L’Apocalisse antimoderna di David Herbert Lawrence (1929)

di Piervittorio Formichetti

 

prima di copertinaApocalisse è l’ultimo libro di David Herbert Lawrence. Scritto pochi mesi prima della morte, è un’analisi molto soggettiva dell’ultimo libro della Bibbia: secondo Lawrence, l’Apocalisse era forse un testo misterico ellenistico, modificato prima dagli Ebrei e poi dai Cristiani per diffondere un messaggio sovversivo e improntato alla cupio dissolvi, che sarebbe tipica dei gruppi umani costretti alla subalternità e invidiosi del potere altrui: in questo caso gli Ebrei e i Cristiani verso i Romani. Questa opinione, non raramente sostenuta distorcendo il simbolismo delle allegorie presenti nell’Apocalisse, è motivata in realtà da una polemica sulla nascente società di massa, caratterizzata dalla compresenza di “culto” capitalistico del denaro e utopie rivoluzionarie di ispirazione comunista. Secondo Lawrence, dall’epoca della Riforma protestante e della Controriforma cattolica il Cristianesimo ha perduto la potenza spirituale che aveva nell’antichità e nel medioevo, ha disconosciuto la propria valenza cosmica e ha condizionato il pensiero della maggior parte degli Europei facendo sviluppare in essi due mentalità in conflitto reciproco: quella di chi segue passivamente un Cristianesimo riduttivo, conformistico e moralistico, cioè gran parte degli Europei dei Paesi capitalistico-liberali; e quella di chi, al contrario, desidera l’apocalisse, cioè una distruzione e rigenerazione del mondo, cioè i rivoluzionari sovietici e i loro seguaci, ispirati, quasi a loro insaputa, dal sovversivismo dell’Apocalisse biblica. Entrambe queste formae mentis costituiscono perciò una sorta di attentato non soltanto alla comprensione autentica della rivelazione cristiana, ma anche al giusto rapporto dell’essere umano, e quindi della società, con il cosmo e con il Trascendente.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2020) di “Riscontri”

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Sito dell’editore

 

Piervittorio Formichetti (Torino, 1984) è laureato in Scienze dei Beni culturali. Collabora con il blog “AXIS Mundi” e con la rivista “Antarès”. Ha collaborato con “Piemonte Mese”. È stato 3o premiato al Premio “Città di Arona” 2016 del Circolo “Gian Vincenzo Omodei Zorini” per articoli su “Conexión-Periodico della Convergenza delle culture”. Ha vinto (2014) la pubblicazione della monografia All’ombra della storia (Torino, Yume, 2015). Ha vinto ex aequo il premio 2016 dell’Associazione Comunità dell’Arca per Viaggio al centro dell’Uomo. Il pellegrinaggio di Lanza del Vasto in India. Il suo saggio Il Dio unico: fonte di violenza o capro espiatorio?, è apparso su “Lessico di Etica Pubblica” (rivista del CeSPeC, Cuneo) a febbraio 2018. È autore di “La casa sull’Abisso” di W. H. Hodgson: una Divina Commedia del XX secolo (Chieri, Il Camaleonte, 2019).

L’utilizzo politico della genealogia di Enea. Dalle guerre macedoniche ai giorni nostri

di Giovanni Liberti

prima di copertina

In questi ultimi anni c’è un rinnovato interesse verso la figura di Enea e verso l’Eneide di Virgilio, interesse dettato anche da fattori attuali come i flussi migratori dall’Africa e dal Medio Oriente. La raffigurazione dell’Enea migrante è stata rifiutata ricorrendo in modo decontestualizzato alla sua genealogia o alle origini della stirpe Troiana. Questo articolo è una ricostruzione delle principali varianti del mito della fondazione di Roma, in particolare gli aspetti della genealogia di Enea e il suo utilizzo nel discorso politico del mondo antico e del XV secolo.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 3 (2019) di “Riscontri”

La rivista è distribuita nelle librerie fisiche e in quelle online

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Giovanni Liberti è un semplice appassionato di storia antica e medievale; laureato in storia nel lontano 2011 attualmente scrive su alcuni quotidiani digitali della provincia di Napoli e cura il sito deipnosofista.com

La dimensione storica dell’alterità tra sollecitudine pastorale ed esperienza giuridica medievale

 

di Federica Monteleone

 

prima di copertina

In un tempo di migrazioni di massa e di crisi economica, papa Francesco ha proposto una nuova fenomenologia dell’Europa a partire dalle sue radici cristiane e dal riconoscimento della presenza dei poveri nella storia. Contro la cultura “dello scarto” e “dell’indifferenza”, il “nuovo umanesimo” bergogliano si sostanzia nella concretezza del messaggio evangelico dell’apertura verso l’Altro, in quanto fondamento della fede secondo l’intera tradizione biblica. Nella riflessione del pontefice, l’incontro con il povero permette all’uomo di immergersi nel movimento della storia e di riscoprire la memoria della propria identità. In questa prospettiva papa Francesco ha rilevato la necessità di una “trasfusione” della memoria, al fine di promuovere processi in cui teologia e politica non possano, su differenti piani, che convergere verso un unico scopo. La dimensione contemporanea del sapere storico implica riconoscere il carattere di interesse collettivo, che la riflessione su alcuni temi e momenti storici può assumere. Il saggio analizza il sistema di misure assistenziali e giurisdizionali in favore dei pauperes, e di altri soggetti socialmente deboli, da parte delle istituzioni laiche ed ecclesiastiche, tra età tardoantica e altomedievale. Ne deriva un modello di tutela sociale sorprendentemente moderno, capace di uniformare un impero nel quale coesistevano popoli differenti per lingua, leggi e tradizioni, che annuncia quella che sarà un’Europa aperta alle ondate dell’immigrazione.

