Chiusi a casa ma in viaggio col libro di Angelo Michele Imbriani

Il Terebinto Edizioni ha deciso di rendere disponibile per il download gratuito quattro titoli del catalogo. Per questo abbiamo chiesto ai relativi autori di spiegarci perché scaricare i loro libri in questo tempo di quarantena, dopo averne parlato nei giorni scorsi con Carlo Crescitelli e Dario Rivarossa, oggi è la volta di Angelo Michele Imbriani, autore di Nel nido dell’Aquila.

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1) Perché scaricare e leggere proprio il tuo libro, adesso? Dacci un buon motivo per il quale ne possa valere la pena, alla luce degli ultimi eventi.

Sinceramente e senza schermirmi, dico che Nel Nido dell’Aquila è proprio un libro adatto alla situazione che stiamo vivendo, una lettura che potrebbe essere di conforto, proprio nel senso dei libri di “consolazione” che una volta servivano ad affrontare le avversità della vita e i tempi di calamità (anche se non lo avevo pensato così e mai avrei detto e ancor meno voluto che potesse rientrare in tale genere letterario!). Penso questo per due ordini di motivi, il primo più “leggero” – ma non frivolo; il secondo più “grave” e importante.

Nei suoi diversi livelli di lettura, “Nel Nido dell’Aquila” è innanzitutto un racconto di viaggio, scritto con brio e ironia. E poter piacevolmente viaggiare con la fantasia è tanto più importante e consolante oggi, nella triste condizione in cui ci troviamo, nella quale ogni spostamento, anche minimo, ci è impedito e in cui, soprattutto, siamo oppressi da una penosa incertezza sul quando potremo riprendere a viaggiare.

In secondo luogo, Nel Nido dell’Aquila è la storia di un personaggio, il teologo Dietrich Bonhoeffer, che vive una drammatica esperienza di isolamento, nella cella di un carcere militare, per la sua partecipazione alla cospirazione contro Hitler, per rovesciare il regime nazista. Strappato, improvvisamente, alla vita “normale”, agli affetti familiari, alle relazioni sociali, nell’angoscia per il futuro suo personale e per quello del suo paese e dell’umanità intera, Bonhoeffer elabora la sua esperienza con straordinaria, vertiginosa profondità, con autentico, solido spessore etico.

La sua vicenda di isolamento, di angoscia e di dolore ci può servire innanzitutto a relativizzare la nostra, ben meno drammatica, ma soprattutto ci può aiutare a trovare nuovi strumenti per sopravvivere in tempi e situazioni avverse, per interpretarli ed elaborarli. In questo, Bonhoeffer, senza mai averne avuto l’intenzione, si rivela un vero maestro.

2) Come ti stai vivendo l’isolamento? Come sono le tue giornate?

Dato quello che è il mio stile di vita anche in tempi normali – mi piace definirmi un socievole asociale e sono estremamente selettivo nelle occasioni pubbliche e “mondane” – ci sono stati ovviamente dei cambiamenti ma non una vera rivoluzione, nelle mie giornate. Ciò che pesa è soprattutto il senso di angoscia per una tragedia della quale sfuggono ancora la dimensione e i possibili sviluppi, il dover stare a casa – cosa che normalmente non mi dispiace affatto – non per scelta ma per costrizione, l’impossibilità di ogni contatto diretto, non mediato da dispositivi vari, con quei pochi amici. Non ho un maggiore “tempo libero”, in fin dei conti, perché il lavoro, attraverso la “didattica a distanza” mi impegna sostanzialmente lo stesso numero di ore, ma ho la possibilità di gestire liberamente gli impegni. E questo sarebbe un lato positivo della situazione se si potesse parlare di lati positivi in una tale circostanza. Chi invece è felice, senza rimorsi e scrupoli, è il mio gatto che mi ha a casa per tutto il giorno!

3) Come pensi che saranno le nostre vite dopo?

