La rete logora chi non ce l’ha. Il pericoloso universo alternativo dei social razionati di Marco Venturi

Morte alla fine dei social (AltroMondo 2021) è il thriller di Marco Venturi che si è imposto alla nostra attenzione fra le candidature pervenute alla passata edizione del nostro premio Un libro in vetrina.

Siamo andati a parlarne con l’autore, qui di seguito l’intervista che ne è venuta fuori.

Venturi, grazie della disponibilità mostrata a Riscontri e, visto che troppi dettagli della trama non possiamo spoilerarli per non togliere ai nostri lettori il gusto di scoprirli man mano avventurandosi nella vicenda da soli come è giusto, incominciamo con il tratteggiare il contesto in cui la storia si svolge.

Il governo italiano, allo scopo di frenare il degrado e il disagio generato da macchine del fango e fake news, ha limitato la fruizione individuale dei social a un massimo di sessanta minuti al giorno. Con tutto quel che ne consegue, anche dal punto di vista pubblicitario ed economico.

Eppure, nonostante ciò, nel libro questa situazione non sembra dispiacere più di tanto quasi a nessuno. Forse perché è proprio lui, l’autore, a nutrire pregiudizi nei confronti dell’intero universo social? Alla luce di ciò, il disclaimer pubblicato in coda al volume potrebbe non apparire del tutto convincente… accolga questa nostra piccola provocazione e sciolga anche qui per noi questo dubbio, cogliendo contemporaneamente l’occasione di introdurci alle tese atmosfere del romanzo.

Per rispondere a questa prima domanda voglio partire dallo spunto iniziale che mi ha ispirato nella stesura di Morte alla fine dei social. Durante una vacanza estiva al mare mi accorsi che intorno a me tutti i presenti, grandi e piccini, se ne stavano sotto l’ombrellone con il loro smartphone in mano come fossero in preda a una sorta di raptus, disinteressandosi di tutto ciò che accadeva intorno a loro. Fu in quel momento che mi sovvenne alla mente un’ipotesi su cui sviluppare una storia da raccontare: “Come reagirebbero le persone se venisse imposto un severo limite all’uso dei social?” Da quella domanda sono scaturite le numerose riflessioni e reazioni che costellano il romanzo.

Marco Venturi

Siamo talmente assuefatti all’esistenza di questo mondo virtuale che lo diamo oramai per scontato. Eppure chi ha varcato la soglia dei trent’anni si ricorda bene che nella vita di ognuno, prima dell’avvento dei cellulari, vi erano tante opportunità di divertimento, confronto e socializzazione.

Nel romanzo, gli omicidi, i furti, le misteriose sparizioni che si susseguono capitolo dopo capitolo tengono desta l’attenzione del lettore fino alle battute conclusive; non deve essere dato nulla per scontato, i colpi di scena non mancano. Proprio per questa ragione protagonisti e comprimari non hanno il tempo e il modo di testare sulla loro pelle, salvo alcune doverose eccezioni, le implicazioni derivanti dalla legge blocca-social. È il microuniverso che li circonda a dare forma alla paura, alla rabbia e all’incredulità che permea la società dopo la promulgazione del decreto. Il lavoro svolto dal protagonista rappresenta il gancio ideale per collegare la trama “gialla” a quella di stampo distopico. Il lettore ha l’opportunità di conoscere anche il personaggio considerato a tutti gli effetti padre putativo della norma per certi versi liberticida. Non vi sono in realtà reali pregiudizi nei confronti dei social network; nello sguardo d’insieme proposto dal romanzo la tecnologia non viene demonizzata, bensì analizzata attraverso l’utilizzo di ogni singolo utente all’interno di una società sempre più globalizzata.

Questo quadro futuribile dei social a tempo, e delle loro numerose implicazioni, è davvero molto realistico: complimenti per averlo immaginato, analizzato e sapientemente descritto. Ma pensa che sarebbe in qualche modo davvero possibile?

