TEMPI CHE FERISCONO, SCRITTURA CHE PUÒ GUARIRE. La Avellino che non si arrende nell’ultimo romanzo di Franco Festa

Le due enigmatiche creature letterarie di Franco Festa, l’oggi anziano commissario Mario Melillo, ed il suo giovane successore Gabriele Matarazzo, hanno attraversato con costanza – recentemente talvolta anche insieme – gli ultimi decenni della storia alternativa di una città, quella di Avellino, presentata e descritta dall’autore come talmente possibile dall’aver assunto ormai un ruolo di primo piano nell’immaginario di noi lettori. E intanto, con all’attivo ben otto romanzi delle loro indagini, le ultime delle quali condotte in coppia, più altre apparizioni su stampa e antologie, questo anomalo duo di detective è diventato una familiare ed irrinunciabile consuetudine anche per il pubblico di fuori provincia e del resto d’Italia. Oggi parliamo con Franco di La ferita del tempo, il suo ultimo volume uscito per Robin Edizioni, collana “I luoghi del delitto”.

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  • Franco, tu e i tuoi due magici commissari siete davvero una sorta di icona in città. Come te lo vivi, questo grande affetto locale? Immagino possa crearti talvolta qualche imbarazzo, come lo superi quando succede?

Ecco, tu hai usato un termine che mi piace: affetto. È una parola forte e importante e soprattutto richiede impegno per meritarlo e costanza per non perderlo. È un affetto che si è consolidato nel corso degli anni, e che ultimamente avverto in modo molto diretto. Anche se io, misantropo per natura, non sono solito frequentare luoghi e trattenermi spesso con persone. Ho però la percezione, tramite mail, telefonate, che questo legame c’è. E sinceramente non provo imbarazzo, anzi accade una cosa diversa. C’è una domanda che un poco mi tormenta: riuscirai ad essere sempre te stesso, a non inseguire ad ogni costo l’evanescente flusso di essere ad ogni costo in primo piano? Ciò che so di certo è che non riesco a scrivere su ordinazione, o su spinta di altri. La gestazione di ogni storia è lenta, perché è una ricerca dentro di sé, dentro il proprio mondo interiore. Ho sempre detto che al posto di andare da un analista mi sono messo a scrivere. Dunque chi mi legge deve pazientare, e l’affetto è perciò continuamente messo in discussione dalle mie debolezze, dalla sfiducia che spesso mi assale, dal mio “cattivo” carattere.

  • Cardine fondamentale delle vite e delle vicende dei tuoi protagonisti e dei loro comprimari è il loro rapporto, ora sereno ora deviante ora conflittuale, con l’urgenza dell’impegno civile: sono davvero così, per te, gli avellinesi e gli irpini?

    Franco Festa
    Franco Festa

Mi fai una domanda a cui non so rispondere, perché usi un termine, l’urgenza, ormai ai più sconosciuto. In città, in provincia, salvo rari avamposti, l’impegno civile non esiste. Prevale una visione miope, utilitaristica, mediocre, del vivere, che trova poi espressione nel livello infimo della classe politica sulla scena, che è lo specchio della società civile. Io non sono un nostalgico dei tempi andati, anche se qualche frettoloso lettore ogni tanto mi appioppa questo termine. Ho anzi provato, nei miei romanzi, a mettere in luce gli errori, i misfatti, le tragedie che hanno caratterizzato la città dal dopoguerra ad oggi. Ma è indubbio che ci sono stati periodi, anche se brevi, penso al ’68, penso agli anni di Di Nunno, in cui si è provato a sperimentare una via diversa, fondata su una partecipazione collettiva e su una scelta di onestà e di disinteresse. Ma sono stati momenti brevi, che alla fine non hanno lasciato segni, se non nel cuore di pochi. La città si è in fondo sempre caratterizzata per una capacità di acclamare i potenti, di acconciarsi in un familismo amorale, di far finta di non vedere, di non sapere. La viltà civile è il suo segno. Certo, esistono minoranze che resistono, che indicano alternative possibili, ma la loro è una flebile voce.

  • E il resto del mondo, com’è? Uguale ad Avellino? Fino a che punto?

Lo è almeno tanta parte del Mezzogiorno, che sembra ormai abbandonato al suo destino di emarginazione, di rincorsa disperata di prebende che non porteranno sviluppo, in cui gli elementi criminali, la mafia, la camorra la ’ndrangheta sono i veri padroni del futuro, in un legame non più conflittuale, ma organico, con la politica che conta. È un quadro triste, lo so, ma al quale non bisogna arrendersi. Ci sono anche tante energie positive, tanti elementi di modernità, tanti che cercano di collegarsi alle novità del mondo, ma sono spesso bloccati in una morsa “medioevale” dalla quale spesso sono soffocati.

