del rabbinato e della cultura ebraica coevi, tra i primissimi traduttori del pensatore viennese. Nel terzo caso è la qualità letteraria e teologica della traduzione biblica, pensata per una Mitteleuropa di fatto scomparsa al suo compimento, ad essere valorizzata grazie alla raffinata formazione artistico-culturale del critico. Si tratta di tre testi variamente citati nelle bibliografie buberiane più complete eppure mai presi in considerazione singolarmente sinora, all’interno di una storia della ricezione buberiana che tra gli anni Venti e i Cinquanta vede un vuoto in gran parte dovuto alle vicissitudini storiche delle dittature europee. Per questo motivo e per la loro non facile reperibilità l’esposizione punta, senza rinunciare ad una sintesi critica, a restituirne numerose espressioni originali piuttosto che ad un’analisi sistematica. Si è dinanzi peraltro ad interessanti documenti dal primo periodo fascista, di cui è sinteticamente ricostruita la condizione degli Ebrei italiani, così come degli autori, veri protagonisti della vita culturale nazionale in quegli anni, è offerto un breve profilo biografico

Pier Paolo Pavarotti (Modena, 1971) si è laureato in scienze politiche (Bologna) con una tesi in storia del cristianesimo, e in filosofia (Pisa) con una tesi in filosofia della religione. Ha ottenuto il baccalaureato in teologia (Reggio Emilia) e la licenza con specializzazione biblica (Firenze), ambito in cui è dottorando (Firenze). A Gerusalemme ha ottenuto il diploma in archeologia ed orientalistica (Studium Biblicum Franciscanum) e il grado di éléve titulaire in scienze bibliche (École Biblique et Archéologique Française). È autore di venti pubblicazioni scientifiche in ambito biblico, letterario, filosofico. Insegna presso il liceo Allegretti di Vignola (Mo)


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Proust a Eleusi. Il mitologema della Kore nel temps retrouvé [Enrico Palma]

Il saggio intende proporre e discutere un’ipotesi ermeneutica sull’episodio finale de Le Temps retrouvé, attingendo ai miti e ai rituali della grecità classica, in particolare i Misteri eleusini. Lo scopo sarà quello di argomentare la presenza e l’articolazione del mitologema della Kore (nel senso in cui tale concetto viene declinato da Kerényi) nell’opera proustiana, talché sarà possibile intendere l’esito dell’epopea della Recherche come l’affermazione di un’inscalfibile perpetuità cosmica e organica, che nelle intenzioni dello scrittore francese confluisce e si acuisce nel suo Libro.

Enrico Palma è attualmente dottorando di ricerca (XXXV ciclo) in Scienze dell’Interpretazione presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Catania, con un progetto dal titolo De Scriptura. Un’ermeneutica proustiana di redenzione e salvezza. Le sue aree di ricerca sono la filosofia teoretica e l’ermeneutica letteraria. Ha pubblicato saggi e articoli per riviste di filosofia, letteratura e fotografia.


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Il dolore come cura dell’anima. Eleonora Nucciarelli indaga per noi la condizione esistenziale umana tra sofferenza e consapevolezza

SPECIALE “UN LIBRO IN VETRINA 2021”

 intervista a cura di Carlo Crescitelli

Abbiamo fatto la conoscenza di ELEONORA NUCCIARELLI, l’autrice di LO SQUISITO DOLORE (MIDGARD 2021), l’eclettico testo estetico/filosofico sul senso del dolore che si è aggiudicato la vittoria, per la sezione saggistica, della seconda edizione della nostra rassegna per volumi editi “Un libro in vetrina”.  Ecco che cosa ci ha raccontato di questo suo lavoro, nel corso del nostro rilassato colloquio.

  • Eleonora, congratulazioni per la tua bella affermazione, e spieghiamo subito una cosa importante ai nostri lettori e lettrici: il tuo è un saggio di… filosofia? Psicologia? Pedagogia? Letteratura? Storia dell’arte? Psicoterapia e psicoanalisi? Tutte queste cose insieme, nessuna di queste? Facci capire come bisogna approcciare le tue pagine.

