Dante e l’Islam, l’Induismo e il Buddha: legami ipotetici e tracce nella Commedia

Piervittorio Formichetti 

Abstract:

Il Segreto della Dea Tripurā, un testo appartenente al complesso ambito filosofico-religioso dello gnosticismo indiano e di incerta datazione (probabilmente entro due secoli dopo l’anno Mille), sembrerebbe avere alcuni elementi in comune con la Divina Commedia, tra i quali la suddivisione in tre sezioni, l’allegoria della selva oscura, i racconti “a scatola cinese”. Analogamente, nella dottrina e nei discorsi del Buddha si può rinvenire qualche tema e qualche immagine simile a quelle inserite da Dante Alighieri nel suo «poema sacro». Inoltre Dante, nel Paradiso, parlando di un ipotetico uomo che, essendo nato in India, non conosca il Vangelo ma sia comunque un santo, potrebbe essersi riferito alla figura del Buddha descritta da Marco Polo.  

Dante conosceva quindi alcuni elementi dell’Induismo e del Buddhismo? E tramite quali contatti potrebbe averli appresi? Si può presumere che Dante possa avere acquisito queste nozioni tramite qualche erudito religioso: questo potrebbe essere stato un missionario francescano di ritorno dall’Asia centrale, oppure, almeno in teoria, un cavaliere dell’Ordine del Tempio, il leggendario ordine monastico-cavalleresco del quale Dante certamente sapeva qualcosa e al quale, probabilmente, si sentiva ideologicamente vicino; i Templari, infatti, stanziati in Palestina per difendere i luoghi sacri cristiani di Gerusalemme dai musulmani, proprio dai contatti con questi ultimi potrebbero avere appreso qualcosa sulla cultura induistico-buddhistica, predominante nell’India confinante con i territori islamici più orientali.

Profilo biografico 

Piervittorio Formichetti (Torino, 1984) è laureato in Scienze dei Beni culturali. Collabora con i  blog “AXIS Mundi” e “Pagine Filosofali”. Ha collaborato con la rivista “Antarès” e con “Piemonte Mese”. È stato 3o premiato al Premio “Città di Arona” 2016 del Circolo “Gian Vincenzo Omodei Zorini” per articoli su “Conexión-Periodico della Convergenza delle culture”. Ha vinto ex aequo il premio 2016 dell’Associazione Comunità dell’Arca per Viaggio al centro dell’Uomo. Il pellegrinaggio di Lanza del Vasto in India. Il suo saggio Il Dio unico: fonte di violenza o capro espiatorio?, è apparso su “Lessico di Etica Pubblica” (rivista del CeSPeC, Cuneo) a febbraio 2018. È autore di “La casa sull’Abisso” di W. H. Hodgson: una Divina Commedia del XX secolo (Chieri, Il Camaleonte, 2019). È stato proposto componente della giuria dal Premio artistico-letterario “Metropoli di Torino” dell’Associazione “Arte Città Amica”, sezione Racconti inediti 2022.

 

 

 

 

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Essere liceale ed ebrea nel 1939

Il libro autobiografico di Marcella Olschk

Dario Rivarossa

Titolo: Essere liceale ed ebrea nel 1939

Sottotitolo: Il libro autobiografico di Marcella Olschki

 

Abstract: Che cosa significava andare a scuola all’epoca del fascismo? Subire il lavaggio del cervello? Macché. Basta ripercorrere le testimonianze dell’epoca per rendersi conto che il clima in classe era tutt’altro. Ce lo ricorda la fiorentina Marcella Olschki (1921-2001) nel romanzo pimpante ma rigorosamente autobiografico Terza liceo 1939, appena ripubblicato dalla casa editrice che ne porta ancora il nome, fondata dall’antenato Leo. Libro vincitore del premio Bagutta opera prima nel 1954. Tante le allegre scene goliardiche, acuta l’analisi sociale. Solo che la scrittrice era per metà ebrea, e questo le causò dei problemi. Niente affatto qualche forma di ostilità da parte dei compagni di classe “ariani”, ma una volta l’atteggiamento intimidatorio da parte di un docente, quasi un ricatto sottinteso. E soprattutto, un’altra volta: finita la scuola, a un “Signor Professore” particolarmente tirannico – oggi diremmo mobbizzante – Marcella invia per scherzo una cartolina che raffigura il carcere di Portolongone, quello per ergastolani, nel senso che sarebbe stato il posto più adatto per lui. Già, ma, nel clima di quegli anni, l’astioso interessato querela la ragazza…

 

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Romanzi che dettano legge

Saggio sugli sviluppi culturali e giuridici dal Seicento a oggi

Dario Rivarossa

Titolo: Sua maestà legge? Tre secoli di potere, diritto e letteratura 

Autore: Donato Carusi

Editore: Leo S. Olschki

Anno di pubblicazione: 2022

Numero di pagine: XV + 458

Prezzo di copertina: euro 38,00 

 