  • A parziale dispetto della generazione cui appartieni, tu sei uno di quegli autori molto a loro agio sui social: ti sei infatti saputo conquistare, con il tuo quotidiano e garbato storytelling, risultati importanti ed estesi nella promozione e nella comunicazione dei tuoi lavori. Una operazione che oggi tutti intraprendono, ma che a conti fatti riesce a pochi: dunque, qual è il tuo segreto?

La risposta è semplice. La mia formazione scientifica – sono sempre e innanzitutto un prof. di matematica e fisica – e la mia curiosità mi sono state molto di aiuto. Tratto di pc e annessi dai tempi del Commodore 64, e mi è sempre piaciuto capire. Oggi, con l’avvento dei social, tutto naturalmente è diverso. Però non sono innamorato di questa svolta. La uso, con garbo – grazie del bel termine che hai usato – perché so che non se ne può fare a meno, specie se sei uno scrittore. E dunque è un modo non dico di fare “pubblicità” a ciò che produci, ma di comunicare agli altri le tue emozioni e quelle dei tuoi lettori. La condizione è essere sinceri, non esagerare, non sommergere gli altri con fiumi di post. Vedo incredibili cose intorno a me. Scrittori e poeti che confondono Facebook con la realtà, che comunicano sette volte al giorno le loro pene, scambiando i fiumi di like che li sommergono con la realtà, inventando una letteratura che deve essere “agile, veloce, diretta”. Patetici. Una cosa è utilizzare uno strumento, altra è farlo diventare il fine del tuo agire, che invece è sempre fondato su un lavoro lento e attento, sul rispetto delle parole che utilizzi e dei personaggi che crei.

  • Adottando per l’occasione il tuo stesso linguaggio poliziesco, l’identikit del tuo lettore ideale ce lo consegna piuttosto giovane: eppure, i temi che affronti non sono sempre di stretta attualità, anzi. Da che cosa dipende, allora, questo singolare appeal che tu eserciti su un pubblico così lontano da te dal punto di vista anagrafico?

Io penso dipenda dal tentativo che faccio di raccontare sempre la verità, di non indorare la pillola, di non scegliere strade false o consolatorie. Soprattutto di dare spessore umano a tutti i personaggi, colpevoli o vittime che siano. E infine di non dimenticare mai l’adolescente inquieto che sono stato. Penso che dipenda da questa miscela. L’autenticità e il rispetto sono i veri legami con generazioni così lontane.

  • Il tuo stile ed il tuo linguaggio sono decisamente assai personali, in questo abbastanza lontani da quelli dei grandi classici del genere: e allora quali sono, da dove provengono i tuoi riferimenti letterari?

Io non ho mai amato né frequentato la letteratura gialla. Non lo dico perché la considero “minore”, semplicemente è andata così. Mi sono nutrito dei grandi classici del ’900 della letteratura italiana (Pavese, Calvino, Vittorini), ho adorato Pascoli, ma una luce è stata più forte di ogni altra: l’opera di Pier Paolo Pasolini, il cui stile, la cui parola e la cui vita sono stati il faro costante del mio agire. E poi naturalmente tutto l’800 francese e russo, e il ’900 americano, e Emily Dickinson, e… tanti, tanti libri, di cui ora maledettamente ricordo poco, che però mi hanno costruito come persona e come (modesto) scrittore. Ecco, fammelo dire. Io non credo di scrivere gialli. Credo di scrivere romanzi che utilizzano questo strumento. Sembra una piccola differenza, ma non lo è. Se scrivessi gialli potrei sfornarne con facilità uno ogni sei mesi. Così non è, perché il mio processo creativo è completamente diverso. Ma, ovviamente, il giudizio finale spetta a chi ti legge.

  • E veniamo alla colonna sonora degli eventi. Nell’ultimo libro ci sono i Clash e Bob Dylan, e gira voce che ti piacciano persino i Nirvana. Rock internazionale quindi, come mai, perché?

È la curiosità e la voglia di tenere aperta la mente, a tutte le novità la chiave. Per anni sono stato un divoratore di musica classica e autoriale, Bob Dylan su ogni cosa, e ho capito tardi che mi sono perso tanto. E non mi vergogno di dirti che ho scoperto i Nirvana da poco, e che ho voglia di conoscere e esplorare nuovi mondi. Odio quelli della mia età che dicono “ai miei tempi”. Il mio tempo è quello di ieri e quello di oggi, e dunque il bello non è fermo in un periodo, è diffuso, e scoprirlo è sempre una gioia.