Grazie, ci ho riflettuto parecchio per dare all’intera vicenda la massima verosimiglianza. Sappiamo bene che in alcune nazioni l’utilizzo di internet è già regolamentato se non addirittura proibito. Credo, quindi, che non ci sarebbero particolari ostacoli nel caso in cui un governo decida di imporre eventuali “lacci e lacciuoli” con lo scopo di limitare la libertà, solo tecnologica se mi passate il termine, di un popolo. Nel romanzo spiego come questo decreto finisca con l’essere approvato quasi per caso, generando una sorta di “corto circuito” tra le varie forze politiche. Nella realtà credo che nessun partito abbia reale interesse a imporre una sorta di bavaglio informatico. La rete è diventata il canale prediletto per i cosiddetti “opinion makers”; sfruttando le sue infinite potenzialità, questi ultimi riescono a fomentare nelle comunità le più disparate reazioni: indignazione, commozione, solidarietà e, purtroppo, tanto odio. Una legge blocca-social assumerebbe quindi i contorni di un clamoroso autogol. Le possibilità di realizzazione di uno scenario simile potrebbero aumentare nel malauguratissimo caso in cui la democrazia cedesse il passo a forme di governo totalitario; finiremmo dritti in un incubo come quello descritto da George Orwell nel capolavoro 1984.

Veniamo adesso alle opinioni personali di Marco Venturi: che cosa Le piace e che cosa proprio non Le piace dei social?

Io sono oramai sulla soglia dei cinquant’anni, quindi mi ritengo un fruitore moderato dei social network. Interagisco prevalentemente su Facebook (il capostipite della dinastia), ho un profilo Instagram a cui accedo raramente e nient’altro. La nascita di queste comunità virtuali aveva in origine nobili scopi: tenere in contatto persone nella realtà molto distanti tra loro, permettere di ritrovare nelle pieghe della rete vecchi amici (o vecchi amori), ampliare gli orizzonti di conoscenza di ogni utente tramite pochi clic. Purtroppo con il passare degli anni il loro utilizzo è stato fin troppo strumentalizzato generando mostruosità come le fake news, l’ostentazione forsennata di se stessi alla ricerca di approvazione altrui e i cosiddetti “leoni da tastiera”, veri e propri generatori di odio. Durante le presentazioni pubbliche di Morte alla fine dei social ho tenuto sempre a sottolineare che io non ho niente contro l’uso dei social network. Ciò che fa male è in realtà l’abuso: l’utente medio oramai tende a guardare ciò che lo circonda attraverso la lente troppo spesso distorta dello smartphone, senza soffermarsi sulla vera essenza dei fatti e delle persone. Una citazione, peraltro anonima, da me posta all’inizio del romanzo è un efficace compendio di come viviamo la nostra vita da dieci anni a questa parte: “Prima avevo una vita, adesso ho un computer e una connessione wi-fi”.

I molti personaggi del libro, praticamente tutti nessuno escluso, partendo dal protagonista, giornalista in fase di riconversione professionale, sua figlia affermata modella, il triste addetto redazionale, il sanguigno e irruento maresciallo dei Carabinieri, per finire ai politici, magistrati, ai sicari e a tutta la varia e dolente umanità che va a popolare e comporre il coinvolgente mosaico noir, sembrano in realtà essere caratterizzati più da ombre che luci e le loro redenzioni sono spesso parziali e difficili: concessione e indulgenza ai cliché del noir o piuttosto conseguenza, effetto di un Suo personale pessimismo circa la vera natura umana?

Non ho mai amato particolarmente la figura del detective infallibile (o del cattivo invincibile) nella narrativa e nel cinema. Ciò che accomuna ogni personaggio del mio romanzo è il concetto di fallibilità. Protagonisti e comprimari, nessuno escluso, durante il dipanarsi della trama compiono errori, di vario genere e caratura. Trattandosi di esseri umani si trovano costretti a fare i conti con le loro debolezze, le loro paure e il loro passato doloroso. Ogni errore o vulnerabilità dei miei personaggi porta a sviluppi nella trama da cui scaturiscono cambiamenti radicali nelle loro esistenze. Pur avendo un paio di protagonisti principali, il libro può essere considerato un’opera corale. La narrazione si snoda raccontando di volta in volta le vicende dei vari personaggi; il lettore ha modo di conoscerli e immedesimarsi nelle debolezze dell’uno o dell’altro. Non sono pessimista nei confronti della natura umana. Siamo stati dotati del libero arbitrio e durante la nostra vita facciamo delle scelte. Le strade che imbocchiamo possono portarci alla felicità o alla dannazione, in molti casi abbiamo la possibilità di redimerci e cambiare direzione ma non sempre ne abbiamo la voglia o il coraggio.

