Il Settecento, figlio ribelle del Rinascimento

di Dario Rivarossa

 

prima di copertinaIn che rapporti stavano il Cinque e Seicento con il loro “figlio”, il Settecento? Un figlio che ha ereditato i caratteri dei genitori e ha portato avanti l’azienda di famiglia, o un ribelle che se n’è andato per la propria strada sbattendo la porta e tagliando i ponti?
A ogni risposta di tipo “a” se ne può opporre una di tipo “b”, e viceversa. Ora viene in soccorso una raccolta di saggi sulle “costellazioni concettuali” che si sono tramandate dal XVI al XVIII secolo, con le varianti intervenute nel passaggio. Varianti che rivelano, appunto, un complesso rapporto di continuità e discontinuità. Una linea – tutt’altro che retta – va dagli umanisti di fine Quattrocento agli enciclopedisti del Settecento passando per una serie di pensatori spesso spiazzanti, in cima a tutti Giordano Bruno; ma anche Martin Lutero non scherzava in fatto di ambivalenza, se è per questo.
In particolare, qui si è scelto di esaminare in che modo una serie di autori dei secoli XVI e XVII sono presentati dal saggista e polemista Pierre Bayle e dall’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2020) di “Riscontri”

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Sito dell’editore

LO STATO DELL’ARTE CONTEMPORANEA Emin, Hirst, Abramovič, Banksy… ultimo orizzonte dell’arte?

 

di Salvatore La Vecchia

 

prima di copertina

È ancora possibile maturare un giudizio estetico critico dopo che sembra essersi dissolto nel mare magnum dell’arte contemporanea qualsiasi canone della tradizione classica?

Il sentiero del bello, che ha avuto inizio nell’antica Grecia e ha attraversato il Rinascimento, il Romanticismo, l’intera storia dell’arte fino alle soglie delle avanguardie novecentesche, sembra essersi interrotto in una proliferazione incontrollata di forme e di generi che vanno dalla pittura, scultura, architettura alle installazioni, performance, coreografie, utilizzando video, radiografie, endoscopie e mescolando colori, marmi e pietre con escrementi, sperma, peli, unghie, per rappresentare languide parvenze poetiche ed esporre corpi deturpati da gesti violenti, ferimenti e perfino suicidi. E tutto si pretende sia arte. E la differenza tra un prodotto e l’altro non sembra più essere determinata dai valori estetici, ma da quelli del mercato.

Ma l’arte contemporanea è per davvero solo uno sterminato stercorario? Tutta da buttare? E il suo valore è solo quello determinato dalla speculazione finanziaria?

Un urlo disperato e liberatorio insieme ci fa sperare che è ancora possibile definire uno spazio in cui seminare quella skepsis, quel dubbio, da cui possa germinare un rinnovato senso critico che ci permetta di discernere il grano dal loglio e ci consenta di scegliere autonomamente, senza l’ausilio di mediatori tanto artisticamente improvvisati quanto economicamente interessati. Uno spazio in cui investire un nuovo capitale, il “capitale relazionale”, che può ancora trasvalutare i valori finanziari in valori etici ed estetici e può quindi permetterci di sviluppare insieme un nuovo senso del gusto, attraverso la riscoperta di quel piacere, tanto più pieno quanto più condiviso, che si prova esercitando quei “sensi fini” e quel “sentimento delicato” che il puro, intramontabile spirito dell’arte continua a ispirarci.

 

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2019) di “Riscontri”

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Ibs

 

Salvatore La Vecchia, nato a Bonito (AV), vive a Chiavenna (SO). Dirigente Scolastico, per oltre venti anni ha insegnato Storia e Filosofia nei licei. La sua passione per l’arte lo induceva a imprimere ai suoi corsi una curvatura estetica nella convinzione che tra arte e filosofia vi sia una profonda compenetrazione; ora continua a coltivarla curando mostre e scrivendo cataloghi per artisti contemporanei emergenti.
Studioso di dialetto, ha pubblicato Bonidizio – Dizionario bonitese – Alla ricerca di una comune identità, Delta 3, 1999: «Opera non comune in queste imprese» secondo il filosofo e linguista Tullio De Mauro, mentre per il lessicografo Manlio Cortellazzo «viene ad accrescere di molto le nostre conoscenze dell’avellinese». È autore di una trilogia di commedie dialettali: La Potea 2003 (Premio Virgilio Barbieri 2004), La Massaria e La Chiazza. Nel 2010 con Mephite ha pubblicato La giostra del Principe – Il dramma di Carlo Gesualdo dal «respiro teatrale ampio, polifonico» – secondo il regista e scrittore Ruggero Cappuccio – «che racconta atmosfere storiche e interiori, allestendo un sabba di fantasmi che tornano a reclamare i loro diritti».
Di prossima pubblicazione presso Il Terebinto Edizioni il suo ultimo lavoro: Bonum iter, Bonito! – Romanzo antropologico.