  • Avviandoci alla conclusione di questa chiacchierata: tu in sostanza racconti una città come è, o potrebbe (essere stata). Ma, nel mentre lo fai, ci fai capire come dovrebbe (essere). Ci dici adesso invece come secondo te sarà?

Sono molto pessimista. È una città che ha perduto la sua centralità rispetto all’Irpinia, che non ha un’idea di sé per prossimi 10-20 anni, che vive delle carcasse del pubblico denaro, che si acconcia a piccole nefandezze. Non so se uscirà da questo stato. So però che non bisogna mai desistere.

  • Franco, grazie del tuo tempo e dell’empatia nelle tue risposte, e chiudiamo con la classica domanda da fan molesto: che cosa succederà adesso, nella Avellino di Melillo e Matarazzo? Cos’hai in pentola per loro e per noi? Puoi darci qualche anticipazione?

Mi trovi in una situazione complessa. È come se il lockdown avesse congelato ogni mia idea, mi avesse chiuso nella difesa sterile del presente, avesse fatto accrescere la mia sfiducia nella possibilità di scrivere ancora. Però poi scopro, sempre più frequentemente, che tanti, avellinesi e non solo, hanno riscoperto il cuore antico della propria città, cercano quelle strade, se ne innamorano. Tanti mi inviano le loro foto sulla Salita dell’Orologio, dove vivono i miei due commissari. Sono fatti che mi turbano nel profondo, che mi emozionano tanto. E allora capisci che non puoi fermarti, perché è come mi si fosse affidato un compito, di resistenza civile e di difesa di quella parte della propria città così svilita e dimenticata. Ma neppure il senso del dovere può essere l’unica molla del processo creativo. Sono sempre creature fragili e delicate quelle che chiedono di avere vita nelle pagine. Ed è materia da trattare con rispetto. Non so come finirà questa storia. Spero solo che non finisca.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

L’ASSASSINO DIETRO L’ANGOLO – sguardo sugli autori

È appena uscita la nuova raccolta antologica L’ASSASSINO DIETRO L’ANGOLO, scopriamo di più sui racconti. L’ebook sarà scaricabile gratuitamente su Amazon solo il 25 e il 26 aprile.

 

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SINOSSI

 

  • La rapina di Miriam Schiavina. Conservare tutto il proprio sangue freddo può tornare fondamentale, in certi momenti. Può fare davvero la differenza, salvarci la vita… e il malloppo.
  • Nero Wolfe e le api di Pietro Rainero. Il grande (in tutti i sensi) detective che piomba (in tutti i sensi) in Italia, alle prese con una nuova indagine tutta italiana, tra il sorpreso, generale entusiasmo. E vale la pena di chiedersi se lo risolverà o no?
  • Sia fatta la Sua volontà di Luigi Giampetraglia. In camera da letto, può facilmente accadere di varcare il confine sottile tra l’amore e l’odio.
  • Un caso di dying message di Vittorio Martucci. Come applicare tecniche di investigazione vittoriane al ventunesimo secolo, e della loro imprevedibile attualità.
  • La cartomante di Miriam Schiavina. Mai sottovalutare le conseguenze delle parole pronunciate in un determinato ruolo: si potrebbe rischiare di doversene poi amaramente pentire.
  • L’ultima fermata di Gabriele Levantini. Un viaggio in treno dove il capolinea può rappresentare la fine di tutto, a meno di non darsi davvero da fare…
  • Amore deviato di Stefania Bardani. Il cacciatore ha puntato la sua preda, e si sa, in amore è tutto lecito: ma è proprio così, che la caccia imbocca sentieri imprevisti.
  • La casa dei sogni di Luca Giovanni Caneva. Brutta bestia, la gelosia: ma certe curiosità possono fare anche peggio.
  • Sei ore prima dell’esecuzione di Nunzio Ciullo. Normale, che un appuntamento di questo tipo, possa generare ansia… sì, ma fino a che punto giustificata?

 

GLI AUTORI

 