Un’altra cosa che impressiona è l’uso massiccio dell’ironia che sconfina spesso in sarcasmo: quello tosto, cattivo, alla toscana. Lei la vedrebbe, questa storia, ambientata o ambientabile in altro territorio italiano?

Durante la sua stesura ho deciso di non dare un’ambientazione chiara e univoca al romanzo. Solo grazie a un paio di riferimenti geografici collocati in alcuni capitoli è possibile immaginare dove si svolga l’intera vicenda. Siamo in un piccolo comune dell’Italia centrale, non necessariamente in Toscana. In questo modo intendo dare la possibilità al lettore di poter contestualizzare la trama anche nel proprio paese. La “location” della storia non è strettamente funzionale allo sviluppo della trama principale; pochi sono i capitoli in cui vengono forniti chiari riferimenti geografici. Si è trattato di una scelta ponderata. Per quanto riguarda l’ironia ritengo che sia il migliore ingrediente per cercare di sdrammatizzare alcuni passaggi e tentare di strappare un sorriso al lettore; in fondo un libro deve essere soprattutto un mezzo di intrattenimento. Qualche frase “colorita”, senza mai scadere nella volgarità gratuita, mi è servita per tratteggiare nel dettaglio il carattere di alcuni personaggi.

La Sua passione per il fumetto a tinte dark è nota e ulteriormente dichiarata tra le Sue pagine, che vedono addirittura un episodio ambientato nel Lucca Comics & Games, e l’adozione di nicknames inconfondibili ed evocativi. Questo immaginario di riferimento caratterizzerà anche i Suoi prossimi lavori?

Credo sia inevitabile che in un’opera prima l’autore introduca piccoli frammenti delle proprie passioni ed esperienze. Sono cresciuto a “pane e fumetti” e tuttora sono un lettore e collezionista di comics italiani. Ogni anno ho frequentato, prima dell’avvento della sciagurata pandemia, la manifestazione che si tiene ogni anno a Lucca e per me è sempre stata una vera e propria festa. Nel mio prossimo romanzo, di cui ho terminato la stesura non più di un mese fa, ho accantonato il mondo dei fumetti mentre un ruolo di rilievo viene dato ai soprannomi, in tutte le loro sfaccettature. Ma questa, per ora, è un’altra storia che mi auguro di poter proporre presto.

Grazie di essere stato con noi e di averci illustrato il senso e le motivazioni del Suo libro, e in bocca al lupo da noi di Riscontri per ogni successo presente e futuro!

Grazie a voi per lo spazio che mi avete concesso. Con ogni romanzo si apre una porta su un universo parallelo ricco di emozioni e sorprese. Buon viaggio a tutti i lettori, e viva il lupo!

(intervista a cura di Carlo Crescitelli)

TEMPI CHE FERISCONO, SCRITTURA CHE PUÒ GUARIRE. La Avellino che non si arrende nell’ultimo romanzo di Franco Festa

Le due enigmatiche creature letterarie di Franco Festa, l’oggi anziano commissario Mario Melillo, ed il suo giovane successore Gabriele Matarazzo, hanno attraversato con costanza – recentemente talvolta anche insieme – gli ultimi decenni della storia alternativa di una città, quella di Avellino, presentata e descritta dall’autore come talmente possibile dall’aver assunto ormai un ruolo di primo piano nell’immaginario di noi lettori. E intanto, con all’attivo ben otto romanzi delle loro indagini, le ultime delle quali condotte in coppia, più altre apparizioni su stampa e antologie, questo anomalo duo di detective è diventato una familiare ed irrinunciabile consuetudine anche per il pubblico di fuori provincia e del resto d’Italia. Oggi parliamo con Franco di La ferita del tempo, il suo ultimo volume uscito per Robin Edizioni, collana “I luoghi del delitto”.

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  • Franco, tu e i tuoi due magici commissari siete davvero una sorta di icona in città. Come te lo vivi, questo grande affetto locale? Immagino possa crearti talvolta qualche imbarazzo, come lo superi quando succede?