La città ideale di Leonardo da Vinci fra necessità storica e filosofia politica.

di Marco Mercato

 

prima di copertina

Durante la sua permanenza a Milano, Leonardo da Vinci ebbe modo di pensare ad una possibile risistemazione della città, sia per motivi legati ad una maggiore vivibilità sia per motivi politici. Il suo progetto di città ideale, tuttavia, non solo rispondeva alle immediate esigenze della politica sforzesca ma traeva anche ispirazione dal proprio pensiero, articolato e complesso ma non particolarmente noto al grande pubblico. La città ideale di Leonardo, insomma, è solo l’elemento più conosciuto di un insieme di acutissime riflessioni sui problemi e i temi del proprio tempo che fanno capire anche, per quanto sia possibile farlo solo parzialmente, quanto alla figura del grande pensatore solitario, sognatore e precursore si accompagnasse quella del pragmatico “uomo di corte” e del filosofo che aveva a cuore la sorte del genere umano. Non fu il primo a pensare ad una realizzazione concreta di un simile sogno ma si può dire con sufficiente sicurezza che fu l’ultimo in quanto pochi anni dopo, con l’inizio delle Guerre d’Italia, l’ordine stabilito e ogni nuova possibilità di miglioramento cessarono, ponendo fine ad una breve ma significativa stagione della storia dell’arte e del pensiero.

 

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1 (2019) di “Riscontri”

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Ibs

 

Marco Mercato è nato a Pompei nel 1991, ha conseguito nel 2012 il Diploma di Specializzazione in Studi Sindonici presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma e, nel 2017, la Laurea Magistrale in Scienze Storiche presso l’Università “Federico II” di Napoli. Ha partecipato occasionalmente, e partecipa tuttora, al programma di Rai Storia “Passato e Presente”.

Poesia al femminile nell’Italia del primo Cinquecento: Vittoria Colonna

di Guido Tossani

 

piccolaTra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento la società letteraria italiana conobbe un notevole ampliamento della produzione letteraria, il cui segno più evidente fu il contributo che vi profusero le donne, passate dal ruolo di lettrici a quello di autrici. Il petrarchismo era il tono poetico più confacente all’animo femminile.

Tra le poetesse del Cinquecento, Vittoria Colonna fu la più illustre per nascita e condizione sociale. Figlia del condottiero Fabrizio Colonna, nacque a Marino, presso Roma intorno al 1490. Sposò Ferrante Francesco d’Avalos, marchese di Pescara e capitano generale delle truppe imperiali. La memoria del marito divenne in lei materia di culto e di ispirazione poetica: fu il motivo dominante della sua vita di donna e d’artista e divenne spunto per più ampie riflessioni di vita intellettuale e religiosa. Il valore poetico della Colonna è stato spesso ricercato più nelle sue inquietudini spirituali che nei risultati della sua arte. La tematica religiosa fu per lei oggetto d’arte e di vita. Soprattutto la conoscenza del letterato e teologo spagnolo Giovanni Valdés la instradò in quel filone che viene definito “evangelismo” e che ebbe esponenti in tutta Europa del calibro di Tommaso Moro, Erasmo da Rotterdam e Reginald Pole.

Lo stile della Colonna dimostra grande equilibrio tra la correttezza del linguaggio poetico e l’eticità dei contenuti. Ma l’equilibrio è evidente anche nel rapporto fra tensione stilistica e sentimenti. Le tematiche trattate, dunque, non sono mai leggere e vengono espresse costantemente con un petrarchismo di grande valore.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 1-2018 di “Riscontri”

 

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Guido Tossani è nato a Firenze nel 1981. È attualmente docente di Lettere nella scuola secondaria. Ha insegnato al Centro di Cultura per Stranieri dell’Università di Firenze. Ha curato le riedizioni di Osiride, raccolta di sonetti del triestino Giuseppe Revere (1812-1889), e degli Eroi della soffitta, poema del siciliano Giuseppe Aurelio Costanzo (1843-1913). È, inoltre, autore di una Introduzione allo studio del Decameron. Per il Terebinto Edizioni ha curato la riedizione de I Canti del povero di Parzanese.