Mi pare che i più pensino ad un ritorno alla “normalità”, ossia alla vita di prima, al mondo di prima. Io non so come saranno le nostre vite e come sarà il mondo dopo questa pandemia, non riesco neanche ad immaginarlo, mi sforzo di delineare qualche ipotesi, ma ci rinuncio dopo pochi istanti. L’unica cosa di cui sono certo è proprio che le nostre vite e il mondo saranno molto differenti da come erano prima della catastrofe. Sarà un “dopoguerra” con tutti i pesantissimi problemi di ogni dopoguerra. Vorrei tanto che, nelle inevitabili difficoltà, ci fossero almeno lo spirito positivo, la fiducia, l’apertura al futuro che hanno caratterizzato gli anni dopo il 1945 ed ho invece paura che possiamo precipitare, ancor più, nel risentimento, nell’ostilità e nella diffidenza reciproca, fra individuo e individuo, fra un gruppo sociale e un altro e fra le diverse nazioni, in quel clima, insomma, che caratterizzò gli anni dopo il 1918. Dovremo quindi impegnarci a ricostruire non solo l’economia e la sanità, ma il tessuto civile del nostro paese.

Penso, però, non solo ai cambiamenti esterni o materiali nelle nostre esistenze, ma a come questa esperienza ci colpirà e ci cambierà interiormente. Anche in questo caso, in un modo che probabilmente non riusciamo ancora a capire. Penso all’impatto, forse dirompente, che avrà la pandemia su una generazione come la mia, quella dei cosiddetti boomers, una generazione nata tra i primi anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta, nel pieno del “miracolo economico”. Una generazione non certo inconsapevole della tragica realtà dei tradizionali flagelli – la fame, la guerra e la “peste” – perché educata da genitori e nonni che quei flagelli li avevano ben conosciuti – i nonni anche la “peste”, nella forma della Spagnola – (e in questo senso non disarmata, come temo che sia invece l’ultima generazione, che questi tradizionali, grandi nemici dell’umanità, non se li trova impressi minimamente nella sua memoria, neanche nei ricordi d’infanzia, neanche indirettamente, attraverso il racconto dei più vecchi), ma che si era abituata a pensare che essi fossero stati definitivamente sconfitti, che non potessero più toccare, invadere, devastare le nostre esistenze, che non potessero irrompere improvvisamente nella quotidianità. Dovremo fare i conti con questo “trauma” e penso che solo più in là ci renderemo conto della sua entità.

4) E tu? Cosa farai quando ne saremo usciti?

Forse la prima cosa che farò – dopo aver abbracciato qualche amico, qualche persona cara che per settimane non avrò potuto vedere di persona – sarà prendere la macchina o un altro mezzo di trasporto e andarmene da qualche parte, senza un programma e senza una meta precisa, per potermi gustare un bene prezioso, sebbene meno importante, è ovvio, del vivere in buona salute: la libertà di potersi muovere liberamente per il mondo. Ma forse ancor prima di questo uscirò semplicemente a camminare per le strade della mia città, per poter incrociare altre persone senza più scambiare sguardi diffidenti e preoccupati, senza tenersi a distanza reciprocamente, senza fare brusche deviazioni, l’uno e l’altro, per evitare di avvicinarsi. Che è quello che accade ora, nelle nostre brevi uscite, e che sembra proprio la scena orribile di un film di fantascienza. Ah, poi sicuramente andrò subito a correre, finalmente insieme ai miei compagni di allenamento, e mi iscriverò a qualche gara podistica!

5) C’è altro, di cui non abbiamo parlato, e che vuoi dire a chi ci legge?

Voglio dire che dobbiamo prepararci a vivere tempi difficili, che non dobbiamo prendere alla leggera questa cosa, non dobbiamo farci trovare disarmati. E che però queste avversità dobbiamo affrontarle con coraggio e soprattutto con senso di responsabilità, decentrandoci dal nostro Ego, e impegnandoci a ricostruire forme di socialità nel “dopo-pandemia”. Possibilmente forme di socialità anche diverse e migliori di quelle di prima. In tal senso, e forse in molti altri sensi, come ogni grande crisi, pure questa può essere un’occasione di crescita umana e civile.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

 

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Nel nido dell’Aquila

di Angelo Michele Imbriani

 

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