Ecco, tu hai usato un termine che mi piace: affetto. È una parola forte e importante e soprattutto richiede impegno per meritarlo e costanza per non perderlo. È un affetto che si è consolidato nel corso degli anni, e che ultimamente avverto in modo molto diretto. Anche se io, misantropo per natura, non sono solito frequentare luoghi e trattenermi spesso con persone. Ho però la percezione, tramite mail, telefonate, che questo legame c’è. E sinceramente non provo imbarazzo, anzi accade una cosa diversa. C’è una domanda che un poco mi tormenta: riuscirai ad essere sempre te stesso, a non inseguire ad ogni costo l’evanescente flusso di essere ad ogni costo in primo piano? Ciò che so di certo è che non riesco a scrivere su ordinazione, o su spinta di altri. La gestazione di ogni storia è lenta, perché è una ricerca dentro di sé, dentro il proprio mondo interiore. Ho sempre detto che al posto di andare da un analista mi sono messo a scrivere. Dunque chi mi legge deve pazientare, e l’affetto è perciò continuamente messo in discussione dalle mie debolezze, dalla sfiducia che spesso mi assale, dal mio “cattivo” carattere.

  • Cardine fondamentale delle vite e delle vicende dei tuoi protagonisti e dei loro comprimari è il loro rapporto, ora sereno ora deviante ora conflittuale, con l’urgenza dell’impegno civile: sono davvero così, per te, gli avellinesi e gli irpini?

    Franco Festa
    Franco Festa

Mi fai una domanda a cui non so rispondere, perché usi un termine, l’urgenza, ormai ai più sconosciuto. In città, in provincia, salvo rari avamposti, l’impegno civile non esiste. Prevale una visione miope, utilitaristica, mediocre, del vivere, che trova poi espressione nel livello infimo della classe politica sulla scena, che è lo specchio della società civile. Io non sono un nostalgico dei tempi andati, anche se qualche frettoloso lettore ogni tanto mi appioppa questo termine. Ho anzi provato, nei miei romanzi, a mettere in luce gli errori, i misfatti, le tragedie che hanno caratterizzato la città dal dopoguerra ad oggi. Ma è indubbio che ci sono stati periodi, anche se brevi, penso al ’68, penso agli anni di Di Nunno, in cui si è provato a sperimentare una via diversa, fondata su una partecipazione collettiva e su una scelta di onestà e di disinteresse. Ma sono stati momenti brevi, che alla fine non hanno lasciato segni, se non nel cuore di pochi. La città si è in fondo sempre caratterizzata per una capacità di acclamare i potenti, di acconciarsi in un familismo amorale, di far finta di non vedere, di non sapere. La viltà civile è il suo segno. Certo, esistono minoranze che resistono, che indicano alternative possibili, ma la loro è una flebile voce.

  • E il resto del mondo, com’è? Uguale ad Avellino? Fino a che punto?

Lo è almeno tanta parte del Mezzogiorno, che sembra ormai abbandonato al suo destino di emarginazione, di rincorsa disperata di prebende che non porteranno sviluppo, in cui gli elementi criminali, la mafia, la camorra la ’ndrangheta sono i veri padroni del futuro, in un legame non più conflittuale, ma organico, con la politica che conta. È un quadro triste, lo so, ma al quale non bisogna arrendersi. Ci sono anche tante energie positive, tanti elementi di modernità, tanti che cercano di collegarsi alle novità del mondo, ma sono spesso bloccati in una morsa “medioevale” dalla quale spesso sono soffocati.

  • A parziale dispetto della generazione cui appartieni, tu sei uno di quegli autori molto a loro agio sui social: ti sei infatti saputo conquistare, con il tuo quotidiano e garbato storytelling, risultati importanti ed estesi nella promozione e nella comunicazione dei tuoi lavori. Una operazione che oggi tutti intraprendono, ma che a conti fatti riesce a pochi: dunque, qual è il tuo segreto?