Abstract: Un intrigante, coinvolgente sguardo d’insieme sulla Storia moderna: così si può definire il corposo volume dedicato da Donato Carusi a «tre secoli di potere, diritto e letteratura», per evitare che appaia come un saggio accademico specialistico. Nel titolo, Sua maestà legge?, probabilmente è incluso un gioco di parole sul termine “legge” inteso sia come verbo che come sostantivo. L’ottica è infatti quella di ricostruire gli sviluppi storici dell’Occidente a partire da due punti di vista intrecciati: cultura (non solo prosa e versi, anche musica, teatro, fotografia, cinema ecc.) e corpo legislativo, con i reciproci influssi. Una scuola di pensiero, quella del Law and Literature Movement, nata ufficialmente negli Usa agli inizi degli anni Settanta. La scelta di delimitare il campo di indagine a tre secoli – dalla fine del Seicento a oggi – non è solo pratica, dato che già così il libro è venuto fuori bello spesso. La ragione profonda è antropologica, in quanto proprio in questo arco di tempo, a tutti i livelli, si assiste a una mutazione nel modo stesso in cui gli esseri umani concepiscono se stessi e il mondo. L’interdisciplinarità è un punto forte del libro. Gli argomenti salienti sono quelli del lavoro, della guerra, delle diverse forme di emarginazione, dell’uguaglianza di fronte alla legge e della giustizia sociale. In molti casi la letteratura ha non solo accompagnato, ma preceduto la legislazione con intelligenza e coraggio: l’augurio è che continui a farlo.

 

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La Scuola nella “Questione meridionale” [Appunti su Rocco Scotellaro]

Con l’approssimarsi del centenario della nascita di Rocco Scotellaro (19 aprile 2023) nonché del settantesimo della morte (15 dicembre dello stesso anno), si prevede una gran messe di studi sull’opera e sul pensiero del poeta-sindaco di Tricarico, la cui “fortuna” si è accresciuta, a dire il vero, sempre di più negli ultimi decenni, dopo una “damnatio memoriae” o una incomprensione, che è durata dalla morte della “pulce rossa” sino agli anni ’70 del secolo scorso.

Il rischio, che pure si potrebbe correre, è che a fronte di una quantità notevole di studi, si rinunci all’originalità dell’indagine, ripetendo analisi e interpretazioni e tralasciando piste di ricerca ancora relativamente poco frequentate.

Anche per evitare tale rischio e per dare un minimo contributo originale alla conoscenza di un intellettuale, che, pur essendo morto a trent’anni e pur essendo nel fiore della sua maturazione intellettuale, che avrebbe potuto dare ulteriori ricchi frutti, offre ad attente letture spunti di analisi utili persino per comprendere ancora meglio il nostro presente.


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Sul labirinto [Una struttura assurta a metafora dell’avventura esistenziale]

Nel mito cretese il Labirinto di Cnosso è la complessa struttura, ideata da Dedalo su incarico di Minosse, re di Creta, e destinata a celare il Minotauro, essere mostruoso nato dall’insana passione di Pasifae  per un toro. Nel 1900 il mito acquista pregnanza storica grazie agli scavi archeologici, effettuati sull’isola greca da sir Arthur Evans, che riportano alla luce  una struttura complessa e composita, ricca di reperti attestanti il culto del toro. Tra questi spiccano le armi usate dai sacerdoti per le vittime sacrificali, le bipenni, le labrys, termine che con il suffisso into  forma la parola labirinto.

Nel corso del tempo il labirinto ha assunto significati diversi: cammino penitenziale, sostitutivo di un pellegrinaggio in Terra Santa, nelle pavimentazioni delle cattedrali; percorso giocoso disegnato con piante sempreverdi da esperti topiari nei giardini rinascimentali; luogo di meditazione nei giardini esoterici.

I labirinti sono figure della topologia, il capitolo della geometria che studia le caratteristiche invarianti per deformazioni; sono anche classificati secondo il grado di difficoltà delle rispettive risoluzioni.

Il labirinto è una potente metafora della teleologia esistenziale, delle difficoltà che l’uomo deve superare per arrivare al centro, per superare le ansie annidate nell’inconscio e attingere l’armonia dell’universo.

L’autrice tratta l’argomento con rigore matematico e sensibilità umanistica, non disgiunta da personali riflessioni.

Tina D’Aniello dopo la maturità classica si è laureata in Matematica e Fisica presso l’Università Federico II di Napoli. Allieva dei professori Renato Caccioppoli ed Eduardo Caianiello, ha frequentato un ambiente scientifico stimolante interessandosi alle questioni epistemologiche con sensibilità umanistica. Ha insegnato nel Liceo classico “Torquato Tasso” di Salerno pubblicando sull’Annuario articoli su temi scientifici e questioni didattiche. Ha collaborato con il “Dipartimento di Scienze dell’antichità” dell’Università di Salerno con ricerche su testi di Euclide e di Archimede. Nella maturità sono prevalsi interessi letterari radicati nella sua cultura classica e sfociati nella pubblicazione di diversi articoli sulla Rivista Riscontri. Ha vinto il primo premio, nel concorso “Riscontri Poetici” 2018, con la raccolta “Nel cuore un angolo rosso”, inserita nella collana Carmina Moderna della casa editrice Terebinto.


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