Domanda interessante,  grazie Carlo. Girovagando per gli scaffali delle librerie ho trovato il mio saggio catalogato tra le proposte di critica letteraria. Il libro, in realtà, affronta il dolore da tutti i punti di vista che hai elencato e li attraversa, ma io non amo i compartimenti stagni; preferisco dunque definire questa mia opera come un seme al vento, con la speranza possa far sbocciare germogli e fiori.

  • C’è anche un sottotitolo: “Una prospettiva filantropica”. Che cosa vuol dire?

foto Nucciarelli
Eleonora Nucciarelli

Il sottotitolo “Una prospettiva filantropica” è legato allo scopo per il quale ho deciso di pubblicare questo libro: offrire una prospettiva fatta di spunti di riflessione dai quali partire per entrare in contatto con se stessi, ispirata da un sentimento di benevolenza nei confronti delle nostre ferite interiori.

  • Una domanda da un milione di dollari: fra la molteplicità di temi caldi da te affrontati, qual è secondo te oggi quello più importante e urgente? Lo so che è difficile, ma per favore scegliamone uno solo, proprio per evidenziarne la forza: chi soffre, non dico di più degli altri, ma anche soltanto davvero molto, oggi?

Sono fortemente convinta che il dolore sia talmente personale e che la sospensione di giudizio sia necessaria, in questo caso. Il tema che ritengo più urgente è quello del dolore come fonte di ispirazione che, se canalizzato nella giusta direzione, può contribuire a generare energia creatrice. Non a caso tutti i riferimenti agli autori, alle correnti, alle opere e a tutto ciò che rimanda alla cultura sono fortemente voluti e si augurano di essere catalizzatori di ulteriori approfondimenti personali.

  • Eleonora, una curiosità ti tipo tecnico: com’è stato, per te, dover compendiare ai tuoi fini espositivi una bella fetta di pensiero e di civiltà dell’uomo in un numero relativamente ristretto di pagine? Hai avuto dei momenti di ansia nel dover riassumere secoli e secoli di storia dall’antichità a oggi? Che metodo di lavoro hai utilizzato, per individuare e passare così velocemente ed efficacemente in rassegna i tanti singoli autori e le tante singole opere citate?

Non è stato semplice. Ho dovuto fare delle scelte, in alcuni casi ardue. Per compensare ho inserito un apparato bibliografico massiccio, così che chi fosse interessato agli approfondimenti del caso potesse meglio orientarsi.

  • Ci sono tre opere cinematografiche – ebbene sì, hai incluso anche quelle! – la cui apparizione nel tuo discorso mi ha particolarmente colpito: “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, “A dangerous method” di David Cronenberg, e “Dead Poets Society (L’attimo fuggente)” di Peter Weir. Perché sono così importanti? Ci parli brevemente di tutte e tre come hai fatto nel tuo saggio?

51PuIXi4y0LLe tre opere cinematografiche citate hanno pari rilevanza in relazione a dei punti fondamentali affrontati nella trattazione. Nello specifico: “L’attimo fuggente” contiene un’esortazione a cambiare postazione favorita di osservazione per scorgere nuovi punti di vista; per quanto concerne “La grande bellezza”, le parole di Jep Gambardella mi sono sembrate perfette per calare il sipario, così le ho prese in prestito; infine, mi sono servita del film “A dangerous method” per il rimando, imprescindibile, a Sabina Spielrein e alla vicenda che la lega a Freud e Jung. L’ispirazione, in quest’ultimo caso, è nata dinanzi alla scena in cui Sabina prova intenso godimento nel momento in cui viene violentemente frustata. “Il piacere ci serve esattamente come ci serve il dolore”: da qui il mio nuovo saggio in uscita questi giorni, “Lo stridente piacere”.

  • Eleonora, grazie di aver parlato con noi, e scomodiamo ancora Peter Weir, Walt Whitman e Robin Williams per salutarci: che effetto ti piacerebbe raggiungesse la lettura del tuo libro? Vorresti chi ti legge diverso, dopo la lettura, un po’ come i ragazzi del film? In che cosa vorresti cambiati i tuoi lettori e lettrici? 

Il film rappresenta alla perfezione ciò che mi piacerebbe provocare: un desiderio di ricerca incessante del bello, stimolare curiosità, desiderio di approfondimento e amore per la conoscenza, per raggiungere obiettivi fondamentali come l’esercizio della libera espressione e della creatività, soprattutto nei più giovani.


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