La risposta è semplice. La mia formazione scientifica – sono sempre e innanzitutto un prof. di matematica e fisica – e la mia curiosità mi sono state molto di aiuto. Tratto di pc e annessi dai tempi del Commodore 64, e mi è sempre piaciuto capire. Oggi, con l’avvento dei social, tutto naturalmente è diverso. Però non sono innamorato di questa svolta. La uso, con garbo – grazie del bel termine che hai usato – perché so che non se ne può fare a meno, specie se sei uno scrittore. E dunque è un modo non dico di fare “pubblicità” a ciò che produci, ma di comunicare agli altri le tue emozioni e quelle dei tuoi lettori. La condizione è essere sinceri, non esagerare, non sommergere gli altri con fiumi di post. Vedo incredibili cose intorno a me. Scrittori e poeti che confondono Facebook con la realtà, che comunicano sette volte al giorno le loro pene, scambiando i fiumi di like che li sommergono con la realtà, inventando una letteratura che deve essere “agile, veloce, diretta”. Patetici. Una cosa è utilizzare uno strumento, altra è farlo diventare il fine del tuo agire, che invece è sempre fondato su un lavoro lento e attento, sul rispetto delle parole che utilizzi e dei personaggi che crei.

  • Adottando per l’occasione il tuo stesso linguaggio poliziesco, l’identikit del tuo lettore ideale ce lo consegna piuttosto giovane: eppure, i temi che affronti non sono sempre di stretta attualità, anzi. Da che cosa dipende, allora, questo singolare appeal che tu eserciti su un pubblico così lontano da te dal punto di vista anagrafico?

Io penso dipenda dal tentativo che faccio di raccontare sempre la verità, di non indorare la pillola, di non scegliere strade false o consolatorie. Soprattutto di dare spessore umano a tutti i personaggi, colpevoli o vittime che siano. E infine di non dimenticare mai l’adolescente inquieto che sono stato. Penso che dipenda da questa miscela. L’autenticità e il rispetto sono i veri legami con generazioni così lontane.

  • Il tuo stile ed il tuo linguaggio sono decisamente assai personali, in questo abbastanza lontani da quelli dei grandi classici del genere: e allora quali sono, da dove provengono i tuoi riferimenti letterari?

Io non ho mai amato né frequentato la letteratura gialla. Non lo dico perché la considero “minore”, semplicemente è andata così. Mi sono nutrito dei grandi classici del ’900 della letteratura italiana (Pavese, Calvino, Vittorini), ho adorato Pascoli, ma una luce è stata più forte di ogni altra: l’opera di Pier Paolo Pasolini, il cui stile, la cui parola e la cui vita sono stati il faro costante del mio agire. E poi naturalmente tutto l’800 francese e russo, e il ’900 americano, e Emily Dickinson, e… tanti, tanti libri, di cui ora maledettamente ricordo poco, che però mi hanno costruito come persona e come (modesto) scrittore. Ecco, fammelo dire. Io non credo di scrivere gialli. Credo di scrivere romanzi che utilizzano questo strumento. Sembra una piccola differenza, ma non lo è. Se scrivessi gialli potrei sfornarne con facilità uno ogni sei mesi. Così non è, perché il mio processo creativo è completamente diverso. Ma, ovviamente, il giudizio finale spetta a chi ti legge.

  • E veniamo alla colonna sonora degli eventi. Nell’ultimo libro ci sono i Clash e Bob Dylan, e gira voce che ti piacciano persino i Nirvana. Rock internazionale quindi, come mai, perché?

È la curiosità e la voglia di tenere aperta la mente, a tutte le novità la chiave. Per anni sono stato un divoratore di musica classica e autoriale, Bob Dylan su ogni cosa, e ho capito tardi che mi sono perso tanto. E non mi vergogno di dirti che ho scoperto i Nirvana da poco, e che ho voglia di conoscere e esplorare nuovi mondi. Odio quelli della mia età che dicono “ai miei tempi”. Il mio tempo è quello di ieri e quello di oggi, e dunque il bello non è fermo in un periodo, è diffuso, e scoprirlo è sempre una gioia.

  • Avviandoci alla conclusione di questa chiacchierata: tu in sostanza racconti una città come è, o potrebbe (essere stata). Ma, nel mentre lo fai, ci fai capire come dovrebbe (essere). Ci dici adesso invece come secondo te sarà?