  • Miriam Schiavina vive in provincia di Bologna. È laureata in Lingue Straniere e ha un passato di traduttrice e insegnante. Ama scrivere, fotografare e camminare in compagnia. Ha pubblicato in autonomia un romance sotto pseudonimo e prima o poi terminerà la stesura del romanzo della sua vita.
  • Pietro Rainero, ligure, insegnante di Matematica e Fisica nei Licei, è autore prolifico, eccentrico ed ironico, le cui trame si dipanano spesso attraverso digressioni e tecnicismi scientifici, senza con questo mai perdere freschezza, mordente e sarcasmo.
  • Luigi Giampetraglia è nato in provincia di Napoli, e ha scelto di schierarsi fra i tutori dell’ordine della sua terra tormentata. Le sue storie riflettono il suo quotidiano sguardo sulla sofferta umanità che la popola.
  • Vittorio Martucci, classe 1946, è  bibliotecario. Si è dedicato negli anni a studi di storia della biologia e di zoologia storica, pubblicando saggi a tema scientifico e romanzi a sfondo storico e naturalistico.
  • Gabriele Levantini, di Viareggio, è un chimico attratto anche dalla letteratura, e dalla promozione turistica del suo territorio. Ne consegue un naturale eclettismo nei temi affrontati nella sua scrittura, incentrata tuttavia sempre sull’approfondimento psicologico dei suoi personaggi.
  • Stefania Bardani vive a Parma, e ha sempre amato la fantascienza, ma non solo quella: le esplorazioni emotive, infatti, le interessano al pari di quelle intergalattiche.
  • Luca Giovanni Caneva fa il vigile del fuoco a Sanremo, ed è un appassionato sportivo. Il fuoco dell’invenzione, l’umana curiosità e l’esercizio dello scrivere lo appassionano in egual misura.
  • Nunzio Ciullo è nato in Puglia ma vive in Campania, da dove prosegue con passione i suoi studi di storia e di diritto medievale nelle stesse terre che videro la calata e le imprese dei prodi cavalieri normanni.

 

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La Cultura al tempo del coronavirus: ne parliamo con Claudio Pastena

Il Terebinto Edizioni ha deciso di rendere disponibile per il download gratuito quattro titoli del catalogo. Per questo abbiamo chiesto ai relativi autori di spiegarci perché scaricare i loro libri in questo tempo di quarantena, dopo averne parlato nei giorni scorsi con Carlo Crescitelli, Dario Rivarossa e Angelo Michele Imbriani oggi è la volta di Claudio Pastena, autore di Ogni uomo uccide ciò che ama.

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1) Perché scaricare e leggere proprio il tuo libro, adesso? Dacci un buon motivo per il quale ne possa valere la pena, alla luce degli ultimi eventi.

Per diversi buoni motivi, primo: Abbiamo un sacco di tempo libero in casa, impieghiamolo con un download. Secondo: Abbiamo letto Guerra e pace e I promessi sposi, volumi ponderosi e densi di significati, possiamo leggere anche un romanzetto con meno di duecento pagine che non ha pretese.  Terzo: Il mio libro è una storia di provincia, i fatti di cronaca recenti ci hanno insegnato che, al di là dei sogni miei e di Giordano Bruno, non si riesce a pensare in termini universali ma qualunque sia il luogo o la nazione ognuno bada a sé stesso con un’ottica molto…provinciale. Quarto: Nel romanzo c’è una morale, riassunta nel titolo e espressa nella storia, quindi anche un invito a non perseguirla. Quinto: Perchè no! Sesto: Ditemelo voi, dopo la lettura

2) Come ti stai vivendo l’isolamento? Come sono le tue giornate?

Il mio isolamento è relativo. Io sto continuando a svolgere la mia funzione di medico presso l’ASL, certo non sono in prima linea come una volta, per motivi di salute e di età, ma qualche cosa di utile credo di continuare a farla. Quando torno a casa, dopo le sedici e nei week end, dedico tempo alla lettura e internet, molto a telefono, per i miei figli all’estero e la mia donna fuori provincia, poco alla televisione perché seguo un vecchio principio di Groucho Marx: «la televisione ha aiutato molto la cultura, ogni volta la spengo e leggo un buon libro».

3) Come pensi che saranno le nostre vite dopo?

Mi viene in mente un vecchio aforisma, non ricordo di chi, «l’esperienza serve ad evitare i vecchi errori per commetterne di nuovi»

4) E tu? Cosa farai quando ne saremo usciti?

Appunto…uscirò. Mi piace vedere la gente, toccarla, riprendere i miei allenamenti da solo e in compagnia, andare al mare, almeno una volta a settimana e viaggiare. In questi giorni, ad esempio, sarei dovuto essere a New York con mia figlia, avevo già i biglietti di Broadway per Wicked.

5) C’è altro, di cui non abbiamo parlato, e che vuoi dire a chi ci legge?

A detta di chi mi conosce sono molto loquace, quindi non è opportuno liberare la stura. Ripeto a tutti che mia figlia quando era adolescente mi battezzò Dottor Divago, quindi senza divagare e restando sul pezzo vorrei dire di continuare a leggere (caso mai gli altri libri di Pastena) e riflettere sulla nostra condizione di ozio forzato. Ho letto un cinico post su Facebook: il corona virus ci fa rimpiangere la vita di merda che avevamo prima.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

 

 

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OGNI UOMO UCCIDE CIÒ CHE AMA

di Claudio Pastena

 

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