 

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2019) di “Riscontri”

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Federica Monteleone è professore aggregato di Storia Medievale e di Esegesi delle fonti storiche medievali presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. È specializzata in Archivistica, Paleografia e Diplomatica. Fa parte del comitato scientifico di varie case editrici e collane di Storia. L’attività scientifica della prof.ssa Federica Monteleone ha riguardato i modelli storici e socio-antropologici di santità e le loro strumentalizzazioni politico-ideologiche, il pellegrinaggio cristiano, in particolare nel Mezzogiorno d’Italia, e i suoi molteplici influssi nella tradizione europea occidentale. Tra le sue pubblicazioni: Il viaggio di Carlo Magno in Terra Santa. Un’esperienza di pellegrinaggio nella tradizione europea occidentale, con presentazione di Franco Cardini, Fasano di Brindisi, 2a edizione 2015; L’Anonimo di Saint-Denis. Una fortunata storia di reliquie, [Collana “Documenti e Studi”, 53], Bari 2012; Il pellegrinaggio nel Mezzogiorno medievale. Percorsi di ricerca storica, [Collana “Puglia Europea”, 23], con presentazione di Pasquale Corsi, Fasano di Brindisi 2012.

L’Epitome de Caesaribus. Analisi dell’opera nel contesto della storiografia tardoantica

di Roberta Rosselli

 

prima di copertina

Il lavoro descrive lo stato attuale degli studi circa l’Epitome de Caesaribus, un’opera storiografica scritta da un autore anonimo della tarda antichità, che getta luce su quel periodo di difficile definizione che è la fase di passaggio dalla crisi dell’Impero romano al Medioevo. Dopo una ricognizione delle informazioni relative a ipotesi di datazione e identificazioni di fonti, si procede ad un’analisi, basata anche sul confronto con Eutropio, dei contenuti; l’Epitome de Caesaribus, nella sua insistenza sul tema della clemenza e nel suo tradire un indirizzo filopagano, svela al contempo una finalità non solo cronachistica e documentaria ma, soprattutto, pedagogica; essa è un invito affinché la grandezza del passato non venga rinnegata, al di là delle convinzioni e delle idee religiose.

 

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2019) di “Riscontri”

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Roberta Rosselli è nata a Roma il 22 gennaio 1995. Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica, ha proseguito con gli studi di antichità, cogliendo nella valorizzazione della storia del passato un utile mezzo tramite cui giungere alla comprensione del tempo presente. Ha conseguito nel 2017 la laurea triennale in Lettere classiche con lode presso l’Università La Sapienza di Roma, con una tesi dal titolo Le Epistole di Orazio tradotte da Ettore Romagnoli; nel medesimo tempo, ha lavorato sull’Epitome de Caesaribus, nell’ambito del Percorso d’Eccellenza promosso dal suo corso di studi. È attualmente iscritta al corso di laurea magistrale in Filologia, letterature e storia del mondo antico presso lo stesso ateneo.

TOPOGRAFIA FIORENTINA NELLA DIVINA COMMEDIA

 

di Guido Tossani

 

prima di copertina

Dante, seppur esiliato, ha sempre pensato e rammentato Firenze nella Divina Commedia, dando testimonianza della città che aveva conosciuto e vissuto, attingendo alla malinconia della sua memoria e allo sdegno della sua passione politica. Dall’inizio dell’esilio cominciò in Dante la rielaborazione di Firenze come memoria: Firenze divenne il ricordo di Firenze. Fu una memoria duplice, che si soffermò su due Firenze successive e diverse: la Firenze di Cacciaguida e la Firenze propriamente dantesca, alla fine del tredicesimo secolo. Nessuna delle due città fu mai effettivamente osservata dal poeta, la prima perché apparteneva al passato predantesco, anche se persisteva nella sua continuità materiale, fatta di palazzi, ponti, chiese; la seconda perché andava costituendosi nei suoi tratti più caratteristici proprio quando Dante lasciò la città per l’ambasceria romana e l’esilio che ne seguì. Nell’un caso o nell’altro tutte le citazioni, visioni e descrizioni fiorentine, contenute nella Commedia, sono state elaborate durante l’esilio: non sono osservazioni in tempo reale, ma ricordi e dal ricordo traggono il pathos che, legandosi alle vicende personali del poeta, le rende ora nostalgiche, ora sdegnose, ora dolenti. La topografia fiorentina è ricavata dalla memoria ed è in funzione dei pochi cenni autobiografici che il poeta inserisce nella sua opera; tale autobiografia, d’altra parte, illumina sempre  certi momenti di particolare significato religioso e morale, il racconto dei quali non ha il fine di appagare la curiosità dei lettori fornendo loro notizie di carattere personale, ma di testimoniare quella che Benedetto Croce chiamava “un sentimento del mondo, fondato sopra una ferma fede, un sicuro giudizio e animato da una robusta volontà”.

 

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Guido Tossani è nato a Firenze nel 1981. È attualmente docente di Lettere nella scuola secondaria. Ha insegnato al Centro di Cultura per Stranieri dell’Università di Firenze. Ha curato le riedizioni di Osiride, raccolta di sonetti del triestino Giuseppe Revere (1812-1889), e degli Eroi della soffitta, poema del siciliano Giuseppe Aurelio Costanzo (1843-1913). È, inoltre, autore di una Introduzione allo studio del Decameron. Per il Terebinto Edizioni ha curato la riedizione de I Canti del povero di Parzanese.