Sono molto pessimista. È una città che ha perduto la sua centralità rispetto all’Irpinia, che non ha un’idea di sé per prossimi 10-20 anni, che vive delle carcasse del pubblico denaro, che si acconcia a piccole nefandezze. Non so se uscirà da questo stato. So però che non bisogna mai desistere.

  • Franco, grazie del tuo tempo e dell’empatia nelle tue risposte, e chiudiamo con la classica domanda da fan molesto: che cosa succederà adesso, nella Avellino di Melillo e Matarazzo? Cos’hai in pentola per loro e per noi? Puoi darci qualche anticipazione?

Mi trovi in una situazione complessa. È come se il lockdown avesse congelato ogni mia idea, mi avesse chiuso nella difesa sterile del presente, avesse fatto accrescere la mia sfiducia nella possibilità di scrivere ancora. Però poi scopro, sempre più frequentemente, che tanti, avellinesi e non solo, hanno riscoperto il cuore antico della propria città, cercano quelle strade, se ne innamorano. Tanti mi inviano le loro foto sulla Salita dell’Orologio, dove vivono i miei due commissari. Sono fatti che mi turbano nel profondo, che mi emozionano tanto. E allora capisci che non puoi fermarti, perché è come mi si fosse affidato un compito, di resistenza civile e di difesa di quella parte della propria città così svilita e dimenticata. Ma neppure il senso del dovere può essere l’unica molla del processo creativo. Sono sempre creature fragili e delicate quelle che chiedono di avere vita nelle pagine. Ed è materia da trattare con rispetto. Non so come finirà questa storia. Spero solo che non finisca.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

Ombre antiche sull’isola del mare e del sole. Massimo Torsani e il suo “Il pastore”

di Carlo Crescitelli

 

prima di copertina3Le vicende de “Il pastore” ci portano ad interrogarci sulla Sardegna di oggi, che fa scrupolosamente i conti con la nuova realtà e con le mille opportunità dell’apertura al turismo, senza tuttavia voler ancora rinunciare alla propria arcaica, respingente identità. Ed è proprio dal confronto/scontro con gli ospiti venuti da fuori e con gli inusitati approcci dal “continente” e dall’estero che scaturiscono le scintille di conflitti che affondano le loro radici in una cultura unica, comprensibilmente tesa a preservare il proprio prezioso isolamento contro tutto e contro tutti.    

Torsani, da profondo e critico osservatore dell’Italia odierna, ce ne riassume con estro, mestiere e ricercatezza le contraddizioni, così come esse si riflettono e casualmente si amplificano all’interno di uno dei non-luoghi principe della contemporaneità: un campeggio e villaggio vacanze. Dove all’improvviso bussa inattesa tutta una rete di drammi che viene da lontano nel tempo, nello spazio e soprattutto nell’anima, e che non può fare a meno di esplodere proprio nel contesto che apparirebbe meno probabile. Come sempre nella vita, anche qui con la tragedia convivono l’umorismo,  le mode, la musica, l’amore: che l’autore – arguto e attento cicerone dell’avventura – ci presenta e ripropone, a passi successivi e progressivi, con leggerezza e disinvoltura, attraverso molteplici e puntuali rimandi a spaccati di attualità e tendenze in voga, in un sapiente gioco di ammiccamenti dal quale chi legge resta compiaciuto e ammirato.

Al di là dei tanti appassionanti agganci legati alla articolata indagine poliziesca che ne incardina la trama, che senza dubbio entusiasmerà i patiti del genere, “Il pastore” si configura soprattutto come lettura per palati fini. Per chi cioè si aspetti, anche da una storia di semplice intrattenimento o svago, ben più di qualche facile esca o traino emotivo, e pretenda comunque prospettive a largo raggio, ricchezza e colore, spunti di riflessione.

 

L’articolo completo è disponibile sul numero 2 (2020) di “Riscontri”

“L’ASSASSINO DIETRO L’ANGOLO” – antologia crime

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L’ASSASSINO DIETRO L’ANGOLO

a cura di Carlo Crescitelli

 

Crimini.  È appunto di quelli che state per leggere. Crimini programmati o imprevisti, messi in atto o sventati, vissuti in ribellione o rassegnazione, ma pur sempre e comunque fortemente voluti. E con altri due corollari interessanti, per giunta: ironia e sarcasmo. Perché col sangue non si dovrebbe mai scherzare; e quindi farlo ugualmente può magari servire ad allontanarne in qualche modo la minaccia.

Carlo Crescitelli (Avellino, 1963) adora ascoltare, leggere e far crescere le storie altrui; forse addirittura di più che proporre le proprie. Per Il Terebinto Edizioni ha pubblicato a sua firma il diario semiserio Settanta Revisited e la raccolta di racconti brevi A spasso con l’antiviaggiatore; nonché già curato la pubblicazione delle antologie di autori vari Tecnoinganni e Una risata vi cambierà, entrambe, come del resto quella che avete ora sotto gli occhi, esiti del concorso “Riscontri Letterari”.

 

Per scoprire di più sui racconti e sugli autori clicca qui

 

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La Cultura al tempo del coronavirus: ne parliamo con Claudio Pastena

Il Terebinto Edizioni ha deciso di rendere disponibile per il download gratuito quattro titoli del catalogo. Per questo abbiamo chiesto ai relativi autori di spiegarci perché scaricare i loro libri in questo tempo di quarantena, dopo averne parlato nei giorni scorsi con Carlo Crescitelli, Dario Rivarossa e Angelo Michele Imbriani oggi è la volta di Claudio Pastena, autore di Ogni uomo uccide ciò che ama.

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1) Perché scaricare e leggere proprio il tuo libro, adesso? Dacci un buon motivo per il quale ne possa valere la pena, alla luce degli ultimi eventi.

Per diversi buoni motivi, primo: Abbiamo un sacco di tempo libero in casa, impieghiamolo con un download. Secondo: Abbiamo letto Guerra e pace e I promessi sposi, volumi ponderosi e densi di significati, possiamo leggere anche un romanzetto con meno di duecento pagine che non ha pretese.  Terzo: Il mio libro è una storia di provincia, i fatti di cronaca recenti ci hanno insegnato che, al di là dei sogni miei e di Giordano Bruno, non si riesce a pensare in termini universali ma qualunque sia il luogo o la nazione ognuno bada a sé stesso con un’ottica molto…provinciale. Quarto: Nel romanzo c’è una morale, riassunta nel titolo e espressa nella storia, quindi anche un invito a non perseguirla. Quinto: Perchè no! Sesto: Ditemelo voi, dopo la lettura

2) Come ti stai vivendo l’isolamento? Come sono le tue giornate?

Il mio isolamento è relativo. Io sto continuando a svolgere la mia funzione di medico presso l’ASL, certo non sono in prima linea come una volta, per motivi di salute e di età, ma qualche cosa di utile credo di continuare a farla. Quando torno a casa, dopo le sedici e nei week end, dedico tempo alla lettura e internet, molto a telefono, per i miei figli all’estero e la mia donna fuori provincia, poco alla televisione perché seguo un vecchio principio di Groucho Marx: «la televisione ha aiutato molto la cultura, ogni volta la spengo e leggo un buon libro».

3) Come pensi che saranno le nostre vite dopo?

Mi viene in mente un vecchio aforisma, non ricordo di chi, «l’esperienza serve ad evitare i vecchi errori per commetterne di nuovi»

4) E tu? Cosa farai quando ne saremo usciti?

Appunto…uscirò. Mi piace vedere la gente, toccarla, riprendere i miei allenamenti da solo e in compagnia, andare al mare, almeno una volta a settimana e viaggiare. In questi giorni, ad esempio, sarei dovuto essere a New York con mia figlia, avevo già i biglietti di Broadway per Wicked.

5) C’è altro, di cui non abbiamo parlato, e che vuoi dire a chi ci legge?

A detta di chi mi conosce sono molto loquace, quindi non è opportuno liberare la stura. Ripeto a tutti che mia figlia quando era adolescente mi battezzò Dottor Divago, quindi senza divagare e restando sul pezzo vorrei dire di continuare a leggere (caso mai gli altri libri di Pastena) e riflettere sulla nostra condizione di ozio forzato. Ho letto un cinico post su Facebook: il corona virus ci fa rimpiangere la vita di merda che avevamo prima.

intervista a cura di Carlo Crescitelli

 

 

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OGNI UOMO UCCIDE CIÒ CHE AMA

di Claudio Pastena

 

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